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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
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Darwin a-dieu

Tra chi giura a spada tratta sulla graniticità del paradigma evoluzionistico e chi ritiene le teorie di Charles Darwin poco più che risibili divampa il dibattito, addirittura lo scontro. Eccovi le nostre testimonianze

Dal Dom del 18 marzo 2006: Scimmia o disegno intelligente?, a cura di Andrea Lavazza

Dal Dom dell'8 ottobre 2005: Che la scienza moderna voglia distinguersi per fideismo oscurantista?, di Marco Respinti; Un caso molto, molto intelligente, di Giulio Dante Guerra; I manuali scolastici di scienze, uno sfacelo, di Andrea Bartelloni

Dal Dom del 3 settembre 2005: Disegni intelligenti e zucconi, di Marco Respinti; Dietro il mondo c’è qualcuno, di Philip Larrey; Finalmente una sfida seria alla religione evoluzionista, di Guglielmo Piombini

Dal Dom del 4 ottobre 2003: Agnostici, fieri agnostici, di Marco Respinti; Ciao Darwin, di Giuseppe Sermonti e Paolo Zanotto

18 marzo 2005
Scimmia o disegno intelligente?

Edoardo Boncinelli, Fiorenzo Facchini, Lodovico Galleni, Giuseppe Sermonti. Quattro eminenti scienziati a confronto. Anticipazione da Vita e Pensiero, il bimestrale di cultura e dibattito dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il recente dibattito italiano sulle teorie che cercano di dare conto del percorso che ha condotto alla attuale configurazione della biosfera sulla Terra, ovvero quale sia l’origine della vita e come si sia giunti alla diversità osservabile, comprendente la specie Homo sapiens sapiens, ha visto molte semplificazioni e forzature ideologiche. Uno dei motivi è dato dal fatto che ci si è concentrati più sulle conseguenze “filosofiche” e “politiche” delle diverse prospettive che sul loro merito scientifico. Ciò è comprensibile in quanto la maggior parte delle persone deve maneggiare “a scatola chiusa” molte delle teorie o parti di esse, non avendo gli strumenti (non solo intellettuali, ma anche materiali) per valutarle; può tuttavia legittimamente interloquire quando se ne estrapolano visioni del mondo in contrasto con la propria.
Il cosiddetto Intelligent Design (ID, disegno – ma più propriamente – progetto intelligente) è una posizione che si propone di mettere in discussione i fondamenti delle teorie evoluzionistiche darwiniane, contestando in particolare la casualità dell’intero processo biotico e affermando invece che esso richiede, almeno in alcuni suoi snodi fondamentali, l’intervento di un’entità intelligente capace di orientare l’evoluzione secondo un progetto culminato con l’uomo.

Si tratta di una teoria “reattiva”, nata nel contesto statunitense (recentemente esclusa dai programmi scolastici in base a una sentenza giudiziaria, benché la controversia rimanga aperta), che si comprende soltanto di fronte a un darwinismo trasformatosi, con alcuni suoi esponenti anglosassoni (da Huxley ad Hamilton fino a Dawkins), anche in “religione secolare” apertamente schierata per l’ateismo. Se si assume che la scienza (perfino una scienza “storica” come la biologia evoluzionistica, che utilizza più concetti che leggi) debba essere sempre aperta alla falsificazione, l’ID sta ai confini estremi e, in molte sue forme, se non in tutte, va collocato al di fuori di tali vincoli epistemici. Ciò non significa che il darwinismo sia un paradigma univoco e senza lacune. Né che non ponga problemi all’antropologia cristiana. Ne abbiamo parlato con quattro studiosi: Edoardo Boncinelli, Fiorenzo Facchini, Lodovico Galleni e Giuseppe Sermonti.

Darwin è un punto di riferimento per tutti, positivo o negativo, ma dall’«Origine delle specie» del 1859 molto è accaduto. Qual è oggi lo status della teoria dell’evoluzione biologica? Quali i suoi assunti fondamentali e che tipo di prove vi sono a suo favore? Quali i punti controversi, i fenomeni che non hanno ancora spiegazione? Al riduzionismo centrato sui geni si affiancano approcci complementari, come lo strutturalismo di Gould, l’autoorganizzazione di Kauffman, la teoria dei sistemi di sviluppo della Oyama, la teoria gerarchica di Eldredge, l’Evo-Devo… E anche visioni radicalmente alternative come l’Intelligent Design. Cerchiamo di fare un po’ d’ordine, dal vostro rispettivo punto di vista.

BONCINELLI: Darwin ha proposto 150 anni fa che: 1) tutte le specie oggi viventi sono derivate per discendenza diretta da un gruppo di organismi primordiali vissuti sul pianeta molto tempo fa (circa 4 miliardi di anni); 2) tutto ciò è accaduto grazie a due semplici meccanismi, la variazione e la selezione. Benché sia passato tanto tempo, lo schema esplicativo rimane sostanzialmente lo stesso se alla parola “variazione” si sostituisce “mutazione”. La teoria attuale, che possiamo chiamare neodarwinismo, è una versione riveduta e corretta dell’originaria proposta darwiniana. Ha preso un assetto quasi definitivo intorno al 1930 e viene continuamente aggiornata, come tutte le teorie scientifiche, sulla base di sempre nuove risultanze sperimentali. Che cosa è cambiato in questi 150 anni? Si è imparata un’incredibile quantità di cose sulla trasmissione ereditaria dei caratteri biologici. Darwin non conosceva neppure l’esistenza dei geni. Possiamo quindi precisare che le mutazioni sono casuali, determinate cioè da cause non note, ma non eliminabili. Sono inoltre non programmate e neppure direzionali.
Esistono mutazioni vantaggiose, ma la grande maggioranza di esse è deleteria. La selezione naturale non è un agente e neppure una forza specifica. Diamo questo nome a quel complesso di fenomeni naturali che nei fatti favoriscono alcuni individui, concedendo loro di lasciare una prole più abbondante, e ne puniscono altri. La selezione non “sceglie” il più adatto, come si dice di solito (chi è il più adatto?), ma si limita a concedere agli individui una fertilità differenziale, chiamata in inglese fitness. Riteniamo oggi che il caso giochi un ruolo molto più rilevante di quanto pensasse Darwin. La teoria spiega bene quello che è successo negli ultimi 600 milioni di anni, meno bene quello che è successo nei precedenti 3 miliardi di anni, per niente quello che è successo prima.

GALLENI: Occorre innanzitutto una definizione: il termine evoluzione indica che i viventi che oggi vediamo sono il prodotto di un processo di trasformazione irreversibile avvenuto nel tempo, e sono collegati tra loro da relazioni di discendenza divergente. Questo aspetto è il risultato di una ricerca di tipo storico altrettanto provata quanto è provata l’esistenza dell’impero romano. È quindi un fatto ormai acquisito nel bagaglio delle conoscenze dell’umanità. Per quel che riguarda i meccanismi che spiegano come l’evento storico evoluzione sia avvenuto e stia procedendo, abbiamo a che fare con teorie. Quella oggi maggiormente accettata si rifà al “darwinismo”, cioè alla teoria della selezione naturale proposta nella seconda metà del XIX secolo da due naturalisti inglesi: Charles Robert Darwin e Alfred Russell Wallace. La teoria spiega l’evoluzione come risultato dei meccanismi che determinano gli adattamenti dei viventi. Essi hanno forma e strutture che permettono di svolgere in maniera efficiente i due compiti che sono loro propri, cioè sopravvivere e riprodursi. Per alcuni autori della scienza classica, come Galeno, gli adattamenti erano il risultato dell’opera provvidente e previdente di un Demiurgo che aveva ordinato l’universo portandolo dal caos all’ordine. La scienza moderna ha liberato la teologia dagli impacci di questo legame epistemologico e cercato nei meccanismi dell’evoluzione le ragioni dell’adattamento; per questo competono alla scienza non solo le descrizioni morfofunzionali degli adattamenti, ma anche i meccanismi alla base della loro origine. Nell’ipotesi di Lamarck le strutture ordinate degli adattamenti derivavano dall’influenza diretta dell’ambiente sul vivente; le strutture del corpo cambiano e i cambiamenti vengono poi ereditati. Nell’ipotesi di Darwin e Wallace vi è una diversità basata sulla variabilità ereditaria e una competizione tra gli individui di una specie. Di generazione in generazione l’ambiente sceglie gli individui che portano le caratteristiche che favoriscono il successo nella competizione per la sopravvivenza. Da qui nasce il problema del caso darwiniano: vi è una catena di cause che fa nascere la variabilità ereditaria e una catena di cause che fa sì che l’ambiente (inteso in senso molto lato) scelga le combinazioni migliori. Ma la variabilità non nasce in funzione di una risposta diretta all’adattamento. Di fatto sono due catene di cause sconnesse tra di loro che si incontrano in maniera casuale. I meccanismi della selezione naturale hanno trovato molte conferme, ma probabilmente non sono gli unici che determinano l’origine delle strutture ordinate in biologia.
Altre teorie sono in discussione, quali la teoria organismocentrica, secondo cui le strutture ordinate sono formate per autoorganizzazione (ad esempio, le strutture geometriche del fiocco di neve), o la teoria della Biosfera, secondo cui le strutture ordinate sarebbero un risultato delle leggi generali che regolano la sopravvivenza del sistema Biosfera. Il ruolo del caso nelle ipotesi di Darwin-Wallace può fare problema se – e solo se – viene elevato a strumento di interpretazione metafisica dell’Universo. Negare alcune conquiste della scienza solo per paura che possano essere utilizzate in una prospettiva materialistica è un errore grave. Vi è infine l’ipotesi dell’Intelligent Design, che è però da escludere in quanto pessima scienza e pessima teologia.
SERMONTI: Un serio problema per chi si dispone a trattare il tema dell’evoluzione biologica è, a mio avviso, la mancanza di una definizione condivisa di quel processo. Il riferimento a Darwin non chiarisce i termini. Fautore della trasmissione dei caratteri acquisiti (pangenesi), egli è considerato il loro negatore; dubbioso sulle possibilità della selezione naturale, è trattato come panselezionista; interessato all’origine delle specie, gli è attribuita la teoria dell’origine dei tipi; fautore della selezione sociale e del razzismo, è dipinto come un modello educativo… Dell’evoluzione esistono almeno tre definizioni: 1) passaggio lento e graduale degli organismi viventi da forme inferiori e rudimentali a forme sempre più complesse (Devoto-Oli); 2) preservazione delle razze favorite nella lotta per la vita (Darwin); 3) processo che da una popolazione (in conseguenza di mutazione e selezione) ne fa discendere un’altra con caratteristiche diverse (Helena Curtis). In sintesi: 1) progresso; 2) adattamento; 3) cambiamento. Nessuno dei tre dà conto dell’origine delle specie, piuttosto riconducibile all’isolamento ambientale. Un’importante contrapposizione si ha tra la visione genocentrica (selettiva) e quella organicista (con le teorie di campo e l’enfasi sulla regolazione). Il paradigma genocentrico non chiarisce il problema morfogenetico (perché una mosca non è un cavallo?) e prelude al biotech e all’eugenetica. Il paradigma organicista fa in genere riferimento a un “ordine predisposto” e utilizza concetti come bellezza, ordine, coerenza, significato, scopo. L’Intelligent Design oppone al neodarwinismo la convinzione che l’enorme complessità della vita non può essere stata raggiunta per puro caso, o che una struttura complessa (come l’occhio o una trappola per topi) non può essere conseguita per gradi, dato che essa si rende utilizzabile soltanto quando è completa.

FACCHINI: È molto comune l’identificazione della teoria dell’evoluzione con il darwinismo, ma non è corretto. Darwin ha sostenuto l’evoluzione della vita sulla Terra, come avevano fatto altri prima di lui, e ne ha dato una spiegazione attraverso la selezione naturale che opera sulle variazioni casuali della specie. È una teoria nella teoria. Vi sono scienziati che sostengono l’evoluzione, ma ritengono che il meccanismo suggerito da Darwin non sia adeguato per spiegare tutto il processo evolutivo e postulano programmi interni o regole biologiche particolari che ancora non conosciamo. Ora, mentre il modello di Darwin ha a suo favore fenomeni noti a livello microevolutivo, e quindi ci si muove sul piano delle osservazioni empiriche, vari critici del darwinismo si muovono in campi soltanto ipotizzati o ancora da esplorare. Del tutto lontani dall’ambito scientifico quelli che ricorrono a un agente superiore intelligente che sarebbe intervenuto nel corso della evoluzione per orientarla in un senso o nell’altro e per realizzare strutture più complesse. Non è metodologicamente corretto invocare interventi esterni per surrogare quello che non conosciamo ancora ma che può rientrare nell’orizzonte della scienza, per non dire che facendo ricorso a un ordinatore esterno per correggere e orientare in determinati momenti il cammino dell’evoluzione viene da chiedersi perché egli non sia intervenuto a evitare certi fenomeni catastrofici della natura, eventi dannosi oppure senza significato. L’ID non può essere una visione alternativa a quella scientifica, perché esce dall'ambito della scienza. La teoria dell’evoluzione è coerente con quanto si va scoprendo in vari settori della scienza (paleontologia, anatomia comparata, genetica, biologia molecolare…). Essa rappresenta una spiegazione plausibile della documentazione fossile che possediamo, rende ragione dell’intima affinità biologica fra i viventi e ne suggerisce delle parentele, anche se restano avvolte in una certa oscurità le cause e le modalità del processo evolutivo. Per quanto si riferisce all’evoluzione umana, c’è una fase preumana, precedente e preparatoria, ramificata e complessa, che nell’ultimo secolo si è arricchita di numerosi reperti, come pure è documentata una forma umana alquanto diversa da quella attuale, che si prolunga per molto tempo e costituisce l’umanità fossile, i veri antenati dell’uomo moderno.

Dal dibattito emergono prospettive non facilmente conciliabili. Proviamo a precisare, ciascuno rispondendo alle posizioni diverse dalle proprie.

