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L'Arte nata morta



Antimanuale per il giovane artista italiano, di Alessandro Riva

Crocifissi dallo schifo dell’arte nata morta, di Ludovico Tadei

Il cospicuo tormento e la poca estasi di Damien, di Adriana Dragoni

Warhol: un mito dissoluto e inutile del '900, di Ludovico Tadei

La morte dell'arte nata morta, di Angelo Crespi

Serenata per Cattelan


1 luglio 2006
Antimanuale per il giovane artista italiano

Non conosco nulla di più triste di una inaugurazione. Gruppetti che parlottano. Il pittore coll’abito nuovo. Tutti restano in piedi e sembra che aspettino qualcosa. Lo si direbbe un matrimonio al quale la sposa non arrivi.
Impossibile guardare le tele che si danneggiano l’un l’altra. Che fare? Forse, rompere il silenzio d’oltretomba con un’orchestra.
O forse chiedere una mano ai clown Fratellini e al signor Lionel. Presenterebbero le tele, ne strapperebbero qualcuna falsa, obbligherebbero un compare a capire il cubismo rompendogli in testa una chitarra.
Ci si annoierebbe di meno.
(Jean Cocteau, Il richiamo all'ordine, Einaudi 1990)

1. Perché esistono giovani esseri umani
Perché esistono giovani esseri umani che, agli albori degli anni Duemila, s’incaponiscono a voler fare quel mestiere assurdo, astruso, sovente infruttuoso e apparentemente del tutto inutile qual è quello dell’artista? E, soprattutto: perché diavolo, all’interno di quel marasma di bizzarrie senza capo né coda che contraddistingue la cosiddetta arte contemporanea (fatta per lo più di inutilissime installazioni, di demenziali performance, di video mal fatti e di banalissime fotografie) – nella quale teoricamente basterebbe avere un briciolo di furbizia e un pizzico di fortuna per sfondare, e dove, in ogni caso, non serve alcuna capacità tecnica -, perché diavolo, dicevo, all’interno di quel marasma chiamato arte contemporanea, essi hanno scelto proprio il mestiere tutt’altro che semplice del pittore? E chi lo sa, verrebbe da rispondere; o, come ha difatti risposto uno degli artisti selezionati per questa seconda edizione del Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana: “bella domanda!” – che è poi la stessa cosa, sebbene detta in maniera differente. Ma, poiché abbiamo scelto un altrettanto assurdo, astruso, sovente infruttuoso e apparentemente del tutto inutile mestiere, qual è per l’appunto quello del critico, ci tocca di tentar di dire qualcosa di maggiormente sensato. E perciò ci proveremo.
Potremmo innanzitutto rispondere alla suddetta domanda con quella che Tom Wolfe, in quello straordinario libretto che è Come ottenere il successo in arte, descrive in poche e decisive parole: “… la ricompensa dell’artista è abbastanza ovvia: egli guadagna esattamente ciò che, secondo Freud, è lo scopo dell’artista: la fama, il denaro e delle bellissime amanti” – col che, l’autore sembra sottindendere dunque che l’artista emergente sia spinto ad atteggiarsi per l’appunto ad artista emergente per un sottaciuto desiderio di snobismo: essendo, da almeno un secolo, l’arte governata per lo più dallo snobismo, ovvero dal fatto che fare arte (e occuparsi d’arte) è quantomai chic (“Negli anni Venti l’arte moderna divenne socialmente chic negli ambienti bene di Parigi, Londra, Berlino e New York”: così Tom Wolfe, ancora nel succitato librettino edito in Italia da Allemandi. “Era elegante parlarne, scriverne, entusiasmarsene e rubarne le idee (…) In quegli anni l’arte moderna ottenne la definitiva consacrazione sociale: i decoratori d’interni ne fecero man bassa per gli appartamenti di Belgravia e del seizième”). Tuttavia, abbiamo tutti bene in mente (e chi non ce l’avesse è bene che se lo ficchi nella zucca fin d’ora, prima che sia troppo tardi) che oggi, negli anni Duemila e quanto, se fare l’artista potrebbe (in parte) ancora tutto sommato esser considerato alquanto chic, fare il pittore lo è però molto di meno, se non addirittura per nulla. Ben più chic è, per esempio, fare il fotografo, o l’attore, o lo stilista. Persino fare il critico è più chic del pittore, giacché presuppone un certo grado di potere che al pittore invece generalmente manca. Ora, se credete che stia menando il can per l’aia, vi sbgagliate di grosso. Sto andando dritto al cuore del problema. Già, perché il grado di chic (o se preferite italianizzarlo, di sciccheria) attribuito a un determinato mestiere è direttamente proporzionale alla considerazione sociale che il medesimo mestiere porta con sé. Per dirla in altre parole: se oggi fare il pittore è poco chic, è perché la pittura ha ormai perduto qualsiasi considerazione sociale in quanto portatrice di senso, ergo come catalizzatrice di potere, di denaro e di possibilià di conquistarsi le famose amanti, o belle donne che sia, di cui parlava Tom Wolfe (o i begli uomini, a seconda delle tendenze sessuali di chi la pratica). Questo fatto è una diretta conseguenza della progressiva disgregazione dell’idea della pittura quale interprete massima (o comunque una delle massime interpreti) del concetto di modernità: da Duchamp in poi, la pittura ha infatti subìto un processo di erosione costante del proprio statuto più profondo. “Fare il pittore” e “fare l’artista” sono diventati progressivamente termini antinomici, perfettamente contrastanti tra loro, al punto che anche all’ultima studentessa di un qualsivoglia corso per curatori dilettanti è oggi permesso di scrivere frasi del tipo: “XXX è un bravo pittore. Ma questo è sufficiente, oggi, per dirsi un artista?”.

2. Se tutti ti dicono che sei un genio
“Se tutti ti dicono che sei un genio, sei sulla buona strada per diventare un coglione”. A dirlo è uno che di queste cose (di genio, di coglioneria e anche del far flanella diventando l’artista più celebre dell’universo mondo, oggi, anni Duemila e quanto), che si chiama Damien Hirst. Lo scrive nel suo buffo e quantomai cialtronesco Manuale per giovani artisti, edito da Postmedia books. E, siccome è detto da uno come lui, che a furia di sentirsi dire che era un genio è diventato un coglione, sì, ma miliardario e rispettatissimo, faremo bene a credergli. Fatto sta che, oggi, un giovane che voglia entrare nella Grande Prateria dell’Arte dalla porta principale, ovvero che vorrà farsi dire da tutti, oggi, che è per l’appunto un genio, e non soltanto un imbrattatele, farà di tutto fuor che cimentarsi con la pittura. E invece. E invece, guarda un po’ cosa ti scopriamo: 500 adesioni a un concorso di pittura, manco fatto da un’istituzione pubblica. 500 nomi! E tutti under 30! Come lo spieghiamo? Già: come lo spieghiamo? Ora proverò a far la persona seria, e per l’appunto cercherò di spiegarlo. Il fatto è che, se per ora la pittura non è ancora “tornata di moda” (non inorridite subito, giacché l’arte ha un gran daffare con l’idea di “moda”, checché ne pensino gli ingenui e i talebani di diversa estrazione, e più tardi arriveremo a dimostrare anche questo), tuttavia è sulla buona strada per tornare a diventarlo. Mi diceva appunto un mio amico, pittore valentissimo e raffinatissimo, che quando va in discoteca e qualcuno gli chiede (egli è infatti alquanto belloccio, e dunque “incontra parecchio”, come diceva mia zia), e qualcuno, dicevo, un tale qualsiasi, un bullo di periferia o una parrucchiera di Parabiago, gli chiede: “cosa fai?”, lui risponde, pronto (ormai ha imparato la lezione): “il fotografo”; giacché fa molto più cool, nelle mentovate periferie dell’impero, che dire “il pittore” (pittore, nel medio-basso immaginario collettivo italiano, è uguale a bohemièn, ergo squattrinato, ergo sfigato). Eppure, il solito amico raffinatissimo pittore, se se ne va invece all’estero, per esempio negli States, dove ha molti amici, e a un party gli rivolgono la stessa domanda, lui risponde subito: “A painter”. Al che, l’interlocutore di solito gli risponde immediatamente, con aria eccitata: “A painter! Wow!” (e nella sua testa di americano, scommetteteci che si farà subito un’equazione: pittore+italiano+bello = il massimo del cool). Col che, ne deduciamo due cose: che, a) in Italia siamo ancora rimasti indietro, e crediamo che fare il pittore sia per l’appunto un’attività bohèmien, ergo da sfigati: b) che in America, e di conseguenza fra un po’ nell’universo tutto, il pittore sta risalendo la vetta della classifica della sfiga, specie se bello, bravo e italiano. E perché proprio italiano? Che diamine, perché siamo per l’appunto il paese di Leonardo (grazie al Codice da Vinci, ora quel po’ po’ di genio lo conoscono persino nel Wisconsin), di Raphael, e di Michelangelo. Nelle Accademie italiane, però - come del resto nelle discoteche di Nonantola e giù di lì - non se ne sono ancora accorti: ed è pur vero; e dunque chi le frequenta deve inventarsi una professione alternativa, tipo il fotografo (nel caso delle discoteche), il videoartista (nel caso delle Accademie) o altre simili bestialità modaiole (giacché, per dirla ancora con Tom Wolfe: “oggi arte e moda sono i due volti della stessa bestia; gli artisti possono strillare fin che vogliono contro la moda, ma non riescono a staccarsene”). E non solo lì: anche nelle riviste cool, come per esempio Flash Art, non sembrano essersene ancora accorti, a giudicare dalla quantità di fuffa (videoarte, brutte foto, installazioni, brutte foto, giochini per bambini deficenti, brutte foto, provocazioni, brutte foto, e via di questo passo) che ci presentano bimensilmente: anche se ogni tanto, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, fanno un bel servizio sulla nuova pittura italiana, salvo poi sbagliare regolarmente tutti i nomi, pur di non fare quelli che non hanno scoperto loro, ma che abbiamo invece in genere scoperto noi - ovvero quasi tutti quelli che hanno successo oggi in Italia; stesso identico discorso per quelle (le riviste) per niente cool, come ad esempio - tanto per non far nomi - Arte Mondadori, le quali sono addirittura convinte che stia cominciando a diventar di moda la fotografia! (sic). Insomma, gli addetti ai lavori, come si amava dire degli inquirenti ai bei tempi di Blu Notte (ah!, bei tempi quelli: si andava per lo meno in tivù, io e il mio amico Viganò!), essi brancolano nel buio (non starò a dire poi della Biennale di Venezia, poiché, quella, quanto a brancolare, brancola da anni, essendo abbonata ad arrivare in ritardo su ogni cosa con una certa determinazione, soprattutto se a dirigerla è un tale che a fare il pittore ci ha anche provato, in gioventù, ma avendo miseramente fallito non ama rivangare il passato; e quando lo fa, lo fa così malaccortamente, che era meglio per l’appunto che non l’avesse fatto per nulla). Il fatto è che, invece, ad accorgersene, che i pittori son di nuovo lì lì per scalare verso l’alto la classifica della sfiga nell’immaginario collettivo, sono però quelli che, per l’appunto, se ne dovevano per forza accorgere: i giovani artisti, o aspiranti tali, che diamine! - insomma i partecipanti a questo benedetto Premio Italian Factory per la giovane pittura italiana.

3. Ma insomma, perché lo fanno?
Ma insomma, perché lo fanno?, vi domanderete voi: davvero per una cosa così bassa e ininfluente come la moda?, ovvero per sentirsi, che Idddio ne scampi e liberi, “cool”? Ma no, ma no: rassicuratevi. Perché, se da una parte è indubbio che la moda influenzi a livello subliminale le nostre scelte, dall’altra le motivazioni profonde dei nostri comportamenti e delle nostre scelte esistenziali sono da ricercare altrove. Basta scorrere, a mo’ d’esempio, le motivazioni adottate dai nostri partecipanti al Premio alla famosa domanda “perché dipingi?”. Esse sono le più varie, e quasi sempre fortemente esistenziali, sebbene a volte non esenti da ironia: “per non affogare” (Giunta), “dipingere per me equivale a respirare” (Coruzzi) - con la variante della contro-domanda retorica: “perché si respira?” (Bramati) -, “perché da quando ho cominciato non sono più riuscita a smettere” (Depredini), “perché non c’è altro che mi soddisfa quanto la pittura… non potrei farne a meno” (Karanovic), “per scelta” (Collu), “perché è il mezzo di espressione più consono a me stessa” (Ferla); e sovente, addirittura, spirituali: “per capire: per trovare Dio e capire me stesso” (1/2 Botta), perché è un modo di “guardare verso le stelle” (Despotovic), per una “ricerca perpetua di perfezione e di equilibrio interiore”, dove “corpo e anima pensano e lavorano insieme” (Faro). D’altra parte, se la motivazione fosse davvero “una questione di moda”, è ben vero che la moda passa. Per dirla ancora con Damien Hirst: “La gente ti mette dove sei, però alla fine se sei uno che va di moda, passi. Non puoi farci niente, non importa se il lavoro è bello. La gente dice: ‘Oooh, hai un Damien Hirst?’. La prossima settimana indosseranno dei lustrini” (e ha ragione da vendere, che diamine!).
Ma il fatto è che la moda, che tutti fanno finta non essere veramente importante, per lo meno nelle cose serie, è alla fine fine non solo il motivo per cui alle volte si fa ciò che si fa (è cool, dunque io ho voglia di fare una certa cosa), ma è anche una buona cartina di tornasole di ciò che si crede abbia un senso in una società. E’, come si diceva un tempo, lo specchio di una società. Le motivazioni per cui un giovane artista è portato a utlizzare il mezzo pittorico sono esistenziali, ma il fatto che siano così in tanti, oggi, a tornare a usare i pennelli determina una moda. La pittura, in poche parole, sta tornando di moda. E se, fino a poco temnpo fa, la pittura non era di moda, era perché, come abbiamo detto prima, sembrava non avere più alcun senso fare il pittore oggi. Sembrava essere poco contemporaneo! Poco al passo con i tempi! E questo perché è avvenuto? Perché, dall’inizio del Novecento in poi, sono state progressivamente messe in crisi le categorie stesse del fare arte: lo stesso concetto di stile, con l’irrompere sulla scena delle avanguardie, si è assottigliato ed eroso progressivamente, fino a scomparire definitivamente e in maniera (apparentemente) ineluttabile. Non era più vissuto come importante, in arte, il come esprimere un concetto, ma solo il fatto stesso di esprimerlo. La dittatura dello stile, uno dei maggiori diktat dell’arte moderna, con la contemporaneità è stata sostituita da un’altra e assai differente dittatura, quella del concetto. Chi non aveva un buona “base teorica” (vera o fasulla) per fare ciò che stava facendo, non aveva senso neppure che facesse alcunché. D’altra parte, chi aveva (o sapeva far credere di avere) una buona “ragione”, dunque una “base teorica” per fare qualcosa, poteva (o può tutt’ora) utilizzare qualunque tecnica: pittura anacronista, scultura eseguita da artigiani, ghirigori col pongo, gare di sputi, tornei di bocce, disegnini delle nonne, pallavolo, tornei di ping pong… qualsiasi cosa, purché sotto ci fosse il famoso “concetto” (ma cosa sarà mai, poi, questo concetto?). Il “trucco” è, dunque, da quasi cent’anni a questa parte, avere un’idea, qualsiasi essa sia (proprio, guarda caso, come avviene in pubblicità: e dovremo pur riflettere, prima o poi, su questo progressivo schiacciamento dell’arte su un’estetica e un’ideologia da réclame): anche l’idea più banale, malamamente riciclata dalla politica, dalla filosofia, dalla sociologia d’accatto; l’importante è avere una giustificazione, meglio se sociologica, politica, etica: poiché essere etici, oggi, è assolutamente cool. Alle teorie estetiche, oggi, si sono infatti sotituite le teorie etiche. Questo stato di veglia ipnotica etico-sociologica dell’arte, per cui ai concetti di “stile”, di “linguaggio” e di “tecnica” è stato sotituito un impianto teorico imparaticcio dalle altre discipline umanistico-scientifiche, una sorta di magma sociologico-politico che farebbe impallidire qualsiasi studentello al primo anno d’università, è del resto una diretta derivazione delle teorie (teorie?) post-sessantottine. L’arte di oggi vive, poveretta, sotto la gogna teorica degli anni Settanta. Quelli che allora erano gli slogan della politica (uno per tutti: “il privato è politico”), sono diventati gli slogan dell’arte (“l’artistico è politico”). Eppure. Eppure, anche nell’arte, un ideale Muro di Berlino ha cominciato in questi anni a cadere. Anche se gli addetti ai lavori non se ne sono ancora accorti, poiché brancolano nel famoso buio. Anche se le Biennali furoreggiano con gare di impegno e di (presunta) eticità. Anche se. Gli unici ad accorgersene, però, sono stati i giovani artisti. Che hanno ricominciato, chi a dipingere, chi a scolpire, chi a disegnare. Insomma, a lavorare.

