Paolo
Bernardini, nato a Genova nel 1963, è dal gennaio 2001 professore di
Storia europea e direttore del “Center for Italian and European
Studies” della Boston University. Ha scritto un saggio importantissimo,
Degenerazione e
rigenerazione. Note per una rilettura dell’“Essai sur la régénération
physique, morale et politique des Juifs” di Baptiste-Henri Grégoire
(1788), dove mostra, e bene, l’origine illuministica di una delle maggiori abberrazioni moderne, l’antisemitismo.
Il testo fu presentato in pubblico a Milano in occasione di un
“Rothbard Seminar” dell’Istituto Bruno Leoni, il 30 gennaio 2006. Da
oggi è un pamphlet in formato PDF scaricabile dal nostro sito e da quello dell' Istituto Bruno Leoni.
Perché il saggio è disponibile solo così? Perché chi avrebbe dovuto
pubblicarlo altrimenti ha eccepito mille e una eccezione nel tentativo
di annullarne gli effetti, devastanti. Alla fine del 2005, Bernardini
sottopose il saggio al professor Giuseppe Ricuperati, uno dei direttori
della Rivista Storica Italiana, di recente nomina, gran custode
dell’ortodossia “laica” e veteromarxista del periodico, allievo dello
storico Franco Venturi. Ricuperati rispose a stretto giro di posta
elettronica, sollevando una nutrita serie di obiezioni. Bernardini ne
accolse alcune, corresse il testo e tornò a riproporre il saggio a
Ricuperati. Al che questi rispose con una nuova e-mail che definiva
«sconcertanti» le “posizioni” assunte da Bernardini, come se la ricerca
storiografica documentata fosse una mera questione di “pareri”. E
invitò lo studioso a rivedere ulteriormente il testo. Per Bernardini
però la vicenda si chiudeva lì, con la rinunzia a pubblicare il saggio
sulla Rivista Storica Italiana. 25 marzo 2006 LA CENA DEI CRETINI La rivoluzione francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale. In compenso, nei salotti dei philosophes illuministi
si gettarono le basi del razzismo. Con buona pace dei tanti
progressisti, orfani del comunismo, che oggi amano definirsi nipotini
dei Lumi di Marco Respinti
Si apprestava il Bicentenaire della rivoluzione di Francia e Jean
Dumont – storico scomparso nel 2001 di cui la Francia farebbe bene a
menare più vanto – pubblicò un pamphlet urticante, Pourquoi nous ne célèbrerons pas 1789 (ARGÉ, Bagneux 1987). Fu tradotto come I falsi miti della Rivoluzione francese
(prefazione di Giovanni Cantoni, Effedieffe, Milano 1990), ma è il
titolo originale a essere significativo: perché sarebbe meglio non
celebrare l’Ottantanove come l’alba del “mondo nuovo”. Dumont si
permise l’invettiva perché era un vero topo di biblioteca, uno studioso
carico di importanti scoperte documentali. E così, dettagliate le
proprie affermazioni lungo un’intera carriera, sciorinò in questo
opuscolo “di battaglia” le inibizioni derivate alla società occidentale
dalla rivoluzione francese e fortificate dalla cultura che ne derivò
nei secoli seguenti. Ovvero: il falso mito della
“modernizzazione decisiva” rispetto ai presunti cascami del passato,
quello del “popolo al potere” e quello della sua finalmente conquistata
“felicità”. Poi mise in luce l’incapacità della cultura
postrivoluzionaria di garantire le libertà sociali e le autonomie per
colpa di uno statalismo opprimente e di un nazionalismo aggressivo.
Infine la falsità egualitaristica e l’invenzione del terrore poliziesco
come strumento di governo quotidiano. Talché le parole proferite
nel 1989 dall’arcivescovo di Bologna Giacomo Biffi – la rivoluzione
francese ci ha lasciato solo il sistema metrico decimale – sono di più
di una semplice boutade. Il “secolo lungo”
Ma se l’Ottantanove ha prodotto macerie, la philosophie che lo
precedette lungo il “secolo francese”, dichiarandosi lume venuto a
rischiarare l’antro tenebroso e fetido della superstizione e del
servaggio (per dirla con Edgar Quinet), ha invece consegnato alla
posterità retaggi profondi e purtroppo duraturi sull’intera cultura
progressista, cioè, quella che per lo più oggi domina. Così che,
nonostante la definizione di «secolo breve» di Eric Hobsbawm, il
Novecento dei noti abissi appare, in verità come “secolo lungo”,
apertosi più di 200 anni fa in Francia. E tra le molte venature di questo lascito, tra le pieghe del suo razionalismo, nei solchi del suo democraticismo, nelle filière
del suo egualitarismo, nei meandri del suo statalismo e tra le ans(i)e
del suo laicismo, spunta pure, orrendo e raccapricciante, il razzismo.
Sì, il razzismo: quello che, anche ammesso di voler perdonare tutto ai
Lumi e alla rivoluzione, mai si penserebbe di collegare al Settecento
francese. Perché cozza con la triade libertè, egalitè, fraternitè;
perché contrasta con la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del
cittadino; perché in urto con la sua retorica emancipazionista,
liberazionista e universalista. Ma non è così. Già da qualche anno in Francia lo storico Jean de Viguerie (cfr. il Domenicale 16 ottobre 2004 - qui di seguito) e oggi in Italia Marco Marsilio con il volume Razzismo, un’origine illuminista
(prefazione di Gianni Scipione Rossi, Vallecchi, Firenze 2006)
documentano il contrario. Il razzismo fece parte a pieno titolo del
pensiero illuminista, non ne contraddice affatto i canoni e anzi fu un
perno centrale di quel “pensiero nuovo” che mirò a travolgere duemila
anni di riflessione culturale. Fu infatti la philosophie che, tra
sensismo, meccanicismo e materialismo incipienti, ridusse l’essere
umano a specie tra le specie, inserendone la vicenda temporale
nell’ambito della mera storia naturale e quindi sottoponendolo a
classificazioni e tassonomie quasi fosse una pianta o una bestia
qualsiasi. A ciò si accompagnò una critica sempre più serrata della
narrazione biblica. E così l’idea di una comune origine dell’umanità
lasciò presto il posto ad arzigogolate e aberranti teorie eziologiche
che hanno finito per ridurre le “specie” umane a miceti spuntati qua e
là per caso, belli o brutti, intelligenti o deficienti, così come i
funghi sono eduli o velenosi. Fu questa la vera rivoluzione,
quella che incoronò l’uomo-materia detronizzando l’antico essere umano
imago Dei. A essa contribuirono un po’ tutti i padri nobili
dell’illuminismo, da Voltaire al conte di Buffon, da
Jean-Baptiste-Claude Delisle de Sales a Guillaume-Thomas-François
Raynal, da Denis Diderot a Baptiste-Henri Grégoire. Il resto fu
conseguenza pratica. La riduzione dell’essere umano alla semplice
dimensione materiale e naturalistica venne poi rielaborata
“scientificamente” nell’Ottocento, che dotò il razzismo di basi
“oggettive” e biologiche. La strada per Auschwitz era aperta. Evoluzionismo ed eugenetica
Ma non solo. Da quel pensiero discende anche l’“eugenetica
democratica”, e su questo si possono leggere con profitto Piero S.