GALLENI: Mi pare che si possa affermare chiaramente che vi è un accordo generale sull’evoluzione come evento storico. Più ampia è invece la discussione sui meccanismi. Indubbiamente vi è un diffuso consenso sulle capacità esplicative della revisione del darwinismo compiuta negli anni Trenta-Quaranta del secolo scorso che va sotto il nome di Sintesi moderna, ma vi sono anche proposte diverse oggi oggetto d’indagine. Ci troviamo di fronte a una situazione di pluralismo teorico che è forse l’aspetto più interessante collegato alla costruzione delle teorie in biologia evolutiva. Un altro aspetto importante è che le teorie scientifiche, e quindi anche quelle che riguardano l’evoluzione, si costruiscono non solo sulla base di osservazioni ed esperimenti ma anche attorno a una parte metafisica nel senso letterale del termine, che risente delle idee filosofiche e religiose dello scienziato e degli ambiti sociali in cui si è formato e vive. Così è stato anche per Darwin. Per quel che riguarda il rapporto tra evoluzione e teologia, importante è la consapevolezza di un particolare agire di Dio. Dio non interviene continuamente nella natura facendole superare vari gradi di complessità e lasciando i segni ben visibili di un “disegnatore intelligente”, al contrario lascia che la natura stessa si faccia grazie a meccanismi caratterizzati dall’assenza di un determinismo stretto e dall’emergenza del nuovo non prevedibile. Il segno fondamentale della visione odierna della natura è quello della libertà. Il disegno di Dio non è rilevabile nella formazione delle strutture anche altamente complesse del vivente o in questo o quel passaggio evolutivo. Lo è invece nel quadro più generale di un universo che muove verso la complessità e la coscienza e di un essere pensante che muove verso l’alleanza, la redenzione e la salvezza. Questa visione sembra porre alla teologia più il problema del futuro dell’umanità che non quello del passato e delle origini.

SERMONTI: Dalle considerazioni dei miei colleghi l’evoluzione appare un “fatto” ormai stabilito definitivamente, «come l’Impero romano» (Galleni). Ma l’impero romano è adattativo, progressivo o variante a caso? Certamente esso non era prevedibile e non è riproducibile, quindi è storia, non è scienza. Anche un tramonto è un “fatto”, ripetitivo anche se non riproducibile, ma diviene scienza solo dopo che se ne siano compresi la regola e il meccanismo. Dire che una fenomenologia è “un fatto” è collocarla al più basso livello gnoseologico. I concetti di “stabilito definitivamente”, come quello di “scientificamente provato”, non fanno parte della migliore scienza. In merito ai meccanismi dell’evoluzione, gli ormai secolari processi di mutazione-selezione sono l’uno degenerativo e l’altro conservativo, e quindi non idonei a dar conto dell’aumento di complessità. Essi sono insufficienti e sconnessi (per Galleni) o oscuri (per Facchini), o da sostituirsi con “mutazione” e “fitness” (per Boncinelli). Ma la mutazione (del Dna) è un aspetto minore e fondamentalmente “neutrale” della variazione, che include l’autoorganizzazione (Galleni), il “campo morfogenetico” e, più in generale, la epigenetica. La “fitness”, poi, non ha a che fare con innovazione e progresso evolutivo (Boncinelli). D’accordo con tutti che, per rifare la storia del mondo, non è opportuno invocare agenti estranei personificati (ciò vale per ogni scienza), ma questo non deve condurre a rifiutare lo studio di regole e tendenze, per il timore che emerga un’intenzione trascendente. Eviterei di citare caricature dell’Agente Esterno, come deus ex machina, dio tappabuchi o demiurgo incapace di evitare tsunami (Facchini). La nostra lezione finisce con l’essere adottata dai negatori di tutti i valori, con un carico pesante di disillusione, confusione e disperazione a carico dell’uomo della strada. Non deponiamo l’antica saggezza come inservibile. Le regole del mondo preesistono alla realtà, che non si fa le proprie regole. Questa visione contrasta con quella del caos totale (del solo caso, di Monod), dello spazio senza leggi, in cui si insedierebbe accidentalmente la realtà. Per la Bibbia, persino il Signore è soggetto alle leggi architettoniche del cosmo (i “programmi interni” [Facchini] o la teoria della Biosfera [Galleni]). L’evoluzione darwiniana non prova l’esistenza o la non esistenza di Dio, ma storicamente, politicamente, filosoficamente non si può negare che essa sia stata e rimanga l’argomento più potente per dichiarare la morte di Dio. La mia conclusione è che, in materia di evoluzione, sappiamo poco e che, con l’accumularsi della conoscenza, il mistero aumenta, non diminuisce.

BONCINELLI: Non ho molto da dire a Facchini e Galleni. A Sermonti potrei obiettare che la sua proposta organicista, preferita a quella geocentrica, non ha mai prodotto niente se non, sia detto senza offesa, chiacchiere. Quanto poi al fatto «che l’enorme complessità della vita non può essere stata raggiunta per puro caso», mi piacerebbe sapere perché. Sarebbe interessante sapere in base a quali principi si fanno affermazioni del genere.

FACCHINI: La teoria di Darwin resta al momento il modello interpretativo più fondato sul piano scientifico. È difficile contestarla a livello microevolutivo. La sua estensione a tutto il processo evolutivo rappresenta la vera grande sfida. Come pure la ricostruzione delle tappe, dei meccanismi e delle modalità con le quali si è svolta, cui accenna Sermonti. È un’impresa che darà da fare agli studiosi per moltissimo tempo. In particolare, restano aperti i problemi relativi alle cause delle mutazioni e del formarsi delle grandi direzioni evolutive, in tempi non illimitati ma necessariamente brevi. Anche la crescita della complessità è lungi dall’essere spiegata in modo esaustivo. Vanno tenute presenti le mutazioni a livello di geni regolatori di piani organizzativi, specialmente nella morfogenesi, ma non sappiamo per quali cause e con quali modalità. Si possono invocare altri fattori di ordine interno alle specie (principi d’ordine o regole...), ma al momento non si conoscono o si tratta di pure ipotesi. In ogni caso vorrei sottolineare, in relazione all’intervento di Boncinelli, che il successo delle nuove strutture che si formano richiede la coincidenza tra mutazioni genetiche e cambiamenti ambientali favorevoli. I fattori ambientali non sono casuali (come le mutazioni nella teoria darwiniana), ma determinati da eventi di ordine fisico a loro volta dipendenti da leggi o proprietà del Sistema Solare e dell’Universo. L’enfasi sul caso, quasi fosse un demiurgo che spiega tutto il processo evolutivo, è una implicita ammissione della nostra ignoranza su un argomento di cui pretendiamo di sapere tutto.

Dalle diverse prospettive circa l’origine e l’evoluzione della vita è lecito estrapolare conclusioni applicabili ad ambiti esterni alla biologia? La nostra visione dell’uomo viene toccata direttamente dalla teoria evoluzionistica? Che atteggiamento dovrebbero avere gli scienziati, e gli intellettuali in genere?

FACCHINI: In ogni campo ci si deve muovere con le metodologie specifiche e non sarebbe corretto estrapolare metodi e conclusioni per applicarle ad altri settori. Possono tuttavia esservi problemi e istanze che emergono dalla scienza e si affacciano su altri settori della conoscenza (come la ricerca di significato, le ragioni ultime, il finalismo). Esse saranno affrontabili in contesti diversi con le specifiche metodologie. In ogni caso, tra religione e scienza c’è un ambito, quello filosofico, che non dovrebbe essere scavalcato. La visione cristiana dell’uomo può essere chiamata in causa non dal fatto evolutivo in sé, ma dalla pretesa di volere spiegare tutto con i metodi della scienza, in una visione chiaramente riduttiva della conoscenza.

SERMONTI: È noto che Darwin ha tratto ispirazione da ambiti esterni alla biologia (da Malthus, ad esempio). Egli ha altresì dato credito naturalistico a visioni commerciali, coloniali e conflittuali della società. Come sostenne Monod, la scienza deve ignorare i valori e adottare il principio di obiettività, ma l’esclusione del significato ha condotto a una concezione disperata (esistenzialista) del mondo. La scienza si sviluppa astraendo alcune variabili dal complesso della realtà; compie un errore quando intende ricostruire e gestire la realtà con le sue astrazioni (scientismo). La prevalenza dei più adatti come criterio di sviluppo è adottabile in certi ambiti astratti, ma non deve condurre agli auspici darwiniani, quali “tra tutti gli uomini deve esservi lotta aperta” o “le razze umane più civili stermineranno e si sostituiranno in tutto il mondo a quelle selvagge.” La scienza dovrebbe importare nella vita le sue nozioni, ma non come articoli di fede, e il suo “metodo”, ma solo come strumento di conoscenza e non come prassi.

GALLENI: L’evoluzione porta a cambiamenti fondamentali nella visione dell’uomo, ma sono cambiamenti che comunque rappresentano uno stimolo importante per comprendere meglio il progetto di Dio sull’uomo e sulla creazione. Di fatto, seguendo la lezione di Pierre Teilhard de Chardin, l’evoluzione estende a tutta la creazione il concetto di muoversi verso che la Bibbia considera una caratteristica dell’umanità. L’umanità muove verso l’alleanza, la redenzione e la salvezza e questo muoversi verso si innesta armonicamente con un universo che muove verso la complessità e una vita che muove verso la complessità e la coscienza. Da questo punto di vista l’evoluzione chiarisce meglio il significato del testo biblico collegando la storia dell’uomo con la storia dell’evoluzione dell’Universo.

BONCINELLI: L’evoluzione della vita credo non dia fastidio a nessuno: a chi importa l’origine del pescecane o della felce? Ciò che fa discutere credenti e non credenti è l’origine dell’uomo. La mia posizione personale è chiara. Dal punto di vista scientifico, non c’è oggi alcun dubbio su come siano andate le cose. Dal punto di vista non scientifico, non solo non mi disturba il fatto che siamo originati da antenati scimmioidi, ma questo mi dà un motivo di orgoglio in più: visto come siamo partiti, ne abbiamo fatta di strada.

I paradigmi evoluzionistici entrano in collisione con la fede cristiana rivelata e il magistero della Chiesa? La distinzione degli ambiti di scienza e religione è una risposta sufficiente? Non c’è a volte, su entrambi i fronti, un’eccessiva fretta di portare nel proprio campo ciò che più piace del campo opposto e di rifiutare ciò che è scomodo?

SERMONTI: L’idea di evoluzione, in senso lato, è compatibile con la rivelazione cristiana, e segnatamente con il suo carattere storico. Non lo sono invece alcune posizioni, come quella dello spirito “emergente dalle forze della materia” (Giovanni Paolo II) o quella della natura come “prodotto casuale, senza senso, dell’evoluzione” (Benedetto XVI). Non si tratta di disaccordo su risultanze scientifiche (la Chiesa non avrebbe voce in capitolo), ma su visioni filosofiche che sono competenze sia della Chiesa sia della scienza. Una scienza che rifiuta tutto ciò che non passa attraverso i suoi esperimenti e le sue statistiche si pone nella stessa posizione di una confessione religiosa che condanna tutto ciò che non proviene dalla rivelazione o dal magistero. Riporto quanto scrissi nel 1982: «Sollevate dal loro moralismo (oggi si direbbe “fondamentalismo”) e rivolte verso la maestà, la grazia e il mistero dell’essere, la conoscenza religiosa e quella scientifica possono incontrarsi e allearsi». Seguendo il ragionamento che stiamo sviluppando, in un’ottica evolutiva, l’umanità come imago dei acquista una prospettiva più feconda.

GALLENI: L’uomo innanzitutto non deriva da un pugno di impuro fango, ma è la ricapitolazione di tutta la creazione (come affermò Filippo De Filippi, il primo darwinista italiano che era anche un buon cattolico). Grazie alle indagini di biologia evolutiva, l’imago dei si arricchisce anche della visione drammatica della vita: l’uomo è imago dei anche con tutto il carico di dolore, sofferenza e morte che deriva dall’evoluzione. In definitiva, è questo il contributo più importante che la teoria della selezione naturale porta al dibattito con la teologia: le ipotesi di Darwin e Wallace unificano il tempo come Galileo aveva unificato lo spazio.

FACCHINI: Il paradigma evoluzionistico non entra in collisione con la religione se entrambi si muovono nei rispettivi ambiti e competenze. Non è solo questione di ammettere la creazione e un’evoluzione secondo il disegno di Dio. La visione evolutiva meglio si inquadra in un’economia divina che utilizza per i suoi fini le cause seconde, quelle che regolano i cambiamenti genetici e ambientali, entrambi necessari per l’evoluzione dei viventi. Nella luce dell’evoluzione si coglie un nuovo valore della creazione, come avvenimento che si estende nel tempo, e del rapporto di Dio con la natura. Giovanni Paolo II parla di una creatio continua, che si manifesta attraverso l’evoluzione. È una visione dinamica della vita, che coglie la sua dimensione storica, sulla quale si innesta l’opera cosciente dell’uomo, quasi come continuazione della creazione realizzata attraverso l’evoluzione.

BONCINELLI: Le gerarchie cattoliche hanno “aperto” qualche anno fa alle teorie evoluzionistiche, a parte il “salto ontologico” al quale ci troveremmo di fronte con la comparsa dell’uomo sulla Terra. Ma io ritengo che all’evoluzione non creda seriamente quasi nessuno in questo Paese, nemmeno i laici più convinti.

Che cosa si dovrebbe insegnare nelle scuole dei vari ordini, posto che dalla scuola passa ciò che le nuove generazioni di solito conoscono di un campo specialistico, sul quale difficilmente avranno modo di compiere ulteriori approfondimenti?

BONCINELLI: Mi piacerebbe che venisse insegnata un po’ di scienza, intesa come mentalità e come cultura scientifica. Qualcuno lo fa, altri no, ma anche quelli che lo fanno subordinano spesso la scienza ad altre cose. Basta fare pochi chilometri oltre confine per rendersi conto dell’unicità della situazione italiana.

FACCHINI: Il tema dell’evoluzione dovrebbe trovare posto sia nei programmi di scienze sia in quelli di filosofia e di religione, per gli aspetti che li possono riguardare. In particolare, la religione e la filosofia dovrebbero dare spazio al modo con cui può essere visto il rapporto tra creazione ed evoluzione nelle diverse concezioni della realtà, alla ricerca di significato per l’Universo e per la vita. Per quanto si riferisce propriamente alla scienza, si dovrebbe offrire un quadro della storia della vita sulla Terra, in relazione anche ai diversi ambienti, facendo emergere le affinità che legano le varie specie, uomo compreso, agli altri viventi e al mondo della natura. L’uomo rientra nell’ordine dei primati, ma si dovrebbe ricordare che è l’unico essere che ha consapevolezza di sé ed è in grado di modificare intenzionalmente l’ambiente.

SERMONTI: Nelle scuole si dovrebbe presentare prima un quadro empirico della natura, libero e descrittivo, poi fornire gli strumenti teorici per l’indagine. In questa seconda fase si dovrebbe insistere più sul metodo che sulle conclusioni, evitando di dare alcunché come accertato definitivamente (lo “scientificamente provato”). In altre parole, va insegnata prima l’aritmetica, poi l’algebra; prima l’esperienza che la teoria (pur considerando che un minimo di teoria è utile per fare esperienza).

