15 aprile 2006 - E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci, di
Angelo Crespi, Giuseppe Romano, Marco Respinti, Davide Brullo, Beatrice
Buscaroli, Pino Farinotti, Giuseppe Pennisi e Matteo G. Brega 22 aprile 2006 - Gramsciani a metà e fieri di esserlo, di Marco Respinti; Dove vanno depressi e assistiti?, di Baruch; Dopo dieci anni, il solito gruppetto di potere, di Giannicola Rocca; La Destra che in Italia non c'è, di Marco Respinti 15 aprile 2006 E ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci I
politici del centrodestra non hanno capito l’importanza della cultura e
l’utilità di un progetto gramsciano. Perché per governare ci vuole il
consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso
necessario per immaginare la rivoluzione liberale. Purtroppo spesso
abbiamo chiamato nelle istituzioni che contano uomini di sinistra,
continuando a elargire prebende alla solita vecchia classe
intellettuale. Una sortadi autolesionismo che ha impedito di scalfire
la cappa di conformismo e politicamente corretto LA CULTURA Ecco perché a destra serve leggere Gramsci La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope Avrei
potuto scrivere questo pezzo ancora prima di conoscere l’esito
elettorale. D’altronde gli errori che il Centrodestra ha commesso in
campo culturale sono errori che non avrebbe dovuto commettere sia nel
caso di sconfitta (come è accaduto) sia nel caso di vittoria (come
purtroppo non è stato). E sono errori che il Domenicale ha evidenziato costantemente ogni settimana in questi 5 anni di lavoro.
La cosa più grave non sono i singoli casi, bensì la mancanza in
generale di una adeguata politica culturale per creare quel consenso
vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la
rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 e di
cui il Paese avrebbe gran bisogno. Dire che ci vuole Gramsci,
cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra,
cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera
rivoluzione, non è azzardato. Non significa rinnegare la nostra idea
liberale, imponendoci metodi illiberali. Proprio la nostra ingenuità
liberale ci ha condotto al disastro, lasciando che vincesse ancora la
menzogna dell’egemonia post-comunista. Quando si è trattato di
scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori
della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali: abbiamo
espresso la nostra giusta propensione alla libertà, soprattutto
cercando di non imporre nostri uomini. E così abbiamo finito per
omaggiare i soliti: o vecchi arnesi scialbi e ormai incapaci di
pensieri nuovi che da sempre succhiano la mammella del potere, o
giovani allevati alla scuole della vecchia egemonia. E così pensavamo
di aver fatto bene, pensavamo perfino che gli altri ci avrebbero
riconosciuto la nostra liberalità. Non abbiamo però mai badato
ai risultati: nell’informazione, nell’arte, nel cinema, nella scuola,
nelle università, nelle fondazioni, negli enti musicali, nelle case
editrici. Proprio sui risultati avremmo dovuto puntare invece la nostra
attenzione. Sui risultati avremmo dovuto essere liberali davvero,
facendo in modo non che si sostituisse la vecchia egemonia con una
nuova (imporre un pensiero è sempre cosa disdicevole), bensì che
accanto alle vecchie incrostazioni nascessero nuovi pensieri nell’arte,
nel cinema, nella scuola, nella storia, nell’informazione, nella
televisione. Avremmo dovuto, pur nell’individualismo che spesso ha
contraddistinto il pensiero di destra, creare reti, luoghi di incontro,
giornali, riviste, dare ai giovani spazi di crescita, prevedere
percorsi di studio, finanziare ricerche e, perché no, carriere. E
questo compito spettava alla politica. Perché se è vero che non spetta
alla politica creare geni, anzi i geni nascono quasi sempre per
avversità alla politica e ai regimi, spetta però alla politica creare
una nuova classe dirigente, spetta alla politica creare le condizioni
(visibilità, opportunità, e diciamolo senza pruderie, soldi) perché una
nuova classe intellettuale possa finalmente liberare l’Italia dalle
pastoie di un’egemonia culturale stucchevole. E invece il Centrodestra
ha fatto il contrario: non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i
soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai
peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative,
nate controcorrente rispetto al generale disinteresse. Angelo Crespi L'INFORMAZIONE Un errore non aver copiato Repubblica Perché si poteva immaginare un grande quotidiano di Centrodestra Uno
dei nodi politici più spinosi di questi ultimi anni è relativo al ruolo
dell’informazione. Sul tema si sono scontrate due posizioni
massimaliste. Da un lato chi crede che quello di Berlusconi sia stato
un vero e proprio regime mediatico. Dall’altro chi pensa (come
Berlusconi) che l’informazione sia pesantemente schierata a sinistra.