4. Il vento è cominciato a cambiare
Il vento è cominciato a cambiare già da qualche anno. Che cos’è successo? E’ successo che, tra gli anni Novanta e il Duemila, si è assistito a una forte inversione di rotta nell’approccio artistico da parte delle generazioni più giovani. Di contro a una linea palesemente dominante fino a pochi anni fa, quella appunto di marca vagamente neodada e dagli evidenti retaggi concettuali, dove il rifiuto dello stile (di uno stile unificante e caratterizzante il lavoro dell’artista) e dell’identificazione con un singolo linguaggio appariva come uno degli elementi centrali e fondanti, è infatti emerso, in questi ultimi dieci-quindici anni, un atteggiamento di maggiore leggerezza e fluidità nell’approccio all’opera, che ha permesso agli artisti di avvicinarsi con un atteggiamento più laico e meno ideologico alla stessa pratica artistica, attraversando trasversalmente il grande bacino della storia dell’arte come quello della quotidianità o della cronaca senza complessi passatisti o atteggiamenti forzatamente intellettualistici. E tornando, vivaddio, a confrontarsi coi problemi del linguaggio: qualsiasi esso sia (pittorico, scultoreo, installativo, fotografico, quel che volete). In particolare, in Europa è emersa una generazione di pittori (e di scultori) fortemente connotata e coerente, seppure con grandi differenze stilistiche e contenutistiche, che ha ripreso a lavorare approfonditamente sullo specifico della propria tradizione linguistica, sulla sua storia e sulla sua trasformazione, riallacciandosi alle diverse koiné nazionali e regionali presenti nei propri paesi d’origine: pensiamo alla tradizione della pittura anglossassone, fortemente connotata e di grande impatto e novità anche nelle sue più recenti declinazioni, o a quella tedesca, che in questi ultimi anni è tornata ad avere grande slancio con forti connotazioni di realismo sociale. All’interno di questo quadro generale, la nuova scuola pittorica e scultorea italiana ha subito negli ultimi anni un fortissimo processo di rinnovamento e di rielaborazione critica, distinguendosi per alcune caratteristiche di base, che da una parte la inseriscono perfettamente e coerentemente nel più generale clima di risveglio e ridefinizione di una nuova pittura intelligente, ironica, coltissima ma insofferente all’ormai fin troppo trito gioco della citazione e del repechâge di marca postmoderna che aveva invece caratterizzato la generazione precedente, e dall’altra la sta imponendo come una delle esperienze più interessanti e nuove della più recente scena artistica europea. In questo quadro, manco a dirlo, Italian Factory ha giocato – e gioca – un ruolo fondamentale. Quello di Italian Factory, infatti, è apparso subito (fin dal suo apparire, nel 2003) come un fenomeno strano, una specie di “corpo estraneo” all’interno del sistema, solitamente piatto e privo di grandi novità, dell’arte contemporanea italiana. Benché al suo interno vi fossero e vi siano tutt’ora artisti dal percorso lineare e in qualche modo (apparentemente) “tradizionale”, oltre che fortemente “classici” dal punto di vista linguistico, con alle spalle una loro storia già fortemente connotata - come Velasco, Giuseppe Bergomi, Marco Petrus o Bernardo Siciliano -, il gruppo Italian Factory è apparso e si è connotato subito come un curioso mix di innovazione e di “ritorno all’ordine”, di rottura degli schemi e di spregiudicatezza commerciale, sia dal punto di vista intellettuale che da quello del marketing e del mercato. Una sorta di “movimento d’avanguardia”, insomma, che pur guardando e recuperando le radici linguistiche della tradizione italiana, ha saputo inserirsi nel sistema dell’arte come una sorta di “virus” utilizzando, con una forte consapevolezza e una grande capacità di sfruttare le regole interne al sistema, oltre che con una certa dose di spregiudicatezza, gli strumenti del marketing, della comunicazione, della pubblicità, oltre alla capacità di saper cogliere in anticipo i desideri e le ragioni del mercato diffuso. E’ stato, insomma, per la prima volta da decenni, di nuovo un movimento: un movimento d’avanguardia, mimetizzato, “travestito” però, perfettamente, da qualcosa d’altro. Un movimento nato non da esigenze “esterne”, mentali o politiche, di un curatore, ma nato realmente dal “basso”, dalla “base”, dalla reale esistenza, in Italia, di un bacino di artisti che, fin dalla metà degli anni Ottanta, dunque in pieno trionfo postmoderno di concetti quali l’ibridazione, la negazione dello stile, il nomadismo culturale, la carnevalizzazione e via postmodernamente discorrendo, aveva, invece, ricominciato a lavorare in direzione contraria, ovvero sullo specifico dei linguaggi prevalenti della tradizione italiana - quelli della pittura e della scultura -, con serietà, impegno, rigore, in assoluta controtendenza rispetto alle parole d’ordine allora tanto in voga, anticipando dunque i tempi di un “ritorno allo stile” ancora ben al di là da venire; ma, tuttavia, senza alcun atteggiamento “rétrò”, anacronistico, di arroccamento in ideali torri d’avorio; au contraire: non disdegnando, semmai, tra gli insegnamenti del postmodern, alcune caratteristiche di base, quali ad esempio la riscoperta (e la conseguente ridefinizione) del genere, e in particolare dei generi del paesaggio e del ritratto, in un contesto che si interfacciava perfettamente con il ritorno al genere che ha permeato l’intera cultura postmoderna (pensiamo all’esplosione del noir e della science fiction, ma anche a generi minoritari come quello del porno, del romanzo rosa o persino del western), spesso con un atteggiamento volutamente ironico, dissacrante, divertito: per segnalarne apertamente le sue convenzioni, e per “giocare” con esse (riguardo al ”ritorno al genere” che ha segnato la cultura artistica del decennio scorso, vedi catalogo della mia mostra Sui generis, tenutasi al Padiglione d’arte contemporanea di Milano nel 2000-2001, dove è emersa per la prima volta la “nuova scena artistica italiana”, diretto antesignano di ciò che in seguito si strutturerà con la creazione del gruppo Italian Factory, tra la curiosità e l’entusiasmo del pubblico vasto - oltre 20mila visitatori, in tempi di vacche magre per l’arte contemporanea -, e l’indifferenza, quando non l’odio furibondo e stizzito, del “gruppo ristretto”, miope e mafiosetto degli addetti ai lavori, i quali non sapevano capacitarsi di non aver saputo leggere per tempo ciò stava accadendo proprio sotto i suoi occhi – salvo poi far caute aperture in seguito, e ammettere a denti stretti, quando il mercato non faceva che consacrare ciò che avevo posto sotto gli occhi di tutti, che qualcosa stava effettivamente accadendo in Italia).

5. Dice l’enciclopedia dell’arte
Dice l’enciclopedia dell’arte Zanichelli che Italian Factory (al quale è stato dedicato un lemma) è un “termine coniato nel 2003 dal critico Alessandro Riva per indicare la nuova scena artistica italiana, ovvero un gruppo non strutturato di giovani rappresentanti la nuova figurazione, accomunati dal recupero e dalla ridefinizione della tradizione artistica italiana, unitamente all’apertura verso tematiche e linguaggi attuali. Il gruppo Italian Factory organizza mostre, realizza campagne pubblicitarie e operazioni di merchandising”. Il fatto che anche un’enciclopedia abbia già capito, a soli tre anni dalla nascita di Italian Factory, ciò che gli altri, ovvero i soliti addetti ai lavori (quelli che sulle cose ci arrivano, invece, con un bel po’ di ritardo) non sono ancora riusciti, o non hanno voluto, vedere, è sintomatico della sclerosi artistica italiana. Italian Factory, che piaccia o no, è sì un movimento, ma che ha scelto, per la sua stessa sopravvivenza, e anche perché questo è l’unico linguaggio che a un’avanguardia oggi sia concesso di utilizzare, di mimetizzarsi col linguaggio del marketing, della pubblicità, del merchandising. E, dunque, un movimento che utilizza l’unico linguaggio oggi consentito: per l’appunto quello del mercato, della pubblicità, del marketing (anche in maniera atipica e controcorrente, come nel caso dell’utilizzo diffuso del “guerrilla marketing”, volendo, come nei casi dei mega-manifesti “Vota Velasco”, la campagna ideata con la complicità di Oliviero Toscani, o degli stikers Italian Factory che ricoprivano tutte le calli veneziane alla Biennale del 2003). L’Enciclopedia Zanichelli, in fondo, nella sua sinteticità, aveva già compreso i tre punti fondamentali che caratterizzano il movimento: “recupero e ridefinizione della tradizione artistica italiana”, “apertura verso tematiche e linguaggi attuali”, e “campagne pubblicitarie e operazioni di merchandising”. Nella triangolazione di questi tre elementi è sintetizzata tutta la filosofia di Italian Factory, e del nuovo movimento artistico italiano. Per il pubblico generico, per gli artisti, per i collezionisti, per migliaia di persone che guardano ai fenomeni artistici senza paraocchi, l’avvento di Italian Factory è stata una boccata d’ossigeno in un sistema asfittico, immobilista e privo di idee. Per le piccole cricche mercantili, le lobby di potere, il partito degli esterofili di professione e della “negazione dello stile”, perenni affossatori di ciò che viene dal cuore profondo dell’Italia, è stato un cancro da combattere con virulenza. Il “sistema artistico” italiano, questa brutta bestia governata da una piccola cricca di persone senza idee ma con il perenne desiderio di non far passare se non ciò che fa comodo all’immobilismo del sistema stesso, ha messo sistematicamente i bastoni tra le ruote al nascente movimento. Ma, per dirla schietta, non ci hanno fatto un baffo. Del resto, questo avviene in Italia, un paesotto dove chi s’inventa un nuovo modo di pensare viene sempre giudicato, quando va bene, un pericoloso avventurista, o un facinoroso, o un opportunista, e viene sistematicamente emarginato ed esilitato dalla cricca dei conformisti esterofili, che governano, nell’ordine: le Biennali, i musei pubblici, le riviste d’arte, le grandi fiere. Ma altrove, per esempio in Inghilterra, già da più d’un lustro un signore di nome Charles Saatchi applicava metodologie prelevate dal mondo della pubblicità per promuovere la nuova generazione artistica britannica; e analoghi esperimenti facevano, seppure in maniera sporadica e menio sistematica, altrove alcuni artisti isolati: penso a Mark Kostabi negli Stati Uniti, e a Murakami a Tokyo. In Italia, oggi la strada è ancora lunga e in salita. Ma gli artisti hanno cominciato ad annusare l’aria: siamo agli albori di una nuovo modo di vedere e praticare l’arte. Anche di un nuovo modo di pensare, e di lavorare, sui fenomeni artistici. Il rinnovamento è partito da dove meno ce lo si apsettava: dalla riscoperta, e dal rinnovamento, del linguaggio della tradizione italiana per eccellenza, quello della pittura, al punto da caratterizzarsi come l’avanguardia, l’unica vera avanguardia, della piccola-grande rivoluzione artistica di questi ultimi dieci anni in Italia. Tra le caratteristiche principali di questa piccola-grande rivoluzione ci sono tutti quegli elementi che possiamo facilmente ritrovare e riconoscere anche nella rosa dei selezionati per questa seconda edizione del Premio Italian Factory per la giovane pittura: attenzione alla tradizione specifica del linguaggio mescolata con elementi (temi, soggetti, taglio, luce, composizione del quadro, etc.) prelevati “di peso” dalle forme, soprattutto mediali, della contemporaneità; l’incessante mixaggio di cultura alta e bassa, di origine neopop; l’attenzione agli altri linguaggi, attraverso la mescolanza tra i diversi media, o l’ammiccamento, all’interno dello specifico del linguaggio pittorico, ad altri linguaggi, quali la fotografia o il video, o ancora la forzata parodia degli stessi, o la contaminazione tra un linguaggio e l’altro, come nel caso degli artisti che mescolano plotter painting e pittura a olio tradizionale; il superamento della pittura come l’unico linguaggio possibile, e allo stesso tempo una grande attenzione alle tecniche e ai trucchi della “buona pittura”: ovvero da una parte il rifiuto del pressapochismo tecnico della “cattiva pittura” (la famosa Bad painting di origine anglosassone) come escamotage troppo facile per “raccontare” la contemporaneità; dall’altra, però, anche il non chiudersi nel puro virtuosismo tecnico. E infine il recupero, anche in pittura, di dialetti, di slang regionali, di argot linguistici e localistici ironicamente trasportati su un orizzonte internazionale, attraverso la creazione di un nuovo linguaggio, un gergo, una nuova, grande koinè generazionale. Questi elementi, oggi, sono alla base di quel grande serbatoio di suggestioni e di stimoli da cui sta nascenbdio la nuovissima generazione di artisti Italian Factory, quella che domani dominerà la scena artistica, che piaccia o no ai guardiani della piccola cricca del potere. La generazione a cui noi tutti, oggi, guardiamo con interesse, curiosità, entusiasmo. Facciamoli crescere, facciamoli lavorare. Ci riserveranno delle sorprese.
Alessandro Riva