GALLENI: Indubbiamente va insegnata l’evoluzione come parte fondamentale della descrizione scientifica del nostro Universo, sottolineando che si tratta di un contributo che la scienza ha dato per permettere di comprendere anche il senso della presenza dell’uomo nella natura. Si possono insegnare le teorie che cercano di spiegare i meccanismi evolutivi, chiarendo bene però che, mentre l’evoluzione come evento storico è ormai provata, le teorie sono ancora in piena discussione, anche se la maggior parte degli scienziati propende per quella darwiniana. Infine, è necessario spiegare i contributi che l’evoluzione dà alla filosofia e alla teologia. Questo è un compito da scuole superiori ed è reso difficile dal fatto che spesso gli insegnanti di religione non partecipano a questa parte della programmazione didattica. Sarebbe infatti importante evitare che passino letture strettamente materialistiche dell’evoluzione.
a cura di Andrea Lavazza

8 ottobre 2005
Che la scienza moderna voglia distinguersi per fideismo oscurantista?

Nel 1925 il 24enne John T. Scopes, che allenava la squadra di football della scuola ma che un giorno s’improvvisò docente di scienze, si prestò a una provocazione palese che portò in tribunale l’insegnamento della teoria evoluzionista darwiniana vietato nelle scuole del Tennessee da una legge varata solo poche settimane prima. Fu un caso clamoroso, di rilievo nazionale e non solo. L’avvocato dell’accusa fu William Jennings Bryan, ben noto per essere stato candidato tre volte alla presidenza degli Stati Uniti dal Partito Democratico con una piattaforma di tono populistico. Cristiano fondamentalista, era stato il grande sponsor della controversa legge del Tennessee. Il processo fu piuttosto singolare, per non dire strano.
Si gettò a pesce sull’evoluzionismo nelle scuole, ma, dopo un avvio tra fuochi e fiamme, accantonò la questione centrale e usò la ghiotta occasione solo per imbastire una colossale filippica contro i “creazionisti”. Alla fine Scopes fu condannato a pagare una multa e Bryan, cinque giorni dopo la sentenza, esausto per il duro confronto che aveva animato il dibattimento, morì.

Negli Stati Uniti l’eco di quegli avvenimenti, oramai lontani negli anni, non si è mai spento. Anzi, fornisce continuamente nuova linfa a chi iniziò a gridare allo scandalo allora ma ancora oggi non ha smesso. Oltreoceano si è infatti appena aperto un nuovo processo al darwinismo, segno di una vicenda mai sopita e della rilevanza pubblica che in quel Paese hanno i temi che toccano o che s’intrecciano alle questioni morali. A Harrisburg, Stato della Pennsylvania, il 26 settembre si è inaugurato il dibattimento sul caso “Kitzmiller et. al. v. Dover Area School District” che verte sulla possibilità d’insegnare nelle scuole statunitensi pure la teoria del “progetto intelligente” così come auspicato all’inizio del mese di agosto scorso anche dal presidente George W. Bush jr.
I contrari dicono che il farlo violerebbe la rigida separazione fra Stato e Chiese che è sancita a chiare lettere dalla Costituzione federale americana, ma è solo un capitolo nuovo di una storia antichissima. Ammesso e non concesso che la separazione sia così rigida e così esplicita nel senso che certuni vogliono attribuirle, se separando lo Stato dalle Chiese la Costituzione federale prescrivesse il laicismo più estremo, il favorire pubblicamente il materialismo più dogmatico configurerebbe la medesima violazione giacché promuoverebbe un “credo secolare” a religione di Stato.

Ma il punto è un altro, e rende questa vicenda interessante e importante anche fuori dagli USA.
Il punto è infatti cosa siadavvero la scienza. Se essa sia, cioè, solo un dogma razionalistico che non può essere discusso ma solo supinamente accettato, oppure uno sforzo di conoscenza del reale che per metodo prevede esattamente la ricerca, l’umiltà, l’apertura e la disponibilità a cambiare idea. Non è il caso di citare qui il citatissimo Thomas S. Kuhn, ma di suo la scienza, a meno che non voglia farsi oscurantista, è proprio il luogo del continuo mutamento, del continuo aggiornamento, del continuo riformismo. Altrimenti negherebbe se stessa. Affermare l’evoluzionismo darwiniano e neodarwinista basandosi sul fatto che metterlo in discussione significa essere antiscientifici per definizione è la prova peggiore che la ragione umana possa dare di sé. La ricerca più seria – come qui si documenta – offre peraltro molti spunti illuminanti. La scienza moderna deve solo decidersi e dire se vuole passare alla storia per laica o fideista.
Marco Respinti
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Un caso molto, molto intelligente

Il neodarwinismo è di gran moda. Negli USA trascina in tribunale chi dice che è solo una ipotesi, e nemmeno delle più raffinate; da noi resiste nella forma della teoria della “generazione spontanea”. Ecco come e perché sarebbe meglio abbandonarla invece al più presto

Spiegare l’esistenza di tutta la varietà, complessità e bellezza degli esseri viventi nei termini di una pura e semplice concatenazione di cause meccaniche e di fattori materiali: questa è una delle pretese di quello scientismo materialistico che – dopo l’implosione, negli ultimi anni del secolo scorso, del suo fratello-nemico, il materialismo dialettico – è rimasto lo strumento più usato dall’establishment culturale per dare un’apparenza di “scientificità” a una visione meccanicistica del mondo. E va notato che sulla medesima pretesa si basa pure la visione in apparenza “alternativa”, quella del vitalismo panteistico tipico per esempio dei “verdi” e degli ecologisti in genere, il cui esempio più famoso è l’“ipotesi di Gaia” formulata dello scienziato britannico James E. Lovelock.
Uno dei “nodi” fondamentali della storia della vita sulla Terra è, ovviamente, quello della sua comparsa. Un “nodo” così complesso che lo stesso Charles Robert Darwin (1809-1882) preferì lasciarlo insoluto, aggirando più o meno elegantemente il problema. Eppure scioglierlo, quel nodo dell’origine della vita, era nondimeno indispensabile per l’intera costruzione filosofica darwiniana. Se i primi viventi non si sono “evoluti” dalla materia per cause puramente meccaniche, infatti, a che scopo attribuire ai ciechi meccanismi delle “piccole variazioni casuali” e della “selezione naturale” la successiva comparsa di tutte le specie animali e vegetali?

La teoria secondo cui la vita sarebbe sorta casualmente dalla materia inorganica non è, in fondo, che la versione moderna di una credenza vecchia, probabilmente, quanto l’osservazione superficiale della natura: la “generazione spontanea”. Quella, per intenderci, che un tempo faceva ritenere che le anguille nascessero dalla melma dei fiumi, le zanzare dai miasmi delle paludi, le mosche dalla carne putrefatta, e altre favolette simili. L’infondatezza di credenze così fu dimostrata sperimentalmente da Francesco Redi (1626-1698) nel 1668 per gl’insetti, dall’abate Lazzaro Spallanzani (1729-1799) nel 1748 per i protozoi e da Louis Pasteur (1822-1895) nel 1861 per i batteri. Tutti e tre gli scienziati dovettero faticare molto per fare accettare le proprie scoperte. Ma, mentre Redi dovette lottare solo contro i pregiudizi di sedicenti “conservatori”, Spallanzani e più ancora Pasteur si trovarono di fronte l’opposizione dei “progressisti”, che della generazione spontanea facevano il supporto “scientifico” di una filosofia materialistica. Al contempo, in un contesto più “sotterraneo”, tale “necessità” sussisteva anche per un certo pseudospiritualismo di matrice gnostica: lo scienziato positivista, almeno allora, era spesso anche un frequentatore di sedute spiritiche. Fa testo, magistralmente, il caso dello psichiatra Cesare Lombroso (1835-1909).

Tutto fa brodo
È chiaro che, partendo da un simile preconcetto, non si poteva fare a meno di cercare il modo di riaffermare quello che l’esperienza scientifica aveva negato. E il modo è stato trovato, e contrabbandato per “prova scientifica”, ricorrendo a due accorgimenti. Primo, il classico “parlar difficile”, sostituendo il vecchio e screditato termine “generazione spontanea” con espressioni altisonanti, utilissime pour épater le bourgeois, quali “abiogenesi”, “fase prebiotica dell’evoluzione”, “evoluzione chimica”, e analoghi. Secondo, la retrodatazione della presunta “abiogenesi” a lontanissime ere geologiche, in condizioni ambientali non verificate né verificabili, ma “ricostruibili in laboratorio”, in cui – si afferma – sarebbe potuto avvenire quello che oggi è impossibile.
Sull’origine della vita, i manuali scolastici ripetono ancor oggi, sostanzialmente, la teoria elaborata, una ottantina di anni fa, dal biologo sovietico Aleksàndr Ivànovic Oparin (1894-1980): in un’atmosfera primordiale composta di metano, idrogeno, ammoniaca, azoto e vapore acqueo, le radiazioni ultraviolette solari e le scariche elettriche dei fulmini avrebbero provocato la sintesi di composti organici, tra cui amminoacidi, purine e pirimidine.
Tali composti, disperdendosi negli oceani, avrebbero formato il cosiddetto “brodo prebiotico”, nel quale, per reazioni chimiche successive, si sarebbero formate, sempre casualmente, le prime biomolecole – soprattutto proteine, ma anche acidi nucleici – e, infine, i primi organismi viventi.
Successivamente, verso la metà del secolo, il chimico statunitense Stanley Lloyd Miller ne avrebbe trovato le “prove sperimentali” allorché, facendo passare scariche elettriche attraverso miscele gassose di metano, ammoniaca, vapore acqueo e idrogeno, ottenne una miscela di composti organici da cui isolò, tra l’altro, alcuni amminoacidi.

Siccome gli amminoacidi sono i componenti fondamentali delle proteine, di cui sono costituiti i tessuti biologici, l’origine spontanea e casuale della vita dalla materia inorganica verrebbe in questo modo “dimostrata” e gli esperimenti compiuti nel mezzo secolo successivo non sarebbero altro che “conferme”.
In realtà, le cose non sono così semplici. I “composti prebiotici”, sintetizzati negli esperimenti di Miller e in quelli compiuti successivamente da lui e da altri ricercatori, sono solo una minima percentuale dei prodotti ottenuti. Per di più, nessuno di tali esperimenti ha mai prodotto contemporaneamente tutti i venti amminoacidi presenti nelle proteine. Sono stati ottenuti invece – e spesso in quantità maggiore dei primi – anche amminoacidi che non si ritrovano nelle proteine.
Le difficoltà salgono però alle stelle quando si passa alla seconda fase dell’“evoluzione chimica”, quella in cui le “molecole prebiotiche” avrebbero reagito fra loro per formare polisaccaridi, polipeptidi (e poi proteine) e polinucleotidi (e poi acidi nucleici), i quali, unendosi, avrebbero formato i primi organismi. Qui, infatti, il “caso” invocato dagli abiogenisti si rivela molto, molto intelligente.
La prima difficoltà consiste nella chiralità della maggior parte delle sostanze di origine biologica, dovuta alla dissimmetria sterica delle molecole. Ovvero: gran parte delle molecole organiche sono prive di piani di simmetria e dunque possono esistere in due forme distinte (dette enantiomeri), le quali si distinguono per essere l’una l’immagine speculare dell’altra, così come la mano destra lo è della sinistra. Donde, appunto, il nome di “molecole chirali”, dal greco chéir, mano.

Per favore, giù le mani
Ora, tutte le molecole chirali di origine biologica sono enantiomeri puri: per esempio, tutti gli amminoacidi presenti nelle proteine sono “a forma di mano sinistra”, mentre tutti gli zuccheri presenti negli acidi nucleici, oppure nei tessuti e nelle strutture biologiche, sono “a forma di mano destra”. Invece, tutti i presunti “precursori prebiotici” sono racemi, ossia miscele di quantità uguali dell’enantiomero “destro” e di quello “sinistro”, che non si sa come possano essersi separati da soli senza l’intervento di un chimico con l’intelligenza e la cultura scientifica, almeno, di un Louis Pasteur.
Questa difficoltà era tanto insuperabile che, nel 1984, il chimico statunitense James Peter Ferris – uno che, una decina di anni prima, era addirittura riuscito a farsi finanziare dalla NASA una fantascientifica ricerca sulla fotosintesi di composti organici nell’atmosfera di Giove – dovette ammettere che quello della chiralità in natura era un problema insoluto. E per di più verosimilmente insolubile, a meno di nuove scoperte per definizione imprevedibili. Le ricerche successive non hanno del resto mai dato risultati apprezzabili, ergo il problema rimane tutt’ora irrisolto.
Anche l’ipotesi, avanzata cinque anni dopo dal bioceramista statunitense Larry L. Hench, di una sintesi di macromolecole chirali sulle facce dei cristalli asimmetrici del quarzo, si rivela – specie agli occhi di un esperto (come chi scrive) di polimerizzazioni iniziate da materiali ceramici e vetrosi – parecchio “campata in aria”. Per inciso, presentando la propria teoria Hench criticò fortemente tutte le precedenti, compresa quella, ormai “classica”, di Oparin. Una delle caratteristiche tipiche degli “abiogenisti” è infatti il dissentire fra loro su tutto meno che sul presupposto filosofico di base: il caso come “causa prima” dell’origine della vita.

Ma non è la chiralità l’unico problema insoluto. Nelle proteine, non solo la configurazione sterica, ma anche la sequenza degli amminoacidi è tutt’altro che casuale; come pure la sequenza delle basi puriniche e pirimidiniche negli acidi nucleici. Entrambe sono strettamente ordinate alle funzioni biologiche della macromolecola all’interno dell’organismo. Si può cioè tranquillamente parlare di un “contenuto d’informazione” insito in tali sequenze.
Un esempio di come si tenda a eludere il problema è il caso del chimico pisano Pier Luigi Luisi, professore all’ETH di Zurigo, l’Istituto federale svizzero di tecnologia. Nel 1999, dopo aver ottenuto dei polipeptidi di lunghezza medio-bassa dalla condensazione di amminoacidi in presenza di liposomi, Luisi presentò una relazione al XIV Convegno Italiano di Scienza e Tecnologia delle Macromolecole. Alla precisa domanda del sottoscritto se i polipeptidi sintetizzati nei suoi laboratori presentassero o no un contenuto d’informazione analogo a quello presente nelle proteine biologiche, egli rispose “buttando il discorso in filosofia”, e per di più in cattiva filosofia.
Fu infatti, la sua, una sorta di rielaborazione del solipsismo insito nella “filosofia di Copenaghen” con cui, attorno al 1927, Niels Bohr (1885-1962) reinterpretava il “principio d’indeterminazione” introdotto da Werner Heisenberg (1901-1976) nella meccanica quantistica: l’osservazione di una particella subatomica ne altererebbe la velocità o la posizione. Ossia, in un certo senso, l’osservazione “crea” la stessa particella osservata. Una “filosofia di Copenhagen” applicata, per giunta, non alle particelle subatomiche, ma addirittura alle molecole, anzi alle macromolecole.

