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| A morte i critici e i giovani scrittori
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Sono loro, insieme agli autori impomatati e agli editor furbi furbi, i colpevoli del degrado culturale. Nel mondo dei magazine e della televisione vince la mediocrazia. Anche nella letteratura Ma tanto voi autori da due lire siete già tutti spacciati, di Massimiliano Parente I capolavori del nulla, di Davide Brullo 5 marzo 2005 Ma tanto voi autori da due lire siete già tutti spacciati Analisi irriverente e spinta su ciò che si scrive in italia e perché e cosa invece dovrebbe scriversi e come di Massimiliano Parente Roba
da pazzi. O meglio, roba da furbi. Perché se fossero veramente pazzi
non sarebbero quello che sono, se non altro sarebbero pazzi, sarebbero
almeno Dino Campana o Emanuel Carnevali. I giovani narratori autoriali
autopromoter sono lo specchio degli editor che li pubblicano, riflessi
a loro volta dall’establishment della critica che conta, che conta non
in quanto autorevole ma in quanto occupante posti di potere. Quella
che, dovendo trafficare con la cultura, lancia Faletti come il più
grande scrittore italiano e tutti zitti, perché Faletti vende e “il
pubblico è sovrano”, come dicono anche Simona Ventura e a ruota
Antonella Clerici ai loro telespettatori disposti a pagare un euro di
sms pur di decidere se far uscire Patrizia de Blanck o Tina “la vamp” o
altre sciure o contesse del genere. Lo Zeitgeist di D’Orrico
Poi dicono che in Italia c’è la crisi. Toglietegli pure i libri, agli
italiani, ma non Faletti, non D’Orrico, e neppure il televoto. E
Roberto Calasso deve rosicare pure lui, se è vero che l’Adelphi sta
corteggiando Valeria Parrella, tanto per sdoganarsi verso la moda del
giovanilismo autoriale e rendersi meno mitteleuropeo e più à la page, e
se è vero che lei, la giovane giovanilista, essendo una fedele alla
setta di Cassini, dirà di no. Comunque non è colpa di Antonio
D’Orrico se lui distingue i libri in facili e difficili, e non credo
neppure ci siano dietro trame occulte e strategie politiche, casomai
pura e semplice adesione allo Zeitgeist. Weltanschauung da pizzeria
Uno legge quello che può, e quelli che resterebbero nella storia della
letteratura dorrichiana sarebbero coloro che “scrivono facile”, essendo
già Don DeLillo uno che scrive difficile (figurarsi Joyce o Faulkner),
e quindi si comprende anche come il capocultura del magazine più
importante in Italia, dopo Faletti e Avoledo, possa sbilanciarsi
lanciando Alessandro Piperno come «il Proust italiano», perché se i
criteri sono questi se ne deduce che deve aver letto bene Piperno (il
cui libro è giusto un buon prodotto medio mondadoriano di Midcult
autoriale, il narrativo confezionato per strizzare l’occhio alla
cultura alta puntando a quella media e quindi a nessuna, come Boldini
rispetto agli impressionisti), e per niente Proust. Ma c’è poco
da scandalizzarsi, anche nell’Ottocento non c’erano solo Manzoni e
Foscolo e Nievo, anzi i più erano come Vincenzo Lancetti o Carlo Varese
o Angelica Palli o Francesco Ottavio Renucci, e oggi le grupperie di
aspiranti scrittori si contendono non una propria singola e
inestirpabile ossessione letteraria, ma gli stessi pub e pizzerie e
Weltanschauung, nonché la pubblicazione per Stile Libero, magari
partendo da minimum fax, la Stile Libero dei piccoli, tutti uguali sia
al traguardo che all’arrivo. Il duo Repetti/Cesari
E quindi per Repetti e Cesari (gli editor di Einaudi) poca fatica
scegliere il migliore, se ne prende uno che ha venducchiato lì e lo si
porta su a Torino, che poi sarebbe sempre a Roma. Il problema è che poi
neppure vendono, questi qui, magari seimila, ottomila copie, non a tal
punto da potersi permettere di sorvolare sulla considerazione di Aldo
Busi in Sodomie in corpo 11, ossia che «è ben triste scrivere per
vendere, sacrificare tutto il resto, e poi non vendere». Ma se
pure vendessero, ragionando sui generi e sulle faletterie a buon
mercato, il disastro della critica resta, perché una critica letteraria
subordinata all’orientamento del pubblico che critica da quadrivio sarà
mai? Critica cinematografica? Chi ci tiene alla lingua si ribella,
questione di gusto, e anche di olfatto. L’unico difetto di Carla
Benedetti, che attaccando la «fabbrica del bestseller» dice cose buone
e giustissime, è a mio avviso il rifiuto di un’idea gerarchica della
letteratura fondata sulla forma, il perdersi nella distinzione (tutta
ideologica) del popolare e del populistico, il rifiuto del pensiero che
il pubblico è coglione quanto la critica giornalistica e quanto gli
scrittori ruffiani che, privi d’intransigenza estetica, si piegano
ormai spontaneamente, senza bisogno d’imporglielo, ai voleri degli
editori (e già l’italico Svevo sapeva che «il pubblico è per sua natura
corruttore»). Di sinistra o di destra poco importa. Il “genere” si sfonda e rifonda
Perché non mi sembra che il suicidio della critica e il trionfo dei
morti viventi stia nel distinguere il genere scadente di Dan Brown dal
genere buono di Salgari, piuttosto nell’urgenza di separare
l’entertainment dalla letteratura, e in secondo luogo l’Highbrow dal
Middlebrow, anziché impelagarsi con la Lipperini nella diatriba sul
Faletti popolare e sulla Fallaci populista. Chissenefrega della
Lipperini. Chi ci tiene alla lingua sa che la mistificazione è
tutta qui. Stanno tentando, tutti insieme, i grandi e i piccini, gli
editori e gli scrittorini, di depotenziare la letteratura, di radere al
suolo qualsiasi categoria estetica, di cancellare la forma.