Colla, Per la nazione e per la razza. Cittadini ed esclusi nel modello svedese (Carocci, Roma 2005), Luca Dotti, L’utopia eugenetica del welfare state svedese, 1934-1975 (Rubbettino, Soveria Mannelli 2004) ed Edwin Black, The War Against the Weak: Eugenics and America’s Campaign to Create a Master Race (Four Walls Eight Windows, New York 2003).
In più, sempre da quel pensiero, derivò l’idea secondo cui si può fare
qualsiasi cosa dell’uomo, se ciò serve, sin dal suo stadio embrionale.
Per esempio, «rigenerarlo» come l’abbé Grégoire, prete giacobino,
prospettava per gli ebrei «degenerati». L’eugenetica, del resto
fu inventata, termine e idea, dallo psicologo Francis Galton, il quale
introdusse l’evoluzionismo del proprio cugino Charles Darwin nel
biologismo “scientifico” con cui poi auspicò la manipolazione umana
(tutto da leggere è Richard Weikart, From Darwin to Hitler: Evolutionary Ethics, Eugenics, and Racism in Germany [Palgrave MacMillan, New York 2004]). 200 anni fa, il Terzo Reich
Ora, gli orrori della Shoà hanno prodotto una valanga di riflessioni,
ma la cultura occidentale – come bene scrive Marsilio – per non voler
essere mai più razzista ha cercato di non esserlo mai stata, rimettendo
ogni responsabilità al solo nazionalsocialismo, folle e improvviso.
Eppure la malapianta aveva radici più profonde. Forte delle teorie
eugeniste e malthusiane che gli provenivano dai padri illuministi, la
Francia rivoluzionaria si macchiò ben 200 anni fa degli stessi crimini
che si è soliti associare al nazismo. Dai massacri del settembre 1792
con cui si eliminarono anche deboli e perversi prefigurando
l’Operazione T4 realizzata nel 1939 dal Reich hitleriano, al primo
genocidio della storia, quello praticato in Vandea tra il 1793 e il
1794 con tanto di camere a gas ed esecuzioni anzitutto di donne e di
bambini, onde estirpare una «race maudite», una razza maledetta, di
oppositori. Insomma solo in virtù della sua memoria corta, certo Occidente può ancora gloriarsi dell’illuminismo. 25 marzo 2006 RAZZISMO IN SALSA FRANCESE Buffon,
che riscrisse la storia del mondo in 44 volumi, inventò il termine
“razza” e il disprezzo per quelle brutte. Don Gregoire applicò il tutto
agli ebrei “degenerati”. E la ghigliottina spopolò fra i “devianti”.
Ebbe iniziò così il “mondo nuovo” di Paolo Bernardini
Chissà che l’approssimarsi, nel 2007, del terzo centenario della
nascita di Georges-Louis Leclerc conte di Buffon (1707-1788) – uno dei
più grandi naturalisti francesi assieme al suo critico e continuatore
Jean-Baptiste de Lamarck (1744-1829), naturalista, e a René-Antoine de
Réaumur (1683-1757), entomologo e chimico di genio – non porti a una
riconsiderazione generale del suo pensiero. Nell’anno fatale 1989, tra
le celebrazioni di un infausto bicentenario, quello della Rivoluzione
illuminista e giacobina di Francia, che quasi coincise con quello della
morte del naturalista, uno dei maggiori storici della scienza francesi,
Jacques Roger, pubblicava per la parigina Fayard un’opera che parve per
molti aspetti definitiva, Un philosophe au jardin du roi. Vi si
prendeva in esame tutto il complesso dell’opus magnum di Buffon, la sua
filosofia e i suoi rapporti con il potere. Idolo del positivismo, idolo
della scienza di Stato, la sua statua severa campeggia ancora, con
quella di Lamarck, nei giardini del Museo di Storia Naturale di Parigi.
Altre ricerche su Buffon videro poi la luce, ma quella di Roger
sembra dominare tuttora la scena. Fu, peraltro, il canto del cigno
dello storico francese, che si spense l’anno seguente. L’immensa Historie naturelle, générale et particulière
di Buffon, pubblicata in 44 volumi tra il 1749 e il 1804, ebbe svariate
edizioni e traduzioni, e gli valse numerosi allori. Del resto, la
storia ricorda il suo autore come un grande divulgatore prima che come
scienziato dal pensiero originale. Certamente, la sua capacità
narrativa, la vastità delle fonti utilizzate, il suo procedere
sistematico – nel solco cartesiano – e la mole dei suoi scritti resero
Buffon celebre in vita e ancor più dopo la morte. Era infatti nutrito
da una vera passione per la conoscenza. Malato a partire dal 1770,
dedicò i suoi ultimi anni alla storia naturale degli uccelli e al regno
minerale. Ebbe la grazia di morire vedendo in stampa l’ultimo volume
del suo grande progetto. Ma se si va a leggere la Histoire,
vi si trovano, là dove l’analisi della natura si spinge a considerare
la «espèce humaine» e le sue «variétés», i primi elementi, ancora
peraltro molto incerti, di una ideologia razzistica destinata a
dominare gran parte del secolo XVIII e tutto quello successivo. È tutto
nel quinto volume della Histoire,
pubblicato nel 1755: annus mirabilis del Settecento. Voltaire si
trasferisce infatti a Ferney, dove rimarrà fino alla morte, e Lisbona è
scossa da quell’immane sisma che proprio a Voltaire, e poi a Immanuel
Kant e a molti altri, suggerirà riflessioni amare sulla potenza della
natura e l’impotenza umana, e sul significato di Dio. Ma è anche l’anno
della pubblicazione postuma dell’Essai sur le commerce di Richard Cantillon (1680-1734),
opera pionieristica per la fisiocrazia e per le teorie economiche
marginalistiche, che attirò tra l’altro l’attenzione di Friedrich A.
Hayek forse perché vi era un fondato elogio della figura del libero
imprenditore. Ma questo quinto volume di Buffon doveva in qualche
modo segnare una strada, se è vero che vi troveranno ispirazione
immediata proprio Voltaire e numerosi altri autori alla ricerca di una
legittimazione riguardo alla superiorità della «civilization»
occidentale rispetto ai «sauvages» del mondo universo. È qui infatti
che si elabora una vera e propria fenomenologia – basata solo di rado
sull’osservazione diretta e quasi sempre invece su fonti secondarie,
soprattutto i racconti dei grandi viaggiatori – delle «races» umane. Un
concetto qui nominato chiaramente, quello di «race», come criterio di
differenziazione dell’umanità, all’interno di quello di «espèce», che
invece denota una differenziazione tra l’uomo e gli altri animali.