Le infrazioni del codice
Un’ulteriore difficoltà è il codice genetico, che consiste nella corrispondenza fra gli amminoacidi delle proteine (la cui sequenza, come si è già visto, non può essere casuale, dovendo rispondere a specifiche funzioni biologiche) e le terne delle basi puriniche e pirimidiniche nell’acido desossiribonucleico, o DNA. A ogni terna corrisponde un amminoacido, e soltanto quello, mentre lo stesso amminoacido può essere codificato anche da più terne, cosa che rende perfettamente indifferente gran parte delle mutazioni del DNA, quale che sia l’opinione dei neodarwinisti in materia.
Si tratta di un codice universale e apparentemente arbitrario, almeno da un punto di vista puramente chimico; è l’“enigma”, la cui origine fece quasi impazzire Jacques Monod (1910-1976), il biologo francese che, nel 1971, pretese di “divinizzare” il caso con il suo libro Il caso e la necessità (trad. it. Mondadori, Milano 2001).
Com’è noto, una critica non banale da muovere all’evoluzionismo neodarwiniano è che non lo si può chiamare affatto una “teoria scientifica”, nel senso rigorosamente galileiano del termine, giacché esso non è né verificabile né falsificabile mediante esperimenti mirati, come ribadì, non molti anni fa, anche il fisico Antonino Zichichi. Ebbene, per quanto attiene all’origine della vita, che esperimenti di questo tipo invece li tollera, si può affermare che ogni tentativo profuso è sostanzialmente fallito.
Studi più recenti in materia sembrano peraltro segnare una svolta, in qualche modo coerente con il sempre più diffuso prevalere della “ricerca tecnologica” sulla ricerca scientifica “di base”. Anziché cercare di ricostruire ipotetiche condizioni della “Terra primitiva”, si cerca di fabbricare in laboratorio la cosiddetta “vita artificiale”. Vale a dire, sistemi contenenti macromolecole in grado sia di replicarsi, sia di catalizzare reazioni organiche con produzione di energia. Il fatto che questo obiettivo, ammesso che possa essere raggiunto, richieda sintesi molto “mirate” – contraddicendo così il presupposto filosofico della “totale casualità” – sembra perdere importanza di fronte all’orgoglio “faustiano” del “creare la vita”.
Neanche il timore di un possibile sfruttamento militare di questi “pseudobatteri” sintetici sembra infatti frenare gli sforzi di certi ricercatori.

Caso mai...
Ciò che normalmente tacciono i manuali scolastici è, del resto, l’esistenza di altre teorie sull’origine della vita, teorie definibili come “non opariniane”. La prima è quella proposta, nel 1981, dal genetista molecolare italiano Marcello Barbieri, la “teoria ribotipica”, che fa originare la cellula dalle ribonucleoproteine attraverso un meccanismo a catena di “quasi-replicazione”, seguito, a livello già “protocellulare”, da fenomeni di simbiosi. Il merito principale di questa teoria è quello di escludere, in qualche modo, “Sua Maestà il Caso” dalla formazione del codice genetico. Ulteriori sviluppi hanno portato poi Barbieri a proporre un nuovo paradigma per l’intera scienza biologica, quello della “biologia semantica”, che, in gran parte, va oltre gli aspetti chimici del problema dell’origine della vita.
Mostra però grandi motivi d’interesse l’individuazione, da parte di Barbieri, di una terza realtà presente nei sistemi biologici, oltre alle due comunemente accettate, la chimica (propria delle proteine) e l’informazione (propria delle sequenze del DNA): insomma il significato, proprio del codice genetico. Soltanto questo significato permette infatti di trasferire alle proteine l’informazione contenuta nel DNA e lo stesso si può dire dei numerosi altri “codici organici” che si stanno individuando nel mondo biologico. Tuttavia, per quanto riguarda la fase iniziale, lo stesso Barbieri deve ammettere che c’è ben poco di certo, anche se dà ai chimici abiogenisti maggior credito di quanto, da quel che si è visto sopra, meritino.
La seconda, dovuta al chimico-fisico neozelandese Geoffrey A.M. King, è, da un punto di vista chimico, più “completa” della prima, anche se, a differenza di quella, non va oltre la fase dell’“evoluzione chimica”. La teoria parte direttamente dalle leggi della cinetica delle reazioni chimiche autocatalitiche; successivamente introduce una forma di “simbiosi” (intesa, ovviamente, in senso molto lato, in pratica una semplice “fusione” di molecole diverse) già a livello prima molecolare e poi macromolecolare. La teoria, sotto forma di “modelli” elaborati mediante il calcolatore, era già stata messa a punto nella seconda metà degli anni Settanta del secolo scorso; in seguito, gli stessi modelli sono stati applicati a vari sistemi “prebiotici” o biologici. Lo schema generale di King si sviluppa attraverso una serie di reazioni, le quali, per essere autocatalitiche, richiedono condizioni molto specifiche, ben diverse dall’onnicomprensivo “brodo prebiotico” delle teorie rifacentisi in qualche modo a Oparin.

Un aspetto comune a queste due teorie (anch’esse, a modo loro, “abiogeniche” e lontanissime da qualunque forma di “creazionismo”) è un fatto piuttosto importante. Riducono al minimo, se non proprio a zero, il ruolo del “caso” nei processi che avrebbero dato origine ai più antichi sistemi biologici ed esaltano invece quello della “necessità”. Proprio in questo sta, probabilmente, una delle cause del loro mancato, o per lo meno scarso, successo: l’idea di una necessità “insita”, in qualche modo, nella natura delle cose ha bisogno solo di un passaggio ulteriore, di natura filosofica, per confluire in quella dell’“intelligent design”, la “progettazione intelligente”, di cui parla, proprio a proposito della vita, il matematico e filosofo statunitense William Dembski, una delle “bestie nere” dell’establishment neodarwinista.
È sintomatico il fatto che un breve articolo, nel cui titolo King domandava se fosse mai esistito un “brodo prebiotico”, pur essendo già stato scritto e inviato al periodico Journal of Theoretical Biology nel 1984, sia stato pubblicato solo due anni dopo, quando l’autore era già morto. Quanto a Barbieri, un suo libro del 1985, La teoria semantica dell’evoluzione (Bollati Boringhieri, Torino), uscito contemporaneamente in Italia e negli Stati Uniti d’America, suscitò da noi numerosi commenti e critiche. È interessante notare come la meno banale, quella del noto etologo Giorgio Celli, si concluda con l’osservazione: «Queste convenzioni, queste necessità biologiche, questi cicli da completare, questa armonia tra gli organismi, evocano irresistibilmente il “fantasma di un Progetto”». Insomma, anche Barbieri, con tutta la sua attenzione a non sconfinare dal campo strettamente scientifico in quello filosofico, non ha potuto salvarsi dall’accusa di “leso caso”.

Caos e confusioni
Tutte le obiezioni alle “teorie abiogenetiche” sono riconducibili a un principio semplicissimo, ovvio per ogni mente sgombra da preconcetti: l’ordine non può nascere spontaneamente dal caos. È un principio filosofico parecchio importante, visto che, in pratica, sta alla base della “quinta via” di san Tommaso d’Aquino (ca. 1225-1274), quella che giunge a Dio Creatore a partire dall’ordine del creato. Un organismo vivente è molto più che un semplice aggregato di molecole e di macromolecole organiche: è una forma organizzatrice, che costruisce e ordina queste molecole secondo un progetto strutturale; è un sistema cibernetico dotato di un grado d’informazione superiore a quello delle singole parti che lo compongono.
Lo disse bene Michael Polanyi (1891-1976), biochimico anglo-ungherese che – pur con tutti i suoi limiti sul piano filosofico – aveva un concetto chiaro del problema, rifiutando sia le “fantasie” del vitalismo, sia gli schemi del riduzionismo. Nel 1967, polemizzando con l’ecologo statunitense Barry Commoner (un biologo “vitalista” più noto allora per le sue prese di posizione antinucleari e pacifiste che per l’importanza delle sue scoperte scientifiche), Polanyi scrisse: «Quando affermo che la vita trascende la fisica e la chimica, intendo dire che la biologia non può spiegare la vita, quale si presenta oggi, in termini di semplice azione di leggi fisiche e chimiche».

In ogni caso, il “messaggio” contenuto nella struttura degli acidi nucleici costituisce uno “schema” ben preciso che non può essere riducibile a una sequenza statistica di nucleotidi. «Ricordate la nostra conclusione precedente che un libro, o qualunque altro oggetto recante un modello che comunica informazione, è irriducibile nella sua essenza alla fisica e alla chimica», suggeriva Polanyi. «Ne segue che dobbiamo rifiutarci di considerare lo schema attraverso il quale il DNA diffonde informazione come parte delle sue proprietà chimiche. Il suo schema funzionale deve essere riconosciuto come una condizione limite posta all’interno della molecola del DNA».
E infine Polanyi aggiungeva «una parola sul modo in cui le condizioni limite che controllano i processi fisico-chimici in un organismo possano aver avuto origine a partire da materia inanimata»: il problema «è se la categoria logica delle mutazioni casuali includa o no la formazione di nuovi princìpi, non definibili in termini di fisica e di chimica. Sembra molto improbabile che possa includerla».
Al tempo si conosceva solo l’informazione contenuta nelle sequenze del DNA e un solo “codice organico”, il codice genetico. Oggi dei “codici organici” si sta scoprendo la molteplicità. Ed è sempre più chiaro che l’informazione contenuta nell’intero organismo è superiore a quella fornita dal solo DNA.
di Giulio Dante Guerra
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I manuali scolastici di scienze, uno sfacelo

In barba a ciò che dice davvero la ricerca, danno per scontato proprio quanto non è ancora stato dimostrato

Alla fine del proprio ciclo di studi, su scienza e dintorni un ragazzo delle scuole medie inferiori e superiori italiane non ha che una certezza: tutto è frutto dell’evoluzione e chi non la pensa così è un ciarlatano. Solo che dire che tutto è frutto dell’evoluzione è una petizione di principio. Si evolve sì, tutto, o quasi, ma da dove tutto nasca resta una questione misteriosa che l’evoluzionismo non è in grado di dirimere. L’evoluzionismo, infatti, e quella sua versione che è la “generazione spontanea” del reale, fanno infatti acqua da tutte le parti.
Aprendo il secondo Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana di Biologia Teorica, svoltosi a Siena dal 22 al 24 settembre 2000 con il titolo L’evoluzione del pensiero biologico, Roberto Fondi, docente di Paleontologia del Quaternario presso l’Università di Siena, ha affermato che non se la sente di «condividere atteggiamenti di base come quelli che ieri erano di Jacques Monod e che oggi sono di Richard Dawkins»; ossia quelli «secondo i quali i meccanismi fondamentali della vita e della sua evoluzione sarebbero non soltanto compresi nelle loro linee generali, ma perfino identificati con precisione e riconducibili senz’altro alle leggi del caso e della necessità». Per Fondi un atteggiamento «che smorza e rende superfluo in partenza qualsiasi impulso ad ulteriori approfondimenti secondo direzioni e problematiche che non siano quelle codificate dal darwinismo» è, «non solo dogmatico e, per lo meno in taluni casi, perfino arrogante, ma, ad un’analisi più accurata, sicuramente incorretto». Parole non di un “creazionista”, ma di un eminente paleontologo italiano.

Sicuramente, dovendo preparare un manuale per uso scolastico, è molto più semplice dare qualche certezza rassicuratrice ancorché raffazzonata che non replicare i termini, sovente complessi, del dibattito vivo nel mondo accademico. Ma così si spacciano per verità assodate quelle che al massimo (e talvolta nemmeno) sono sole teorie da vagliare. Il campo della macroevoluzione è tipico.
L’importanza del tema è evidenziato dall’ampio spazio che a esso dedicano i manuali scolastici di scienze, dal 10 al 15% del totale. Lascia però notevoli perplessità il modo in cui essa viene esposta. Affermazioni del tipo «I fossili sono la testimonianza concreta della trasformazione delle specie nel tempo» – riscontrabile a p. 15 di La Biologia. Diversità e unità della vita (Zanichelli, Bologna 3a ed., 2002, modulo A) di Alba Gaiotti e Alessandra Modelli – lasciano in realtà il tempo che trovano: perché prove siffatte mancano totalmente e i cosiddetti anelli intermedi che tale affermazione-teoria presuppone non sono ancora stati trovati.
Un manuale, del resto, Invito alla biologia (trad. it. Zanichelli, 1996, pag. 10) di Helene Curtis e N. Sue Barnes, afferma placidamente che «l’evoluzione si sia verificata o meno [...] non è più tra i biologi argomento di discussione. Di fatto si è tutti d’accordo […] che i complessi organismi viventi, inclusi noi stessi, si siano originati […] da forme più semplici» e «che le particolari caratteristiche che adattano un organismo al suo ambiente […] hanno avuto origine dal processo di selezione naturale, come Darwin ha affermato circa 140 anni fa».