22 gennaio 2005

Crocifissi dallo schifo dell’arte nata morta
Nell’epoca dei reality la prosa schizofrenica di Toni Negri giustifica l’orrore strapagato di Damien Hirst

di Ludovico Tadei

Alla fine doveva accadere. Dopo il Nobel per la letteratura assegnato in modo bizzarro a Dario Fo, dopo quello per la pace attribuito al palestinese-miliardario Yasir Arafat, fondatore del gruppo terroristico Al Fatah, Le Nouvel Observateur, settimanale chic della gauche francese, ha inserito il nostro Toni Negri tra i venticinque pensatori viventi più importanti del mondo. Non è uno scherzo. Significa che il teorico di Autonomia Operaia, celebre “cattivo maestro” degli anni ’70, condannato a trent’anni di galera perché corresponsabile della deriva terroristica in Italia, sarebbe uno cui chiedere lumi sulle future sorti del mondo. Sulla questione ci piacerebbe sentire il parere dei suoi ex-adepti, quelle decine di migliaia di creduloni che alla fine, come voleva lui, hanno gridato (prima), picchiato (quasi subito), ucciso (poco dopo) e che si sono fatti (ogni tanto) la giusta galera, mentre il maestro, sgambettava celermente verso gli accoglienti salotti parigini. Superfluo chiederlo a chi è stato insultato, perseguitato, picchiato. Per i morti ammazzati basta il parere di vedove e orfani.
Il “Nuovo Marx” , come lo definisce il settimanale francese è reduce dalle fatiche editoriali di Impero, vero mattone per fedelissimi, talmente indigesto da dover essere preso come capolavoro a scatola chiusa (l’unica variante di fondo, rispetto ai bollettini degli anni ’70, è che le stesse cose, i bla-bla infiniti contro l’imperialismo etc..etc… non si concludono con la vecchia esortazione a delinquere, ma restano sospesi come un avvertimento, diventando una sorta di manuale Fantasy). Recentemente Mr. Negri, già “rottamato” dalla storia, è stato “rottamato” anche dall’ultrasinistra francese che lo ha ripetutamente contestato (pare si sia imborghesito) in occasione dell’ultimo convegno parigino sul “Concetto politico di impero postmoderno”. E forse per distrarsi un po’ (ahinoi..), di tanto in tanto frequenta tematiche legate all’arte e al fare arte. In una letterina “All’amico suo carissimo”, il pittore Montesano, Toni Negri chiosa, nel crescendo che concluderà la missiva con una citazione in francese tratta dall’Inhumain di Lyotard, «Capire cos’è l’arte oggi è comprendere come il dolore di un mondo perduto può avventurarsi su un continente nudo e sconosciuto, per creare – essere – nuovo».

Non è dato sapere se Le Nouvel Observateur conosca nel dettaglio le qualità critiche del suo protetto (un altro passaggio? «Ora la libertà si è fatta totale perché la nostra miseria è tanto grande quanto la nostra libertà e la nostra immaginazione capace di confrontarsi all’infinita possibilità del vuoto». Ancora. «Ogni brechtiana estraneazione che preparasse una successiva dialettica riconquista, ogni esperienza che si aprisse alla trasfigurazione, c’è rifiutata»), certo la peculiarità di questi passaggi, la loro meritoria esistenza sembra stare nell’assenza di senso compiuto. Probabilmente, vista la durezza di questo mondo, la prosa datata, supponente e autoreferenziale può essere apprezzata solo in funzione anestetica, rassicurante nella sua totale inapplicabilità.

La prognosi di Jünger
C’è un altro pensatore del Novecento che non frequentava spesso l’àmbito dell’arte e lo fece per la prima volta in modo compiuto con il testo introduttivo elaborato per la Biennale di Venezia del 1993: Ernst Jünger. Per chi conosce la scrittura asciutta e cristallina del pensatore tedesco, scomparso all’età di 102 anni, il 17 febbraio 1998, Prognosi (questo il titolo dello scritto) non è un capolavoro. Leggendolo non ci si trova irradiati dalla scrittura, non si subisce il solito incanto dalla precisione, dall’attinenza al tema trattato. In quel frangente, Jünger privilegia la disamina epocale del passaggio, ormai imminente, da un millennio all’altro, parla dei Titani che ci governeranno fino al prossimo secolo, parla della vita e soprattutto della morte.
Tuttavia regala brani che risultano illuminanti per far comprendere meglio l’Idea, il suo intuitivo progetto sull’arte che verrà: «Per quelli che lavorano nel campo della creatività come poeti, scrittori, artisti, musicisti sarebbe meglio dormire». E i grandi artisti celebrati di oggi? Jünger aggiunge «Il testo Prognosi sviluppa il mio principio che è quello di credere nel ritorno al mito, dove la prima base va cercata nella figura del Lavoratore. Bisogna tornare indietro agli dèi. Ciò vuol dire che l’arte deve essere teologica, avere qualcosa, una relazione con la divinità, diversamente non c’è nulla».

Il Rinascimento ulivista
In questi giorni, al Museo Archeologico di Napoli, sta per concludersi l’antologica dell’anno: The agony and the exstasy dell’inglese Damien Hirst. È l’artista mondiale del momento, il protagonista sognato da ogni Rinascimento Ulivista Planetario. Un perfetto mix di successo, glamour, disobbedienza, trasgressione… È l’artista degli animali tagliati a fette e messi in formalina con le viscere bene in mostra, quello dello scheletro crocifisso (esposto al Museo di Teheran, tanto per convincere del tutto i musulmani del rispetto che gli occidentali hanno per l’Occidente), quello di Adamo ed Eva scheletriti (quando si dice l’idea fissa), sdraiati sotto un lenzuolo, con i resti di un pasto (tramezzino+ossa+pelle di pollo) abbandonati lì, senza rispetto, quello dei pannelli realizzati con mosche e larve impastate (Holocaust, Genocide, Typhoid, Aids, questi alcuni dei titoli).
Sembra incredibile, surreale che questo quarantenne artista inglese sia, malgré soi, la dimostrazione vivente della lungimiranza profetica di Ernst Jünger. E chi glielo dice al popolo festante dei Bassolino, dei Caruso, delle Jervolino canterine, che il più dissacratorio, maleducato, cinico, progressista e coccolato artista del mondo è la dimostrazione palese di quanto l’ultraconservatore pensatore tedesco aveva già letto del suo lavoro prima che lui ne prendesse coscienza?

Teste mozzate e scheletri
Damien Hirst è il perfetto rappresentante di questo Ventunesimo secolo, il secolo dove gli artisti, quelli veri, è meglio che restino a dormire. Le sue teste mozzate di vitelli e bardotti, ricoperte da larve di mosca, appiccicate alla pozzanghera di sangue rappreso, le interiora in mostra, i suoi scheletri sparsi qua e là, non sono che una messa in scena asettica, priva di senso artistico, una semplice tavolata di cadaveri, una esibizione di violenza gratuita. È un orrore da supermercato, la dimostrazione di un disagio fine a se stesso. Toni Negri dice (si riferisce a Montesano, ma è uguale..) «Il moderno non si realizza come processo ma come essenza e si offre come risultato. Il disagio è enorme, i danni innumerevoli: ma è così. Il moderno è effettuale anche dove la modernizzazione non lo è». Parole così, tanto per dire, che possono riguardare tutti e nessuno, così come una testa mozzata finirà con avere un senso, prima o poi, da qualche parte, dopo l’indispensabile, immancabile urletto e il brividino alla schiena. Damien Hirst va capito. Appartiene alla cultura del suo Paese, la Gran Bretagna, che confeziona un reality show per la televisione nazionale dove i protagonisti saranno i cadaveri in decomposizione, filmati giorno dopo giorno, fino alla putrefazione. Hirst concepisce e mette in scena le sue trovate amplificando quel gusto, attraendo quel pubblico, giocando quella partita. Diviene quindi inutile dare un senso artistico alle teste mozzate, o alle tele chiazzate con colori centrifugati, o alle interminabili, noiose sequenze di pastiglie farmaceutiche riposte in teche trasparenti, o alla Mini (sì, proprio la loro Mini nazionale, l’utilitaria british) dipinta a pois colorati.

Un gigantesco reality dove ognuno può dire la sua, ognuno può urlare al miracolo giurando di averlo visto, ognuno può salire con facilità sul carro di quelli che capiscono perché sono più “avanti” e aggiornarci in tempo reale, con gli occhi lucidi e increduli sulle quotazioni astronomiche raggiunte in asta da questi cimeli (svariati milioni di euro ciascuno). Un gioco di equivoci concatenati, giustificati solo dall’entità del successo, completamente e tristemente pilotato.
Nel frattempo l’onnipotente miliardario Charles Saatchi, l’inventore e finanziatore di questa Nouvelle Vague sanguinolenta (Hirst incluso), dopo l’ultima fatica espositiva dedicata alla sua scuderia di artisti titolata New blood, ha messo in cantiere un faraonico progetto che si realizzerà in tre fasi, completamente dedicato alla pittura. Addirittura The triumph of painting. Ma come? I primi non erano dei giganti dell’arte perché i secondi non avevano capito nulla?

Ma nel dubbio di non trovare il bandolo della matassa, ammesso che ci sia qualcosa da capire al di là di un semplice tornaconto commerciale, si potrebbe ricorrere a qualche citazione di Negri, uno dei venticinque pensatori più importanti del mondo: «L’arte ha sempre anticipato le determinazioni della valorizzazione: essa s’è dunque fatta astratta percorrendo uno sviluppo reale, creando attraverso l’astrazione un nuovo mondo: per essere un’esperienza ontologica, l’arte non ha bisogno di un essere concreto… Il moderno è quest’astrazione, questa partecipazione del lavoro di ogni singolarità e la sua intercambiabilità. Una comunità astratta».Oppure tornare alla Sentinella del Tempo Ernst Jünger «Credo che l’orrore non possa avere un valore estetico, ma degli effetti estetici. L’orrore ha un effetto salutare che dev’essere tradotto dall’artista come si vede ne L’urlo di Munch. Ci sono delle situazioni che vanno in delle direzioni in cui la speranza ci porta più avanti della paura e del dolore».
Più avanti, dunque, verso il peggio di questo principio di secolo, dove, per il talento, sarà meglio vivere appartato. E per gli altri? Nobel, denaro e cotillons.


22 gennaio 2005

Il cospicuo tormento e la poca estasi di Damien
Una mostra ultrasponsorizzata ma con nulla di nuovo. Concettualismo all’antica e assai poco stupore, larve e squartamenti in quantità

di Adriana Dragoni

Damien Hirst. A Napoli, in questi giorni, ne porta il nome anche l’autobus che fa servizio per i musei e che, semivuoto, passa senza fermarsi agli affollati bus stop normali. Hirst, campeggia, ripetuta, a grossi caratteri, la scritta all’esterno del Museo Archeologico Nazionale. Vi è ospitata The agony and the ecstasy, un’ampia retrospettiva dell’artista inglese. Osannata dagli articoli elogiativi dei giornali nazionali e locali, tanto che vi hanno portato a visitarla anche gli scolaretti della periferia. Perché sappiano che cosa, usciti dal ghetto dove sono emarginati, li aspetta là, nel mondo di fuori, quello più avanzato. C’è Damien Hirst. Cioè una «didascalica disperazione», come avverte, in un suo saggio sulla mostra (Agonia della vita, estasi dell’arte, su Arte dossier, dicembre 2004) Achille Bonito Oliva che, a capo di uno staff di consulenti, assessori e sovrintendenti, organizza tutta la politica artistica della Regione Campania e quindi anche gli “Annali delle Arti”, una serie di eventi di cui questo appuntamento fa parte.

La mostra non ha avuto grande successo. Nonostante il budget pubblicitario, le tante spese per assicurare le opere, quotate milioni di euro, nonostante sia stato messo a disposizione lo spazio del museo. I visitatori sembrano ammirare più l’intelligenza costruttiva delle ampie volte antiche che quella delle opere dell’artista. Manca, tra queste, Resurrection, scheletro messo in croce che l’inglese ha esposto al museo di Teheran. Ma ci sono i ready made, gli oggetti bell’e fatti, di uso quotidiano. Niente di nuovo. Quando, per primo, Marcel Duchamp espose come opere la ruota di bicicletta, lo scolabottiglie e l’orinatoio, si era negli anni Dieci del Novecento. «La Bellezza sta ora nascosta ovunque ci prendiamo la briga di guardare», scriverà, più tardi, John Cage, commentando i ready made genialmente rielaborati dall’americano Robert Rauschenberg fin dagli anni ’50. E tanto copiati, poi, da mediocri artisti.
Ma Duchamp, con il suo piccolo atto rivoluzionario, voleva anche denunciare che opere modeste, per il solo fatto di essere esposte in gallerie o musei, avrebbero potuto essere considerate grandi opere d’arte e pagate a caro prezzo dai collezionisti. Già ai suoi tempi incominciava a delinearsi l’attuale sistema dell’arte mercificata. Quella che lo stesso Achille Bonito Oliva stigmatizzava nei suoi scritti prima degli anni Novanta.

Una star di fama mondiale
L’ampia retrospettiva delle opere di Hirst, star dell’arte mondiale, per paradosso è ospitata nel prestigioso Museo Archeologico napoletano. Quello che contiene, tra le altre cose, la più ricca collezione al mondo di pitture della Magna Grecia. Achille Bonito Oliva spiega che gli oggetti esposti da Hirst, privati, come sono, della loro funzionalità, esprimono, ed è ovvio, la loro inerzia. E aggiunge che sono presentati dall’autore con «uno stile impersonale», con una certa quale «ironia della neutralità». Infatti sono ordinatamente inscatolati in parallelepipedi di cristallo e allineati per strisce parallele, secondo una semplice e rigida geometria. Quella euclidea, in cui l’inglese si dimostra attardato.
Il messaggio, non si sottrae Hirst ai dettami della moderna “arte concettuale”, c’è. È univoco. Ed è facile da comprendere. Le opere appaiono illustrazioni di frasi, già più volte ascoltate, di un dettato culturale politicamente corretto. Frasi che l’artista ripete più volte secondo i riti provocatori di una trita avanguardia. Quella che continua a predicare lo scardinamento del mondo occidentale anche ora che questo nostro mondo è scardinato, cosicché in effetti gli si adegua. Rivelandosi più conformista che mai.