Alcuni, in buona e cattiva fede, parlano di “massimalismo” per
ingrigliare la letteratura intransigente e non di genere e ricondurla a
un genere che non esiste, come se la letteratura vera non lo fosse
sempre stata, come se Dostoevskij, Flaubert, Sterne, Joyce, Faulkner,
Proust, Kafka, Melville, Leopardi, Beckett, Fenoglio, Gadda, D’Arrigo,
Busi, Moresco, e ogni scrittore che sia tale non abbia avuto un suo
massimalismo inconciliabile con il resto. Uno scrittore il
genere o lo fonda o lo sfonda. Ma poiché pretendono di parlare di
letteratura facendo a meno della lingua parlano senza dire niente, il
Paradiso di Milton e le Illusioni di Balzac sono persi in partenza
senza neanche tentare un saltino. L’Italia è un paese fondato sul
palato, gastronomico perfino in letteratura, ecco perché nessuno
replica, nessuno si scandalizza se Faletti viene definito il più grande
scrittore italiano. Gli addetti ai lavori, critici e scrittori, essendo
appunto dei mestieranti dei contenuti, non sanno più la differenza tra
dire “sempre caro mi fu quest’ermo colle” e “mi piace stare in
collina”. Se parli di forma fanno no no con la testaccia, fanno
spallucce, e tirano fuori l’avanguardismo e il Gruppo 63, come se
l’antitesi di Covacich o della Mazzantini fossero ancora gli
sperimentalismi sintattici di Nanni Balestrini e Angelo Guglielmi, o,
in versione moderna, le cacchine di Aldo Nove. Che poi basta
con questa storia degli sperimentalismi, delle avanguardie, sciorinati
come arma tanto dai critici quanto dagli scrittori per liberarsi del
fardello di avere un’estetica e continuare a sfornare storielle
vendibili, sceneggiature formato romanzo. Contenti tutti, editori che
non ci rimettono e scrittori che nessuno studierà. Meglio un uovo oggi
che una gallina domani, meglio ancora una batteria di galline
sculatrici di uova in serie e per giunta starnazzanti (fossero almeno
oneste, galline artigiane e senza pretese proustiane, come De Carlo,
come Ken Follett, non ci sarebbe niente da ridire; qui invece quando
non piagnucolano a ovetto partorito si danno pure le arie, spesso
entrambe le cose insieme). Studiassero almeno Verga
Raccontano storie e non sono neppure veristi, pensano che il verismo
sia il racconto della realtà e perfino popolare. Se solo, da italiani,
studiassero almeno Verga, Capuana e De Roberto capirebbero che anche
all’epoca nella forma si giocava tutto, anche la verità, già del tutto
“ricostruzione intellettuale” capace di scombinare e dissolvere le
strutture narrative e, si chiedeva appunto Verga, «non si vede che il
naturalismo è un metodo, che non è un pensiero, ma un modo di esprimere
un pensiero?». E la risposta contraria, quella aristocratica,
superomistica, mistica ed estetizzante, era altrettanto linguistica,
visto che D’Annunzio, ripristinando il narratore onnisciente e
monologico, nell’aprile del 1894 ribatteva che «la massima parte dei
nostri narratori e descrittori non adopera ai suoi bisogni se non poche
centinaia di parole comuni, ignorando completamente la più viva e più
schietta ricchezza del nostro idioma che qualcuno anche osa accusare di
povertà e quasi di goffaggine…». Mentre per Verga, grande
avanguardista prima dell’avanguardia come qualsiasi vero scrittore
anche non verista, «il naturalismo è forma, il misticismo può essere
sostanza di un romanzo», e siccome i critici non lo capivano (troppo
“difficile”, direbbe D’Orrico se fosse nato nell’Ottocento, parole
incomprensibili e partenza in medias res e nessuna presentazione dei
personaggi e senza il consueto «pepe della scena drammatica»), e
siccome raccontando il popolo non è che fosse meno elitario e di
D’Annunzio, diceva che in Italia «ci vuole tutta la capacità della mia
convinzione, per non ammannire i manicaretti che piacciono al pubblico
per poter ridergli poi in faccia». Ma quando mai, in letteratura, fuori
dalla logica di genere e dai manicaretti, il tema per eccellenza di
ogni scrittore non è stata la lingua? Oggi? Artisti come la Ruta
E allora, signore e signori del contenutismo e della forma pacificata,