Ora, la ricerca scientifica attesta ben altro; forse è per questo che quell’affermazione leggibile nell’edizione del 1996 è stata modificata nella quinta edizione italiana del 2003 anche se solo nella lettera (rimanendo viva, cioè, nella sostanza). Quello di Curtis e Barnes è peraltro uno dei manuali più autorevoli e documentati tra quanti sono in adozione nelle scuole italiane, probabilmente proprio perché sin dall’inizio mette i puntini sulle “i”: l’evoluzione non si discute, si accetta e basta. Essendo però solo i reperti fossili a fondare l’impalcatura della teoria evoluzionista, un libro di testo onesto dovrebbe avvisare docenti e studenti del fatto che tutto il resto è in verità pura congettura.
Il tema del resto è scottante. Il tentativo, qualche tempo fa, del ministro dell’Istruzione Letizia Moratti di sottrarre al darwinismo infondato il monopolio su un aspetto importante dell’insegnamento della scienza nei primi anni nell’ordinamento scolastico italiano scatenò ire e reprimenda d’illustri luminari, fra cui Umberto Veronesi che su la Repubblica del 24 aprile 2004 firmava un esplicito Non togliamo Darwin agli studenti quasi si fosse trattato di negare loro l’aria per respirare.
Oggi la questione sta tornando a trionfare sulle prime pagine dei giornali di mezzo mondoper via del processo in corso negli Stati Uniti d’America. Sarà l’occasione perché finalmente si decida, con serenità e con scientificità, di trattare da uomini e non da cani una questione della massima importanza?
di Andrea Bartelloni

3 settembre 2005
Disegni intelligenti e zucconi

Brillano per scientificità le reazioni che i difensori delle teorie esposte a suo tempo da Charles Darwin, il naturalista inglese del Beagle, scatenano ogni qual volta si prova a ritoccarne i parametri: «moda» (per parlare dell’affermarsi di altre teorie), «creazionismo» (per dare dell’imbecille fideista a chiunque comunque la pensi), «crociati neocreazionisti» e il neologismo di rito (che rivela tutta l’intelligenza, disegnata o no, di chi lo crea) «neo creo».
Ne offre un ricco campionario il paginone dedicato al tema da Vittorio Zucconi su la Repubblica del 24 agosto. Preso da isteria, l’inviato del grande quotidiano si è abbandonato a un profluvio di colite parolaia che freme di sdegno soprattutto per un fatto.
Non più tardi del 2 agosto scorso, il presidente George W. Bush jr. – noto “fondamentalista” “guerrafondaio” che ne ha più d’una sulla pelle, ma che soprattutto merita la Geenna perché crede in Dio e non legge la Repubblica (una “moda” comune, peraltro, nel suo Paese...) – se n’è uscito con una battuta assolutamente riprovevole: a quattro giornalisti del Texas ha detto che nelle scuole sarebbe bene insegnare, accanto alla teoria evoluzionistica, anche l’“intelligent design” e il tutto è approdato alla copertina di Time. Ovvero l’ipotesi, non meno seria del casualismo darwinista, di un causalismo diverso; l’idea, insomma, che l’universo (e quindi ciò che in esso si è sviluppato dalla notte dei tempi, vita compresa, umana compresa) possa essere presieduto almeno da un Grande Orologiaio, da un Quid superiore che se non altro ha avviato, dopo averlo progettato, il grande gioco.

Niente Dio personale, per carità; non ancora. Ma almeno un Essere (la maiuscola serve qui solo a sottolinearne l’alterità totale rispetto alle causae secundae che l’empiria ci permette di guardare negli occhi ogni dì) che aiuti la ragione umana a non uscire di cervello, rendendo plausibili e non assurde le mille e più mille manifestazioni misteriose che la natura tutti i giorni sbatte in faccia agli scienziati e ai comuni mortali. Una teoria alternativa squisitamente dettata dalla necessità della logica dell’uomo di non impazzire.
Se oggi tutto questo è «di moda» – come affermano la Repubblica e Zucconi –, non è certo per opera occulta di quella cabala di neocon che si annida nella felicemente regnante Amministrazione statunitense. È così perché al darwinismo stretto non crede più nemmeno l’ectoplasma di Darwin, quello riveduto e riformato fa acqua da moltissimi pori e gli scienziati – seri, curriculati, atei e pure cristiani e magari anche cattolici (ma l’esserlo non è ancora fuorilegge) – offrono plausibili teorie alternative ora al vaglio della stessa comunità scientifica.
Un giorno, peraltro, si potrebbe pure scoprire che Darwin aveva ragione. Ma quello potrebbe anche essere il dì in cui sarà palese che il “disegno”, oltre che intelligente, è pure, internamente, evolutivo. Si convinceranno allora gli Zucconi?
di Marco Respinti
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Dietro il mondo c'è qualcuno

Qualcosa sta cambiando fra gli scienziati che si chiedono “dove andiamo, da dove veniamo”. Per esempio Anthony Flew, celebre difensore dell’ateismo militante, ora scrive che soltanto un disegno intelligente può spiegare l’universo

Alcuni sviluppi del rapporto fra religione (soprattutto cristiana) e cultura (soprattutto laica), verificatisi di recente negli Stati Uniti, hanno sorpreso non pochi addetti ai lavori in Europa. L’influsso delle tematiche “religiose” nelle ultime elezioni presidenziali, ormai confermato da più fonti sia politiche sia sociologiche, ha stimolato molte riflessioni. È certo che, se le cause di questo influsso sono varie, esso è risultato determinante nel foro pubblico, spesso considerato off limits a tale “intrusione” delle credenze religiose. Si cominciano così a intravedere tentativi di importare in Europa alcune argomentazioni riguardanti la razionalità propria della fede. A una delle ragioni principali di questo fermento ha accennato nel febbraio scorso il cardinale Camillo Ruini, durante il suo intervento al Convegno nazionale dell’Opera Romana Pellegrinaggi tenutosi a Roma, quando ha affermato: «Ma proprio gli sviluppi attuali delle scienze fisiche e biologiche, con il ruolo decisivo che risultano avere le “informazioni” contenute nella materia, spingono invece a riconoscere come sempre più fondata l’ipotesi di un “disegno intelligente”: la conseguenza, certamente filosofica e non scientifica, dato il limite metodologico delle scienze, è che all’origine dell’universo sta il Logos, l’Intelligenza creatrice, come afferma da sempre la rivelazione ebraico-cristiana, e non semplicemente la materia. Di una tale svolta, che sta avvenendo proprio in questi anni, è testimone emblematico il filosofo analitico inglese Anthony Flew, a lungo esponente di spicco dell’ateismo razionalista ma da ultimo sostenitore del “disegno intelligente”».
Paradossalmente, questo recupero della possibilità di parlare di Dio e di certi valori che ne derivano nella sfera “laica” parte da una rivalutazione del ruolo della presenza di Dio in un mondo studiato e interpretato dalle scienze. “Paradossalmente”, perché spesso nella coscienza popolare l’esistenza di Dio è vista come nemica (o perlomeno “minaccia”) nei confronti del progresso scientifico. Quindi, prendiamo in considerazione il caso Anthony Flew come emblematico del risorgere del discorso religioso contemporaneo.

Il professor Anthony Flew, ottantunenne, dell’Università di Reading, è conosciuto principalmente per la sua difesa filosofica dell’ateismo, resa famosa dalla pubblicazione di God, Freedom and Immortality: A Critical Analysis (1984), dove, nel capitolo intitolato «The Presumption of Atheism» («La presunzione dell’ateismo»), egli asserisce che la posizione ateista deve essere considerata quella iniziale. Mentre la posizione teista richiederebbe un argomento positivo per superare la presunzione dell’ateo. A partire da questa pubblicazione, Flew divenne una figura popolare nel dibattito filosofico sull’esistenza di Dio, e durante gli anni Ottanta e Novanta del Novecento pubblicò molti libri e saggi sostenendo che una persona “ragionevole” non potrebbe accettare l’esistenza di un Essere Supremo, al di sopra di tutto e di tutti; tanto meno l’esistenza di un Dio Creatore come il Dio rivelato nella Bibbia. Per Flew, insomma, non c’erano argomenti razionali capaci di dimostrare l’esistenza di Dio. La sua influenza sul palcoscenico intellettuale mondiale fu molto significativa.
Recentemente sono apparse alcune notizie secondo le quali Flew avrebbe cambiato la propria posizione sull’esistenza di un tipo di Dio. In un bollettino reso pubblico dall’Institute for Metascientific Research (9 dicembre 2004), vi è una dichiarazione molto chiara: «L’Istituto per la ricerca metascientifica (Imr) oggi ha annunciato che uno degli ateisti più noti nel mondo accademico, il prof. Anthony Flew dell’Università di Reading (Regno Unito), si è persuaso dell’esistenza di Dio. In un simposio sponsorizzato all’Università di New York quest’anno, il prof. Flew dichiarò che gli sviluppi della scienza moderna lo hanno condotto a convincersi dell’intervento di una Mente Intelligente nella creazione del mondo. In Has Science Discovered God?, la registrazione del simposio oggi pubblicata, Flew disse che la sua conclusione è stata influenzata dagli sviluppi nella ricerca sul Dna». Altre fonti di tipo giornalistico portarono notizie analoghe. Data l’attenzione dei mass media, lo stesso Flew ha confermato queste “voci”, affermando che non pensa più che l’universo possa essere spiegato razionalmente senza la presenza di qualche tipo di “intelligenza universale”. In termini filosofici, Flew è ora convinto che «non è più possibile costruire una teoria meramente naturalistica degli organismi viventi, capaci di riproduzione».

Come si è verificato questo cambiamento di posizioni? Secondo lo stesso Flew, la causa prossima che spiega la sua svolta teista si trova nella lettura di due libri, da lui raccomandati a tutti coloro veramente interessati al tema. È vero che i libri sono stati scritti da autori credenti, uno cristiano, l’altro ebreo, ma Flew è rimasto persuaso non tanto dall’opzione di fede degli autori, quanto dagli argomenti presentati. Si tratta dei libri di Roy Abraham Varghese, The Wonderful World: A Journey from Modern Science to the Mind of God (Tyr Publishing, Fountain Hills, Arizona 2003) e di Gerald L. Schroeder, The Hidden Face of God: Science Reveals the Ultimate Truth (Touchstone, New York 2001). Bisogna precisare che la svolta teista di Flew è alquanto complessa. Innanzitutto, non ammette una continuità fra il Dio della religione naturale (cioè, l’esistenza di qualche intelligenza originaria, accessibile alla sola ragione umana) e il Dio rivelato; neanche riconosce una vita oltre la morte (after life); e, finalmente, soltanto pochi mesi fa (nel gennaio 2005), egli ha dichiarato di avere dubbi riguardanti la fondatezza dell’informazione scientifica fornitagli dalla biologia per sostenere la sua scelta teista. Come conseguenza di questo episodio altamente mediatico, Flew promise una nuova edizione, con un’inedita introduzione, del suo celebre libro, God and Philosophy (Dio e la filosofia), originariamente pubblicato a Londra nel 1966, e poi a New York nel 1967. Questa edizione è uscita sempre a New York, poche settimane fa, per la nota casa editrice Prometheus Books, che tradizionalmente esprime posizioni ateistiche. Lì Flew reitera la sua convinzione che «l’argomento [di Dio come “ordinatore intelligente”] diventa progressivamente più potente con ogni avanzamento nella conoscenza umana della complessità integrata di ciò che prima si chiamava “il sistema della natura”» (p. 10), e nomina a sostegno il libro già citato di Varghese. In più, Flew dimostra simpatia verso gli argomenti molto conosciuti dal filosofo britannico Richard Swinburne per le prove dell’esistenza di Dio (pp. 16-17). Risulta curioso invece l’ultimo paragrafo dell’Introduzione, dove leggiamo: «Mentre questa ipotesi religiosa non può essere né verificata né falsificata, in principio, da alcuna esperienza, e quindi non può soddisfare gli standard popperiani di correttezza scientifica, è qualcosa che quelli che già giudicano di essere arrivati alle conclusioni teiste potranno vedere con ragione come conferma ulteriore e molto forte delle stesse conclusioni» (p. 16). In altre parole, Flew è ancora esitante nell’affermare la forza persuasiva dell’argomento del “disegno intelligente” per inferire la presenza di un Dio creatore a partire dall’esperienza della complessità del mondo (indipendentemente, cioè, da una credenza previa). Peccato, giacché lo stesso scopo razionale dell’argomento è presentare tale forza persuasiva, per poi spingere a un’inferenza logica che spiega il motivo della complessità. È vero che adesso possiamo parlare dell’esistenza di Dio anche in termini razionali (cioè, a partire dell’evidenza scientifica), ma stiamo attenti alle implicazioni logiche derivanti dall’analisi di Flew.

Comunque sia, l’importanza della nuova posizione di Flew per il dibattito sul rapporto fra la scienza e la religione è rilevante. Come si sa, non è un dibattito nuovo. Ciò che rende l’affermazione di Flew meritevole di attenzione è l’attuale contesto scientifico in cui viene presentata. Esso richiede un approfondimento. Da anni, in America del Nord, notevoli pensatori hanno usato l’argomento del “disegno intelligente”, cercando di evidenziare le insufficienze della teoria evoluzionistica darwinista per spiegare le origini degli organismi viventi. I protagonisti principali di questo dibattito sono William A. Dembski, Philip Johnson, Michael Ruse e Michael J. Behe, tutti intellettuali dotati di notevole capacità dialettica. Sono anche cristiani, ma insistono nel sostenere che il loro credo non influisce sugli argomenti che usano per stabilire l’insufficienza dell’evoluzionismo radicale (per il quale tutte le forme biologiche nella natura provengono dalla materia inanimata, e tutti gli organismi viventi sono riducibili a forme biologiche meno complesse) e per dimostrare l’esistenza di un’intelligenza che ha “disegnato” la natura in un certo modo.
La letteratura sull’argomento del “disegno intelligente” è vasta. Alcuni libri, però, sono risultati fondamentali nel mondo accademico americano per quanto riguarda il dibattito più serio. Michael Behe, professore di Biochimica nella Lehigh University di Pennsylvania, scrisse nel 1996 il suo Darwin’s Black Box. The Biochemical Challenge to Evolution (1996; 20032) in cui presentava il famoso argomento di “irreducible complexity” (complessità irriducibile) degli organismi biologici. In altre parole, gli organismi viventi della natura mostrano strutture necessarie per la vita che hanno una complessità irriducibile, e che quindi non possono essere il risultato dell’evoluzione: certe caratteristiche della cellula viva, per esempio, non possono essere sviluppate gradualmente, perché non esiste una ragione naturale per componenti individuali senza tutto l’insieme, già formato e non prodotto dal caso. Queste componenti devono esserci affinché l’organismo funzioni e sopravviva. Il libro è pieno di esempi della complessità irriducibile, cominciando con la complessità biochimica dell’occhio umano (p. 20), il cilium (p. 60), il flagellum batteriale (p. 71), il sistema della coagulazione del sangue (p. 82) e altri. L’ultimo capitolo, «Science, Philosophy, Religion», sintetizza la ricerca scientifica per concludere che sebbene nella natura si dia l’evidenza di una certa evoluzione degli organismi biologici, la teoria di Darwin non può spiegarla per intero: l’evidenza segnala la presenza necessaria di un disegnatore intelligente. Behe è rigoroso nella sua argomentazione, e parla principalmente come scienziato. Ha difeso costantemente la propria posizione dalle critiche sollevate da varie fonti. Più recente è il suo contributo nel libro curato da W. Dembski, Debating Design: from Darwin to Dna (Cambridge University Press, 2004), e che si intitola Irreducible Complexity: Obstacle to Darwinian Evolution (Complessità irriducibile: ostacolo all’evoluzionismo darwinista), pp. 352-370. Un altro protagonista del dibattito è Philip Johnson, già professore di Legge nell’Università di California a Berkeley. Egli scrisse un libro importante nel 1991, Darwin on Trial (Darwin sotto processo), cui seguirono altre pubblicazioni sulla stessa tematica. Mentre Behe proviene dall’ambiente scientifico, Johnson ragiona da avvocato, criticando la logica interna del campo darwinista, soprattutto quella di certi pensatori evoluzionisti i quali affermano che la teoria della selezione naturale riesce a spiegare il mutamento di una forma naturale in un’altra. Johnson sa anche parlare in pubblico, con dialettica e umorismo. Forse il più ascoltato sul versante laico del dibattito è il già menzionato William Dembski, che gestisce vari siti web dedicati al tema “il disegno intelligente”.
Gli effetti dell’impegno di tanti accademici sono evidenti non solo nel mondo dei giornali e delle pubblicazioni. Durante le ultime due settimane di maggio, nello Stato del Kansas, lo State Board of Education (l’organo ufficiale che controlla e gestisce il contenuto dei programmi di studio per lo Stato del Kansas) ha aperto un processo legale per discutere il tema dell’insegnamento delle scienze nelle scuole pubbliche. L’Associated Press ha commentato il 15 maggio 2005: «Il quadro dirigente per l’educazione pubblica [del Kansas] probabilmente approverà almeno parte di una proposta dei promotori del “disegno intelligente”, che asserisce che il mondo naturale è talmente complesso e ben ordinato che una causa intelligente è il modo migliore di spiegarlo». In questo senso, si nota che il dibattito è uscito dalle aule universitarie e dai libri, ed è entrato nella concretezza delle attività quotidiane. È interessante constatare come molti professori di discipline scientifiche, convinti darwinisti, abbiano protestato, ritenendo che il processo rappresenterebbe un’interferenza illecita del Board nei programmi di studio delle scuole. Ma l’interferenza precedente, quella a favore dell’evoluzionismo, non era considerata ugualmente “illecita”… Senz’altro, il quadro concettuale di questo dibattito in Europa è diverso. Tuttavia, la forza persuasiva del ragionamento del “disegno intelligente” può essere percepita anche da noi, da chi cerca con mente aperta la risposta al perché le cose sono, e sono come sono.
di Philip Larrey
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Finalmente una sfida seria alla religione evoluzionista