Scatolette vuote, inutili, di medicinali sono esposte in vetrine da farmacia, a prendere il posto di edicole sacre. L’Occidente è malato. E quasi a enumerare i suoi mali Hirst intitola Aids e con altri piacevoli nomi alcune sue opere. Semplici quadrati tutti neri, simili a quelli che già il russo Kazimir Malevic, negli anni Dieci del Novecento, espose, dissacranti icone, per esaltare l’antinaturalistica (il quadrato non esiste in natura) razionalità dell’uomo nella nuova, allora, era rivoluzionaria. Quelli di Hirst sono tutti ricoperti – e in ciò consisterebbe l’originalità – da insetti morti. Schifosi. Ancora insetti in un’altra opera. Una teca di cristallo divisa in due reparti da un vetro bucato. In un reparto ci sono larve vive, che diventano insetti e poi passano nell’altro reparto. Qui un gigantesco moschicida elettrico li attrae e li uccide. È una chiara allegoria della sorte degli esseri viventi.
E poi numerose teche di cristallo che contengono animali, messi, tutt’interi, in formaldeide. In altre teche gli animali, sempre in formaldeide, sono invece fatti a pezzi. Sezionati con netti tagli verticali e paralleli, come fossero cose, pezzi di legno, salami. Fu quest’ultimo genere di opere che, nel 1984, portò Hirst, allora ventenne, alla fama. Gli animalisti protestarono. La cosa fece scalpore. I critici e gli intellettuali à la page lo osannarono come grande artista e maître à penser.

Un’altra opera consiste in due lettini chirurgici, inscatolati nelle solite teche di cristallo e accostati per il lungo. Su questi lettini, due lenzuola suggeriscono le sagome di figure umane. Solo una mano inscheletrita esce da sotto un lenzuolo, tra i resti di uno spuntino che qualcuno cinicamente proprio lì ha consumato. Ma il cinismo è dell’artista che, con uno stile falsamente asettico, volutamente ha scelto di mostrarci queste «citazioni inscatolate di violenza, crudeltà e morte» (A.B.O.). Affinché noi provassimo ribrezzo. E, pur scoprendone il gioco perverso, un certo ribrezzo lo proviamo. Il titolo dell’opera? Adamo ed Eva. Le figure emblema di tutta l’umanità sono quelle di due cadaveri, isolati in teche di cristallo.

Della vita e della morte
Della vita e della morte, i due poli dell’esistenza umana, Hirst preferisce il secondo. Manca la vita. Manca la passione, che è vita. E che è sempre riconoscimento degli altri e/o dell’Altro. Con perspicacia A.B.O. scrive che l’inerzia delle opere di Hirst sembra suggerire «l’inerzia del soggetto produttore dell’opera». Di un uomo anaffettivo, un uomo senz’anima. Un egotico che, guardando dentro di sé, ha trovato solo il suo ego, fatto di nulla, e che si è sforzato di cercare il successo nell’arte, dimenticando l’Arte.
Così stando le cose, quella «paralisi», quell’«assenza di vita» che A.B.O. definisce «prodotto dell’arte» di Hirst, potrebbero essere considerate piuttosto il prodotto di un fatto che riguarda la psicologia e la sociologia. Ma «l’arte è retorica» (e pure la critica) aggiunge A.B.O., che continua: l’arte di Damien «è il linguaggio che eleva a morte superiore la morte inferiore del quotidiano». E, riprendendo pari pari frasi da lui stesso scritte a proposito della Transavanguardia, gli attribuisce oscuramente «un progetto dolce». E ricorre alla filosofia. Cita il controverso Nietzsche, forse un po’ a sproposito. E cita, a proposito, Heidegger, quello che «aveva confermato l’ineluttabilità del destino». E che, come Hirst, aveva considerato l’inanità delle apparenze, di quell’immanente e cangiante realtà, l’unica di cui abbiamo esperienza, chiedendosi, secondo il razionale principio di causalità, il perché della vita e postulandolo in un vuoto che ai sensi non risulta. Ma può un’arte, figurativa, pretendersi grande e duratura limitandosi a comunicarci una ideologia nemica, nostra e delle immagini, cioè a dirci pulito pulito che questo nostro mondo è inutile?

Un mortifero messaggio
The agony and the ecstasy, ma l’estasi dov’è? Per trovarla, giacché questa civiltà è malata, Hirst si rifà rousseauvianamente all’infanzia. Ed ecco i giochini infantili, i colori di girandole caleidoscopiche, le tantissime pillole colorate che sono messe ordinatamente in fila, secondo linee parallele, euclidee, per affermare la perfetta uguaglianza, anch’essa “politicamente corretta”, di tutte loro. E non poteva mancare il suggerimento dell’ Oriente, con la copia di mandala ingigantiti ma leggermente modificati, in modo che perdono la loro complessa armonia.
Nell’ultima sala, finalmente, la rappresentazione di un uomo. Raffigurato come il semplicistico razionalismo scientista di Hirst poteva immaginarlo. L’inglese non ha osato tagliarlo a pezzi, forse qualche futuro artista lo farà, come ha tagliato il maiale, la mucca e lo squalo. Ma ne ha costruito un manichino, del tipo che si trova nei laboratori scolastici, che mostra scoperti cuore, fegato e budella, il suo meccanismo interno. Quest’uomo non è altro che materia. È un enorme pupazzo, con i colori di un bambolotto di plastica. Ma è di metallo e talmente pesante che, per reggerlo in piedi, si è dovuto fin trapanare il pavimento antico.

La perfezione dell’esecuzione è una qualità richiesta a quegli artisti attuali, come Hirst, che evidenziano il prevalere, nel mondo moderno, della tecnica e postulano, lamentandosene, la sua prevedibile esattezza. Eppure proprio l’opera di Hirst mostra le pecche del suo postulato. Nonostante i bravi tecnici inglesi, l’imprevisto è entrato in azione: alcuni oggetti si sono rotti, un agnellino in formaldeide si è messo, chissà perché, a testa in giù, gli insetti nella teca di cristallo muoiono, e sono ammucchiati lì per terra, prima di arrivare nel reparto del moschicida elettrico e perfino un infantile gioco da luna park si è inceppato. La vita vera ha scompigliato la finzione di un’arte falsa. Alla fine, tutti questi oggetti appaiono concettuali vanità intorno a un mortifero messaggio.
Ma basta uscire dalle sale della mostra per trovare, due metri più in là una sintetica citazione della vita e della morte. L’autore è ignoto ma ci parla ancora, dopo duemila anni. L’opera è un sarcofago antico. Al centro della fiancata, tra motivi ondulati, c’è la verticalità di una semplice e misteriosa porta. Leggermente socchiusa. Come da un soffio (in greco ànemos). Potrebbe passarvi solo un corpo molto sottile. Sottile come un’anima.


20 novembre 2004

Warhol: un mito dissoluto e inutile del '900
Un pittore che non dipingeva, uno scrittore che non scriveva, un protagonista assoluto che non parlava mai, non toccava né si lasciava toccare, un collezionista di anime che lasciò dietro di sé una tragica scia di disperazione e morte. Rubò agli altri, illudendoli e umiliandoli. È santificato in nome della trasgressione

di Ludovico Tadei

Con la mostra alla Triennale, The Andy Warhol Show, la città di Milano celebra una delle figure più importanti dell’arte del Novecento. Dal punto di vista strategico Milano recupera un ruolo importante decidendo l’utilizzo (definitivo?) degli splendidi spazi della Triennale anche per esposizioni d’arte contemporanea.
Lo fa nel modo migliore, risparmiandoci la noia mortale dei bimbi impiccati, l’inutilità dei video senza-capo-né-coda, il fintoshock delle violenze gratuite o della pornografia a buon mercato, il già visto del concettual-supponente, ormai indispensabili perché graditi ai salotti radical-chic, veri tenutari del variopinto Sistema dell’Arte Contemporanea.

La mostra ben risponde al mix che garantisce affluenza di pubblico, buona visibilità sulla stampa, internazionalità del nome esposto, tocco di effimero indispensabile per i palati modaioli e à la page. Milano torna dunque a essere importante per Warhol – che non amava l’Italia per l’insistente ricerca di contatto fisico degli italiani – dopo la personale del 1987 alla Galleria del Credito Valtellinese, l’ultima, inaugurata pochi giorni prima della morte, che lo colse a New York il 22 febbraio di quell’anno (The Last Supper, l’unico, enorme quadro che costituiva la mostra – 300 x 640 cm – è stato aggiudicato in asta a NY il 12 maggio 2004 alla cifra di 2 milioni e 461.200 dollari). In soldoni The Andy Warhol Show è una mostra facile e divertente, con un titolo azzeccato, che accontenta sostenitori e detrattori dell’artista, evidenziandone pregi e difetti. L’allestimento è effervescente, come sarebbe piaciuto a Lui, con sala multimediale, proiezioni a soffitto e riproduzione evocativa del mitico sofà della Factory, covo della banda Warhol per molti anni (aderenza storica avrebbe voluto un utilizzo del divano più rispondente ai fatti per come si svolsero realmente, con ammucchiate a ripetizione e il vate-Warhol sulle punte, intento a filmare e fotografare i dettagli, fin nei minimi particolari… ma la storia, soprattutto se scomoda, si sa, va addolcita).

Epigono delle avanguardie
Come altre volte, in occasione delle innumerevoli esposizioni dedicate in mezzo mondo all’artista americano, forse sarebbe bastato commentare l’evento con le solite domande: se fosse giusto o meno far eseguire le opere dagli assistenti, se la loro esecuzione in serie non togliesse loro valore, se il marketing esasperato avesse poco a che fare con l’arte e giù giù fino alle esauste osservazioni sulle cricche del mercato dell’arte, alle lobby, al bluff delle avanguardie. Già fatto, già detto, già scritto mille volte.

Andy Warhol è di certo un artista basilare nel panorama mondiale del secondo dopoguerra e lo è soprattutto per una cosa. Fino ai primi anni ’50, gli artisti americani erano venuti in Europa soprattutto in visita, a imparare e osservare cosa avessero prodotto e suscitato le Avanguardie (il Futurismo, il Cubismo, il Dadaismo, l’Espressionismo, il Surrealismo contribuivano in modo decisivo a elaborare un gusto) così come gli artisti di area tedesca venivano invece spediti a Villa Romana a Firenze a impregnarsi di Rinascimento, di Bellezza, di misura.
Con la Pop Art (ricordando che fu anch’essa un’invenzione europea, nata in Gran Bretagna, dove nel 1954 il critico Lawrence Alloway ne coniò il termine), gli Stati Uniti d’America rivendicarono per la prima volta la loro visione del mondo: mercantile, effimera, facilmente comprensibile. Si tratta di un atteggiamento anticulturale a volte ingenuo, a volte superficiale, ma coraggioso. Agli inizi, dal 1958 al 1962, il nucleo principale della Pop venne massacrato dai media americani: Rosenquist era descritto come: “Il pittore di cartelloni”, niente più di un pubblicitario specializzato (Time), Lichtenstein “L’uomo dei fumetti”, “Il peggior artista degli Stati Uniti” (Life), Warhol “Il tizio della minestra (Campbell)”. In realtà il grande merito di questi artisti fu quello di sprovincializzare l’America dall’interno, rompendo canoni superati e figli della parte peggiore della mentalità puritana, immobile e retrograda.

In ultima istanza, la Pop Art non fu che la personalizzazione di un’intuizione altrui (quella inglese), un’orgogliosa rivendicazione di americanità genuina che rimetteva il gusto yankee al centro della scena, senza nessun complesso d’inferiorità per l’assenza di una memoria storica remota. Lo riportava al passo con i tempi e con il sistema consumistico, sviluppatosi in modo incredibile nel secondo dopoguerra. Mancava solo la consacrazione internazionale, che partì proprio dall’Europa, con l’attribuzione nel 1964 del Primo premio della Biennale di Venezia a Robert Rauschenberg, forse il meno pop del gruppo (di fatto New-dada), ma riconducibile a quell’ambiente.
In pratica, da questo momento, il baricentro dell’arte mondiale si sposta oltreoceano, divenendo, negli anni, una vera e propria egemonia culturale.

Andy Warhol diventò il massimo rappresentante di questa tendenza. I suoi soggetti sono gli eroi dei film (Marilyn Monroe, Liz Taylor, Marlon Brando), dei fumetti (Dick Tracy, Batman, Topolino, Braccio di Ferro), dei rotocalchi (Jackie Kennedy, Mao Zedong, Elvis, Che Guevara), i protagonisti del jet set internazionale (Armani, Marella Agnelli, Krizia, Liza Minnelli), oppure i prodotti commerciali innalzati a oggetti di culto (l’hamburger, la Coca e la Pepsi, la zuppa Campbell, il sapone Brillo, il Dollaro). Sono la rappresentazione delle icone popolari care alla gente che s’incontra per strada, le cose e i personaggi di cui tutti sono in grado di parlare almeno per un attimo, magari per sentito dire, senza particolari coinvolgimenti.

L’arte? Di far soldi
Il motivo che consente di includere di diritto Andy Warhol tra le figure artistiche determinanti del suo periodo è quello di aver precorso i tempi e il gusto diffuso della società, di aver indicato con decenni di anticipo quelle che sarebbero diventate le abitudini collettive. Le peggiori, purtroppo. Ha anticipato la diffusione di un arrivismo senza scrupoli, del cinismo spietato verso il prossimo, ha esaltato l’insensibilità, l’attaccamento morboso al denaro, l’uso sistematico e irresponsabile della droga, l’abuso della pornografia, l’invidia per il successo altrui, il rifiuto continuato di sé, capovolgendo in negativo il concetto di autostima e consapevolezza, ha predicato la ricerca disperata e caparbia della popolarità a ogni costo e il suo utilizzo strategico per ricattare il prossimo. Ha elevato a sistema assoluto l’inutile, il dannoso, il crudele, l’ovvio, il deviato, il negativo, l’anaffettivo. Questa è una verità scomoda, indigesta, specie dopo aver sorbito passivamente per decenni lo sciroppino di un Warhol effimero e divertente, un po’ svitato, ma compagnone.