Buffon getta dunque il proprio sguardo discriminatorio su tutto il
mondo, iniziando dall’estremo Nord, la Lapponia, per arrivare
all’estremo Ovest, i territori nordamericani, ancora in gran parte
inesplorati. E adotta criteri di classificazione razzistici. I
primi a farne le spese sono proprio i lapponi, gli esquimesi, «una
razza di uomini di piccola statura e dall’aspetto bizzarro, la cui
fisionomia è tanto selvaggio quando lo sono le loro usanze». Sì, perché
alla bruttezza dell’aspetto fisico – «laideur» è termine che ricorre
spessissimo – viene invariabilmente associata il degrado morale. Fa
capolino qui, per la prima volta, il concetto di «dégénération»
dall’infausto destino. Come verbo: uomini che sembrano «avoir dégénéré»
dalla specie umana. Ci vorrà però Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831),
il prete giacobino, per applicare, nel 1788, la degenerazione agli
ebrei, auspicandone quindi una forzata “rigenerazione”, un concetto
gemello e speculare ancora più nefasto. Non a caso, esso ebbe il suo
trionfo e la sua fine nell’immenso e immondo bagno di sangue della
Prima guerra mondiale, che molti vollero e appassionatamente
propagandarono come “rigenerazione” dell’umanità. Quanto a Buffon,
egli viaggiò in lungo e in largo tra i viaggi. Da Antonio Pigafetta a
Giovan Francesco Gemelli Careri e Aurelio degli Anzi, il francese
trasse nozioni anche da molti italiani descrivendo un’antropologia
della deformità, con gradi e livelli diversi di differenziazione. Il
calabrese Gemelli, sia detto per inciso, è peraltro una delle fonti
d’informazione meno ideologicamente viziate – forse perché viaggiò
davvero in gran parte del mondo a partire dal 1693 – di tutto il
Settecento. E così Buffon descrive tutte le varietà conosciute di negri
e verso tutte mostra poca tenerezza. In particolare ce l’ha con il
negro di Guinea: «spirito estremamente ottuso», non sa contare nemmeno
fino a tre. Agli ebrei dedica poi mezza pagina, notando però che essi
si sposano sempre tra di loro, eppure hanno assimilato la carnagione
degli abitanti dei luoghi ove soggiornano: abbronzati al Sud, più
pallidi nei Paesi germanici. Eppure, notando che «la virtù
appartiene più all’uomo selvaggio che all’uomo civilizzato», aprirà la
strada a Jean-Jacques Rousseau. 25 marzo 2006 LA VIA ITALIANA ALL'EUGENETICA Prima di tutto una annotazione di metodo: nel libro La Difesa della razza. Antologia 1938-1943
(Bompiani, pp.376, €9,50) sia l’autrice, Valentina Pisanty, sia il
prefatore Umberto Eco, sostengono una tesi solo parzialmente
condivisibile: cioè che la storiografia sul tema del razzismo fascista
sia poca e incline a sottovalutarne gli esiti nefasti. Si rimanda al
saggio di Angelo Crespi ( Il Domenicale
n.50 del 13 dicembre 2003 - più avanti), ma con una piccola
annotazione: lo stupore e l’idignazione della Pisanty ed Eco nel
maneggiare l’orrenda rivista antisemita e razzista voluta dal regime
mussoliniano, impedisce loro di giungere al punto nodale, comprendendo
che il razzismo, e più latamente il problema del male, non è
circoscrivibile agli orrendi fascisti, ma attiene molto più
concretamente ad ognuno di noi. Onde per cui, non basta gridare al
fascismo, ma è necessario mantenere alta la guardia in ogni direzione.
Ma a parte ciò, il volume è un prezioso lavoro per seguire la nascita e
l’evoluzione della rivista che pose le basi di una via italiana al
razzismo. Un tentativo nefasto, ma ci permettiamo di dire più blando di
quella nazista e ad esso succube, che sulle architravi di un
antisemitismo secolare e transideologico tentava di cementare l’intesa
con la Germania. Tra l’altro, come nota giustamente la
Pisanty, la via italiana al razzismo, sempre che si possa definire una
via autonoma, fu alquanto dibattuta e confusionaria. La disputa
dottrinaria verteva infatti sullo scontro tra due posizioni: la linea
del “razzismo della carne e del sangue”, di tipo biologico più vicina
al modello nazista (perseguito da due giovani come “l’aspirante
antropologo” Guido Landra e Giorgio Almirante) e la linea di un
razzismo esoterico e spiritualista, con cui Julius Evola tentava di
conciliare le palesi incongruenze razziali del popolo italiano, che
solo con risibili artifici poteva essere ricondotto alla purezza ariana.
È interessante notare come l’antisemitismo si allargò fino a un
razzismo dai confini vari, in cui venivano messe alla berlina con
articoli pseudoscientifici, illustrazioni e vignette, non solo razze
“diverse”, ma perfino popoli apparentemente affini, come per esempio i
francesi, solo perché esistevano contrasti politici. Infine, di
grande interesse l’approfondimento editoriale che ci permette di capire
quale investimento fece il regime su questa rivista che venne sostenuta
economicamente, imponendo alle grandi industrie di acquistare
pubblicità, che fu “imposta” attraverso abbonamenti forzati, che
raggiunse le 150mila copie i primi numeri, e per fortuna solo le 20mila
copie (delle quali ben 9mila in omaggio) appena due anni dopo la
fondazione. Segno che la politica razziale, nonostante tutto, faticava.
Ma il Duce... In tema di razzismo e di – default de rigueur – antisemitismo sembra che la memoria del mondo inizi con i “fascismi”. Il profluvio di opere
sul Terzo Reich coinvolge di solito anche il fratello minore di Hitler,
il Duce. Normalmente si tratta di opere meritorie, ma non è così con Mussolini razzista. Dal socialismo al fascismo: la formazione di un antisemita
di Giorgio Fabre (Garzanti, Milano 2005). Si nota troppa confusione nel
tentativo forzato di retrodatare il razzismo mussoliniano onde farne la
chiave di volta del regime. Con risultati storiografici inutili. 16 ottobre 2004 ACCECATI DAI LUMI Il
vero mito fu quello del “selvaggio difettoso”. Da “rettificare”,
rigenerare. Jean de Viguerie racconta l’antropologia eugenetica di
certi “virtuosi” di Marco Respinti I negri sono brutti, i brasiliani sono bestie e gli ebrei puzzano. Non è il Mein Kampf,
ma la summula del pensiero antropologico illuminista così come
descritta dallo storico francese Jean de Viguerie, autore, fra l’altro,
di Louis XVI, le roi bienfaisant (Éditions du Rocher, Monaco 2003), Christianisme et révolution: cinq leçons d’historie de la révolution française (NEL-Nouvelle Éditions Latines, Parigi 2000), Histoire et dictionnaire du temps de Lumières, 1715-1789 (Laffont, Parigi 1995) e Le catholicisme des français dans l’ancienne France (NEL 1988). Le “razze” umane, infatti, nascono da Voltaire, con tanto di annessi e connessi.
A partire da un seminario di ricerca su Les lumières et les peuples
condotto nell’anno accademico 1992-1993 all’Università di Lilla III
(dove insegna), De Viguerie è venuto raccogliendo e mettendo in
parallelo numerosi documenti sulle concezioni antropologiche del siècle
français. Oggi le ripropone in una efficace sintesi sul trimestrale Nova Historica
(n.8, 2004), diretto a Roma da Roberto de Mattei – docente di Storia
moderna all’Università di Cassino e vicedirettore del Consiglio
Nazionale delle Ricerche – ed edito per i tipi di Pagine (tel.