dal momento che l’arte non è più l’intenzione formativa di cui parlava
Pareyson, ce la spiegate la differenza (estetica, e quindi
fondamentale) tra una Madonna con Bambino di Bellini e una Madonna con
Bambino di Caravaggio? Il massimalismo è un’invenzione come il
postminimalismo, in letteratura esiste solo la letteratura e la densità
della lingua che la esprime. Non c’è modo d’inventarsi una storia se
non creando una lingua che restituisca il mondo nel suo essere
assoluta. Dovrebbe essere l’abc e invece oggi suona persino
strambo e snob: sia Assalonne!, Assalonne! che il Pasticciaccio che la
Recherche, ridotti a plot e sceneggiature masticabili, non sono niente,
siccome le storie raccontabili sono sempre le stesse ma il modo di
dirle è tutto, in Dostoevskij o Proust o nei Cahier di Valéry c’è ogni
psicanalisi e sociologia a venire. Tant’è che all’epoca del
postminimalismo, a cavallo tra gli Ottanta e i Novanta, a causa
dell’etichetta appiccicata s’incazzò con Fernanda Pivano quello
sbagliato, David Leavitt, povero ingenuo, che scrivendo letteratura di
genere rosa per gay aveva tutto da guadagnare da qualsiasi etichetta,
basta andarsi a rileggere oggi Ballo di famiglia che furoreggiava prima
nei campus americani poi negli atenei italiani per rendersi conto di
trovarsi di fronte a una Carolina Invernizio per omosessuali
postmoderni, mentre tacque Bret Easton Ellis, perché avendo scritto un
capolavoro come American Pshyco doveva pur sapere che di quegli anni, e
quindi per sempre, tra loro sarebbe rimasto lui e basta. Così uno,
per distrarsi dai pollai, accende la televisione e si trova, per
esempio, Maria Teresa Ruta che dice “Noi artisti”. Sono artisti i
presentatori, i cantantucoli, e guitti, comici, concorrenti di
“reality”, soubrette e veline, se vai in televisione e non sei un
giornalista (o peggio un “giornalista e scrittore”) o Lilli Gruber, sei
un artista. Non creano niente, ma essendo niente nel niente forse
hanno ragione loro, e se hanno ragione loro la ragione sarà per una
volta dalla parte del torto. E di conseguenza per forza che
si mettono a scrivere tutti, per forza che Walter Veltroni e Paolo
Crepet e Vinicio Capossela e Ligabue si svegliano una mattina e si
sentono scrittori pure loro. E un’altra mattina, qualche settimana fa,
siccome Carla Benedetti ha parlato di genocidio culturale e voleva fare
un discorso serio, si sveglia anche Edoardo Sanguineti per dire che
Gramsci oggi avrebbe studiato le Lecciso, perché quella di Sanguineti è
una vitaccia, ogni volta deve inventarsene una più postmoderna pur di
farsi notare, mica facile. Insomma: in televisione cinquemila
decidono per tutti, in letteratura tutti decidono per cinquemila? Ma se
pure vendessero, possibile che i critici siano così succubi del potere
editoriale ed economico, ovvero non siano più critici ma portinaie del
pubblico sovrano, e che anziché farsi dare una rubrica di libri su
Dippiù come Crepet ce l’ha di psicoanalisi spicciola stiano là, belli
piazzati sulle terze pagine dei giornali? Possibile che Gente e Novella
2000 e le pagine culturali del Corriere della Sera Magazine si
rivolgano allo stesso pubblico? (possibile sì: infatti le lettrici
casalingue scrivono a D’Orrico dicendo che Infinite Jest, il capolavoro
di David Foster Wallace, è brutto perché difficile e lui risponde sì
sì, brutta letteratura cervellotica e burocratica, e dunque ciucciatevi
Faletti e Avoledo e adesso Piperno, perché giustamente se Faletti è il
più grande scrittore italiano vivente Piperno, che mette più virgole e
scrive frasi leggermente più lunghe del classico mainstream
mondadoriano, sarà Proust o giù di lì). E poi cosa sarà mai questo pubblico sovrano se non la mediocrazia al potere? Tina Cipollari vs Piperno
E poi, quelli di sinistra e quelli perbene, hanno il coraggio di
accusare le previsioni di Nietzsche di estremismo e protonazismo,
quando temeva che massificazione avrebbe portato gli spiriti liberi a
diventare schiavi degli schiavi? Quando una come Tina Cipollari anziché
fare la donna di servizio guadagna più di un professore? Quando