Al di là delle personali convinzioni – il conflitto di interesse in
parte esiste, lo schieramento della maggior parte dell’informazione a
sinistra è certo – spettava al Centrodestra, anche per ottenere
benefici di parte, creare le condizioni perché si invertisse il segno
dell’informazione italiana. Si sa che l’occupazione delle redazioni
(Rai e maggiori quotidiani italiani, compresi quelli di destra) da
parte della sinistra avvenne negli anni Settanta quando i sindacati
furono usati come dei veri cavalli di troia. E si sa pure che
l’egemonia è difficile da scalfire. Ma davanti a un elettorato
sostanzialmente diviso a metà, si poteva immaginare un grande giornale
conservatore che potesse intercettare i lettori delusi: si pensi a una
parte della borghesia che non applaude certo al posizionamento del Corriere della Sera, che vede ingrigita la Stampa di Torino, ma che non trova l’autorevolezza del primo, la tradizione della seconda, in altri quotidiani del Centrodestra. Se il Giornale
è stato, nonostante il lavoro del direttore Maurizio Belpietro,
certamente sfavorito dalla obbligata linea filogovernativa (anche Repubblica ai tempi del primo governo Prodi incontrò molte difficoltà), Libero, benché vicino al governo, in modo geniale con Vittorio Feltri ha saputo interpretare solo il ruolo di opposizione, mentre il Foglio grazie a Giuliano Ferrara è risultato l’organo di informazione più autorevole, sebbene destinato a una piccola élite.
Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani
ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani
ascrivibili alla sinistra. Non volendo pensare che solo gli italiani di
sinistra acquistino giornali, ragionando sulla composizione
dell’elettorato, è facile dedurre che almeno un paio di milioni di
questi lettori siano latamente di centro destra e che essi
potenzialmente potrebbero acquistare giornali di Centrodestra.
Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all’altra, bisogna
superare numerose barriere psicologiche e sedimentate abitudini.
Eppure, lo spazio c’era. Certo bisognava immaginare un grande progetto.
Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte
raccolta pubblicitaria (come peraltro il Giornale
con Mondadori). Puntare innanzitutto sull’autorevolezza, così da poter
offrire una buona ragione di impegno a illustri commentatori che fino
ad ora non si sono voluti “sporcare” a collaborare con i giornali del
Centrodestra. Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tener
insieme il blocco sociale fondamentale per l’Italia: cioè quel blocco
sociale conservatore, cattolico, popolare, liberale che ha governato
insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per
cinquant’anni ma che non ha un grande quotidiano in cui riflettersi.
Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una
concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato
newsmagazine, un allegato femminile, un allegato di economa e di
lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet). Solo così
facendo si poteva cambiare segno a quel predominio della sinistra nella
carta stampata: che – è bene ridirlo – ha più potere di influenzare
l’elettore che la tivù, perché il quotidiano non solo fornisce
l’informazione, ma provvede giorno dopo giorno a costruire le caselle
con cui l’elettore comprende quell’informazione. E poi, per farla più
breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica e la sua
capacità di incarnare l’opinione del proprio lettore, per ripetere paro
paro a destra. Angelo Crespi LA FORMAZIONE Mancano le reti e un ceto politico che le usi Ma soprattutto regna la divisione su ciò che le reti debbono veicolare Così
come si è arrancato fino a oggi non è più possibile fare. E i risultati
delle urne, di per sé, c’entrano poco. Il Centrodestra pare più
un’Armata Brancaleone che un acies formata. E questo su molti e
svariati punti – ne stiamo riempiendo ben due paginate delle nostre, e
molto ci tratteniamo per ovvie ragioni di spazio –, epperò soprattutto
su uno. Quello che – parlo il linguaggio caro appunto al Centrodestra
per evitare difetti di comunicazione – risponde al nome di risorse