06/39738665). Nella lingua francese, il termine “specie” è
stato adoperato fino al Seicento solo in ambito medico o farmacologico
e mai in relazione agli esseri umani. È il Settecento che ne inaugura
l’uso biologico. Da qui l’espressione passa poi all’antropologia e così
si parla per la prima volta di “specie umane” a loro volta suddivise in
altre “specie” più... specifiche, altrimenti dette “varietà”. O – come
fa François Marie Arouet detto Voltaire (1694 - 1778) nell’ Essai sur les mœurs et l’esprit des nations et sur les principaux faits de l’histoire depuis Charlemagne jusqu’à Louis XIII
(1756) – “razze”. Ciò che accomuna i rappresentanti della “specie
umana” è, per Voltaire, l’avere «tutti gli stessi organi vitali, dei
sensi e del movimento»; eppure «solo un cieco può mettere in dubbio che
i bianchi, i negri, gli albini, gli ottentotti, i lapponi, i cinesi e
gli americani siano razze completamente diverse». Contro i “primitivi”
Il postulato voltaireano «la razza dei negri è una specie d’uomo
diversa dalla nostra» viene illustrato da Jean-Baptiste-Claude Delisle
de Sales (1741-1816) e da George-Louis Leclerc conte di Buffon
(1707-1788), che peraltro adoperano sempre solo il termine “varietà”. In De la philosophie de la nature ou Traité de morale pour l’espèce humaine. Tiré de la philosophie et fondé sur la nature
(la cui «troisième édition et la seule conforme au manuscrit original»
fu pubblicata a Londra in 6 volumi nel 1777), Delisle de Sales nota che
la natura «non fa altro che produrre una serie d’individui in cui
ciascuno rappresenta solamente un anello della lunga catena di esseri
che compongono le varietà della specie umana». Ma, nell’ Histoire de l’Homme – parte dei 15 volumi della sua Histoire naturelle
(1749-1767) –, Buffon aggiunge che le varietà individuali degli uomini
si sono cristallizzate in «varietà della specie umana» le quali con il
tempo «si sono perpetuate». Vale a dire: i singoli uomini nascono
con determinate caratteristiche fisiche (Delisle de Sales), nei secoli
questi si raggruppano in base a quelle caratteristiche (Buffon) e
queste sono le “razze” in cui si suddividono quelli che chiamiamo
genericamente “uomini” in ragione di alcune loro somiglianze
morfologiche (Voltaire). L’orizzonte globale è di tipo esclusivamente
biologico (ciò che viene definito “morale” ne è infatti solo by-product
o al massimo offshoot) e tali sono quindi pure la natura dell’essere
umano così come le differenze fra singoli e “razze”. «Ciò
significa – commenta De Viguerie – che il carattere dipende dal fisico
e che lo “spirito delle nazioni” caro agli umanisti, ma anche a
Montesquieu, non c’entra niente. Gli usi e i costumi, e il naturel di
un popolo sono caratteristiche razziali legate a un aspetto fisico, al
colore della pelle». Si è, insomma, «pigri perché si è negri, oppure si
è più o meno civilizzati perché si è bianchi» giacché «i popoli sono
divenuti razze». Per Voltaire, del resto, tutti i selvaggi sono
brutti e stupidi, in specie i negri e gli ebrei, ma non da meno sono i
paysan suoi compatrioti. Quanto ai primi, «gli occhi tondi, il naso
camuso, le orecchie dalla strana conformazione, i capelli crespi e il
livello della loro intelligenza producono tra loro e le altre specie di
uomini una differenza sorprendente». I secondi – così alla voce Juifs del Dictionnaire philosophique
del 1764 – vengono definiti «solo un popolo ignorante e barbaro, che
coniuga da lungo tempo l’avarizia più sordida alla superstizione più
odiosa e all’odio più irrefrenabile per i popoli che li tollerano e che
li arricchiscono». I terzi, nell’ Essai sur les mœurs,
sono descritti come «zotici che vivono in capanne con le proprie donne
e qualche bestia [...], i quali parlano un gergo mai sentito nelle
città»; a loro sono addirittura superiori gli autoctoni «del Canada e i
cafri». Così ammaestrati (anche per Buffon i contadini francesi
del nord sono «grossolani, pesanti, mal fatti, stupidi» e le loro mogli
«quasi tutte brutte»), i giacobini del 1793 e 1794 ci metteranno poco a
decretare lo sterminio totale della race maudite della Vandea. I calmucchi poi... E gli ebrei...
Per Buffon il top sono quindi gli europei: gli uomini (così ne
sintetizza il pensiero De Viguerie) «più belli, più bianchi e meglio
fatti su tutta la Terra». Fuori dal Vecchio Continente qualcuno pur si
salva (grosso modo i popoli che una “scienza” posteriore definirà di
ceppo ariano), la Cina e il Giappone ancora passano perché vi abitano
uomini più o meno sapienti ancorché non belli, ma quello che proprio
non va è il resto del mondo, popolato di esseri affetti da tare fisiche
o morali (che è sostanzialmente lo stesso). I tartari, per esempio: del
tutto sproporzionati. O alcuni indù, pure fuori misura e per di più
gialli. Ma certo nessuno batte i calmucchi, «il cui aspetto ha qualcosa
di spaventoso». A Timor, poi, sono pigrissimi, gli egiziani oziosi e i
negri della Sierra Leone capiscono solo di femmine e di non-far-nulla.
Gli arabi, che sono più belli, «si fanno onore dei propri vizi».
Più parco con l’aggettivo “brutto” è Guillaume-Thomas-François Raynal
(1713-1796), parroco a Saint-Sulpice di Parigi (e da lì cacciato per
ignoti motivi), autore dell’ Histoire philosophique et politique des établissemens et du commerce des Européens dans les deux Inde (1774). Eppure per lui, a parte i cinesi, tutti gli orientali sono viziosi. E così pure sono i brasiliani. Ma il pezzo forte dell’illuminismo restano comunque i negri e gli ebrei.
Johann Heinrich Samuel Formey (1711-1797), ministro di culto
protestante franco-tedesco (tant’è che è noto pure come Jean Henri
etc.) scrisse la voce Nègre dell’ Encyclopédie; così: «se ci si allontana dall’Equatore verso l’Antartico, il nero si schiarisce, ma la bruttezza rimane».
Sugli ebrei s’incentra invece specificamente l’attenzione di
Baptiste-Henri Grégoire (1750-1831), il famoso “abbé Grégoire” che fu
il primo, nel 1790, a giurare fedeltà a quella scismatica Costituzione
civile del clero che costò la vita a molti suoi confratelli e che lo
creò “vescovo”. Pubblicò un Essai sur la régénération physique, morale et politique des Juifs,
vantata come «ouvrage couronné par la Société royale des Sciences et
des Arts de Metz, le 23 Août 1788» di cui l’autore era membro. In essa
Grégoire afferma che la «maggior parte delle fisionomie ebree sono di
rado abbellite dal colorito della salute e dai tratti della bellezza.
[...] Essi hanno un colorito smorto, il naso adunco, gli occhi
infossati, il mento prominente», inoltre «sono arcigni e molto soggetti
alle malattie», e per di più «esalano costantemente cattivo odore».
Insomma, «sono piante parassite che succhiano la sostanza dell’albero
al quale si attaccano finendo con esaurirlo o distruggerlo». E se
in mano illuminista negri ed ebrei piangono, certo i lapponi e gli
ottentotti non ridono. I primi sono per Formey «termini estremi della
razza dell’uomo» e per Delisle de Sales «aborti della razza umana»; i
secondi «hanno qualcosa della sporcizia e della stupidità degli animali
che rigovernano» per Raynal, «si tratta di uomini imperfetti» per
Delisle de Sales e sono un «popolo spregevole» per Buffon. Ma c’è addirittura dell’altro. Uomini come renne e licheni Viziose e turpi, molte “razze” non sono nemmeno pienamente umane.