sinceramente l’avrei licenziata pure come donna di servizio e invece me
la trovo davanti ogni volta che mi siedo per sbaglio sul telecomando e
si accende il televisore? Neppure una questione di vendite, forse,
perché poi se Alessandro Piperno, autore ancora non spocchioso di un
normale prodotto di narrativa, è «il Proust italiano» e gli toccano tre
pagine di Magazine prima ancora di uscire, Nicola Lagioia, con un
romanzo notevole come Occidente per principianti, si becca solo la
recensione in venticinque parole (difficilino?) e Antonio Moresco, con
un capolavoro di mille pagine, neppure una riga (troppo difficile?).
Vendite o non vendite la questione è annosa e resta storica la
considerazione di Alberto Arbasino in Fratelli d’Italia, pagina 96,
chiara e tonda, e oggi valida anche per le “signoremie” delle terze
pagine, nessuna differenza tra pubblico e critica, essendo il pubblico
sovrano: «D’altra parte il pubblico dei libri è il solo che cerca
unicamente i prodotti più venduti dalla massa, non come quello dei
ristoranti e delle boutiques che esige articoli di chic e di élite.
E dunque le cabale degli editori devono pur tenerlo in vita, il povero
morto: sotto gli ombrelloni, le lettrici di massa aspettano il romanzo
più venduto alle folle, non certo un costume da bagno uguale alle
altre! E hanno già buttato via la produzione dell’anno scorso!».
Oppure ambizioni mal riposte nella letteratura e autopromozione: gli
scrittorini giovanil-senili del XXI secolo, ignorati dalla critica
inesistente, si parlano tutti addosso, per sopperirla, e forse hanno
pure ragione, scrivono tutti uguali, uguali tra loro e uguali a quelli
osannati, dategli più spazio. Wu Ming è la controcultura al
potere, polpettoni metarivoluzionari e metapolitici e un gran chiasso
in rete, mobilitazioni virtuali e non, mailing list infinite, paginate
su Repubblica e quintali di interviste in quanto autori di bestseller. Scarpa e ciabatta
Tiziano Scarpa dice che un editore tedesco si è rifiutato di tradurre
il suo Kamikaze d’occidente perché la lingua era troppo difficile, se
uno avendo letto il romanzo gli contesta che forse è il tedesco a
essere troppo difficile per la sua lingua si offende, segno che la
lingua conta anche per lui, e la lingua batte dove il dente duole, o
viceversa. Giuseppe Genna scrive thriller ma non sono thriller,
sono romanzi metafisici, ultrapsichici, ultrasensoriali, ed è più
sfacciato di tutti nella scalata, anziché piagnucolare nel suo sito
celebra D’Orrico come critico coraggioso perché ha lanciato Faletti,
Avoledo e ora anche Piperno. Vuole tre pagine anche lui, o
capitalizzare rendite di posizione per prendere il posto di D’Orrico,
per far capire che un domani, ci fosse lui, non cambierebbe nulla.
Sostiene che Faletti potrebbe anche essere il più grande scrittore
italiano perché «restano le storie». Porta acqua al suo mulino,
capisco, la cosa patetica è che non è smentito dal futuro, ma dal
passato. L’autoantologizzazione
Mauro Covacich scrive romanzi leggendo i giornali, anzi spremendone un
succo con cui inchiostrare libri che dopo sei mesi, con i nuovi
palinsesti televisivi, sono già scaduti. Sui giornali si parla di
Unabomber e scrive una storia su Unabomber, sui giornali e in tivù ci
sono i reality e scrive la storia di un reality il cui autore, già che
c’è, sarebbe Unabomber. Nicola Lagioia è bravo, ma lui e
Christian Raimo curano un’antologia per minimum fax dove si
autoantologizzano e autosponsorizzano insieme all’allegra brigata del
neorealismo applicato senza lingua e senza forma, tra cui Giordano
Meacci, Serafino Murri, Paolo Cognetti, Francesco Pacifico, Ernesto
Aloia e altri sfornatori spontanei, grafomanie da blog di vite senza
vita ripassate nella padella chic dell’Altra America di Marco Cassini,
e in ogni caso con un intento programmatico (e identico a quello della
giuliva Benedetta Centovalli, anziché studiare letteratura deve avere
anche lei studiato giornalismo pubblicato, pur avendo pubblicato
Moresco, lei almeno un merito ce l’ha): «raccontarlo questo tempo».