Il “creazionismo scientifico” scuote il torpore del dogmatismo darwinista e scansa i bassifondi in cui s’incagliano i letteralisti biblici

La clamorosa abiura dell’ateismo da parte di uno dei suoi esponenti più famosi, il filosofo Anthony Flew, qui raccontata e descrita da Philip Larrey, ha suscitato scalpore all’interno della comunità scientifica perché a fargli cambiare idea non è stata un’improvvisa illuminazione religiosa o una nuova argomentazione filosofica, ma le sempre più convincenti prove empiriche che sembrano dimostrare, per l’estrema complessità dell’universo e dei modi in cui si è formata la vita, il coinvolgimento di un’intelligenza superiore. Flew ha cioè fatto proprio il “creazionismo scientifico” che il movimento dell’“Intelligent Design” (“disegno intelligente”) ha iniziato a far circolare con successo sulla scena pubblica statunitense a partire dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso. La tesi centrale del “disegno intelligente” è che il caso e la selezione naturale, le forze che per i darwinisti spingono l’evoluzione, non sono sufficienti a spiegare le caratteristiche degli esseri viventi, la cui complessità si comprende meglio postulando una causa intelligente piuttosto che un processo senza direzione.
Questa rivolta contro le dominanti teorie evoluzioniste, nata all’interno del mondo scientifico, ha la sua data di origine nel 1985, anno di pubblicazione del libro Evolution: a Theory in Crisis di Michael Denton. Secondo questo chimico e medico australiano, la teoria evoluzionista aveva accumulato troppi problemi irrisolti che non si potevano più ignorare. Denton elencava in maniera dettagliata più di venti organi esistenti in natura, a partire dal polmone degli uccelli, che non avrebbero mai potuto formarsi a poco a poco, per numerose, successive e piccole modificazioni, perché nella forma intermedia non avrebbero funzionato. La conclusione del libro era perentoria: la teoria darwiniana della macroevoluzione, che dovrebbe spiegare il passaggio da una specie all’altra, «dal 1859 a oggi non è stata confermata da una sola scoperta empirica». In queste condizioni, avvertiva Denton, il paradigma scientifico del darwinismo era destinato a entrare presto in crisi.

Uomini e topi, e scienziati
Denton si considerava peraltro agnostico e non proponeva una teoria alternativa al darwinismo. Il suo libro si rivelò tuttavia decisivo nella nascita dell’“Intelligent Design” perché aveva un’impostazione scientifica molto più rigorosa del tradizionale creazionismo biblico. Anche l’attuale leader del movimento del “disegno intelligente”, il docente di Diritto dell’università californiana di Berkeley Philip Johnson, ha affermato di essersi «risvegliato dal sonno dogmatico» proprio grazie alla lettura di questo libro. La storia della conversione di Johnson è singolare: nel 1987, osservando la vetrina di una libreria scientifica di Londra, nota due libri affiancati, The Blind Watchmaker di Richard Dawkins – il più famoso sostenitore del darwinismo – ed Evolution: A Theory in Crisis di Denton. Li acquista entrambi e li legge senza interruzione la sera stessa. Alla fine le argomentazioni di Dawkins l’avevano lasciato perplesso, ma la critica di Denton gli era apparsa irresistibile. Non essendo uno scienziato, Johnson decide che da quel momento avrebbe studiato quanto più poteva l’argomento. Negli anni successivi, terminato il periodo di preparazione, organizza dunque una serie di convegni in ambito universitario e s’impegna personalmente in decine di dibattiti pubblici con i maggiori campioni dell’evoluzionismo (come Stephen Jay Gould), mettendo le proprie notevoli capacità logiche e dialettiche, allenate in decenni di pratica giudiziaria, al servizio della critica al darwinismo.
Nel 1991 pubblica un libro che diventa una pietra miliare del movimento, Darwin On Trial, nel quale accusa i darwinisti di fondare le proprie teorie non su prove scientifiche, che anzi le smentirebbero, ma su una filosofia metafisica a priori, il materialismo. Il darwinismo, secondo Johnson, svolge infatti il ruolo di mito fondante della cultura moderna; funziona cioè come un dogma religioso che tutti debbono accettare come vero, piuttosto che come una ipotesi scientifica da sottomettere a test rigorosi.

L’attività di Johnson apre così la strada alle intuizioni di alcuni scienziati creativi che nella seconda metà degli anni Novanta sviluppano esplicitamente, in maniera costruttiva e positiva, una teoria a favore del “disegno intelligente”. Nel 1996 in un articolo pubblicato dal biochimico Michael Behe su The New York Times, intitolato (in traduzione) “Darwin al microscopio”, compare per la prima volta – tutto verrà poi sviluppato e approfondito nel libro Darwin’s Black Box. The Biochemical Challenge to Evolution – l’“eresia” secondo cui esisterebbe una teoria chiamata “disegno intelligente” in grado di spiegare meglio del darwinismo la formazione di tanti meccanismi molecolari “irriducibilmente complessi”, quali per esempio le funzioni della cellula o la coagulazione del sangue.
Il concetto di “complessità irriducibile” viene elaborato da Behe per descrivere quei meccanismi il cui funzionamento dipende dall’interazione di molte parti. Questi sistemi non possono formarsi per lenta evoluzione, ma debbono necessariamente essere progettati e assemblati tutti in una volta, come solo l’intelligenza sa fare. Per spiegare il concetto in termini comprensibili, Behe fa l’esempio della trappola per topi, che è composta da cinque parti e che non potrebbe funzionare se anche solo una di queste venisse rimossa. La stessa cellula è infinitamente più complessa di quanto si poteva ipotizzare ai tempi di Charles Darwin.
La credibilità di Behe come scienziato dà al suo libro un grande successo (45mila copie vendute in un anno e centinaia di recensioni) e fa di lui il personaggio più in vista del movimento. I darwinisti lo accusano però di aver mischiato le proprie convinzioni cattoliche con la scienza. Ma per quale motivo, si chiede Behe, bisogna limitare l’oggetto della scienza alle sole spiegazioni materialiste, anche quando la ricerca conduce a spiegazioni diverse? Se le prove empiriche rendono plausibile l’esistenza di un “progetto intelligente” nella natura, perché un ricercatore non dovrebbe accettarle? Esaminando un sistema, spiega Behe, lo scienziato può inferire l’esistenza di un “disegno intelligente”, ma non può stabilire chi sia il progettista. È possibile immaginarlo come un essere supremo, ma non spetta agli scienziati descriverlo. La scienza a questo punto deve fermarsi, lasciando il posto alla teologia.

Il filtro di William Dembsky
Un importante contributo alla questione del rapporto tra religione, scienza e “disegno intelligente” viene dunque sviluppato dal matematico William Dembsky nel libro Mere Creation del 1997, che raccoglie gl’interventi del convegno svoltosi nel novembre 1996 alla Biola University di Los Angeles, vero punto di svolta per l’intero movimento. Dembsky osserva che in altri campi l’individuazione degl’indizi di un intervento intelligente è un’attività comunissima: si pensi all’archeologia, quando occorre stabilire se un oggetto ritrovato sia o meno un manufatto; al programma SETI per intercettare eventuali segni d’intelligenza extraterrestre provenienti dal cosmo; alle investigazioni legali per stabilire se un determinato evento sia stato causato da un fatto naturale o da un’azione dolosa e intenzionale; ai brevetti, dove occorre stabilire se si è verificata un’imitazione deliberata o dovuta al caso; all’analisi della falsificazione dei dati; alla crittografia e alla decifrazione dei codici segreti. Nell’esperienza comune, infatti, la presenza d’informazioni viene sempre associata all’intelligenza, che si tratti di un algoritmo informatico, di un geroglifico, di un utensile o di un disegno tracciato sulle pareti di una caverna. Per Dembsky non c’è ragione per non applicare queste stesse tecniche anche alle scienze naturali, onde spiegare per esempio l’enorme quantità d’informazioni presente nel DNA come il prodotto di un “disegno intelligente”.
Dembsky propone infatti un “filtro” capace d’identificare statisticamente in via generale se un determinato risultato è prodotto dall’intelligenza oppure dal caso. A un primo livello si verifica se l’evento è altamente probabile, e in questo caso lo si può attribuire a cause naturali escludendo fin da subito che sia stato progettato. A un secondo livello, il filtro stabilisce se l’evento è solo mediamente improbabile (per esempio, una scala reale nel poker): anche in questa ipotesi il caso è una spiegazione sufficiente. Al terzo livello del filtro rimangono solo i risultati altamente improbabili, ma anche in questi casi non li si può classificare subito come progettati. Debbono infatti anche essere “specifici”, ovvero debbono conformarsi a un determinato schema identificabile. Così, per esempio, se per cinque volte consecutive durante una partita di poker capita una scala reale alla stessa persona, è più razionale attribuire questi esiti non alla fortuna, ma alla deliberata azione di un baro.
Vi sono però moltissimi sistemi del mondo naturale che gli evoluzionisti attribuiscono al caso, come l’origine e l’evoluzione della vita, che sono in verità così altamente improbabili da passare questo severo test statistico e rientrare necessariamente tra quelli progettati da un’intelligenza. Ogni persona sana di mente, osserva Dembsky, guardando i volti dei presidenti degli Stati Uniti scolpiti sul famoso monte Rushmore, li attribuirebbe a una causa intelligente e non all’erosione naturale. Ma allora, se è logico vedere l’intelligenza all’opera in una scultura, come non vederla in un corpo umano infinitamente più complesso?

Le icone di Jonathan Wells
Un altro duro colpo all’ortodossia evoluzionista è poi arrivato dallo scienziato “iconoclasta” Jonathan Wells, il quale, per mettere in luce l’approccio dogmatico e fideistico con cui il darwinismo viene insegnato nelle scuole, ha denunciato, nel libro The Icons of Evolution (uscito nel 2000), le inaccuratezze scientifiche, se non le vere e proprie frodi, che riempiono i più diffusi manuali di biologia. Le “icone” dell’evoluzione sarebbero quelle quattro immagini ormai classiche che da decenni continuano a essere riproposte nei testi degli studenti per illustrare le “conquiste scientifiche” del darwinismo: l’esperimento di Stanley Miller sull’origine della vita, l’albero della vita darwiniano, gli embrioni di Ernst Haeckel e l’archaeopterix, cioè il presunto anello di congiunzione tra i rettili e gli uccelli. Malgrado la scienza abbia da tempo negato ogni loro validità, queste proverbiali quattro immagini continuano a essere proposte come se nulla fosse.
Non è vero infatti che nel 1953 Miller riuscì a ricreare la vita in laboratorio da una mistura chimica simile al brodo primordiale: riuscì solo a far scaturire un aminoacido, ma per arrivare da questo a una cellula vivente il salto è lunghissimo. Anche l’immagine dell’albero darwiniano della vita, con i rami che si dipartono da un capostipite comune, non ha nessuna corrispondenza con le scoperte della paleontologia, dato che non sono mai stati ritrovati gli “anelli intermedi” tra una specie e l’altra. Dai ritrovamenti fossili, al contrario, sembra che le specie viventi siano apparse più o meno simultaneamente, già perfettamente formate, nella grande esplosione di vita del Cambriano, circa 540 milioni di anni fa. E l’archaeopterix, come si è scoperto, non era affatto mezzo rettile e mezzo uccello: non era nemmeno il progenitore degli attuali uccelli, era solo il membro di un gruppo di uccelli totalmente estinto.
La presenza nei libri di testo dei disegni degli embrioni di Haeckel (uno dei padri fondatori dell’eugenetica, morto nel 1919) è però ancora più grave, trattandosi di una frode conclamata. L’obiettivo di Haeckel, mostrando la rassomiglianza tra diverse specie nelle prime fasi di vita, era quello di dimostrare l’origine comune di tutti i viventi, come se lo sviluppo dell’embrione riproducesse il meccanismo generale dell’evoluzione da uno stadio indifferenziato verso stadi differenziati. Peccato però che Haeckel avesse alterato di proposito i disegni degli embrioni e che avesse scelto degli esempi di comodo, oltretutto non riguardanti i primi stadi di vita. Oggi i biologi sanno bene come gli embrioni delle varie specie all’inizio non si somiglino affatto tra loro. Per Wells una frode di questo genere, per altro ben risaputa, rappresenta l’equivalente accademico di un omicidio ed è altamente rappresentativa dei metodi sleali che l’establishment evoluzionista è disposto ad adottare per difendere le proprie teorie.
Oggi, insomma, i fautori del “disegno intelligente” si sentono dei rivoluzionari intenzionati a trasformare il modo in cui l’origine della vita viene insegnata nelle scuole, nelle università e nei programmi televisivi, e affermano di voler combattere in nome della libertà di pensiero: non cioè per cancellare l’evoluzionismo dai programmi scolastici, ma per farlo studiare di più, approfondendone anche i punti deboli e le teorie alternative. Per l’ortodossia darwinista sono avversari molto più pericolosi dei creazionisti biblici, perché grazie alle loro eccellenti credenziali accademiche hanno reso per la prima volta la critica antievoluzionista intellettualmente rispettabile.
di Guglielmo Piombini

4 ottobre 2003
Agnostici, fieri agnostici

Se non si pensa a come si vive, si finisce per vivere come si pensa. A furia di uomini-scimmia, di uomini che, già caudati, avrebbero perso l’organo strada facendo e di progenitori imparentati o addirittura discendenti dai primati, gli uomini hanno finito per crederci. Ovvero, oggi Charles Darwin andrebbe a nozze solo passando per il centro, accendendo la tivù, osservando taluni personaggi. Ma la questione vera, è che il darwinismo non è affatto una boutade.
Chi, delle persone comuni, non giurerebbe trattarsi di una teoria altamente comprovata, di una verità oramai palesata, di una certezza altamente scientifica? Quale professore di liceo non insegna il darwinismo, se non proprio con fedeltà cieca alla sua lettera, sicuramente con ligia lealtà al suo spirito (lo so, lo so che vi si sono docenti alternativi, ma si tratta – absit iniuria verbi – di mosche bianche). Quale libro di testo non spaccia per vero – in forma forse meno dozzinale di ieri, ma certamente ancora oggi in modo decisamente mistificatorio – l’evoluzionismo inventato dal noto naturalista inglese?