Voltaire afferma che la natura produce una tal varietà qui e un’altra
là. Volatili, licheni o uomini, sono tutti il prodotto del territorio
su cui vivono: «la natura che ha posto solo renne o rangiferi in una
contrada sembra aver prodotto i lapponi». Diversi i terreni, diversi
gli abitanti. Le caratteristiche fisiche, cioè, che gl’individui
possiedono per natura, le quali poi generano i popoli secondo l’idea
che il simile sta con il simile, da cui si esplicitano infine le
differenze anche morali fra le “razze”, sono solo il prodotto materiale
di un determinato luogo geografico. Inutile chiedersi da dove derivi
l’uomo: lo sprigiona la terra che poi egli abita. Non a caso, però, ma
secondo una catena gerarchica dell’essere, «un sistema – indica De
Viguerie – che comporta livelli intermedi fra uomo e animale». Al
tempo si credeva che gli albini fossero una “razza” di “negri bianchi”:
ebbene, per Voltaire «sono al di sotto dei negri per la forza del corpo
e dell’intendimento, e la natura li ha forse collocati dopo i negri e
gli ottentotti, e sopra le scimmie, come uno dei livelli che scendono
dall’uomo verso le scimmie». E poi, nel settimo dialogo dell’ A.B.C. Dialogues et anedoctes philosophiques (1768), sempre Voltaire scrive: «il brasiliano è un animale che non ha ancora raggiunto la maturazione della propria specie».
Né dal sistema antropologico illuministico è assente il concetto di
“degenerazione”. Per questo Grégoire può auspicare la «rettificazione»
degli ebrei. Attorno al 1790, infatti, il termine “rigenerazione”
cominciò ad assumere connotati sia antropologici sia politici. La
Grande Révolution, del resto, fu intesa proprio così: una colossale
palingenesi dell’umanità, finalmente liberata dai propri difetti. Era
insomma una natura sbagliata quella che aveva prodotto piante, bestie e
una catena dell’essere tanto rabberciata; ma l’analisi degli
“scienziati” e l’action dei virtuosi della République corresse il tiro. Nel febbraio 1757, sul Journal économique,
tale «M. le C**» propose di arruolare «dei reggimenti di gobbi, di
storpi e di guerci, facendo diminuire nello stesso modo l’estinzione di
uomini forti tolti dalle campagne e che, servendo le truppe, non
sarebbero in seguito più in grado di sposarsi». Venne poi l’ Essai d’éducation nationale
(1763) con cui Louis-René Caradeuc de La Chalotais (1701-1785) si
chiese: «Esiste un’Arte per cambiare la razza degli animali, non ce ne
sarebbe una per perfezionare quella degli uomini?». Gli rispose, nel
1883, Sir Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles R. Darwin,
coniando il neologismo: eugenetica. Le magnifiche sorti e progressive avevano la strada spianata. Anzi, illuminata. 13 dicembre 2003 IL VOLTO OSCURO E RAZZISTA DEL FASCISMO Il
viaggio in Israele di Gianfranco Fini ha forse chiuso una delle pagine
più nere della storia italiana. L’antisemitismo fu un’invenzione del
regime fascista per compiacere la politica nazista, ma trovò ligi
sostenitori. Sessant’anni fa con un breve telegramma giungeva al suo
apice la persecuzione degli ebrei in Italia, cominciata nel 1938 con la
pubblicazione del Manifesto razzista, e conclusa con la deportazione di
oltre ottomila persone. Il Duce, spregiudicato come sempre, giocò tra
sionismo e antigiudaismo una nefasta partita fatta di accomodamenti e
repentine svolte. Costò la vita a migliaia di uomini di Angelo Crespi 1°
dicembre 1943, ore 9,00 del mattino. Un telegramma cifrato del
ministero dell’Interno viene indirizzato «con precedenza assoluta» ai
capi delle Province per «l’immediata esecuzione»: «1) Tutti gli ebrei,
anche se discriminati, a qualunque nazionalità appartengano, e comunque
residenti nel territorio nazionale, debbono essere inviati in appositi
campi di concentramento. Tutti i loro beni mobili ed immobili debbono
essere sottoposti ad immediato sequestro, in attesa di essere
confiscati nell’interesse della Repubblica Sociale Italiana, la quale
li destinerà a beneficio degli indigenti sinistrati dalle incursioni
aeree nemiche; 2) tutti coloro che, nati da matrimonio misto, ebbero,
in applicazione delle leggi razziali italiane vigenti, il
riconoscimento di appartenenza alla razza ariana, debbono essere
sottoposti a speciale vigilanza degli organi di polizia. Siano pertanto
concentrati gli ebrei in campi di concentramento provinciali in attesa
di essere riuniti in campi di concentramento appositamente attrezzati».
Firmato: Guido Buffarini Guidi, ministro dell’Interno. Con questa
succinta nota, la politica razzista antiebraica del fascismo
raggiungeva il suo apice. Nel giro dei mesi seguenti furono rastrellati
e deportati dall’Italia quasi 8mila ebrei. Di questi se ne salvarono
poche centinaia. In realtà, già la Carta di Verona, redatta da Carlo
Alberto Biggini e approvata due settimane prima (17 novembre 1943)
dalla Costituente fascista, dichiarava in modo netto al punto 7: «Gli
appartenenti alla razza ebraica sono stranieri. Durante questa guerra
appartengono a nazionalità nemica». Il 16 ottobre dello stesso
anno, d’altronde, si era scatenata anche in Italia la violenza nazista:
un sabato di diluvio, quasi una tregenda, in otto ore e mezzo, dalle
cinque e trenta del mattino alle due del pomeriggio, un gruppo di SS
rastrellarono il Ghetto di Roma, deportando verso i campi di sterminio
più di 2mila ebrei, uomini, donne, bambini. «Quando fu la fine –
scrisse Giacomo Debenedetti – per le vie del Ghetto non si vedeva più
anima, vi regnava la desolazione della Gerusalemme di Geremia: quomodo
sedet sola civitas…». Il manifesto della razza
L’antisemitismo fascista si era però concretizzato nel 1938, prima
dell’esperienza della Rsi. Il 14 luglio di quell’anno, redatto con il
contributo di Benito Mussolini da una serie di “scienziati” del regime
(in tutto uno decina di accademici, nemmeno dei più affermati, di
materie mediche e scientifiche: antropologia, patologia, biologia,
zoologia, statistica…), viene reso pubblico il Manifesto del razzismo
italiano. Sul primo numero della rivista La Difesa della Razza
del 5 agosto 1938 è integralmente riportato. Dieci i punti, ognuno
esplicitato da un breve commento: 1) Le razze umane esistono; 2)
Esistono grandi razze e piccole razze; 3) Il concetto di razza è
concetto puramente biologico; 4) La popolazione dell’Italia attuale è
di origine ariana e la sua civiltà è ariana; 5) È una leggenda
l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici; 6) Esiste ormai
una pura “razza italiana”; 7) È tempo che gli Italianisi proclamino
francamente razzisti; 8) È necessario fare una netta distinzione tra i
mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli
africani dall’altra; 9) Gli ebrei non appartengono alla razza italiana;
10) I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli Italiani
non devono essere alterati in nessun modo. Il 6 ottobre
dello stesso anno è promulgata dal Gran Consiglio del Fascismo, dopo