Come dire: siate giornalistici, il resto viene da sé. L’ossessione necrofila
E così, tutti insieme appassionatamente, questo tempo lo raccontano
tutti nello stesso modo, diarismi di vita quotidiana, io narranti
spaesati, giovani alienati impiegati in spietate multinazionali,
moralismi e pacifismi e bambinismi, tutto uguale ai tormenti della
letteratura americana di venti o trent’anni fa, solo trent’anni dopo, e
ambientati a Roma anziché a Los Angeles. Oppure, nella variante
impegnata, poiché non avranno letto Proust ma Debord sì, se non altro
per sentito dire: storie e storielle sulla “società dello spettacolo”.
E poi hanno il coraggio di citarti Fenoglio, quasi che non fosse stato
un isolato, quasi che la sua estetica non brillasse quanto la sua
etica, mandando affanculo gli allora conformisti dogmi della
letteratura resistenziale e degli uomini e no vittoriniani. Ai club
di aspiranti autorini gaudenti e agli speculari club dei critici
compiacenti si può anche dedicare un pensiero di Walter Siti, docente
di letteratura italiana contemporanea e anche scrittore autore di
Scuola di nudo (Einaudi, Torino 1994), romanzo, va da sé, poiché bello
e denso, poco citato tanto dalla critica che dal pubblico (che sono la
stessa cosa): «Tutti mi dicono che ho sbagliato ma non mi va di
rispondere a gente che fra poco, cent’anni al massimo, sarà morta;
discutere è un’ossessione necrofila». 5 marzo 2005 I capolavori del nulla Su quelli che con spavalderia spacciano la mediocrità per genio di Davide Brullo Nell’era
in cui mancano i capolavori premono il colpo come funghi appena
irrorati di una lieta e rugiadosa pioggia i
“capolavori-prima-di-essere-pubblicati”. Nell’era in cui più che
mancare i critici (che ci sono, che lavorano, si veda ad esempio la
lunga inchiesta che il trimestrale Atelier ha condotto dal numero 32 di
Dicembre 2003, fino a questo ultimo, il 36, targato Dicembre 2004)
mancano gli autori, sono questi ultimi allora a sponsorizzare come mai
le proprie opere, alleandosi a compagni di bevute, amichetti e corpo di
ballo saltellante. Cosa nota e arcinota, si dirà, pari alle leccornie,
per dire, che si scambiavano gli alfieri del modernismo di stampo
anglofono, for example: Eliot che s’indora il “miglior fabbro” Pound e
il campione del “parlar materno” Joyce, gli altri due che ricambiano
gradevolmente, e Windham Lewis dietro la tenda che spernacchia il
mondo, ma quelli se li culla. Già, solo che difficilmente scoveremo
capocce tante tra gli scrittorelli d’oggi, e se s’edificavano
prospettive critiche e opzioni letterarie per far sfiatare meglio una
Waste Land o uno Ulysses, allora accettiamo qualsiasi maneggiamento
disponibile. Così, tanto per intrattenervi, a quei tre
(Eliot-Pound-Joyce) andiamo ora sostituendo la triade blasfema
Genna-Mozzi-Colombati che dal gennaio 2004 c’intrattengono su una sorta
di “capolavoro misterioso”, così lo definiscono (i primi due), che
verrà edito però non prima del maggio 2005. Che s’è detto in tale
siderale quantità di tempo? Di tutto e oltre. «Questa esperienza
misteriosa verso cui ci fionda il Capolavoro è al di là di ogni
possibile genere letterario»; «Ecco, il misterioso autore del
Capolavoro Misterioso fa una cosa pazzesca: mi fornisce di più mappe
del labirinto. Tutte vere, tutte valide. Questo significa: le pareti
del labirinto si muovono. Il labirinto è vivo. Non sono in un
labirinto. Sono in uno sconfinato essere vivente, o in uno sterminato
automa semovente», stravacca il magnetico Teseo-Genna, che lasciamo nei
suoi labirinti sperando si perda, ma poi continua e spera di fare un