umane e capitale pure umano, investimento su se stessi, virtuoso
matrimonio fra libertà sì, ma anche responsabilità. Se una cosa il
Centrodestra non ha saputo costruire è insomma se stesso. E la tiritera
sul “partito unico” è solo un aspetto della questione, nemmeno il più
simpatico, vestitino indossato alla chetichella per nascondere ben
altre pudenda immancabilmente nude. Ciò che il Centrodestra non ha
fatto perché evidentemente non ha saputo fare è la formazione: la
formazione di se stesso, la formazione permanente. Non c’è un
tema, se non quelli secondi perché secondari, su cui il Centrodestra –
leader, quadri, funzionari e truppe – mostri compattezza. Sì, dei
princìpi di fondo si sta qui parlando, quelli che debbono configurare
anche una formazione politica. Perché se è vero che la politica non è
tutto, è pur vero che la politica, nella vita di un Paese democratico,
è molto. I princìpi, dunque, da cui discendono visioni delle
cose, della società, della lotta politica. Quelli che per definizione
stanno prima di ogni altra cosa e che per questo non sono (a differenza
dei “valori”) negoziabili. Ora, di princìpi ce ne sono tanti, fin
troppi nel Centrodestra, e uno più diverso dall’altro. Certo, tutto in
ossequio alla libertà liberale, ma allora è inutile lamentarsi poi dei
risultati. Il primo punto cruciale è l’incapacità del Centrodestra
a fare rete dei propri strumenti, arcipelago delle proprie isole
sparse. Prendiamo la carta stampata. Ideazione, Fondazione liberal, il
Foglio, il Domenicale (mi scusino gli assenti). Complice un
individualismo meschino che vede nell’“altro” un concorrente lanciato a
sottrarre qualche briciolo di pubblicità e una manciata di lettori,
ognuno tira avanti con il paraocchi. Laddove è invece dimostrato il
contrario: una buona omogeneità nella proposta culturale e una sapiente
organizzazione nel proporre ventagli di strumenti che si spalleggino e
sostengano a vicenda moltiplica il lettore di pubblicazioni che per
definizione non sono il quotidiano usa e getta. Il secondo,
basilare, è l’insipienza del ceto politico di area a fare tesoro di chi
oggi è isola puntando domani all’arcipelago. Cioè: già è difficile fare
reti, ma se poi nessuno le utilizza in sede politica allora tanto vale.
Perché resta sempre vero che chi sbaglia cultura sbaglia politica.
Ma il terzo, fondamentale nodo è: ammesso che la politica usi le reti,
e che quindi qualcuno le reti le riesca a tessere, che cosa ci si pesca
poi con esse? Esemplifichiamo. A quando la riflessione su cosa
significa essere, oltre che dirsi, “liberale”? Essere, oltre che dirsi,
“sociale”? E “comunitario”, e favorevole alla sussidiarietà, e fautore
della solidarietà meritocratica? E, soprattutto, “occidentale”?
Comunque vadano le elezioni, le Sinistre riescono sempre a infilare i
propri guastatori nella scuola, nelle case editrici, nella gestione di
cultura, sport e tempo libero, insomma in tutti i gangli della vita
vera del Paese. Riescono perché hanno investito tutto sulle “università
parallele”, quelle della strada, delle sezioni, della vita. Oggi le
Sinistre stanno assieme solo perché hanno un nemico comune: ma la loro
meccanica regge perché in altre stagioni l’hanno saputa rodare e oliare. C’è da riflettere, insomma, sul fatto che Antonio Gramsci preparò il futuro partendo dal lontano Rinascimento. Marco Respinti LA TELEVISIONE Per un ravvedimento davvero liberale Basta con la dittatura del peggio, è l’ora di inseguire e d’indurre attese diverse Altro
che par condicio, sovraesposizioni mediatiche e dibattiti immoderabili.
Altro che monopolio delle reti da parte del premier, tre in conto
commerciale e tre in carico istituzionale. Il guaio, con la
televisione, è che mentre un bel tacer non fu mai scritto, un brutto
tacer fu molto visto. Per parlar chiaro, da una parte stanno le
quisquilie preelettorali, con i conti delle serve (sulle percentuali di
voto garantite dalle tv) e le chiacchiere delle comari (su chi vince i
duelli impastoiati). Dall’altra sta la lunga, incontrastata, bipartisan
dittatura sul telespettatore-cittadino(-elettore) ricercato,
alimentato, inseguito, blandito e governato dai media televisivi.