una seduta alquanto movimentata (presenti tra gli altri Ciano, Balbo,
De Bono, Farinacci, Starace), la Carta della Razza che pone le basi
legislative della campagna antisemita. Con essa si vietano i matrimoni
misti, si identifica nell’ebraismo mondiale l’animatore
dell’antifascismo, si prevede l’espulsione degli ebrei stranieri, si
dettano le regole per identificare gli ebrei di cittadinanza italiana,
si vieta agli ebrei italiani di essere iscritti al partito fascista, di
essere possessori o dirigenti di aziende con più di 100 dipendenti, di
essere possessori di oltre 50 ettari di terra, di prestare servizio
militare, e infine si concede sempre agli ebrei italiani, se familiari
di caduti per la patria o fascisti della prima ora, di evitare le
discriminazioni sopra dette, fermo restando per tutti il divieto di
insegnare. Il 10 novembre seguente il Consiglio dei Ministri
traduce la Carta in una vera e propria legislazione approvata dal
parlamento e sottoscritta dal re Vittorio Emanuele III. Il Regio
decreto-legge del 17 novembre completa la nefasta operazione traducendo
in 29 articoli il nuovo status giuridico degli ebrei: nello specifico,
il divieto di matrimoni misti, l’identificazione dell’appartenenza alla
razza ebraica, i divieti imposti agli ebrei (per esempio quello di non
poter avere «alle proprie dipendenze in qualità di domestici cittadini
italiani di razza ariana»), il divieto per le Amministrazioni pubbliche
civili e militari di avere personale ebreo. I ligi sostenitori La campagna antiebraica trovò subito ligi sostenitori. La Difesa della Razza,
diretta da Telesio Interlandi, e diffusa dallo stesso partito fascista
per mezzo dei segretari federali, riuscì con i primi numeri a
distribuire fino a 100mila copie. Vi collaborarono studiosi e
giornalisti tra cui il filosofo Julius Evola. La segreteria di
redazione fu affidata al giovane Giorgio Almirante. La rivista
venduta a “Lire Una”, che riportava sulla copertina due endecasillabi
tratti dal Paradiso di Dante («Uomini siate, e non pecore matte,/ si
ché il giudeo di voi tra voi non rida») fu forse il peggior esempio
della pubblicistica razzista. Sfogliando le pagine ingiallite si trova
un catalogo dell’orrendo: dotti articoli di filosofia, per esempio, su
Il Triplice volto del razzismo firmati da Evola, saggi storici e
letterari sull’antigiudaismo, interventi a sostegno della legislazione
razzista, comparazioni con le altre razze, esaltazioni dei Protocolli
dei Savi Anziani di Sion, studi di eugenetica, di igiene razzista,
esaltazione del mito ariano, perfino giochini fotografici su come
abbinare figli e genitori di diverse etnie. Giorgio Almirante
firma a puntate un Viaggio razziale per l’Italia che avrebbe dovuto
certificare «l’incontrovertibile postulato dell’unità della razza
italiana, Tale unità, come è noto, si è andata formando attraverso gli
evi, ed è press’a poco stabile da un millennio a questa parte; sarebbe
quindi ridicolo negare l’importanza delle vicissitudini razziali della
penisola nelle età più antiche, o trascurarne lo studio, in omaggio
all’unità». Quello che però risulta di prima acchito più
sgradevole è l’iconografia che in modo subitaneo e violento esemplifica
il progetto alla base della pubblicazione. L’accostamento di fotografie
in cui si esalta la razza ariana e di immagini che sbeffeggiano gli
ebrei, ma anche i popoli africani, in generale i neri, gli indios del
Sudamerica, le popolazioni orientali. E poi la propaganda anti-inglese,
anti-francese, quella anti-bolscevica che quasi sempre cadono
nell’esaltazione del complottismo giudaico massone capitalista o
comunista. Il volto oscuro del fascismo si svela però anche in altri modi. Nel 1939, nasce il Diritto razzista,
direttore Stefano M. Cutelli: vi collaborarono giuristi come Guido
Landra, Domenico Rende, Renzo Sertoli Salis, e ironia della sorte pure
un futuro padre della Repubblica come Alessandro Galante Garrone. Nel
1940 viene fondata Razza e civiltà, organo del Consiglio superiore
della Direzione generale per la demografia e la razza, altresì detto
Demorazza (un istituto creato con il nome di Ufficio centrale
demografico e adibito al controllo delle politiche demografiche tanto
care al regime, che fu trasformato appunto in Direzione generale
demografia e razza il 18 luglio 1938, appena quattro giorni dopo la
pubblicazione del Manifesto della razza). Ma razzisti ante-litteram furono pure il Regime fascista di Farinacci, il Tevere e il Quadrivio sempre di Interlandi, La Vita Italiana
di Giovanni Preziosi sulla quale nel 1922 compare uno scritto
antiebraico di un autore tedesco che si firma «un bavarese», pseudonimo
dietro il quale si cela Hitler. Preziosi e gli altri
Proprio l’ex prete irpino Giovanni Preziosi fu uno degli ispiratori del
razzismo e dell’antiebraismo fascista. I titoli dei suoi libri sono
esemplificativi: L’internazionale ebraica “I protocolli dei Savi
Anziani di Sion” (La vita italiana, 1939) che arrivò a 65 mila copie e fu tradotto anche in spagnolo, Come il giudaismo ha preparato la guerra (Tuminelli, 1940), Giudaismo bolscevismo plutocrazia Massoneria
(Mondadori, 1941) in cui Preziosi si autocommisera (o finge di farlo)
perché criticato dagli ebrei come «il creatore dell’antisemitismo
politico fra gli italiani». Con lui, Paolo Orano il cui Gli ebrei in Italia (Pinciana, 1937) anticipa la deriva razzista dell’anno seguente. La risposta ad Orano, Noi Ebrei
(sempre Pinciana, 1937) scritta da Abramo Levi mostra, in modo quasi
tragicomico, come gli ebrei, da sempre in buoni rapporti con l’Italia e
col regime, fossero impreparati a quel brusco cambiamento di rotta.
Levi usa tutte le cautele possibili, arriva perfino a definire in
simbiosi con il suo futuro aguzzino, «il bel libro di Paolo Orano,
bello come tanti altri suoi libri pieni di effervescenza culturale e di
passione polemica». La pubblicistica è comunque vasta. I quaderni della Scuola di mistica Fascista Sandro Italico Mussolini,
editi a cura della rivista Dottrina fascista sotto la direzione di Vito
Mussolini, Fernando Mezzasoma, Nicolo Giani, producono tomi a sfondo
politico, scientifico e giuridico. Vengono poi istituiti
all’interno dei Littoriali della cultura concorsi per una «monografia
di carattere razziale», si creano Centri di preparazione politica per
lo studio del problema ebraico collegati con le Prefetture e con le
Federazioni fasciste sotto la direzione del MinCulPop a cui, per il
vero, intervengono poche centinaia di fedelissimi. Anche gli
altri organi di stampa, tra cui i quotidiani più autorevoli (Corriere
della Sera, il Giornale d’Italia, il Piccolo, la Gazzetta del Popolo,
La Stampa, il Messaggero) si allineano al nuovo diktat del regime senza
troppe difficoltà. Si macchiano di dichiarazioni antisemite,
intellettuali e giornalisti del calibro di Alfio Russo, Paolo Monelli,
Guido Piovene. Biologia o spirito?