Eppure nulla comprova le teorie darwiniane. Anzi, esattamente il contrario. Tanto che, come ricordiamo in questo numero, si è dovuto addirittura ricorrere alla frode per cercare di accreditare la balla. Il che ricorda molto (e non è casuale, vista la solidarietà filosofica fra positivismo evoluzionistico e materialismo marxiano-engelsiano) l’utopismo di Ernst Bloch: «Tanto peggio per i dati di fatto, noi la sappiamo più lunga!».
È ora, insomma, di smetterla con il darwinismo. Del tutto. Facciamo gli americani sul serio, una buona volta, e, come molti di loro, chiediamo che certe pinzillacchere restino fuori dalle aule di scuola.
La battaglia per la qualità nei libri di testo scolastici dovrebbe davvero mettere anzitutto le mani nella fogna delle scienze naturali. Non perché a noi Darwin piace poco, ma perché Darwin è un falso. Laico. Laicissimo. E al suo posto? Al suo posto nulla. Finché i fatti, quelli disprezzati da Bloch, non ci racconteranno l’accaduto, agnosticismo totale. Ed ecco un primo fatto: per ora anelli di congiunzione fra uomo e scimmia non ve n’è nemmeno uno.
di Marco Respinti
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Ciao Darwin - Un vademecum perfetto per gli studenti

Per finirla con l’evoluzionismo. Delucidazioni su un mito inconsistente di Daniel Raffard de Brienne non aggiunge granché di nuovo a quanto già si sa sull’evoluzionismo. Ed è un bene.
L’evoluzionismo, infatti, è un falso mito morto e sepolto da tempo, che agli specialisti fa solo perdere tempo. Solo che non lo si dice, preferendo millantare, raccontare. Ecco, dunque, l’opportunità di un testo divulgativo, ma saldamente fondato su dati scientifici, che s’incarica di dire quello che tutti sanno, ma che nessuno osa dire.
In uscita dalle edizioni Il minotauro di Roma (tel. 06/94017074), e arricchito da una prefazione di Giuseppe Sermonti, il volumetto (pp. 172, €9,50) è un utile antidoto a quei giri mentali che, diceva il filosofo belga Marcel de Corte, pongono «l’intelligenza in pericolo di morte». Ottimo per le scuole.
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Ciao Darwin - Un cadavere che cammina...

Daniel Raffard de Brienne scrive "Per finirla con l’evoluzionismo". Eccovi la prefazione di Vittorio Sermonti

La principale difficoltà che si incontra opponendosi alle teorie evoluzioniste, e in particolare al neo-darwinismo, è la loro scoraggiante banalità. Qualunque teoria che proponga il Caso come generatore di tutti i viventi (la Selezione Naturale non aggiunge nulla al caso) è semplicemente ridicola e, in termini statistici, assolutamente “impossibile”. C’è solo da chiedersi come una tale teoria abbia potuto sostenersi per un secolo e mezzo, ritrovando vigore dopo ogni guerra vinta dai conterranei di Darwin. Si attaglia alla situazione un pensiero di John Stuart Mill: «Appare spesso che un convincimento, universale durante un’epoca... in un’ epoca successiva diventi un’assurdità così palpabile che l’unica difficoltà è quella di cercare di capire come mai una simile idea possa essere apparsa credibile».
Un’altra difficoltà nel discutere di evoluzione sta nel capire di che cosa si sta parlando. È ben noto che nelle prime edizioni dell’ Origine delle Specie, Darwin non usò mai il termine “evoluzione”, mentre usò quello di “creazione” o di “origine”. La semplice ragione era che per “evoluzione” s’intendeva, alla metà dell’Ottocento, lo svolgimento di un programma, e il centro del pensiero di Darwin, e dei suoi epigoni, era che la Natura non avesse programmi o progetti, e le specie si trasformassero senza alcuna predeterminazione o prospettiva: per l’appunto, a caso. Se vogliamo trovare una definizione di Evoluzione, dobbiamo ricorrere ai vocabolari letterari, dove si leggono frasi come questa: «Un processo di cambiamento continuo da una condizione inferiore, più semplice o peggiore ad uno stato superiore, più complesso o migliore» (Webster). Se cerchiamo una definizione di Evoluzione in un testo scientifico, si parla di tutt’altro. Helena Curtis, nel glossario della sua rinomata “Biologia”, definisce così l’evoluzione: «Processo che da una popolazione, in conseguenza di produzione di variazione genetica e dell’emergenza delle varianti per opera della selezione naturale, ne fa discendere un’altra con caratteristiche diverse». Che quest’altra popolazione sia superiore, più complessa o migliore, non importa; è sufficiente che sia variata, fosse anche inferiore, più semplice o peggiore. È giusto che il pubblico sappia che quando gli scienziati, e segnatamente i biologi molecolari, parlano di evoluzione, stanno discorrendo d’altro. Di qualcosa che non ha nulla a che fare con il concetto comune di evoluzione e poco persino con Darwin.

Un’impossibilità matematica
L’affermarsi della evoluzione molecolare ha segnato l’“eclissi” degli organismi. Abbandonate le forme viventi, i biologi sono rimasti affascinati da codici e testi genetici, perdendo di vista gli organismi e dandosi questa regola: «Solo nel DNA, tutto nel DNA, nient’altro che nel DNA». Si sono presi cura delle vicende molecolari delle specie, preferendo ignorare che queste poco o nulla avessero a che fare con la storia della loro morfologia. Aveva scritto - con rispettabile franchezza - il grande biologo molecolare R.E.
Dickerson nel 1972: «Quanto più ci si avvicina al livello molecolare negli organismi viventi, più simili questi appaiono e meno importanti divengono le differenze tra, per esempio, una mosca e un cavallo». E François Jacob, nel 1977: «Non sono le novità biochimiche che hanno generato la diversificazione degli organismi ... ». Precisa poi che non è la differenza nei costituenti chimici «ciò che distingue una farfalla da un leone, una gallina da una mosca o un verme da una balena». Ciò non toglie che gli evoluzionisti sono oggi quasi esclusivamente bio-molecolari, si occupano di organismi astratti e volentieri lavorano su organismi virtuali residenti nei personal computer (come il famoso Richard Dawkins).
Raffard de Brienne, in quest’opera sulla fine dell’Evoluzione, si occupa dell’evoluzione come la intende il pubblico e come la si intendeva anche negli ambienti scientifici, fino all’inizio del Novecento. Ci risparmia le molecole, la cui “evoluzione” non può, nella definizione della Curtis, essere contraddetta, e affronta i problemi mai risolti dell’origine della vita, delle specie, dell’uomo. L’origine della vita dalla non-vita per un accidente occorso miliardi di anni fa è così improbabile da essere assolutamente impossibile. «I matematici - conclude R. de Brienne - ci obbligano a dedurre l’impossibilità dell’evoluzionismo». L’origine della cellula da un assemblaggio di molecole è ancora più improbabile, se esiste qualcosa di più improbabile dell’impossibile. Gli ipotetici protobionti, immaginati da alcuni protobiologi «sono simili alla cellula quanto le bolle d’acqua possano essere simili all’occhio umano». Altrettanto impossibile è l’origine delle specie e il loro graduale e progressivo svilupparsi l’una dall’altra. Il fenomeno comporterebbe il ritrovamento tra i fossili di un gran numero di forme intermedie ma queste non si trovano! Sono i famosi anelli mancanti, che seguitano imperterriti a mancare. L’esempio più classico, cui l’Autore fa riferimento, è quello degli equidi. Nel 1874 il paleontologo russo V 0. Kovalevsky abbozza una successione evolutiva che prevede quattro generi in successione cronologica: Paleotherium > Anchitherium > Hipparion > Equus. Nel 1918 R. Lull traccia un tronco che va dall’Eohippos (in luogo del Paleotherium) all’Equus, da cui Anchitherium e Hipparion si distaccano come rami laterali. «L’indagine geologica, scrive Ch. Déperet negli stessi anni, ha definitivamente accertato che non esistono passaggi graduali tra queste specie». Nel 1951, G. G. Simpson traccia un albero che ha l’aspetto di un cespuglio, che è ormai composto di linee parallele nella genealogia di J. H. Quinn. «La famosa successione graduale dei cavalli - conclude R. Fondi (1980) - consiste, in realtà, di un insieme di elementi spazio-temporali staccati gli uni dagli altri».

Il passaggio dalla scimmia all’uomo incontra due ostacoli: il primo è la difficoltà di spiegare la modifica contemporanea della stazione, del cervello, della faringe, del sistema nervoso centrale. Il secondo è l’esistenza insormontabile di una barriera fra le facoltà intellettuali della scimmia e dell’uomo. E poi, dove sono gli anelli intermedi? Qui incontriamo un esempio classico della frode scientifica, il cranio di Piltdown. Scoperto all’inizio del secolo, questo cranio presentava una volta spaziosa combinata con una mascella scimmiesca. Benché, secondo le teorie in voga, l’anello mancante doveva avere un cervello ancora piccolo associato a una mascella umanoide, esso fu acclamato come la dimostrazione inequivocabile della discendenza dell’uomo dallo scimmione e tenuto per quasi cinquant’anni in mostra in una vetrina del Museo delle Scienze di Londra. Quando si cominciò ad impiegare il carbonio 14 per la datazione dei fossili, esso fu subito applicato all’uomo di Piltdown. Risultò un falso palese: una mascella di gorilla contemporaneo era stata incastrata nel cranio di un uomo medievale. Il falso era rimasto lì per mezzo secolo, davanti agli occhi di scolari e professori, e nessuno se ne era accorto. A questo punto che fanno i sostenitori di una teoria che ha perso nel ridicolo il suo monumento storico? Chiedono scusa, e con la testa chinata cambiano mestiere, o, per lo meno teoria? Nulla del genere. Piltdown, (la prova essenziale dell’evoluzionismo, secondo Teilhard de Chardin) resta a dimostrazione della capacità di autocritica della scienza , che va in cerca, invano, di altri anelli mancanti. Sui libri di testo scolastici rimane intatta la vignetta dello scimmione che via via si solleva fino a diventare un gentleman.
A mio giudizio (cfr. Giuseppe Sermonti, La luna nel bosco, Rusconi, Milano, 1985), la discendenza dell’uomo da uno scimmione è un antico mito (altri miti e favole parlano della discendenza della scimmia dall’uomo), che ha l’unica base nella somiglianza morfologica e molecolare tra l’uomo e gli scimmioni senza coda (pongidi), e nel pregiudizio gnostico che il bestiale preceda l’umano. In realtà i paleoantropologi hanno smesso di parlare dell’antenato scimmiesco, da quando è risultato che nella morfologia, nell’embriologia, nell’andatura, nella biologia molecolare, l’uomo è molto più “originario” e lo scimmione “derivato”, per tacer del fatto che fossili di scimmioni non si trovano oltre qualche centinaio di migliaia di anni fa, e ominidi fossili datano da quattro, cinque o più milioni di anni. Scrive Alan R. Templeton: «Il camminare sulle nocche - non il bipedismo - è la novità evolutiva nella locomozione dei primati e... molti caratteri ominidi sono primitivi mentre le controparti nelle scimmie africane sono derivate». Ma non diciamolo ai bambini delle elementari, cui seguitiamo a mostrare una scimmia china appoggiata sulle nocche che gradualmente si erige a formare l’uomo. Potrebbero accorgersi che il Re è nudo.
L’evoluzionismo, particolarmente quello neo-darwiniano, nonostante troppe volte smentito (e questo libro ne offre una ponderosa casistica) seguita a sedere tranquillo sugli scranni del sapere e a far mostra di sé sulle targhe di molti illustri istituti in tutto il mondo. Con esso è invalso negli ambienti scientifici uno stile accademico elusivo e manicheo, che è andato a detrimento di tutta la scienza. Mi piace citare, in conclusione, una frase di W. H. Thompson, studioso d’evoluzione, che fu incaricato a stilare l’introduzione a una edizione centennale dell’Origine delle Specie di Darwin: «Questa situazione, dove uomini si riuniscono alla difesa di una dottrina che non sono capaci di definire scientificamente, e ancor meno di dimostrare con rigore scientifico, tentando di mantenere il suo credito col pubblico attraverso la soppressione della critica e l’eliminazione delle difficoltà, è anormale e indesiderabile nella scienza».
Il libro di Raffard de Brienne merita una speciale considerazione, perché emerge da questa situazione.
di Giuseppe Sermonti
(Professore Ordinario di Genetica)
* * * * *

Ciao Darwin - Il crepuscolo dell’evoluzionismo

Al mito dell’uomo-scimmia non crede più nessuno. Per primi gli scienziati. Perché allora insistere?