Qual è il profilo di persona che si ricava dalla televisione di massa
attivamente perseguita sulle reti Mediaset e – par condicio mezzo
gaudio – sulle reti Rai, sens’alcuna distinzione quantiqualitativa? A
che criterio culturale, sociale, etico obbedisce una programmazione che
ha non soltanto sancito l’equivalenza tra informazione e spettacolo, ma
anche, soprattutto, tradotto l’imperativo dell’audience in quote
predigerite d’ingredienti ad hoc? Ancora più chiaramente. Non
stiamo parlando, non soltanto, di tette&culi. Parliamo
dell’inversione tra show e reality, dell’esaltazione della competizione
ipocrita (Grande Fratello, Amici, Distraction), del salottismo vacuamente interrogativo (Il senso della vita, Il bivio), del dibattito relativizzato (Costanzo Show, e, sì, molto Porta a Porta), del grondamento emozional-privato (Stranamore, C’è posta per te, Amore) del prendi i soldi & scappa (Affari tuoi, Chi vuol esser milionario)
eccetera. E i diritti del calcio contano assai più che quelli dei
disagiati. Laddove si comprende che i veri opinion leader del piccolo
schermo oggi non sono gli Opinionisti bensì i Circensi. Una riprova? Di
là si allevano i Floris, di qua si tratta da padella Socci cadendo
nelle braci La Rosa e Masotti, che fanno rimpiangere il barbuto e
intelligente, ancorché non molto telegenico, predecessore. Si
dirà: ma che altro volete da una televisione che deve sbarcare il
lunario? è il pubblico a condizionare gli spettacoli, non viceversa.
Quanto ai valori (pardon, i Valori), avete avuto i Donmattei e le
fiction pontificie, i Perlasca e i Padrepii, perfino le sei puntate
extralarge del Signore degli Anelli
in prima serata. Sì. Ma non abbiamo avuto, e invece volevamo, una
televisione che fosse capace di reggere la rotta guardando alla bussola
di un obiettivo che insieme ai Circenses dello svago ci desse anche il
Panem dell’educazione. La quale, a sua volta, non è la bacchettona
imposizione di chissà quale diktat pedagogico-morale, ma l’esemplarità
liberale – e per questo gratuita – di immagini (e volti, e contenuti)
consone al meglio di noi, e non soltanto alla blandizie svaccata del
peggio. Non tutto è stato pessimo, certo, anche se al momento –
forse obnubilati dalla nottata elettorale – fatichiamo a sciorinare
esempi di tivù positiva con la stessa immediatezza del suo contrario. E
tuttavia siamo certi d’aver constatato, nel trascorso quinquennio, che
una tale lungimiranza positiva non c’è stata. Per verifica il lettore
sfogli i numeri in cui, nei quattro anni di vita che conta questo
giornale, le rubriche di spettacolo hanno recensito trasmissioni e
personaggi. Non crediamo di esagerare se invochiamo, per gli anni
futuri, uno strategico, oltre che doveroso, ravvedimento televisivo.
Doveroso per la tivù del servizio pubblico, necessario per quelle
commerciali: dove l’azionariato può pretendere che si apra anche
l’occhio del di tutto di meglio, e non solo quello del di tutto di più.
Che in tivù ci sia di tutto, è un fatto. A voler essere ottimisti, in
questo “di tutto” ci sono anche i migliori cervelli dell’Italia
creativa. Siamo sicuri che se anche solo una piccola parte di costoro
si provasse a fare di meglio, qualcosa di meglio la vedremmo. Giuseppe Romano IL CINEMA Una macchina che fabbrica consenso E il bello è che il ministero finanzia i suoi detrattori a suon di milioni Di
tanto in tanto, soprattutto ai festival, qualcuno dice che il cinema
italiano è in grande salute. Non è vero, non lo è. Il nostro cinema è
fra i peggiori. Con un’aggravante: c’era un tempo in cui eravamo i
migliori e insegnavamo agli altri. Parlo come movimento generale. Poi,
per fortuna emerge la qualità di un Benigni e di un Moretti (al di là
dell’ultimo incidente di percorso), il mestiere di Verdone e Avati.
Poco altro. In un pezzo da me scritto in questa sede, tal titolo C’era una volta il cinema italiano, citavo due film esemplari, Quo vadis baby e La bestia nel cuore,
ne analizzavo i contenuti e gli esempi proposti: liberalizzazione
(diciamo così) della droga, pronunciamento ateo, famiglia devastata
(padre pedofilo, madre complice), il gay come unico modello umano e
positivo. Nessuna morale, speranza, positività. Nessuna bellezza e
armonia, mai un eroe, mai una bella faccia. Un solo diktat: deve
“passare” una certa idea del paese. Il cinema americano,
tutt’altro che esemplare, propone comunque nell’insieme alcuni eroi e
modelli, certo, “con macchia”, verosimili, identificatori, positivi.