enorme complimento al censito, invece abbattendolo come fece (guarda un
poco!) il buon cristiano Eliot dando del “miglior fabbro” a Pound,
ovvero, tu sarai pure il bravo artigiano Arnaut o Arnaldo (Daniello) ma
io sono Dante, divertiti un po’ a sciogliere il paragone, e così il
Genna che è abilmente abilitato a promuovere i suoi romanzetti noir,
che se fossero solo tali si potrebbero pure leggiucchiare, come fossero
Opere alchemico-letterarie, mentre se uno ha il talento di scrivere
bene le biografie non ufficiali di certi idoli televisivi (vedi
l’ultima trovata – e con nuovo editore, of course, perché questi
“alternativi” al niente ti passano da Mondadori a Tropea in un soffio –
sul Costantino costanzesco), che s’accontenti, che non ce la meni
troppo con la Letteratura e sia fiero del suo assodato talento, il
Genna rombante a cui hanno fornito molteplici bocche sussurra: «Questa
replica perfetta di Pynchon è italianità purissima. Questo è un grande
romanzo italiano». Già a sentirsi dare della “replica” di qualcuno,
foss’anche dello Jahwista, io m’inalbererei come per poche altre cose,
molto più che se m’accoppassero sul colpo la madre. Un sito e tanta Cabbala
Mozzi, che nel frattempo svela che il romanzone ha titolo ed editore
(Perceber è il nome, Sironi l’editore), e svela che i tre s’incontrano
e parlottano dietro pizze e vaste birre, è, come è par suo, molto più
parco e “frenato”, uno con la capa sulle alate spalle, nel suo
diario-blog sussurra, «Io non so se il romanzo di Leonardo Colombati è
davvero un “capolavoro”. Per me la parola “capolavoro” indica
soprattutto un genere letterario». Bene, direte, trombe strombate. Non
poi tanto. Attorno al libro nasce un sito Internet
(www.perceber.com) dentro a cui l’autore, che nella foto è sornione e
paffuto e ci piace, scrive un moloch-testo sulla sua, s’immagina,
disciplina letteraria (s’intitola Il silenzio, il bianco, lo zero), in
cui, molto postmodernamente (benché dovremmo far bene i conti prima o
poi e dire che il postmoderno è roba da museo delle cere, da medioevo,
romanticheria fatta e finta), mistura Cage agli apocrifi a Poe a Newton
a Proust e via scorrendo e scoordinando. Non domo, il medesimo ci
sciorina a tratti e bocconi indizi del “capolavoro”, capitoli,
funzioni, e la nota d’ingresso al romanzo e lo “schema generale” che lo
riassumerebbe. Ecco, veniamo a sapere, per esempio, che «il
romanzo è costruito in base alla dubbia cosmologia che dal III al XVI
secolo d. C. quei mistici ebrei chiamati cabalisti si premurarono di
organizzare per il nostro divertimento», e a parte il fatto ch’essi più
che divertirsi cercavano d’escogitare mezzi e scappatoie per rispondere
a quelle entusiasmanti domandine come, chessò, il motivo del male
nell’esistente, il vero significato assunto dalle cose e dalla presenza
di Dio nel mondo vegeto e vivente e via così, quesiti insomma a cui
ogni vera opera aspira a rispondere, perché la letteratura, e proprio
per il suo carattere non divino, cambia la vita davvero e per sempre e
perché la sola verità a noi possibile fiorisce nella finzione, nella
fiction, romanzesca o poetica che sia, a parte questo Colombati
Leonardo, tutte queste corrispondenze tra parti del libro, rioni di
Roma, lettere dell’alfabeto ebraico, Sefirot e rotture dei vasi e
comunioni con Dio ce le propina come se poi veramente tutto, anche il
nulla, potesse essere raccolto, raccontato, detto nelle sue più
viscerali viscere, senza sottili sfasature nel creato caglio o
disarcionamento dei binari costituiti. Pare quel Joyce, per
tornare alla triade d’inizio, che esternò le sue molto più modeste