Ed è sconveniente rimettere in gioco il gigantesco lavoro di taglia-e-cuci durato trent’anni per lasciar affiorare solo le componenti politically correct del personaggio. Andy Warhol, malauguratamente per il seguito di cui gode, fu però osannato e convinto precursore di questa squallida concezione del mondo e del prossimo.

Il riscatto dei Warhola
Nato di due chili di peso (alle 6.30 del 6 agosto 1928), soggetto a esaurimenti nervosi fin dall’infanzia, soprannominato “chiazzato” dagli altri bambini per la perdita progressiva del pigmento della pelle, Andy sviluppa, sotto l’ègida della madre Julia, una precoce intelligenza che lo fa divenire la speranza di riscatto della famiglia Warhola, composta da padre, madre e tre fratelli, immigrati slovacchi, minatori durante i terribili anni della Grande Depressione. Nel 1949, dopo la laurea al prestigioso Carnegie Institute di Pittsburgh, eccellente Università dove Warhol diventa una figura di spicco, si dirige su New York con il compagno di studi Philip Pearlstein che diviene, in breve tempo, un artista di successo. Andy ha enormi mezzi da esprimere nel mondo della pubblicità, è richiestissimo e guadagna già cifre importanti. Ma soffre (e diverrà il suo cruccio) di non essere apprezzato in qualità di artista, come l’amico.

Per contro, una volta che la madre lo raggiunge a NY (stabilendosi nella stessa casa con i sei ballerini conviventi) le affida l’organizzazione del primo sistema per far soldi sfruttando le capacità altrui. Casa Warhol è un porto di mare, dove i colleghi più talentuosi mangiano i biscotti fatti in forno da mom, bevono in abbondanza, si divertono, guardano la tivù, ma lasciano, sollecitati da ms. Warhola, cataste di idee abbozzate, divertenti slogan in libertà, osservazioni grafiche ludiche e innovative, da rielaborare e personalizzare. Per il suo fare dimesso, la sua presenza-assenza, l’istinto naturale nel farsi considerare innocuo per il suo aspetto fisico macilento, la sua capacità di far sentire gli altri a proprio agio, la sua passiva sfrontatezza, Warhol è già un perfetto plagiatore e monetizza da subito questa potentissima inclinazione.

Manca solo il salto di qualità: deve diventare un artista a tutti gli effetti. Si dedica a questo progetto con fanatismo maniacale, investendo, da perfetto uomo di pubblicità, innanzitutto sulla propria immagine. Deve migliorare il look, così, dopo aver cambiato cognome, si farà ricostruire il naso e indosserà un parrucchino. Prima sobrio e ridotto, poi ingombrante e pittoresco, argentato, surdimensionato. Gli servono poi nuovi contatti per raggiungere il mondo che conta, lo Star System. Poco più che ventenne, seleziona con attenzione tre figure tra gli omosessuali di successo purché raggiungibili, da conoscere e circuire: gli scrittori Truman Capote e Jean Cocteau, il fotografo-scenografo Cecil Beaton. Dopo un corteggiamento asfissiante durato mesi, fatto di appostamenti interminabili davanti alla porta di casa e una lettera d’amore al giorno, si fidanza con Truman Capote, conosciuto, guarda caso, in una galleria d’arte. È il 1951. L’anno seguente la Hugo Gallery espone 15 disegni eseguiti da Andy per illustrare un libro di Truman. Negli anni successivi consolida la figura di pubblicitario a NY, diventando un punto di riferimento. Situazione ottimizzata con la fondazione, nel 1957, della Andy Warhol Entreprise Inc.

Da questo momento Warhol, ricco e conosciuto, si dedica all’arte. Diventa assiduo frequentatore dell’ambiente che gravita attorno alla galleria di Leo Castelli, mitico personaggio di origini italiane che fu per trent’anni il polo di riferimento per l’arte americana. Nel 1958 rimane colpito dalle mostre di Robert Rauschenberg e Jasper Johns. Questi due artisti New-Dada operano una sintesi originale tra grandi novità pittoriche e un retroterra compositivo dadaista di derivazione europea (fatto di assemblaggi, accostamenti provocatori, utilizzo di materiali di scarto...).
In quegli anni anche in Francia andava sviluppandosi questo «Nuovo approccio percettivo al reale», come lo definirà il critico Pierre Restany teorizzando le opere dei Nouveaux Réalistes . Si tratta quindi di una temperatura comune, risolta da Johns e Rauschenberg con gusto prettamente americano nei soggetti, spesso al limite del kitsch, con una forte inclinazione per l’utilizzo di oggetti commerciali e d’uso quotidiano.

La mitica cinepresa 16mm
Andy Warhol osserva e coglie l’attimo giusto. Si tratta di forzare ulteriormente la valorizzazione del Made in USA. A ripetizione propone le Coca-Cola, il Dollaro, Marilyn, Elvis, Batman… aumenta vertiginosamente la sua popolarità e alza il tiro, rilancia oltre sentendo che il grande momento è arrivato. Nel 1963 azzarda le serie dedicate alle sedie elettriche, agli incidenti stradali, agli scontri tra polizia e manifestanti, rende sistematico l’utilizzo della serigrafia per ottimizzare il contributo degli assistenti e moltiplicare il numero delle opere, compra la mitica cinepresa da 16mm. con cui gira i primi film: Sleep, Normal Love, Job, Eat, Kiss e soprattutto Blow Job. Incontra il giovane poeta Gerard Malanga che si rivelerà decisivo per il suo futuro (anche se Gerard non lo saprà mai). È l’anno della Factory.

Verso la fine del ’63, al 231 della Quarantasettesima strada Est a Manhattan, Warhol occupa il quarto piano di un edificio industriale dismesso (un loft 9 x 30 metri alto circa 6), lo riveste d’argento (l’idea è di Gerard) e lo fa diventare la base operativa, di fatto anticipando di qualche anno altre, diffusissime esperienze di aggregazione giovanile legate alla cultura hippy e alle mitizzate comunità californiane dei figli dei fiori. È l’esaltazione del rito collettivo, della tribù spensierata e sonora, della vita vissuta pericolosamente e senza regole, della trasgressione assoluta e incontrollata. Dal ’63 al ’67 la porta della Factory è «Sempre aperta ed è un andirivieni di sballati… una catena di montaggio di arte, sesso, droghe e cinema» scriverà una adepta nelle sue memorie.

Billy Name, il fotografo ufficiale della banda, se ne sta chiuso da mesi in camera oscura, sepolto vivo, è coperto di piaghe e puzza di cadavere. Eric Emerson va in giro vestito da rodeo, con cappello da cow-boy, fazzoletto nero al collo e panciotto in pelle, non porta pantaloni ed esibisce i suoi genitali spruzzati d’oro. C’è Ondine, “il Papa”, uno sballato anfetaminico loquace e affabile, che annota in un diario la droga che assume. Sarà il protagonista di A, primo libro pop di Andy, che consiste nella estenuante registrazione per 24 ore di queste confessioni. Taylor Mead, poeta, vagabondo, clown, lo schettinatore della Factory che volteggia con una radiolina appesa fra le gambe, «Già gay a nove anni», per sua orgogliosa ammissione. C’è Gerard Malanga, generoso, talentuoso assistente-tuttofare di Andy dal ’63 al ’70: pittore, poeta, danzatore, spogliarellista, modello, fustigatore (in senso reale), regista, reclutatore di bei figlioli, fotografo. Decisivo per l’organizzazione della produzione in serie delle opere, sottopagato a un dollaro e 25 l’ora.

Orge e droga
L’obesa ereditiera Brigid Polk, perennemente in topless, gelosissima del suo book di autografi sul quale i frequentatori hanno disegnato il loro pene autografandolo. Intoccabile e sempre tollerata in quanto figlia di Richard E. Berlin, presidente della Hearst Corporation, deambula per la Factory con una busta piena di pillole al collo a disposizione dei visitatori: Duenol, Obetrol, Seconal. C’è Edie Sedgwick, la divina. Esordisce nel film di Andy Vinyl nel ’65 (e così lo ricorda «Verso la fine erano tutti fatti. È terminato tutto in un’orgia, tutti a farsi sul divano, in corridoio, sul tetto. Andy era impassibile, masticando meccanicamente il suo hamburger mi ha detto “Muoviti senza cercare un significato”»), è bellissima e diviene subito una icona pop, una star del mondo underground. Corteggiata e contesa dalle redazioni glamour del mondo della moda, è il grimaldello dell’onnipresente Warhol in questo settore. Bob Dylan le dedica la canzone Blonde on Blonde. Come tutti gli accoliti della Factory, anche lei fa uso sregolato di droga e la sua parabola dura solo un anno.
Nel ’66 Andy, ottenuto il suo scopo e nello stesso tempo diventato geloso della popolarità, le costruisce su misura il film My Hustler (la mia marchetta), per poi escluderla dal cast senza motivo, distruggendola psicologicamente (ma raccomandando a una sua fedelissima di filmarla in caso di overdose). Due anni dopo Edie pesa trenta chili, il suo conto in banca è in rosso di 80mila dollari, si nutre di anfetamine. Muore nel ’71, a ventinove anni, irriconoscibile, deformata dalle droghe.

Un altro grande talento della Factory è il formidabile Freddy Herko, attore eccezionale e ballerino nato. Quando si lancerà, mimando un passo di Nijinski in preda all’LSD, dal quinto piano di un palazzo, il commento di Warhol sarà: «Che disgrazia, non abbiamo potuto filmarlo». Seguendo le ricostruzioni dettagliate della vita della Factory di quegli anni, grazie a una verifica incrociata delle molte memorie dei pochi superstiti, si scopre che Andy Warhol, negli anni della massima affermazione come artista, delegava agli assistenti coordinati da Malanga la selezione dei soggetti, l’impostazione delle opere, la realizzazione e la firma finale, cui si dedicavano, a rotazione e in modo del tutto dissacratorio, in molti.
Anche la celeberrima serie dei ritratti dedicati ai potenti del jet set (25.000 dollari, di allora, ognuno) avveniva senza il minimo intervento di Andy. La retribuzione di Gerard, nel frattempo, restava sempre un dollaro e 25 l’ora.

Il voyeurismo di Andy lo porta perennemente dietro la sua Bolex 16mm. per la quale ha una vera infatuazione. Infatti, essendo terrorizzato in modo patologico dal contatto fisico, al punto da non voler avere nessun tipo di rapporto diretto nemmeno con le “sue” opere, il “filtro” datogli dalla cinepresa lo inebria rassicurandolo. Nonostante lo strategico opportunismo dei media e della critica che hanno evidenziato soprattutto le opere pittoriche, Warhol si sentiva soprattutto un cineasta: per ambizione, passione, coinvolgimento, tempo dedicato (escluso quello impiegato per le imperdibili, succulente pubbliche relazioni), secondi fini (un film “cattura” molto più di un quadro). Mentre per la pittura provava disinteresse, quasi disgusto, per i film decideva il soggetto, dirigeva il casting, pilotava personalmente ogni scena. Ma si discute solo della pittura perché come cineasta fu semplicemente impresentabile.

Le cose che si drizzano
Il film-culto di Andy Warhol è Blow Job (la fellatio dei latini) del ’63. Per 35 minuti viene inquadrato il volto di un uomo percorso da impercettibili espressioni: nelle prime inquadrature si è intravisto un altro uomo inginocchiato davanti a lui. La critica impegnata del tempo ci vide una evocazione trasgressiva dell’Eucarestia, in realtà si trattò di una demistificazione dell’amore, con una agghiacciante estraneità tra i due soggetti che si applicavano in un atto omosessuale nella più completa indifferenza, dando la priorità all’umiliazione dell’uno sull’altro. Il senso profondo del film è nella dichiarazione di Andy: «Mi piacciono le cose che si gonfiano e si drizzano». Come protagonista (nelle memorie di Ultra Violet) si accenna a un “finocchio a pagamento” fermato per strada all’ultimo momento, avendo declinato l’invito l’attore Charles Rydell dopo aver saputo che la trama consisteva in una fellatio procuratagli da cinque ragazzi.

“Imperdibile” anche il film Horse che, nelle intenzioni artistiche di Warhol, avrebbe dovuto sviscerare il basilare tema della omosessualità western. Si trattava dell’accoppiamento sessuale di quattro ragazzi con uno stallone noleggiato ad hoc e drogato con nitrito di amile “sparato” nelle narici. Warhol, preso da raptus creativo “gira” anche l’epilogo in cui il cavallo si libera di uno dei “corteggiatori” scalciandolo in faccia e gli altri, in preda all’eccesso di droga e alla eccitazione per la vista del sangue, sbattono la testa volontariamente sul pavimento. Il retroterra sub-umano del reclutamento degli “attori” non è meno infame dei film girati. In realtà Warhol promette “i quindici minuti di celebrità” decine di volte al giorno, per “raccattare” relitti disponibili a giochetti simili. L’attore underground Taylor Mead, protagonista di Lonesome Cowboy e Nude Restaurant, confesserà a Ultra Violet, una delle muse di Warhol, ex-fidanzata di Salvador Dalì, il suo rifiuto a “girare” ancora, in quanto «per essere scelto dovevi essere completamente distrutto».

Solo così Andy riusciva a ottenere qualsiasi cosa, gratis. La realtà era che film costati pochi spiccioli incassavano anche 500mila dollari (Chelsea Girls), e che Andy prometteva fama e visibilità ma si teneva denaro e titoli dei giornali. Alla faccia della emancipazione della nuova società nascente, quanto alla libertà e alla parità dei ruoli e dei sessi, la Factory non garantiva affatto. Tutte le funzioni principali erano delegate agli uomini: dalla cassa comune per le piccole spese correnti, alla consegna delle chiavi, al reclutamento dei collaboratori, ai contatti costruttivi, tutte le funzioni erano rigidamente, ostinatamente mantenute in mani maschili. Molte testimonianze ribadiscono che «anche questo è un mondo maschile, un mondo maschile omosessuale». Per questo motivo (e fors’anche per raggiungere quei famosi “15 minuti di celebrità” garantiti da Warhol a tutti) il 3 giugno 1968, Valerie Solanas, leader dello SCUM, Society for Cutting Up Men (Società per l’eliminazione degli uomini) gli sparerà a bruciapelo, ferendolo in modo grave. Anche la Solanas stava entrando nella sua orbita.
Definita «una bottiglia d’acqua calda con le tette», aveva incuriosito Andy che pensava di monetizzarne l’indole violenta, oltre ai deliranti proclami.