Alludo a Hanks, Pitt, Clooney, Depp, e altri, e altre. L’America non è
più il paese degli eroi che liberò l’Europa due volte nel secolo
scorso, il concetto si è trasformato: da “liberatore” a “imperialista”.
Tuttavia in tanta dialettica e tanti errori, gran parte della
tradizione buona e libera americana non può essere negata. Trattasi
sempre di una cultura vitale e ottimista, con consolidata radice
morale. E quel cinema è (spesso) espressione di quella civiltà. Ma da
noi non accade. Eppure, il nostro paese è decisamente
migliore, è più sereno, meno cinico e grigio e soprattutto meno
“malato” del cinema che lo rappresenta. Chiediamo dunque agli autori di
darci respiro dal sociale esasperato, dalla politica violenta, dalla
fastidiosa manifestazione di superiorità intellettuale trasmessa, che
poi è solo presunta. Un regista italiano “propenso” allo spinello
porterà il suo argomento come lotta, e darà lavoro ai “suoi”. Così farà
l’autore propenso ai pacs, così farà il nichilista. Mai una bella
storia, vitale, rivolta al buono, mai una distinzione fra il bene e il
male, mai un po’ di sana evasione. Pensiamo anche agli inglesi. Storie dolorose, consapevoli, istantanee del momento difficile del paese, titoli come Grazie signora Thatcher, Full Monty, Billy Elliot, un grande sociale, ma anche un cinema vero, che richiama il pubblico, e diverte.
Il bello (o il brutto, vedete voi) è che il ministero finanzia il
nostro cinema. Certo ha il dovere di sostenere registi come Olmi,
Scola, Bellocchio: nessuno dei loro film arriva a coprire le spese, ma
sono autori che si sono conquistati una giusta franchigia. Il problema
è che insieme a loro viene sostenuta una pletora di militanti
sprovvisti di talento e provvisti di tessera di partito. Ho
citato due titoli esemplari, adesso faccio un nome esemplare: Marco
Muller, il direttore della Mostra di Venezia. È un ottimo
organizzatore, e un buon operatore nel settore. Ha certamente dato al
Festival grande eco internazionale, ma è anche colui che ha firmato il
documento a favore del terrorista Cesare Battisti, che sarà pure un
buon giallista, ma è stato condannato per aver ucciso e ora è uccel di
bosco. Insomma, mentre il Centrodestra perdeva una battaglia mediatica
per farsi restituire dalla Francia un terrorista, Muller cui è stata
affidata la manifestazione italiana più importante al mondo, la
Biennale cinema, firmava appelli a sostegno del medesimo terrorista.
Muller è l’uomo dalla grande passione d’oriente, il curatore che porta
nelle prime file della platea, durante le premiazioni, personaggi
(quasi tutti) dagli occhi a mandorla. È l’uomo che, nominato dal
Centrodestra, ha esordito organizzando una retrospettiva sul trash
degli anni Settanta. Il nostro peggior cinema. Lo ha esportato nel
mondo, enfatizzandolo. Eccola l’Italia, divertitevi, sfotteteci. In
soldoni, ha inteso, subito, portare la sua testimonianza di
“allineamento”. È l’uomo che non dà spazio a storie che non facciano
parte di “quel” correntone. Ed è colui, va ribadito, che è stato
nominato dalla parte politica che non ama. Dunque chiediamo
un’evoluzione. In futuro, basta militanza, basta “esempi orribili”. Pino Farinotti L'ARTE Noi baccagliavamo loro governeranno La Melandri e Settis due futuri vecchi ministri per normalizzare la cultura Come dice il Direttore del Domenicale,
chiedendomi un commento su queste elezioni e l’arte (ossia politica
culturale, musei, mostre, etc), “per voi cambia poco”. E si potrebbe
finire l’articolo qui, tanto è vero. “Noi” chi siamo? Siamo quelli che
credono nell’arte italiana, nella tutela dei beni culturali, nella
diffusione di quel che questo paese, nonostante tutto, tuttora conserva.
In questi 5 anni abbiamo avuto una Quadriennale a Roma e due Biennali
di Venezia. La prima è stata una Quadriennale “di destra”: ben fatta,
completa, almeno nelle intenzioni, e doverosamente “criticata” soltanto
in quanto “di destra”. Ce l’hanno messa tutta i curatori e il
presidente hanno esposto tanti artisti, hanno provato, ma alcuni
invitati, anche giovanissimi, non hanno voluto partecipare in quanto
“di destra” e molti critici “laureati” non l’hanno neppure presa sul
serio. Peggio capitò con le Biennali. Contestate entrambe, anche
per secolare consuetudine: la prima perché nonostante l’assunto
d’essere “dalla parte dello spettatore”, era risultata poco chiara; la
seconda perché, scomparso il Padiglione Italia, l’Italia intera era
simboleggiata dai soli 4 esemplari scelti dalle curatrici spagnole.