“schede di lettura” dell’onnicomprensivo Ulysses, ma sghembe,
differentemente modellate, agli amici Quinn (2 settembre 1920), Linati
(21 settembre 1920) e Larbaud (6 novembre 1921), così lasciando luogo,
potenza delle potenze della parola nuda e dura, all’aperto, al non
concluso, alla foriera scorrettezza (lui che pensava ogni parola fin
nel più infimo lessema, nella più misera sillaba). Sul “romanzo-non-romanzo”
Eppure, lo dice uno che con le lettere ebraiche tutte angoli e spini ci
gioca da quando era infante, le infila nel tubetto di cuoio e ci fa
come coi dadi, il romanzone lo leggeremo, lo studieremo certo, benché
più che Pynchon pare il Foucault pendolante di Eco, perché ben venga
uno che se la gioca con Joyce e compagnia piuttosto che quello che
crede che gironzolando per i quartieri di mala fama e compilando il
diarietto di bordo scriva meglio, illustri più decentemente la “realtà”
(come se a chi è capace non bastasse il niente da cui viene, il niente
dei suoi muraglioni a dire il mondo: vizio solito dell’uomo che vuole
“esperire” quando può “sapere”) nonostante con invidia non incerta
illividiamo quando il sommo cabalista Colombati viene citato dalle
pagine dorate, entraci e la malia del successo è tua, di Nuovi
Argomenti assieme al Moresco caotico e al D’Arrigo mobydickesco come
artefice del “romanzo non romanzo”: è chiaro, più “romanzo-non” di
quello che neppure è stato pubblicato ancora! Per non contare poi che
un’altra micidiale triade, quella Joyce-Céline-Broch ha sincreticamente
chiuso, buttando via la chiave, porta e strada a qualsiasi possibilità
di ulteriore espansione del romanzo. Gli sperimentalisti
sono reperti museali, come se uno si mettesse oggi a mimar ser Petacco,
anzi, forse quegli sarebbe pure più post- di questi post-, gli altri,
quelli che scrivono semplice-semplice, sono neoromantici d’accatto,
mendicanti di una parola che non c’è più. Spiacenti per coloro che
credono che l’ispirazione sia qualcosa legato agli organi e ai polmoni,
ma il talento bello e buono o lo possiedi o nisba, o sei portatore sano
di linguaggio oppure fottiti, ecco, perché con la letteratura non si
scherza neppure quando la si fa schernendola, perché tu puoi essere un
Petronio un Cervantes uno Swift uno Sterne e credi che ciò che scrivi
sia la cosa meglio fatta, da paragone vinto con il Biblion, pure. Il
fatto è che siamo ammolliti dalla tecnica, che se ci va possiamo
simularli tutti, la frase megatortuosa di Proust, la chicca esoterica
di Kafka, l’argomentazione di Mann, pure il maccheronico di Folengo
(eppure, arretro, di questi evi ci fossero almeno dei degni
imitatori!), ma nessuno che porti una lingua di genio e polpa veri,
perché oltre alla sapienza che questi inetti di oggi e di ieri (lungi
da noi tassativamente il “si stava meglio quando si stava peggio”, la
questione del genio è pari pari quella dacché l’uomo è sorto, solo muta
la cornicetta d’elezione) non hanno, lettori di giornali e giornaletti
loro, mica di libri (non ne bastano 10.000 come ne basterebbe una degna
cinquantina, e Dante di certo ha letto meno del più scarso tra noi),
c’è quel di più, quel tassesco “non so che” che ti fa dire se quello ci
è o ci fa con le parole, se è giocoliere o genio, quello che fa dire
all’anonimo estensore del Sublime: «Nella lirica preferiresti essere
Bacchilide o Pindaro, e nella tragedia Ione di Chio oppure Sofocle? I
primi non hanno difetti e sono ovunque raffinati con eleganza, mentre
Pindaro e Sofocle quasi sembrano bruciare ogni cosa con il loro impeto,
ma spesso senza ragione si spengono e cadono nel modo più infelice.