Nel novembre del 1859 il celebre naturalista inglese Charles Robert Darwin (1809-1882) pubblicava a Londra The Origins of the Species by Means of Natural Selection, ovvero L’origine delle specie per selezione naturale, opera nella quale esponeva per la prima volta la propria teoria sull’evoluzione.
Secondo Darwin, le specie si sarebbero trasformate progressivamente nel corso delle ere soprattutto nell’intento di adattarsi ai cambiamenti del proprio ambiente naturale ed evitare, così, il rischio di estinzione. Ma la scottante questione dell’origine animale dell’uomo non veniva affrontata.
Tuttavia, nel 1868 seguiva La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico e nel 1871 sarebbe uscita un’altra opera, intitolata La discendenza dell’uomo e la selezione sessuale, in cui Darwin indicava l’Africa quale culla dell’umanità, preconizzando inoltre lo sterminio delle «razze selvagge della Terra» da parte delle «razze umane civilizzate». Infine, l’ultimo lavoro notevole del positivista inglese fu il libro su L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, apparso nel 1872.
L’“agnostico” Darwin (amato da Karl Marx proprio perché aveva inferto a Dio «un colpo mortale») poneva in tal modo le fondamenta per affrancare dalla natura divina la nascita di tutte le creature viventi, proponendo una tesi “casuale”, costituita dall’intervento di mutevoli condizioni climatiche, di habitat e di relativi bisogni crescenti, i quali avrebbero condizionato quelle specie viventi che si sarebbero dimostrate capaci di mutare insieme a tali elementi e, quindi, di vincere la lotta per la sopravvivenza.

L’oscuro naturalista di Down portava così a termine il compito che gli era stato assegnato. Così infatti afferma il genetista Giuseppe Sermonti, il più autorevole rappresentante internazionale dell’antievoluzionismo scientifico e, in generale, della riflessione critica sulla scienza moderna fin da quando, nel 1971, pubblicò per l’editore Rusconi il saggio, davvero controcorrente, Il crepuscolo dello scientismo.
Sermonti sostiene che alcuni personaggi avrebbero precedentemente ingaggiato Darwin allo scopo di elaborare una teoria materialista sull’origine della vita, assicurandogli notevole fama e un rapido successo editoriale. Si sarebbe trattato d’individui che agivano per conto di un fantomatico Club X, costituitosi ufficialmente a Londra nel 1864. Tale associazione pare fosse solita riunirsi prima dei meeting della Royal Society per discutere gl’indirizzi politico-culturali e mediatici che avrebbe dovuto imboccare la società britannica. La prima edizione de L’origine delle specie si esaurì in un solo giorno , dopo un iniziale scherno piuttosto generalizzato. In soli dieci anni Darwin si aggiudicò il consenso dell’ortodossia scientifica del tempo. Il Club X aveva insomma raggiunto il proprio obiettivo e mantenuto le promesse.

I turbamenti di un naturalista
Per secoli, o per millenni, nessuno aveva mai notato le “prove schiaccianti” fornite da Darwin, anche se le aveva davanti agli occhi.
Poi, improvvisamente, tutte quelle “verità segrete” sono state finalmente “esposte in evidenza” e dalla zolla sarebbero emerse le risposte che da tempo si attendevano. Sono, cioè, venuti alla luce i resti di una realtà ancestrale per troppo tempo occultata e rimossa mentalmente.
Le prove su cui tali riletture della storia umana si fondano sono peraltro alcuni resti fossili che costituirebbero gli anelli di congiunzione di una catena virtuale, la quale condurrebbe in linea retta dagli esemplari più primitivi del genere dei primati fino all’uomo.
Vano il domandarsi perché – se tali teorie fossero realmente attendibili – a parità di latitudine, condizioni climatiche e ambientali, e via discorrendo, è possibile trovare “evoluti” esemplari di homo sapiens sapiens accanto a babbuini e a scimpanzé, ma in circolazione non s’incontra alcun “uomo di Neanderthal” o “di Cro Magnon” o “di Steinheim”.
Com’è stato autorevolmente osservato, l’estrema rarità delle forme intermedie, anche nella documentazione fossile, continua a rivestire una sorta di “segreto di casta” della paleontologia. Inutile cercare la ragione dell’estinzione degli esemplari delle fasi intermedie, ma più che altro superfluo giacché l’incontestabilità del dogma darwinista è contenuta in quei pochissimi resti fossili a cui si è fatto cenno. Talmente rari da tormentare perfino lo stesso Darwin.

L’uomo-scimmia fai-da-te
Molto meno turbati appaiono, invece, i suoi più tardi epigoni ed emulatori. Tutti presi dal contendersi a vicenda la palma dell’ortodossia piuttosto che quella dell’originalità, producendo semplici varianti sul tema, sfugge ai loro occhi la beffa dell’artista (così come sfuggì quella delle teste di Amedeo Modigliani ad affermati critici d’arte), giacché, se la principale occupazione è quella di dividersi in mille rivoli, di fronte alla necessità di difendere il contestato cardine dogmatico le truppe sparpagliate riacquistano la monolitica compattezza d’una testudo romana.
D’altronde, come dubitare di fronte ad un eoanthropus Dawsoni, meglio conosciuto come “uomo di Piltdown”, che deteneva tutte le caratteristiche necessarie per rappresentare il classico caso da manuale. Due crani con caratteri marcatamente primitivi, una mandibola nettamente scimmiesca, un canino e un molare vennero portati in superficie fra il 1909 e il 1915.
Nel frattempo, quell’“uomo” veniva valutato positivamente da alcuni presunti specialisti e, pertanto, inserito come dato certo e acquisito in numerose pubblicazioni di prestigio, quali per esempio la famosa Enciclopedia Treccani che ne forniva ampie descrizioni. Purtroppo, però, dopo quasi quarant’anni dal ritrovamento dei frammenti presso l’omonima località del Sussex orientale, nel 1953 una commissione di scienziati dimostrò che si trattava di una bufala clamorosa.
Se qualcuno fosse tentato di pensare a un errore di quest’ultima équipe di studiosi ci ripensi: il falsario, infatti, ha già raccontato tutto e la Treccani si è vista costretta a rettificare definitivamente alla pagina 351 della terza appendice (1949-1960), spiegando come il famoso reperto di Piltdown altro non fosse se non il «prodotto di una mistificazione». Il cranio era, infatti, un fossile umano di epoca neolitica (quindi relativamente recente); la mandibola apparteneva a un giovane orango morto pochi anni prima, a cui erano stati limati i denti per farli sembrare umani; anche il canino era stato limato, al fine di applicarlo alla mandibola; e il pomello di articolazione (condilo) era stato spezzato di fresco nell’intento di adattare la mandibola al cranio. Il tutto era stato poi usurato artificialmente e colorato chimicamente per simulare l’effetto del tempo.

I cannibali dagli occhi a mandorla
Un altro caso palese d’interpretazione abusiva è rappresentato dal cosiddetto sinantropo od homo pekinensis. Unicamente per il fatto che le rimanenze ossee di tale scimmia – fino ad allora totalmente ignota agli zoologi – furono ritrovati insieme ai residui di utensili e di focolari preistorici, si volle automaticamente dedurne che si trattasse delle spoglie del loro artefice, ovvero di un essere umano, sebbene i resti dello scheletro in questione si trovassero chiaramente mischiati a quelli di animali da preda. Il cranio, inoltre, presentava le medesime perforazioni osservate in casi analoghi, dove l’espediente si era reso necessario allo scopo di prelevarne il gustoso cerebro. Così, pur di non dover concludere la cosa più ovvia, cioè che il ritrovamento altro non riguardava che una preda di uomini preistorici, gli scienziati annunciarono che i cosiddetti homines pekinenses si erano addirittura divorati a vicenda.
Da circa sei anni sull’autorevolissima Boston Review del Massachusetts Institute of Technology (MIT) infuriava una polemica assolutamente devastante per la dottrina darwinista quando improvvisamente, sul numero del novembre 1999, la rivista National Geographic pubblicò con enfasi la foto di una lastra minerale nella quale si vedeva impressa l’immagine di un teropode pennuto. «È la prova che gli uccelli si sono evoluti da questi antichi rettili», esultava troppo frettolosamente il biologo Barry A. Palevitz nell’articolo di tono sensazionalistico che accompagnava la presunta scoperta. Il rettile piumato ridava così smalto alla logora teoria evoluzionista.
Il darwinismo, infatti, è talmente in declino oltreoceano che in numerosi Stati dell’Unione nordamericana si è perfino chiesto e ottenuto che il suo insegnamento venga soppresso dalle scuole o, perlomeno, presentato come semplice ipotesi in alternativa ad altre, di cui si deve dare notizia allo stesso modo. Per rendersi conto delle enormi difficoltà che la “teoria della scimmia” sta attraversando in ambiente scientifico, basta fare un rapido giro su Internet e constatare di persona quanti siti ospitino tesi critiche, inserendo in un qualunque motore di ricerca parole-chiave come “creazionismo”.

Finalmente scoperto l’‘uccellosauro’, dunque, il creazionismo sarebbe stato sconfitto definitivamente.
 Acquisito il posto che gli spettava nello schema darwiniano di discendenze, allo snodo evolutivo fra rettili e uccelli, il “nuovo” animale è venne battezzato con un’altisonante denominazione latina, come d’uopo: archaeoraptor liaoningensis. Di lì a poco, tuttavia, si sarebbe amaramente appurato che il supposto fossile altro non era se non l’ennesimo falso, composto da due differenti resti (di un uccello e di un sauro) incollati assieme, con abilità asiatica, per opera dei poverissimi contadini cinesi che vivono nella provincia di Liaoning, i quali sfruttano e vendono sul mercato nero i fossili di un ricco giacimento locale.
Il falso composto era stato offerto al titolare di un piccolo museo privato nello Utah durante una fiera di trouvaille paleontologiche, tenutasi nel febbraio del 1999 nello Stato dell’Arizona, presso la città di Tucson.
Già in precedenza si era cercata questa tanto sospirata prova della discendenza degli uccelli dai rettili preistorici. Del resto, la teoria darwinista parlava chiaro: tutte le forme viventi della terra avevano subito evoluzioni clamorose, adattandosi all’ambiente circostante. Da qualche parte sarebbero quindi pur dovuti saltare fuori anche gli elementi che confermavano la veridicità di quelle stravaganti idee.

Illusionismi e prestidigitazioni
In realtà, già nel lontano 1957, lo studioso nordamericano Douglas Dewar nel libro The Transformist Illusion – pubblicato a Murfreesboro, in Tennessee, dalle DeHoff Publications – osservò che tutta la teoria sulla graduale evoluzione delle specie, facente capo a Darwin, si fonda su di una madornale confusione tra “specie” e “subspecie”.
A suo avviso, le singole specie non soltanto sarebbero fra loro separate da differenze abissali, ma non esisterebbero neppure forme che accennino a una qualche possibile connessione tra i diversi ordini di esseri viventi, come i pesci, i rettili, gli uccelli e i mammiferi. Non era immaginabile nella maniera più assoluta che l’uno potesse essere nato dall’altro. Anche il celebre fossile denominato archaeopteryx, frequentemente addotto quale esempio di membro intermedio fra un rettile e un uccello, è in realtà un autentico rappresentante di quest’ultima categoria animale, nonostante alcune singolari caratteristiche – come le unghie al termine delle ali, i denti nelle mascelle e la lunga coda con le piume diramate – potessero comprensibilmente a prima vista fuorviare.
Gli studiosi moderni più seri e scrupolosi, ormai, rigettano completamente la tesi dell’evoluzione della specie, o si limitano a mantenerla in maniera provvisoria esclusivamente quale mera “ipotesi di lavoro”.
Le più recenti scoperte in materia di paleontologia, sedimentologia, chimica, biologia molecolare e genetica hanno infatti smontato, pezzo per pezzo, il castello di carta su cui si fondava l’evoluzionismo darwinista.
Del resto, non solo tutte le forme animali conosciute avrebbero avuto origine, quasi contemporaneamente, durante il periodo dell’“esplosione cambriana”, ma le ricerche più recenti hanno dimostrato l’incredibile complessità anche di quegli organismi che i vari  Piero Angela si ostinano a definire “semplici”.

Il molteplice dell'infinitamente piccolo
La microscopia elettronica ha, infatti, messo in risalto come i processi che si svolgono all’interno dell’essere monocellulare siano di una molteplicità inimmaginabile. Inoltre, come ebbe a riconoscere, già nel 1977, perfino lo stesso professor Stephen Jay Gould, docente di Geologia e Zoologia presso la prestigiosa Harvard University, nonché darwinista eterodosso e marxista dichiarato, «le testimonianze fossili non supportano in alcun modo il cambiamento graduale».
Sulla medesima linea, il geologo David Schindel, professore alla Yale University, il quale, in un articolo apparso nel 1982 sulla rivista Nature, rivelò che l’ipotizzata graduale «transizione dai presunti antenati ai discendenti […] non esisteva».
In definitiva, si può affermare che – alla prova dei fatti – la teoria darwiniana si è rivelata un semplice prodotto della propria epoca. L’inglese vittoriano si sentiva intimamente superiore al resto del mondo e il darwinismo sembrò fornire una sanzione scientifica a tale convincimento.
La vicenda del Club X e il simultaneo sviluppo di un insidioso “darwinismo sociale” sul piano filosofico-politico la dicono lunga sulla reale valenza di quella “selezione naturale” contemplata nell’evoluzionismo.
Una volta acquisita questa teoria da parte della comunità scientifica, si è quindi imboccata una pericolosa via che gli attuali studiosi temono però di abbandonare poiché, forse, ritengono che ciò equivarrebbe, di fatto, a decretare un fallimento di cui potrebbe risentire tutta la classe degli scienziati contemporanei.
Se così fosse, si tratterebbe di un fatto gravissimo, poiché darebbe conto della debolezza – camuffata con l’arroganza – da cui la scienza è affetta oggigiorno. Diversamente, si attendono spiegazioni plausibili sul perché non si sia ancora avviato un dibattito serio e approfondito anche in Italia, e per quale strana ragione ci si ostini a presentare un semplice mito come verità acquisita.
Perché la teoria di Darwin altro non è che un mito, il quale – come tutti i miti – tenta di soddisfare il bisogno di rispondere ad alcuni dei quesiti fondamentali che, sin dalla notte dei tempi, tormentano l’uomo: “chi siamo?”, “da dove veniamo?”. Davvero arduo appare il fornire una spiegazione convincente con le sole armi della ragione; schiere di filosofi ci hanno provato, fallendo ogni volta miseramente. Charles Darwin fu uno di loro.
di Paolo Zanotto













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