Alle polemiche seguirono i ripari: la prossima Biennale affidata a un
americano, Robert Storr, con l’esclusione del suddetto Padiglione
Italia, frettolosamente resuscitato e destinato a Ida Giannelli.
Tanto rumore per nulla? No, la Biennale continua a rimanere appalto di
curatori stranieri tranne un’isola misteriosa, che comporta un’anomala
separazione tra Italia e mondo senza ragion d’essere. Ministri e
sottosegretari hanno polemizzato, baccagliato giungendo al pettegolezzo
personale ché ormai, e se ne vedono i risultati fin troppo bene, hanno
dimenticato qualsiasi altra ragione. Salvatore Settis, storico
d’arte insigne e Direttore della Scuola Normale di Pisa, dedicò un
libro alla legge che doveva “mettere in vendita” l’Italia. Scrisse
allora Italia S.p.A., edito,
non sia mai, da Einaudi, cioè da Berlusconi, per elencare le insidie di
questa legge complicata, che, a quanto ne risulti, non ha avuto nessun
esito reale. E la “destra” come ha reagito? Cercando di farsi amico
Settis e facendolo “consulente” per lo stesso progetto che Settis
contrastava. Ora il professore ha scritto un altro libro, che viene miracolosamente presentato il 7 aprile 2006, Battaglie senza eroi,
nel quale denuncia di nuovo «il pericolo del patrimonio artistico, sul
baratro della vertigine speculativa e destinato a perdere il suo valore
primario…». Giovanna Melandri scrive a sua volta un libro, identico lasciapassare per il ministero, dal titolo Cultura, paesaggio, turismo,
con prefazione – ma guarda che caso – di Prodi. Il capitolo terzo mette
l’accento sui “danni” degli «Attila della bellezza e della cultura»:
quali? Le nostre furono solo parole, progetti, purtroppo o per fortuna.
“Loro” invece si preparano a governare preceduti da massime epocali:
«per avere un buon livello d’istruzione e di capacità tecnologica un
paese deve avere un buon sistema di biblioteche, di musei, di
istituzioni culturali». Oppure «dobbiamo anche saper ampliare la
categoria tradizionale del Made in Italy (…). Vi è una ricchezza in cui
accanto al design, al Brunello di Montalcino, alla Ferrari e alla moda,
si ritrovano anche arte, cultura e paesaggio», come recita il titolo,
appunto. Tanti auguri a tutti. E concludo riprendendo una polemica già spiegata dal Domenicale. Il poeta Davide Rondoni scrive su Tempi
che le ultime poesie di Giovanni Raboni (quelle anti-berlusconi) non
sono all’altezza del buon poeta che fu. Nel frattempo organizza a
Bologna una serie di incontri dedicati alla poesia in cui la compagna e
vestale e poetessa doveva parlare del rimpianto Raboni. No invece. Esce
un paginone su Repubblica in
cui la Valduga spiega che non soltanto non partecipa, ma che vorrebbe
impedire con “avvocati e giudici” allo stesso Rondoni di parlare di
Raboni. E conclude i suoi getti di stizza spiegando «che Rondoni la
chiama signorina, mentre lei ha avuto due mariti». Eccoli qui, gli
ennesimi “liberatori” dell’Italia. Faranno i PACS, faranno figliare i
froci, ma per carità, non chiamateci “signorina”. (Ridono, le Sorelle
Materassi, dal cielo, per noi, come dice Crespi, non cambia nulla.