Tuttavia nessuno sano di mente vorrebbe scambiare un solo dramma, la
tragedia di Edipo, con tutte le opere di Ione messe in fila». E voi,
che non avete né impeto né raffinatezza! Siate sproporzionati,
giganteschi, catastrofici, rischiate di piombare fulminati
dall’insuccesso, per Dio, ma mostrateci un linguaggio, ché lì, poche
ciance, si gioca la partita e la faccia, ma, nannimorettamente, dite
qualcosa, ché lì, nell’interiore contenuto ci si gioca l’eterno, fatemi
vedere le fuggevoli cose vomitate dal caso come mai prima le ho
guardate. Che questa sedia non sia una sedia ma una navicella spaziale,
una costellazione di travi e pinze e tele. E fatevi odiare,
Signore santissimo, da tutti fatevi tirare dietro uncinetti e porte
blindate intere, e riassumete le linde lettere e spernacchiatele,
cercate «lo stile che va nei nervi più sensibili», lo stile «che si
porta via tutto […] i palazzi di sette piani!… i feroci autobus
ringhiosi! non gli lascio niente alla Superficie! niente gli voglio
lasciare! né le colonne Maurice, né le donzelle rompiscatole, né i
ciccaioli sotto i ponti! No! mi porto via tutto», come biascica il
Céline in quel manuale per perfetti scrittori che sono i Colloqui con
il professor Y, così facendo felici quelli per cui la scrittura è
mimare la realtà, andarsene con il taccuinetto sotto l’ascella e
vergare, schedare, mimare, redigere la Smemoranda dove s’attaccavano in
fila sghemba gli scontrini i bigliettini le cartine… «imbarco tutto!…
caccio tutto nel mio treno!… glielo ripeto! tutte le emozioni nel mio
treno!… con me!… il mio metrò emotivo prende su tutto! i miei libri
prendono su tutto!», imbarcate tutto ma svelatelo, coincidete con il
vostro personale delirio, ché, tanto si sa già, i lettori «sono snob,
fessi e servili», e dunque non servite loro, piuttosto ch’essi siano
per voi il niente fatto niente, cibo, pappa, buono vederli danzare unti
e caracollanti per cacciarne fuori qualche magnetica frase più corretta
delle loro marce infime. C’è da reagire, alzarsi di botto e dire
hinenni, eccomi, son desto, arrivo e scompagino le belle e ordinate
lettere non credendo di farlo con una lingua già accademica, già d’uso
domato come quella postmodern ma balzando lo sguardo oltre, reagendo,
come, detta di uno, il Larkin di turno fece rimettendo ordine e suono
allo scompiglio modernista perché o simulavi Eliot o Pound oppure eri
fritto si diceva, o t’isoli nel tuo demonico genio come il Celan e
insegni come si fa il “frammento” tanto decantato dagli sperimentali
d’inizio secolo a tal punto che dopo di lui non si possono scrivere
poesiole così. Lo “scandalo” della parola
Ma il punto vero è che forse la parola ha perso la sua portanza di
“scandalo”, d’indecenza («L’arte è così bene accetta perché ha perso il
suo pungiglione. […] In passato, quando gli artisti erano ancora
veramente in contatto con il mondo dell’azione, le loro innovazioni –
per quanto entusiasmanti o sconvolgenti – si producevano per via quasi
secondaria, rispetto ai compiti vitali che l’arte adempiva; invece,
oggi, l’invenzione artistica è fine a se stessa. L’arte è diventata
“sperimentale”»; così Edgard Wind in Arte e anarchia, Adelphi,
Milano1968), o forse che noi non si riesce più a esserlo,
spudoratamente scandalosi, ché le boccuccie della “gente” divorano
tutto senza sapere il perché, anestetizzati da un secolo di “ti spiego
io come devi leggere questo che, te lo dico io, è un capolavoro”, e non
c’è via a ritroso o alternativa. Ora è buio pesto. Dunque, caro
scrittore in erba, se vuoi essere “scandaloso” comincia a fare una
cosa: fatti cacciare, manoscritto tra le minugia, da ogni casa editrice
scintillante e “di successo”. Torna al ciclostile, al libro-fai-da-te,
così nessuno ti leggerà mai né s’accorgerà di quanto saresti stato
geniale se solo… e, dopo esserti beato della mitica griffe di “autore
nato postumo”, potrai placare la tua ira di parole (tanto tutto è già
stato detto, ogni verità rivelata) e ridurti al silenzio. Zittisciti
una santa volta! E chi parlerà, chi resterà, che poi, è
assodato, decenni e secoli passeranno sotto i luridi ponti prima che
l’opera possa essere colta nel suo immacolato splendore (ma che almeno
questi critici si degnino di fornirci la mappa stellare dei “campioni”,
i vincitori del Totocalcio letterario, prima o dopo), che lasci perdere
i proclami e i colonnati e le cariatidi secche e denunciate su cui far
poggiare l’infetto corpo delle nostre lettere, come fece l’Eliot
terradesolante e tutti quelli che a tali colonne danno il colpo secco
di nessuna grazia, ma costruiscano da più in fondo, dicano senza dire,
descrivano senza menzionare. Solitari o non solitari, lontani dal
chiasso o dall’intimità del chiasso che ci spieghino la vastità
dell’essere e del cosmo, dell’umano e del non umano, senza troppo
cincischiare. Insomma, lo scrittore che verrà faccia quel che gli pare
purché scriva l’opera che cambi definitivamente volto e connotati a chi
la leggerà, perché egli «nonostante sia al di fuori di tutto, sorregge
i mondi superiori e gli inferiori, e sorregge tutti i mondi fino
all’infinito e allo sconfinato. Ma non esiste chi sorregga lui. Ogni
pensiero si sforza di pensarlo, ma nessuno di essi sa raggiungerlo».
Chi di Cabbala ferisce, di Cabbala perisce. |
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