Celeberrima e premonitrice la frase di Warhol, ma non applicabile agli sventurati che gli furono accanto: nessuno infatti disse loro che, “passati i quindici minuti”, ci avrebbero lasciato la pelle. Edie Sedgwick, la divina, morta a 29 anni deformata dalle droghe; Truman Capote stroncato dall’abuso di stupefacenti e alcol; Eric Emerson, playboy bisessuale, padre di quattro figli, trovato morto per abusi di vario tipo a trent’anni; Jackie Curtis, attore, morto di overdose; Candy Darling, transessuale, morto/a per abuso di iniezioni di ormoni; Nico, musicista, morta di emorragia cerebrale, dopo una caduta in stato d’incoscienza; Mario Amaya, critico e giornalista, malato di AIDS, morto di polmonite; Gregory Battcock, attore pornozoofilo, assassinato; Tiger Morse, stilista, «la prova vivente che lo Speed non uccide», fulminato da overdose; Freddy Herko, ballerino, suicida per abuso di LSD; Mickey Ruskin, collezionista, morto di infarto per abuso di cocaina; Ingrid Superstar, attrice porno, dichiarata inferma di mente; Roberto Scull, uno dei maggiori collezionisti di Pop Art, morto di diabete, con complicanze per abuso di LSD, cocaina, quaalud, speed, oppio; Barbara St.John, collezionista, tossicodipendente, trovata assassinata a coltellate dal figlio di quattro anni; Taxi, modella preferita di Andy negli anni ’50, consunta dalla droga; Andrea Wips Feldman, fidanzatino di tutti, si lanciò a 24 anni da un grattacielo stringendo a sé Bibbia e rosario; Sam Wagstaff, amico e frequentatore abituale della Factory, morto di AIDS; Jon Jay Gould, fedele di Andy, morto di AIDS a 33 anni; Tom Baker, attore, morto di overdose da speedball il giorno del suo compleanno; Charles Ludlam, produttore teatrale, morto di AIDS; Tinkerbelle, collaboratrice della rivista Interview, si gettò dal quinto piano, urlando di essere posseduta dal demonio; Sandy Marsh, attrice e modella, tossicodipendente da vent’anni, si gettò a piedi uniti dal ventottesimo piano; Divine, attore transessuale di centotrentacinque chili di peso, protagonista di Pink Flamingos, dove, per i suoi 15 minuti di celebrità, accettò di mangiare escrementi di cane durante le riprese, morto d’infarto per abusi; Jean Michel Basquiat, grande talento, pittore, tossicodipendente, morto suicida per overdose, distrutto psicologicamente dalle gelosie di Andy.

E le decine, centinaia di disperati tenuti mesi, anni in lista d’attesa per un film, per un’orgia, per un party a base di droghe, per una semplice serata alla Factory, per una foto di gruppo, bruciati dalla promiscuità sessuale, dall’AIDS, dalla depressione suicida da psicofarmaci, da violenze carnali, consunti dall’inedia, dall’inutilità della loro vita, dalle migliaia di promesse quotidiane del vate silenzioso dalla parrucca argentata, dal passo felpato.

L’artista della morte
Un pittore che non dipingeva, uno scrittore che non scriveva, un protagonista assoluto che non parlava mai, non toccava né si faceva toccare da nessuno, diceva di non avere una lira in tasca, un bimbo viziato che accumulava nella casa condivisa con mamy montagne di oggetti inutili, pagati una fortuna purché «non fossero acquistati dai collezionisti che ambivano a completare le loro collezioni», che voleva trasformare la vita in morte filmata, i film in celebrazioni di nonvita, di abiezioni e umiliazioni sessuali impensabili. Uno che non poteva che diventare l’artista della morte, per la sua carnagione cimiteriale, per la sua fissità espressiva, per la non-vita che condusse, per la strage attorno a sé che seppe perfezionare con cinismo, per la patina gelida del suo distacco dal mondo, per la sua negazione non solo agli affetti, ma anche ai semplici, elementari rapporti, per i talenti generosi che seppe identificare e distruggere in modo sistematico, per la sua innaturale, inumana inespressività, per la sua freddezza, per il distacco con cui riusciva scientificamente a illudere, umiliare, gestire le vite altrui.
Un artista che sovvertì a tal punto i concetti e i valori, da rendere impossibile (forse inutile) una ricostruzione di quel che fece da quel che riuscì a rapinare agli altri, di quel che pensò realmente, da quello che gli attribuirono costruendone il personaggio.


17 luglio 2004

La morte dell'arte nata morta
Corpi plastinati, scheletri, cristi crocifissi, curatori e critici compiacenti, ma anche finti artisti: così si fonda l’art system e l’estetica dell’orrido. Tanta furbizia, molta ideologia, sono le chiavi per il successo. Ma perché una minoranza rumorosa e vendicativa è riuscita a conquistare il potere e a trasformare l’arte in un bacino elettorale? Perché sarà determinante alle prossime elezioni? Per capire provate a leggervi il Complotto di Tirana

di Angelo Crespi

Quando nel 2001 Marcelo Gavotta e Oliver Camping due artisti in incognito, pare snobbati dal sistema dell’arte, riuscirono, con “Il Complotto di Tirana”, a smascherare davanti al mondo intero il farlocco sistema critico, economico e mediatico legato alla fascia trendy dell’arte contemporanea, molti sperarono in un ridimensionamento dei guru che avevano imperversato fino a quel giorno. Invano.

Per i non addetti ai lavori, si ricorda di come un finto Oliviero Toscani (l’artista-fotografo assunto a notorietà internazionale per le campagne pubblicitarie di Benetton) attraverso ripetute lettere d’insulti inviate a Giancarlo Politi (deus ex machina della rivista Flash Art), riuscisse a ottenere a tal punto la sua fiducia da essere invitato come curatore alla Biennale di Tirana, organizzata dallo stesso Politi.
Il finto Toscani per l’occasione inventava letteralmente quattro artisti , inventava le loro opere, i loro percorsi artistici e soprattutto trovava il modo di propinarli al super-esperto, titolare della prima rivista d’arte in Europa, com’egli stesso ama definirla, che li invitava immediatamente ad esporre a Tirana, con «I migliori artisti del mondo».

La nigeriana Bola Ecua, l’arabo Hamid Piccardo (autore di una performance ad Algeri titolata Les enfants de Osama), l’italiano Carmelo Gavotta (e-mail c.a.g.a.@libero.it), lo slavo Dimitri Bioy (che scaricava siti porno-pedofili, pubblicati poi sul catalogo della mostra), diventavano quindi autentiche promesse del panorama internazionale, senza alcuna verifica (sembra incredibile), senza essere altro che nomi vuoti, inventati, appiccicati a una donna nera, a un arabo violento, a un meridionale arrabbiato, a uno slavo deviato. Unico, indispensabile, insindacabile merito comune a tutti, l’essere promossi dal fotografo di fama (già invitato ad esporre, anni prima, dalla moglie di Politi, alla Biennale di Venezia, con un noioso, scontato, datato lavoro in cui venivano affiancati i giganteschi primi-piano di peni e vagine di tutte le fogge e di tutti i colori), con probabile sponsorizzazione Benetton (ventilata ad arte in una delle sopracitate e-mail) ed esporre violenza, sesso, devianza provenienti dai Paesi-ghetto del mondo.

Già queste indicazioni potrebbero far gridare a una forma di razzismo mascherato (sempre di razzismo si tratta), a un gioco al massacro in cui esistono passaggi preordinati da cui non si può prescindere per avere visibilità dal Sistema, governato dai soliti noti, nei soliti modi, con la solita serietà e la solita competenza. Ma forse il peggio doveva ancora venire. Scoppiata la beffa, con querela da parte del vero Oliviero Toscani nei confronti di Politi («Quando mi sono arrivati catalogo e rivista non ci volevo credere… ero all’oscuro di tutto») questi, non contento della figura barbina planetaria, ribadiva il suo interesse per l’artista-porno-pedofilo Dimitri Bioy, aggiungendo che c’erano già gallerie interessate al suo lavoro e a quello degli altri. In seconda battuta, parzialmente resosi conto della gravità dell’accaduto (probabilmente per la causa penale per nocumento all’immagine intentatagli da Toscani), chiamava a raccolta gli amici per farsi dare una mano. Su Flash Art veniva invocato l’artista Maurizio Cattelan perché si assumesse la paternità dell’intero “Complotto di Tirana” (cosa questa che, se fosse andata in porto e bastava un nonnulla, sarebbe divenuta probabilmente una delle pietre miliari dell’arte del nuovo millennio e un’intuizione artistica per cui poter ululare felici nelle notti di luna piena).

Ma come spesso accade, Politi restava solo al comando della nave e si limitava a un piagnisteo sommesso: «A me interessa solo entrare in contatto con quello splendido artista che è il falso Toscani. Oliver, se ci sei, fatti vivo».
Dal settembre 2001 una impenetrabile cortina fumogena, la solita, si è alzata per non diffondere la notizia del “Complotto di Tirana”. Flash Art ha mantenuto la propria credibilità, anzi l’ha vista aumentare vistosamente e Politi, già pochi mesi dopo, si fregiava di quella mostra come di un evento da cui prendere esempio per serietà e lungimiranza organizzative nel silenzio di centinaia di piccoli, piccoli addetti ai lavori, critici part-time, curatori a caccia di consenso, giornalisti disciplinati, galleristi subordinati, artisti cottimisti.

Politi, Bonami e un sistema alla sovietica
Ma il capovolgimento sistematico della realtà non è né una novità né una improvvisazione creativa. È esistito nella storia e persiste tuttora nella società un agguerritissimo centro di potere mediatico che utilizza il vecchio (ma, in questo specifico compito, assolutamente ben oliato) sistema sovietico per creare bacini di consenso, accentuare aloni di approssimazione dove allevare moltitudini di indecisi, da cooptare con messaggi semplici, con bandiere arcobaleno, con paroloni quali pace, democrazia, giustizia, purché preventivamente svuotati del loro valore intrinseco. In parole povere: manipolati. Si è tornati infatti ad un uso rigidamente politico della cultura, ad un uso militare degli incarichi, dove disciplinatissimi burocrati dell’arte svolgono il loro lavoro senza nulla aggiungere a quello che “il sistema” si aspetta operativamente da loro. Mai come ora.

Svuotate le urne e metabolizzato l’insuccesso alle elezioni amministrative, il Centrodestra si prepara ad una salita verso le prossime elezioni politiche del 2006 che si presenta con una pendenza già molto impegnativa e dove i consueti, matematici punti percentuali garantiti da una egemonia culturale piazzata a sinistra saranno, questa volta, decisivi.
La sensazione di fondo di “decisività” non si desume dall’atteggiamento passivo della Cdl nei confronti delle solite grandi manovre della sinistra nella cultura, retaggio ormai cinquantennale in Italia, ma dalla determinazione e dalla ferocia che la sinistra stessa impiega in quello che sarà un biennio probabilmente decisivo per le sorti del nostro Paese.

Lasciando perdere la privata roccaforte romana del sindaco Veltroni, reduce dal Ministero specifico, che fonda molto del suo consenso nel settore della cultura, con due fedelissimi quali Danilo Eccher, direttore del Macro, e l’effervescente Ludovico Pratesi, freelance che organizza dotti corsi per curatori museali, è soprattutto nel resto dell’Italia che sono iniziate le grandi manovre. Da un pezzo.

Accade così che Francesco Bonami, discusso curatore dell’ultima Biennale di Venezia, universalmente riconosciuta come la peggiore del dopoguerra, venga chiamato dal nuovo governatore della Regione Friuli Venezia Giulia, l’industriale del caffè Riccardo Illy, come curatore del faraonico nuovo spazio espositivo di Villa Manin a Passariano, in provincia di Udine, scippato alle mostre dedicate al Novecento internazionale e consegnato alla contemporaneità più stretta. Tempi-record per la costituzione dell’Azienda speciale Villa Manin-Centro d’Arte Contemporanea, budget imponente (6milioni di euro per due anni, fino al 2006, appunto), durata semestrale delle mostre come per le grandi rassegne internazionali (Biennale di Venezia e Documenta a Kassel, solo per citare due esempi), concepita in modo unilaterale fin dall’inizio: per la prima mostra Love/Hate disponibilità di 250.000 euro per importare un pacchetto confezionato dalle collezioni del Museo di Chicago dove Bonami stesso è senior curator, alla faccia del più elementare conflitto di interessi. Un banale, costosissimo spostamento di opere da un posto all’altro, privo di ogni selezione critica. Maurizio Cattelan appare rigorosamente in copertina, con un’opera (lo scheletro di un gatto) assicurata per una somma esorbitante, svariate volte il valore reale dell’opera. Probabilmente non era bastato, solo un mese fa, veder passare in asta il suo asino tassidermizzato appeso al soffitto a 2 milioni di dollari, cifra che raddoppiava d’un balzo l’ultima aggiudicazione da record per lo stesso artista, dopo un battage da sfinimento sui bimbi impiccati di piazza XXIV Maggio a Milano.

Come non è bastata nemmeno una laurea ad honorem in Sociologia, conferitagli dall’Università di Trento citata su Flash Art come «un laboratorio di ricerca vivo e attivo che ben presto divenne il luogo d’incubazione delle rivolte socioculturali del ’68» (altri la rammentano come l’humus embrionale per gli assassini delle BR, ma forse è solo un modo differente di ricordare le cose). Non è bastata perché è venuto il dubbio che la laurea (citando lo stesso articolo) sia «Un gesto troppo tranquillizzante» e che, visto che «Cattelan, come figura artistica è serissimo», (il giornalista ha fatto benissimo a ricordarcelo, soprattutto perché lo stesso si era presentato con false ingessature alla cerimonia), «e allora, perché non andare fino in fondo e non dargli una vera cattedra, magari in Sociologia delle Arti Visive?». Un’aggressività onnivora di cui non si ha memoria, nemmeno dopo il mitico ’68, dove si posteggiano tutti, ma proprio tutti gli allineati in posizioni di prestigio e di controllo. Mai come ora.

Mario Fortunato, già direttore dell’Istituto Italiano di Cultura a Londra, resistente all’avvicendamento dopo l’avvento del governo Berlusconi, oggi è alla direzione della Fondazione Antonio Ratti di Como (dove, si tengono i corsi per nuovi artisti), il giovanissimo Massimiliano Gioni, divenuto curatore di una sezione della Biennale di Venezia di Bonami senza aver ancora segnalato un solo nome di artista che non fosse stato già precedentemente sdoganato dalla rivista per cui collaborava (Flash Art), e ora curatore nientepopodimeno della sezione ufficiale delle Olimpiadi di Atene dedicata all’arte (invitati per l’Italia: Beecroft, Cattelan), oltre che della Fondazione Trussardi, del prossimo Premio Cairo e chissà di quant’altro ancora. Lo stesso Massimiliano Gioni che si esprimeva con l’arroganza dei protetti fin dal 2000, esordiente, quando recensendo mostre museali curate da altri, non contento che comparissero pressoché tutti gli artisti á la page, attaccava violentemente spiegando che «Su questa mostra incombe minacciosa l’ombra degli assenti». Chi? «Cattelan, Beecroft, Vezzoli, etc… questo è il futuro che vogliamo».