Nessuno ci ha mai chiesto nulla). Beatrice Buscaroli LA LETTERATURA Pubblicare i geni e annullare gli attuali Spernacchiano il Cav. dalle sue corazzate. E noi passiamo per cretini In
Italia l’editoria non è mai stata così florida. Sì, tutti, baciati da
una divina chiamata, fanno ciò che debbono fare. Ergo: mai come in
questi tempi ultimi sovrabbondano gli scomparti delle librerie del
Paese di tomi che ci potrebbero cambiare la vita per sempre. Poi,
bisogna saper vedere come bisogna saper leggere. Al costo di una pizza
puoi avere Sofocle, Seneca, Dante, Tolstoj o Conrad, poi, è chiaro, se
non sai leggere, se sei cieco dalla nascita, sarai dannato – o
sanamente beota – per l’eternità. La faccia bacata del cielo è che i
colossi editoriali pubblicano a discapito di questi libri eterni una
masnada di libri inutili. Ecco, allora, l’unica cosa che un vero
governo audace dovrebbe fare: limitare ai minimi termini la
pubblicazione degli attuali e aumentare esponenzialmente quella dei
geni. Ed ecco ciò che il governo Berlusconi non ha fatto. O meglio, non
pensandola come i trinariciuti ha lasciato che i trinariciuti
lanciassero i loro sberleffi dalle cattedre di Einaudi e Mondadori.
Così accade che i torvi maoisti Wu Ming o Giuseppe Genna o Valerio
Evangelisti o Aldo Nove, che utilizzano la letteratura per veicolare
imbarazzanti ed estremi appelli politici, perché d’altronde, lo
insegnano loro, la letteratura è un’ancella della politica, non solo
pubblichino per quei colossi ma abbiano anche importanti ruoli decisivi
all’interno delle balenottere “berlusconiane”. E così, spari a
casaccio, un poco tutti – dico tutti – gli “scrittori di regime” vanno
in giro con tessera prodiana annessa minacciandoti che tanto dopo il Domenicale
ti sono precluse le strade dell’Eden giornalistico che ora conta anche
il “Corrierone” all’appello. Fortuna che noi non siamo davvero
gramsciani, se non per paradosso. Però alla lunga sembra che abbiamo
sulla fronte “sale e tabacchi”. Sbottava il Cav. inviperito con
l’Annunziata, “E per fortuna che io controllo la Rai”: lo stesso valga
per le sue corazzate editoriali. Chi di troppo liberalismo ferisce di
troppo liberalismo perisce? La letteratura è da sempre
faccenda elitaria, che chiama i singoli, operai o magnati essi siano,
quindi è manovra illecita cercare di “conquistare lettori”. Vuol dire
educare alla mediocrità. E lo sanno i presunti scrittori d’oggi: peggio
scrivi meglio pubblichi, la complessità è indice di snobismo e puzza di
aristocrazia. Scemate. Semmai il governo uscente per un soffio avrebbe
dovuto far risorgere – altro miracolo italiano – il rango delle lettere
decapitate: ripubblicare in serie i giganti e nullificare gli attuali.
La scrittura è faccenda complicatissima e per pochissimi. Perderemo
milioni di lettori? Meglio. I pochi renderanno un best seller Mardi o le Metamorfosi.
Disse splendidamente Andrea Cortellessa, il critico-vate di oggidì,
ideologizzato come pochi, a cui Einaudi dà in pasto Gadda, Adelphi
Manganelli, Fazi il mondo intero e Guanda i giovin poeti, in un
convegno fiorentino dello scorso anno i cui “dialoghi” sono ora
opportunamente pubblicati da Atelier
(Numero 41, Marzo 2006) che «la semplificazione indiscriminata del
linguaggio […] va sempre di pari passo con una semplificazione dei
contenuti, un’elementarizzazione delle questioni, un appello a
questioni viscerali, pre-razionali», concludendo con mira sbilenca che
«questi valori è facile identificare come appartenenti a un’ideologia
di Destra» (ma come, se nella stessa rivista il suo ammirato poeta
Flavio Santi, di medesima estrazione, scrive che la poesia ha il dovere
«di essere fruibile, intelleggibile […] per tornare “competitiva”» e
auspica a un poeta che abbia il successo di Baricco?). Che la destra,
invece, se vuol fare una cosa di destra, eviti di creare scrivani in
vitro come i propri antagonisti, ma ripristini il rango della
letteratura. Cacciando i cretini che cenano al suo banco. Per la
stretta politica ci basta l’adamantino aforisma di Gombrowicz: «Sono
nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato». Davide Brullo LA MUSICA Sempre troppi ritardi per la lirica live E l’incapacità a stroncare un settore corporativo e ipersindacalizzato In
tema di musica del vivo (e in particolare di quella classica),
all’inizio della XIV legislatura, la Casa delle Libertà aveva alcune