Detto ciò, bisogna analizzare che tipo di razzismo e di antiebraismo fu
predicato dal fascismo. La via italiana all’antisemitismo, intrapresa
ufficialmente dopo sedici anni di governo, fu in parte diversa da
quella tedesca. Innanzitutto, mentre il nazismo si fondava sul concetto
di razza, il fascismo si fondava sull’idea di Stato. E più nello
specifico, chiosa lo storico Saul Friedländer, «sono precisamente
l’antisemitismo nazista e la politica antisemita del Terzo Reich a
conferire al nazismo il suo carattere sui generis» . In secondo
luogo, nella sua storia l’Italia non aveva mai avuto né grandi
concentrazione di ebrei (all’epoca erano circa 50mila), né grandi
problemi di convivenza. In un’intervista pubblicata da L’espresso (3
dicembre 1961) Gastone Piperno ricorda i giorni precedenti il
rastrellamento del Ghetto: «Per spiegare la nostra fiducia, l’ottimismo
di quel momento, bisogna tener presenti molti elementi. Il primo era
quello della città in cui vivevamo. Gli ebrei erano perfettamente
assimilati alla popolazione romana e avevano sempre trovato aiuto e
amicizia. Questo fatto aveva diffuso la convinzione che saremmo stati
protetti e difesi dalla persecuzioni». Terzo, mancavano quegli studi in qualche modo “scientifici” che da anni venivano commissionati in Germania.
Onde per cui si scartò il razzismo prettamente biologico, optando per
il razzismo dello spirito caro a Evola che così sintetizza la dottrina
in un articolo del 1941: «Passiamo ora alla terza accezione, alla razza
come “mito” o “idea forza”. È essenzialmente in questi termini che
l’idea della razza si è affermata ultimamente come parte integrante
dell’ideologia delle nostre rivoluzioni rinnovatrici». Lo stesso
Renzo Sertoli Salis, nell’introduzione al volume su Le leggi razziali
italiane (…) spiega: «In conclusione, il razzismo italiano, non sorto,
ma concretatosi solo di recente per una serie di contingenze storiche
ed attuali difficilmente valutabili e in relazione alla missione
imperiale dell’Italia fascista, è un movimento politico e spirituale
nella causa e nel fine che si basa su dati di fatto a un tempo
biologici e spirituali. Tale movimento è originale in confronto ad
altri razzismi, soprattutto perché si pone appunto per motivi
squisitamente politici cioè in funzione dello Stato e non in funzione
di mito, vale a dire come a fine a se stesso». Anche Pietro de
Francisci nel volume collettaneo Politica Fascista della razza
(Istituto nazionale di cultura fascista, 1940) insiste: «Nulla è più
necessario di questa lotta per la difesa dello spirito, cioè della
nostra civiltà, che vuol essere munita e protetta contro tutti gli
influssi – da qualunque parte provengano – che possano produrne il
corrompimento e la degenerazione. Qui non è più questione di arianità o
non arianità, ma di italianità e soprattutto di difesa del Fascismo, di
questa civiltà che non può né deve confondersi con nessun altro
movimento del passato o del presente, come non può confondersi con
nessun’altra personalità quella del suo Costruttore». L’ondivago Mussolini
La questione antisemita in Italia durante il fascismo non può comunque
prescindere dall’analisi del pensiero di Benito Mussolini. Come spesso
accadde nel Ventennio, il Duce ebbe un atteggiamento ondivago anche su
questo tema. Fu un politico spregiudicato e capace di interpretare il
consenso del popolo italiano, a volte di manovrarlo verso nuovi
approdi. Non è un caso che dopo il 1938 i più fervidi sostenitori
della campagna contro gli ebrei poterono facilmente rileggere alcune
prese di posizione di Mussolini, fin dagli albori del fascismo, come
esempi di un antisemitismo già alla base della strategia futura. Non è
un caso che gli stessi ebrei ebbero difficoltà, fino e oltre
l’emanazione delle leggi razziali, ad accettare la svolta del Duce. Non
è un caso che i postfascisti poterono facilmente sostenere la tesi di
un Mussolini prigioniero di Hitler, specie per quanto concerne il
razzismo. Già nei primi anni Cinquanta, ancora prima degli studi
di Renzo De Felice, un saggio di Antonio Spinosa dal titolo Mussolini
razzista riluttante, pubblicato dalla rivista il Ponte, fondata da
Pietro Calamandrei (ripreso poi in volume nel 1994 da Bonacci editore,
con prefazione di Francesco Perfetti) raccoglieva la sfida
storiografica di dirimere la questione. «Per lunghi anni il Duce –
scriveva Spinosa – si mantenne nei confronti dell’ebraismo in una
posizione oscillante, di equilibrio instabile. In verità non ebbe mai
un’idea ben radicata in proposito, cosa che gli permise più facilmente
di coniare alcuni slogans, ora razzisti ora antirazzisti, a seconda
delle contingenze politiche. Scese alla distinzione tra sionismo e
semitismo: così fu sionista quando riteneva opportuno di mostrarsi
amico della Gran Bretagna, e antisionista quando faceva la politica
dell’avvicinamento ai Paesi arabi. La distinzione gli serviva per non
guastarsi gli ebrei come tali. Senonché tornò a far confusione tra
sionismo e semitismo, dichiarandosi nemico di entrambi, quando decise
di condizionare tutte le altre politiche a quella dell’alleanza
oltranzista con la Germania. Quindi, nella gran messe delle
dichiarazioni mussoliniane ce n’è per tutti: si può trovare un
Mussolini razzista e uno antirazzista, almeno apparentemente, poiché in
effetti, egli seguendo il giuoco della politica, prese l’una o l’altra
veste a secondo le convenienze». Gli esempi sono numerosi.
Durante l’intervista fiume rilasciata nel 1932 allo storico Emil Ludwig
(poi pubblicata da Mondadori nella biografia autorizzata, Colloqui con
Mussolini), il Duce chiariva: «L’antisemitismo in Italia non esiste.
Gli ebrei si sono sempre comportati bene come cittadini, e come soldati
si sono battuti coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nelle
università, nell’esercito, nelle banche. Tutta una serie sono generali».
Ancora nel 1934 a Bari, in occasione della Fiera del Levante, Mussolini
criticando il razzismo tedesco proclamava a voce spiegata che «trenta
secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana pietà talune
dottrine di oltre Alpe sostenute dalla progenie che ignorava la
scrittura con la quale tramandare i documenti della propria vita, nel
tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto». Erano gli anni in
cui il Mein Kampf è solo «un mattone che non sono mai riuscito a
leggere» sbotta Benito al termine del suo primo incontro con il Fürher.
Ma a ritroso si trova una lunga serie di incongruenze che qui si
accenna per sommi capi, prendendo solo le circostanze più curiose. La
prima biografa del Duce (Dux, Mondadori 1926), amata da Benito
Mussolini, Margherita Sarfatti, è ebrea. Mussolini tiene buonissimi
rapporti con la Comunità ebraica. Nel suo entourage molti si mostrano,
come Costanzo Ciano, amici degli ebrei o sono ebrei. Perfino il
quotidiano del Duce il Popolo d’Italia, fin dalla fondazione, è
finanziato dall’ebreo Giuseppe Toeplitz, amministratore della Banca
Commerciale. Nel 1937 a poche decine di chilometri da Roma, nel porto
di Civitavecchia, era stata aperta una “scuola marittima per ebrei”.