Vogliamo. E che il futuro imposto dei prescelti si attui sulla morte degli altri, degli avversari, che l’affermazione avvenga attraverso l’eliminazione sistematica delle alternative, intese sempre come antagoniste, è un accenno che, se nel 2000 detto da uno sconosciuto poteva sembrare un vezzo, quattro anni dopo diviene un mònito per tutti quelli che hanno a cuore la libertà, soprattutto quella d’espressione. In questi tre anni infatti la situazione è drammaticamente peggiorata, radicalizzandosi.

Manovre per la Biennale di Venezia
Ma le grandi manovre dei soliti noti riguardano soprattutto il futuro. Su Venezia, per il prossimo incarico alla Biennale, sono praticamente iniziate dal giorno in cui è stata inaugurata la scorsa edizione. Approdata in laguna a dirigere la Fondazione Bevilacqua La Masa, storica istituzione per la promozione dei giovani artisti, Angela Vettese, critica chic del Sole 24 ore, ora dimissionaria “attiva” è già a disposizione, dopo aver studiato per oltre due anni in stretto contatto con i salotti veneziani doc .
Fondazione Bevilacqua La Masa, snaturata, divenuta un avamposto importante e quindi colonizzata per l’ubicazione della sua sede espositiva storica nella visibilissima, internazionalissima Piazza San Marco, proprio sotto l’ingresso del Museo Correr.
Fondazione attualmente occupata da un altro plurincaricato: Giacinto Di Pietrantonio, responsabile della Galleria d’Arte Contemporanea di Bergamo, ex braccio destro di Politi a Flash Art per molti anni poi distaccatosi, insegnante all’accademia di Brera, che battezza incarichi giù giù fino a Via Farini, spazio non-profit nato per la valorizzazione degli artisti in erba e finanziato dal Comune di Milano.

La sua mostra titolata Paradiso e Inferno (con Love/Hate di Bonami sembra proprio che il filone sia questo), è costruita addirittura con citazioni dall’Inferno e dal Paradiso di Dante riportate sulle pareti delle stanze che ospitano le opere degli artisti. Un bel salto da quando curava mostre in cui rivendicava l’appartenenza a una generazione che rimandava a una cultura basata sui fumetti e sulla tradizione orale e che prescindeva dai testi.

“Paradiso” rappresentato dalle fotografie di Armin Linke, inserito come protagonista nella sottocategoria “Libertà”, con le sue gigantografie tratte dal “G8 di Carlo Giuliani”, come recitano le didascalie, che rappresentano primissimi piani di minacciosi poliziotti armati fino ai denti, file di picchiatori di Stato allineati con i loro scudi luccicanti, le loro maschere antigas d’assalto, giganti spietati ripresi dal basso, in cui si esprime «Un cammino verso la libertà stretto e difficile, il senso liberatorio messo in mostra attraverso la manifestazione e la repressione». La sottocategoria “Pace” rappresentata invece dallo sconosciuto ai più Massimo Grimaldi che espone semplicemente degli scatti fotografici (proiettati da video, naturalmente) di materiale presente nelle sedi di Emergency, quelle di Gino Strada. La portata artistica starebbe «Nel ridurre il proprio intervento artistico a semplici criteri di scelta governati dall’arbitrarietà, utilizzando immagini e oggetti che esistono già al di fuori del contesto artistico e assumendoli in se stessi», come recita la didascalia.

G8 di Carlo Giuliani, Pace, Gino Strada, Emergency, repressione: un vero manifesto politico militante. Per “L’estasi” ci pensano gli artisti Decosterd & Rahm con una installazione spandiprofumo (un grande vaporizzatore pendente dal soffitto) che diffonde «Il buon odore di Cristo, aria d’Artificio», «lavorando sulla credulità e la possibilità di azioni miracolose valide per chi ci crede», con buona pace dei romanticoni che vorrebbero le radici cristiane inserite nella Costituzione europea. E stessi curatori al Premio Furla per l’Arte, dotato di cospicui fondi regionali, alla Fondazione Querini Stampalia, provenienti dalla Bevilacqua La Masa, che si invitano vicendevolmente , si recensiscono amorevolmente, si sostituiscono l’un con l’altro tempestivamente, presentando gli stessi autori, con opere dello stesso versante, carichi degli stessi messaggi.

Amici che invitano amici. Al solito
Un progetto preciso, costruito fin nei dettagli, che dà una visione unidirezionale del mondo, della società, del costume. Non una voce fuori dal coro, bensì una corsa verso l’intransigenza assoluta, verso l’eliminazione del non allineato, che viene ignorato sistematicamente, sepolto scientificamente, non viene invitato, non viene recensito se espone altrove, non viene acquisito dagli spazi ben governati, dotati, ahimé , di quei fondi pubblici disponibili solo per gli amici che invitano gli amici.

Dopo questo bombardamento a tappeto infatti si finisce con l’accettare come valori universali perfino baggianate come «fallire insieme, piuttosto che riuscire da soli» (Cattelan, sic), o si innalzano sul piedistallo del successo i nuovi talenti annunciati come Francesco Vezzoli, unico invitato italiano alla Biennale di San Paolo del Brasile di quest’anno, il quale ambirebbe che dei suoi lavori si dicesse «che è uno studio sulle debolezze del frocetto di provincia», che passa le sue serate a ricamare lacrime sulle fotografie delle star degli anni ’70 e riesce a convincere Helmut Berger a baciarlo (pare, che negli ultimi quarant’anni, non sia stata una cosa del tutto impossibile). «E tutti ti chiedono come hai fatto, vuol dire che è scattato qualcosa, che sono riuscito a stupirti».

Hanno passato i limiti del ridicolo quando calano l’uomo-per-tutte-le-occasioni Cattelan, questa volta nelle vesti dell’inviato speciale di Flash Art che intervista il nuovo artista/bad-boy polacco Piotr Uklanski: «Quindi stavi sfruttando anche quella curatrice francese?» – «Cercavo di fare del mio meglio» – «Si trattava anche di vanità o di soldi e compromessi? O solo di sesso?» – «Si trattava del culo della curatrice» - «Non ti senti la coscienza sporca?» – «Sempre» . La fine del siparietto? «(butta giù la cornetta del telefono)».
Hanno stufato con i Cristi scheletrizzati e crocefissi, i Berlusconi impiccati per i piedi (un sogno?), “Le merde di cane” raccolte sul marciapiedi e musealizzate in costose teche di plexiglass. I soliti noti, con i milioni di euro della collettività impiegati a scopo personale prima e politico un attimo dopo.

Mai come ora hanno divelto gli argini della democrazia, cancellando interi periodi storici, ghettizzando il 90 per cento degli “altri”, che pure rappresentano il 90 per cento del mercato vero, quello dei collezionisti che vanno alle Fiere specializzate e comperano quadri, fotografie, sculture, che iniziano, completano collezioni, che rivalutano artisti storici ghettizzati negli anni ’70, quando, come ora, si poteva fare in arte solo quel che loro volevano, occupando militarmente tutte le strutture espositive pubbliche che ruotano, “Come vogliono loro”, attorno a 10 nomi al massimo. Impensabile, incredibile, inaccettabile, colpevole.

Allora meglio la merda d’artista
Tutta questa Arte Nata Morta, oltretutto, non riesce nemmeno ad anticipare il gusto diffuso della società dei costumi. Non è più come il taglio e i buchi sulla tela di Lucio Fontana, sorretti da una corposa ricerca, splendidi nella loro ieraticità e pulizia, non più come le scatolette di Merda d’artista di Piero Manzoni, che superavano d’un balzo la stagione dell’informale e degli stessi Achrome del medesimo artista, non più come l’intuizione poverista dei Merz, dei Penone, degli Zorio che, di fatto, interpretavano “il diluvio del ’68” e finivano con anticiparne le istanze e il gusto, non più come il successivo, inevitabile, “ritorno alla pittura” della Transavanguardia che precorreva i dissennati, dorati anni ’80.

Ora le dichiarazioni e le opere seguono “ciò che funziona” o meglio “ciò che, un attimo prima ha già funzionato” e può garantire di essere redditizio. Quindi queste frammentarie, insincere dichiarazioni dei protagonisti «Falliti e contenti» (ancora Cattelan), di queste improvvisate star internazionali senza grandi qualità, altro non sono che banali conseguenze di quel sentimento diffuso proveniente oramai da molti anni dagli States e oramai divenute un tormentone ben rappresentato, ad esempio da Diario di un inconcludente del poco più che trentenne scrittore americano Benjamin Anastas, venduto in milioni di copie.

Per quanto riguarda il cinismo diffuso e l’apparente crudeltà esibita a piene mani nella realizzazione delle opere vere e proprie, basta ricordare le sofisticatissime ricerche di mercato di aziende che realizzano prodotti su larga scala, ad esempio, giocattoli per bambini. Già alcuni anni fa venne letteralmente “fulminato sugli scaffali” ed esaurito ripetutamente un giocattolo del colosso Fischer Price, ideato per bambini fino a 6 mesi d’età, che ripeteva sottovoce, in modo quasi subliminale, con voce dolce e ipnotizzante «Ti odio». Il ninnolo è stato ritirato dal commercio dopo alcuni reclami, ma non è ancora collezionato nei musei e pagato milioni di dollari.

Chi poi avesse modo di gustarsi con calma le storie di violenza domestica degli scrittori trash Alice Seebold (seviziata e violentata in tenera età da un vicino di casa) e Dave Pelzer (pugnalato, ustionato sui fornelli, obbligato a cose inenarrabili, umiliato dalla madre quand’era ancora bimbo) veri fuoriclasse della letteratura per seminalfabeti, con descrizioni dettagliate di sevizie domestiche irriferibili, raccapriccianti e soprattutto valutarne gli inverosimili indici di vendita, si renderebbe conto che i loro racconti potrebbero essere la trama per moltissime opere di artisti ritenuti dei maestri come Mike Kelley, Arthur Mc Carthy, Damien Hirst, Jake & Dinos Chapman, Ron Mueck..

Un’Arte Nata Morta perché segue il gusto diffuso e non lo anticipa, ne analizza a tavolino, scientificamente i singoli aspetti, dosando un po’ di questo e un po’ di quello, con una premeditazione priva di ogni intuizione, priva di ogni passione, come si trattasse (e in realtà lo è, dominato dai pubblicitari come Charles Saatchi) una operazione esclusivamente mercantile.

Cadaveri squartati e plastinati
E che dire dell’operazione Body World, che conta nel mondo già tredici milioni di visitatori, accorsi a Londra, Monaco, Amburgo, Francoforte, Giappone, Corea, Singapore, per ammirare i corpi squartati e “plastinati” di veri uomini in carne e ossa, ventisei cadaveri scorticati esposti, opera di Gunther von Hagens, 59 anni tedesco dell’est, ex-anatomopatologo. Un tour mondiale con un successo senza precedenti, che annichilisce i risultati degli artisti più in voga, che ha coinvolto a tal punto la gente di tutto il mondo, da poter vantare migliaia di prenotazioni per una “plastinazione” post-mortem, e che lo ha convinto ad aprire una vera e propria fabrichèta di corpi spellati a Dalian, in Cina, dove decine di operai con gli occhi a mandorla, scuoiano, incidono, disseccano corpi, teste, membra dei 2468 condannati a morte di un solo anno in quel Paese (Gino Strada, Moretti, Micromega, Arcobaleni, Movimenti di qua e di là, se ci siete, battete un colpo..), come ha documentato il settimanale tedesco Der Spiegel alcuni mesi fa.

Non è naturalmente pensabile poter sovvertire questa corsa al massacro (nel senso letterale del termine) o tornare ad una società dei valori che privilegi il positivo anziché esaltare il negativo. Tutti gli interessi vanno verso la standardizzazione dell’orrore, verso il sensazionale in vendita, lo shock a prezzo fisso. Sarebbe però criminale, irresponsabile non permettere che esistano anche spazi per la proposizione di altre situazioni, per poter consentire agli “altri”, di scegliere in modo differente.
È impensabile ghettizzare migliaia di artisti di valore internazionale, per il solo, semplice fatto che operano con gli strumenti della pittura o della scultura e che credono nella continuità dell’arte e nella sua potente possibilità di comunicazione, anche dura, anche provocatoria, ma motivata. Non fosse altro perché restano la parte preferita dal collezionismo mondiale, non quello dei “capitalisti della cultura” che investono milioni di euro a scopo speculativo, ma quello degli appassionati e degli intenditori.

Non è accettabile che venga consentito a una minoranza rumorosa anche se determinata e vendicativa, di trasformare l’àmbito della pluralità per eccellenza, l’arte, in un bacino elettorale, dove il passepartout per la visibilità è oramai divenuto l’antiberlusconismo o l’adesione agli slogan arcobaleno. È moralmente indispensabile che venga garantita la pluralità di espressione, soprattutto nelle rassegne pubbliche internazionali, che servono soprattutto come indicatori della ricerca artistica nei vari Paesi, con sezioni specifiche curate da critici o storici dell’arte che guardano ad altri versanti. Com’è indispensabile che negli incarichi pubblici in scadenza vengano esaminate esperienze specifiche che riflettano competenza anche su altri periodi storici e che non riguardino solo gli ultimi trent’anni, o, come oggi spesso accade, gli ultimi dieci.

Il Presidente della Biennale di Venezia Davide Croff, in un’intervista (Repubblica, 25 giugno), sembra aver preso coscienza della necessità di un dibattito preliminare che analizzi la differente portata delle vedute rispetto al problema della creatività artistica e dichiara che gli incarichi di curatela veri e propri seguiranno questo dibattito. C’è da augurarsi che questa accorta fase preliminare possa garantire pluralità di vedute anche al momento delle scelte.
Ringraziamo quindi gli arzilli e geniali incursori de “Il Complotto di Tirana” che smontando il giocattolo e svelata la desolante pochezza di quello che appare come “il sistema vincente” nell’arte, concludono così il loro comunicato: «Da quando l’arte è morta è diventato facilissimo travestire carabinieri, ruffiani e ballerine da curatori, critici o artisti». Tutto vero. Ma questa volta diventeranno (e ne hanno piena consapevolezza) l’ago della bilancia per la governabilità democratica di questo Paese e, a tutt’oggi, nulla sembra impedirglielo.