Ancora il 2 luglio 1938, solo tredici giorni prima della svolta
antisemita, annota Eucardio Momigliano nella sua Storia tragica e
grottesca del razzismo fascista (Mondadori, 1946), Mussolini è così
poco razzista che «firma il decreto di nomina di un generale Levi,
ebreo purissimo, a generale di divisione». L’amicizia con Hitler
In sostanza, almeno inizialmente, la svolta antisemita non può che
essere attribuita a una spregiudicata manovra politica di avvicinamento
del Duce alla Germania hitleriana che era già stata preannunciata con i
protocolli Ciano-Ribbentropp del 1936. Sintetizza ancora Spinosa: «Per
quanto si esaminino i documenti dell’epoca non se ne trova alcuno che
provi come il razzismo fascista sia nato autonomo dalla politica estera
del regime, e anche se non ci fossero elementi più precisi, basterebbe
la coincidenza di certe date per convincere il più scettico. Mussolini
non passò dall’antirazzismo al razzismo con un taglio netto, ma
credette di giocare abilmente quando orchestrò una campagna di stampa
preventiva, circa un anno prima dell’apertura ufficiale delle ostilità
contro gli ebrei. Il Governo non prese ex abrupto una posizione decisa;
ritenne machiavellico – mentre preparava il terreno alla legislazione
antisemita dell’anno 1938 – il mostrarsi estraneo alla cosa. Più che
predisporre l’opinione pubblica, per gabellare, di proposito, la difesa
della razza come una manifestazione spontanea del popolo italiano».
Nello stesso verso, cioè di una forzata retrodatazione della campagna
razzista, vanno i tentativi di piegare alle nuove esigenze le politiche
demografiche-nataliste, che da sempre ricoprivano un ruolo speciale
nell’immagine che il fascismo proiettava di se stesso. Dice bene Anna
Treves nel suo studio Le nascite e la politica nell’Italia del
Novecento (2001)che «tentare di accreditare la politica razzista come
la logica conseguenza della politica della popolazione rispondeva al
desiderio di dare alla politica razzista una configurazione libera da
ogni aspetto contingente, di dare di essa una presentazione come di
qualcosa che reggeva su antiche e tutte fasciste radici. E forse
Mussolini temeva che i provvedimenti antiebraici non avrebbero trovato
facile consenso nel paese; poteva pensare invece che la politica
demografica, almeno nelle sue ampie valenze di assistenza sociale,
avesse suscitato l’approvazione in una vasta opinione pubblica. Unendo
la politica antisemita con la politica demografica sperava
probabilmente di rendere la prima più presentabile e più accettabile».
Ma in seguito, la pubblicazione delle Leggi Razziali, la loro
applicazione (pur non perfetta), l’inasprimento del trattamento degli
ebrei durante i mesi della guerra e poi della Rsi, fino alla
sottomissione irresponsabile alla diabolica macchina di sterminio
nazista, non possono che dimostrare, al di là degli iniziali
accomodamenti e strategie, una successiva precisa volontà antisemita
del regime. Che oggi è assolutamente impossibile giustificare. gli italiani e il virus
Più in generale l’applicazione delle Leggi razziali fu permessa da un
iniziale ottundimento degli italiani che in buona parte per quieto
vivere non si esposero troppo a favore degli ebrei. Renzo De Felice
nella Breve storia del fascismo (Mondadori, 2000) riassume in poche
righe questo atteggiamento: «Altrettanto impopolare a livello di
opinione pubblica e di qualificati ambienti del regime stesso fu
l’introduzione in Italia della legislazione antisemita. È innegabile
che alcuni e non marginali settori si sarebbero allineati alle misure
razziste, per cementare l’accordo con la Germania, per preservare la
cultura tradizionale e cattolica da quella moderna – che trovava nella
“mentalità ebraica” o nella “colpa” originaria degli ebrei le proprie
origini – o per farne una cartina di tornasole contro la borghesia; ma
è anche vero che fu troppo brusco l’impatto della legislazione razziale
e antisemita su una società storicamente immune da quel virus.
Soprattutto per questo, sulla campagna per la razza la propaganda
fascista fallì clamorosamente, portando tanti italiani a distaccarsi,
almeno psicologicamente, dal regime, a guardarlo magari con occhi
diversi e in taluni casi a passare all’opposizione. Per altri il fatto
che la persecuzione fascista contro gli ebrei fosse condotta piuttosto
blandamente, all’“italiana”, avrebbe costituito un comodo alibi dietro
cui nascondere il proprio opportunismo e tacitare eventuali rimorsi di
coscienza». In seguito, gli italiani non solo furono causa di
un’applicazione “blanda” delle leggi razziali (comportamento
stigmatizzato nel dicembre 1943 dal ministro degli Esteri tedesco in
una lettera al capo della Gestapo Müller) ma cercarono per quanto erano
in grado di salvare dalle deportazioni quanti più ebrei possibile. A
parte l’esempio fulgido di Perlasca, basterebbe riandare alla
venticinquesima udienza del processo contro Adolf Eichmann del 21
maggio 1961, quando un’ebrea italiana rispondendo al giudice Halevi
precisò: «Tutti gli strati della popolazione italiana ci hanno aiutato:
professionisti, intellettuali, protestanti, cattolici, militanti di
ogni partito». Forse in virtù di quella che Hannah Arendt definì
«spontanea umanità di un popolo di antica civiltà». Il postfascismo sionista
Oggi, sull’onda delle polemiche interne a una parte di An, suscitate
dal viaggio di Gianfranco Fini in Israele e dal suo netto ripudio della
politica antisemita del fascismo, si torna a discutere del rapporto tra
la Destra e gli ebrei dopo la caduta del regime e fino ai giorni
nostri. Un rapporto complicato, sempre teso tra il superamento storico
dell’antisemitismo e le mai troppo sopite nostalgie: «Nel Dopoguerra –
scrive Maurizio Cabona (il Foglio, 26-1-2002) – i fascisti scampati si
vergognano dell’antiebraismo al punto di rimuoverlo. Carità di patria,
di una patria che deve rimettersi in piedi. Ma se gli altri guardano
avanti, i neofascisti no, guardano indietro ossessivamente, però con
memoria selettiva». Come bene analizza il volume di Gianni Scipione
Rossi La destra e gli ebrei. Una storia italiana (Rubbettino, 2003) il
percorso di avvicinamento del postfascismo al mondo ebraico, concluso
oggi da Fini, appare però coerente con molte delle linee guida espresse
in questi 50 anni prima dal Msi che raccolse l’eredità del fascismo
sociale e poi da An, dopo la svolta di Fiuggi. Soprattutto l’iniziale
presa di distanza dei fondatori dell’Msi, Arturo Michelini e Giorgio
Almirante, nei confronti dell’antisemitismo gettano le basi per una
futura riappacificazione. Specie quest’ultimo dichiara «di aver
superato per ragioni umane e concettuali, per uno di quei superamenti
di coscienza ai quali bisogna pur pervenire se si vive con piena onestà
la propria fede e la propria dottrina» la sua antica adesione al
movimento razzista. Ma se da un lato, l’Msi viene addirittura
tacciato di filosionismo e americanismo, alcuni filoni striscianti, se
non antisemiti certamente antisionisti, prendono quota nel partito,
soprattutto «quando l’influenza di Julius Evola, inesistente o quasi
nel fascismo – dice ancora Scipione Rossi – si accresce negli ambienti
giovanili missini, per lo più vicini alla corrente “spiritualista” di
Enzo Erra e Pino Rauti, dalla quale nasce Ordine Nuovo che nel 1956
esce dal Msi». Un contrasto tra filoebraismo e antiebraismo che
prosegue ma che oggi andrebbe superato cominciando, ha scritto
Alessandro Campi sulle pagine de Il Domenicale, «a confrontarsi
serenamente senza sconti con la propria storia, che difficilmente può
essere cancellata con un tratto di penna, ma che merita invece di
essere metabolizzata». |