22 maggio 2004

Serenata per Cattelan
Maurizio, il Nostro Artista Nazionale, gioca con gli impiccati e tutti, proprio tutti ci cascano. Bei tempi quando il NAN faceva il pubblicitario, stampava t-shirt e raccoglieva sediole nelle discariche. Adesso è una potente macchina massmediatica che sforna eventi e produce miliardi. Per l’arte, ovvio, rivolgersi altrove

Nell’aprile del 2001, Maurizio Cattelan, intervistato su Flash Art dal fedelissimo Massimiliano Gioni, dopo una copiosa serie di risposte ad alto valore sociologico, a una sola si era negato: «Qual è il tuo ruolo? Buffone di corte o artista?», lasciandoci, da allora, drammaticamente insoddisfatti e con un dubbio di amletica portata.
La recente vicenda dei finti bimbi impiccati in piazza XXIV Maggio a Milano ci riporta a bomba sul quesito mai risolto, e questo non per la reale dimensione artistica dell’opera (di cui nessuno, ma proprio nessuno, ha parlato fino a ora..), ma sollecitati dalla scomposta fila di opinionisti che si è catapultata sulla notizia e che per nulla al mondo si sarebbe lasciata sfuggire un’occasione così succulenta di democrazia e di visibilità.

Lasciata da parte quindi una eventuale, improponibile, discussione sui valori artistici dei piccoli penzolanti (nel frattempo, un’altra star dell’arte mondiale, tanto per far capire ai musulmani di che pasta siam fatti, l’inglese Damien Hirst, espone al Museo di Teheran la scultura Resurrection, che consiste in uno scheletro umano crocifisso) possiamo ricordare un altro dei quesiti posti a Cattelan in quell’intervista: «C’è chi dice che sei solo un pubblicitario», la cui risposta-non risposta omettiamo, certi di non negare alla curiosità del lettore qualcosa di decisivo.

Prendi i soldi e scappa
La cronaca (o la leggenda popolare, ma che importa, è tutta arte) ci riporta un Cattelan, piccolo manager fin dagli esordi, scappare con la cassa di una borsa di studio, da lui ideata a favore di una nuova promessa dell’arte e poi finita direttamente e artisticamente nelle sue tasche; eppoi, implacabile, ormai affermato, nel rifiuto del rilascio delle autentiche relative alle opere vendute ai proto-sostenitori e agli amici agli inizi della sua, oramai celebrata, attività.

Cattelan è un pubblicitario, nel senso che ce l’ha nel sangue, fin dai tempi dorati di Forlì, quando – era il 1989 – stampava t-shirt con il simpatico logo (magia della Romagna e del suo buonumore…) “Cooperativa Romagnoli Scienziati” o confezionava il romanticissimo “Angolo dei Ricordi”, buchetta angolare in plexiglass, piena di tenerissime letterine mai aperte.

Erano gli anni in cui pubblicava il grazioso cataloghino autoprodotto Maurizio Cattelan: biologia delle passioni, dove l’artista in erba non decideva di coinvolgere i critici, oggi divenuti insostituibili, ma amici e amiche, pubblicandone i messaggi personali. Così, nel romantico volumetto, Clara Mantica affettuosamente se lo ricorda, artista verde-arcobaleno, con una seggiolina da bambini in spalla, di ritorno dalla discarica dove «l’aveva trovata nel mucchio delle cose buttate via. Dagli altri»; paternamente Stefano Casciani, interlocutore milanese, impegnato, come dirà di sé, «tutto il giorno a pensare», gli raccomanda di stare in buona salute e di non imitare i surrealisti; fino alla trionfale letterina di Alessandro Mendini, vero passepartout per l’attendibilità di un artista alle prime armi, pubblicata strategicamente alla fine del catalogo, come un coup-de-foudre: «Cattelan ricordi quando assieme si andava sulla riva a giocare? Si metteva la mano davanti al viso e muovendo a forbice due dita si guardava e si nascondeva alternatamente il passaggio d’acqua. Ciao».

Non sappiamo cosa sia successo, allora, sulla riva a giocare, ma siamo distanti anni-luce dal mefitico pupazzetto iperrealista di Adolf Hitler di dodici anni dopo (2001), inginocchiato, pensoso e terribile dinanzi a un ipotetico Muro del Pianto. Anche in quest’occasione, il Nostro Artista Nazionale (da ora in poi NAN, per comodità) non si fa sfuggire l’occasione di raccontarci della sua, tenera, prima infanzia, passata con i vicini «quasi tutti ebrei» (nella venetissima Padova). Ma, nonostante il Führer troneggiasse in copertina e, nell’interno della rivista s’insistesse con inquietanti ripetuti primi-piano del medesimo, nonostante le dichiarazioni, nessun naziskin era sceso in piazza con il braccio teso, nessuna associazione ricca di buoni princìpi aveva protestato, nessun lettore si era indignato. Nonostante il dirompente potere provocatorio dell’opera d’arte, la Nazione aveva mantenuto l’autocontrollo.

Né, qualche settimana prima dell’impiccagione a Milano, nessun genitore antiquato, o, peggio, morattiano, aveva protestato per l’attribuzione al NAN di una laurea ad honorem dalla Facoltà di Sociologia di Trento, con tanto di posizionamento all’entrata dell’Università di un asino tassidermizzato nell’atto di accogliere gli studenti (còlta la provocazione?). Nessuna protesta, forse perché con Curcio e la Cagol, nella stessa Università, qualche anno prima, era andata peggio.

Un pubblicitario, proprio (fatte le debite proporzioni) come Charles Saatchi, padre-padrone della Saatchi&Saatchi, colosso planetario della pubblicità, divenuto in pochi anni leader incontrastato dell’Arte Contemporanea mondiale. Allo stesso tempo talent-scout, acquirente, venditore, valorizzatore istituzionale dei suoi artisti (nella faraonica, luccicante, fastosissima, nuovissima sede sul Tamigi). Un vero e proprio record di conflitti d’interessi, in cui intere squadre di artisti di scuderia entrano in blocco in asta, provenendo direttamente dalle istituzioni che le hanno fatte lievitare di prezzo qualche settimana prima. Titolo dell’ultima mostra? New Blood, naturalmente, con tanto di mummietta meccanizzata che, da terra, tenta di afferrare le sue sigarette dal pacchetto…
Meccanismo oliato dal punto di vista mercantile e mediatico (ovviamente), un po’ meno da quello dell’attendibilità artistica (o no..?)

Dopo l’asino tassidermizzato
Ma, tornando alle cose povere di casa nostra (mica tanto, in fondo, se il Papa centrato da un meteorite del NAN è stato aggiudicato per quasi due miliardi di vecchie lire), anche Massimiliano Gioni, nel suo piccolo, dimostra di aver capito perfettamente la lezione: appena trentunenne, giornalista-intervistatore, eteronimo, compagno di avventure del NAN nello spazio espositivo di New York (alternativo e no profit, naturalmente, e cosa sennò..), curatore pubblico (geniale il suo hangar di lamiera privo di aria condizionata dell’ultima torrida Biennale di Venezia, per gli artisti ospitati più un souvenir dei mitici Piombi che un’occasione espositiva), padrone di casa (curatore, per i colti) della Fondazione Trussardi, sede ufficiale degli impiccati a cielo aperto.

Una bella fabbrichetta di favori incrociati, in cui non poteva assolutamente mancare Francesco Bonami, indimenticabile (guarda caso) curatore dell’ultima Biennale di Venezia, l’unica unanimemente riconosciuta, in vero spirito bipartisan, come la peggiore e più caotica di tutti i tempi. Il buon Francesco, perdente e per questo ovviamente premiato con un incarico miliardario in Friuli dal riconoscente magnate del caffè Riccardo Illy (neo-presidente regionale di quella zona, ma soprattutto sponsor privato della Biennale di Bonami), accorso al salvamento del pupillo Gioni sulle pagine dell’ospitale il Foglio, dopo un inizio à la page con «coglioni» e «cazzi suoi» divide il mondo in 2 categorie: quelli che hanno paura degli incubi dei nipotini alla vista dei corpicini penzolanti (ma chi non lo sarebbe?), che «non alzano il naso dalle vetrine e dai cellulari» e che hanno «le tasche piene di ovini Kinder», e quelli che fanno le rivoluzioni con gli impiccati, «dove i bambini sono vittime necessarie alla causa di un’arte che vuole entrare nelle strade e nelle piazze».

Prima di commentare l’irresponsabilità criminale di queste affermazioni, a Bonami vorremmo ricordare che il tempo degli specialisti delle impiccagioni nelle piazze è fortunatamente passato e, grazie al voto democratico degli italiani, siamo certi che non tornerà. Poi, in modo che abbia modo di risalire, con il nostro aiuto, alle ragioni di tanta violenza, desideriamo ricordargli che non sempre la Società è la ragione del proprio fallimento. Chi avesse modo di consultare il catalogo delle opere pittoriche di Francesco Bonami, relativo alla sua attività di pochi anni fa, potrebbe spiegargli che si trattava solo di una umanissima mancanza di talento e che il suo assoluto insuccesso, con la conseguente emigrazione negli Stati Uniti come un minatore qualsiasi, non giustifica la sua attuale, dichiarata avversione per la pittura, né tanto meno un infanticidio rituale, per quanto simulato, nelle piazze.

Bonami è forse l’unico imprevisto, finora, nel progetto imprenditoriale di Cattelan, che perfeziona di volta in volta, le operazioni combinandole con le reazioni del giorno dopo.
Nessun progetto artistico, quindi: l’opera esiste solo se i ruoli del giorno successivo corrispondono agli stereotipi riconoscibili nel sociale e che, proprio per questo, fanno tendenza e successo. Il Grande Fratello, comunque, resta il Grande Fratello: Kubrik, Scorsese, Leone, Truffaut sono un’altra famiglia.

Inconsapevolmente, quindi, i presunti protagonisti del giorno dopo non sono che pupazzi, strumenti di un’operazione mediatica e commerciale.
Perfetto il “vendicatore” che si arrampica e profana l’opera d’arte, un poco meno perfetto quando sopravvive al volo dalla scala: il morto fa più ascolti del ferito.
Perfetto Vittorio Sgarbi, che s’infilza a fondo ribadendo la sacralità dell’opera e del diritto dell’artista all’espressione, ricordandoci che questi princìpi sono il fondamento della nostra civiltà. Perfetto, nel passarci come intuizioni argute una serie di considerazioni di una ingenuità disarmante, che non potrebbero nemmeno essere il punto di partenza di uno specialista come Cattelan, ma che, nel congegno, confermano l’inadeguatezza di Sgarbi a trattare il contemporaneo più stretto, come aveva chiosato il grande capo di Cattelan, di Gioni, di Bonami e compagnia bella: sua maestà Giancarlo Politi.

Comunque sia, circa la libertà interpretativa dell’artista, suggeriamo di dedicarsi alla condanna (vera, quella della Corte di Cassazione) dello scultore e pittore Gianni Pisani, «Reo di aver raffigurato in maniera caricaturale alcuni artisti, docenti e critici d’arte»: è forse meno mondano, darà meno visibilità, farà meno notizia, però….

Perfetto il sindaco Gabriele Albertini, ingessato nelle dichiarazioni preparate alla lettera dai legali del Comune. Perfetto Salvatore Carrubba che, da assessore alla Cultura di un Comune retto dalla bieca Casa delle Libertà, non ha afferrato l’importanza degli impiccati en plein air, quasi che degli impiccati in privato avessero uguale valore artistico: si legga le dichiarazioni di Bonami, uno che se ne intende…

Perfetto Filippo Facci che, dalla prima pagina de il Giornale, incespica, prima attribuendo i natali del NAN a un’altra città veneta, poi inventandosi tal De Dominici, che non è assolutamente Gino De Dominicis, tra i più celebrati artisti italiani del dopoguerra (a torto o a ragione).

Perfetto l’artista Arnaldo Pomodoro, che sommessamente osserva che i visi dei bimbi appesi non erano visi morti e che i loro occhi ci guardavano perplessi, attribuendo una seconda, intrinseca lettura dell’opera, con una concezione dell’arte datata almeno 1970, confermandoci così l’inarrivabilità degli intenti della Nuova Avanguardia, quella dei Bonami, che immolano i bambini per la Rivoluzione dell’Arte.

Perfetta Casa Trussardi che, dopo le centinaia di milioni spesi, con un ritorno d’immagine modesto, per alcune mostre all’interno della Fondazione (Palazzo Marino alla Scala), confezionate su misura per ricevere gli urletti estasiati dei soliti noti, fa bingo a casa del Comune, sul suolo pubblico, con tanto di comparse gratuite.

Perfette le adoranti, disponibili, complici intervistatrici delle rubriche di Radio24 e Radio Capital, che non si sono ancora accorte che il loro interlocutore telefonico non è il vero NAN, così come non erano sue le foto che il NAN stesso consegnava alle riviste, tempo fa.

Assolutamente perfetto il rappresentante di AN, Pier Gianni Prosperini, che con le sue ingombranti affermazioni inneggianti a «trattamenti sanitari obbligatori per Cattelan», ci ha risolto in un attimo lo storico quesito sul perché, a suo tempo, la Democrazia Cristiana abbia regalato la Cultura alla Sinistra e non alla Destra.

In questo Circo Barnum costruito a tavolino e popolato da comparse tanto inconsapevoli quanto disciplinate, i denari sono veri, la gestione del potere efferata e soffocante, la parzialità della lettura dell’arte assoluta e unidirezionale: di là ovetti Kinder e vetrine, di qua rivoluzione, avanguardia e un fiume di denaro.

Quell’ingenuo di Vladimir Majakovskij, pilastro del Futurismo russo, si è tolto sbrigativamente di mezzo sparandosi un colpo nel 1930, pensando si fosse oramai spenta la tumultuosa stagione nata nel 1917: si sbagliava. Oggi potrebbe avere tranquillamente 111 anni.

P.s. Ma i manichini dei bimbi impiccati, staccati dal Vendicatore, chi se li è tenuti? Sono stati danneggiati? Risponderà l’assicurazione (presumiamo per varie centinaia di milioni di lire) della Fondazione Trussardi o del Comune di Milano, in quanto suolo pubblico? O pagherà Gioni che li ha appesi fuori? Sono stati recuperati o sono finiti in una discarica pubblica come i Cavalli dell’artista Mimmo Paladino, dopo la trionfale mostra di Napoli che aveva sancito il Nuovo Rinascimento della città, operato dall’illuminato sindaco Bassolino?
Che importa, ci sarà sempre il Nostro Artista Nazionale che se li caricherà sulle spalle, come la seggiolina ai vecchi tempi, quei manichini buttati via. Dagli altri.



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