opportunità che ha colto solamente in parte, tardi, e che ha comunicato
male. Nella legislatura precedente, il governo e il parlamento di
Centrosinistra avevano iniziato, ma lasciato a metà, importanti, e per
molti aspetti improcrastinabili, riforme relative a due gangli chiave
di quella che Herbert Lindeberger ha definito la “musa bizzarra e
altera”: i conservatori e gli enti-lirico sinfonici. Erano
improcrastinabili poiché entrambi (e gli annessi teatri di tradizione)
si basavano su una legislazione vetusta che ne avevano indebolito la
qualità rendendoli, in non pochi casi, datori di lavoro piuttosto che
luoghi di progresso culturale. Quella che era considerata la
patria della musica, specie dell’opera lirica, perdeva colpi nei
confronti della concorrenza internazionale. Nei nuovi mercati – in
particolare quelli asiatici, dove il teatro in musica si fonda su
tradizioni centenarie e crescente è la domanda per la sinfonica e per
la lirica di stampo italiano – cedevamo quote di mercato (in termini di
contratti per tournée) pure a Paesi un tempo ritenuti minori come
l’Olanda, il Belgio, perfino alle repubbliche nate dall’implosione
dell’URSS. Nel 2001, le due riforme erano a metà strada poiché,
anche se la normativa di base era stata approvata, mancavano ancora i
disciplinari attuativi. Si sarebbe dovuto operare tempestivamente
modificando i lati più discutibili (numerosi) delle leggi approvate
nella XIII legislatura. Lo si sarebbe potuto fare, in primo luogo
inserendo l’intera materia in un contesto di razionalizzazione e di
migliore distribuzione delle competenze tra Stato e autonomie locali
(privilegiando la devoluzione), nonché di un riassetto del sistema
tributario per incoraggiare le imprese e i mecenati a entrare negli
enti trasformati in fondazioni di diritto privato. Lo si sarebbe dovuto
fare, poi, prendendo il meglio dalle esperienze straniere e
accompagnando con una campagna di comunicazione riforme non certo
semplici, visto che riguardavano blocchi sociali molto sindacalizzati e
corporativi. Sono stati necessari circa cinque anni per dare
corpo ai regolamenti relativi ai conservatori. Il lungo lasso di tempo
è stato causato, in gran misura, dalla protratta concertazione con i
dipendenti. Ciononostante è rimasto un equivoco di base per il quale i
conservatori si considerano parte dell’ordinamento universitario (e i
loro docenti premono per un’equipollenza di trattamento) e non è stata
attuata, in sostanza, alcuna razionalizzazione. Al conservatorio di
Frosinone, per esempio, continuano a esserci tre cattedre di arpa e a
quello di Cagliari meno del 5% del corpo docente ha una laurea. Queste
concessioni ai sindacati di categoria non hanno fornito consensi alla
Cdl. Al contrario, a ragione delle riduzioni al Fondo Unico per lo
Spettacolo (il cosiddetto Fus) in particolare dell’ultima finanziaria,
la Cdl è stata additata come l’avversaria della musica e, quindi, di
conservatori i quali forniscono al settore la materia prima. Ancora
meno brillante il risultato nella lirica. È cresciuto il numero dei
“teatri di tradizione”, polverizzando a pioggia l’intervento dello
Stato, mentre un’interpretazione estensiva della riforma approvata
nella XIII legislatura avrebbe consentito di devolverli alle autonomie
locali (come in Germania, Francia e Gran Bretagna) concentrando le
risorse sulle 14 fondazioni lirico sinfoniche nazionali. Ma ci si è
mossi tardi, sotto l’urgenza della situazione finanziaria: il crescente
indebitamento di quasi tutte le fondazioni, le tormentante vicende
della Scala, il taglio del Fus a stagioni iniziate hanno spinto il
governo ad agire con fretta con il decreto Buttiglione, comunicato
senza l’efficacia che sarebbe stata necessaria. Giuseppe Pennisi LE FONDAZIONI Ecco cinque esempi di omessa politica La gestione governativa non s’è curata di andare oltre lo status quo, e poteva Quando
si parla di “politica culturale” è sempre bene precisare a cosa si
allude. Non sarebbe necessario in un paese di cultura anglosassone,
dove l’impostazione liberale nei confronti della gestione degli
organismi culturali non cade mai nell’ambiguità che deriva da una
concezione pedagogica di cultura, concezione che in Italia ha trovato,
prima nella secolare “maternità ecclesiastica” e poi nella strategia
gramsciana, non solo terreno fertile dove impiantarsi, ma teorizzatori
e zelanti esecutori. In uno stato liberale dire “politica
culturale” significa tre cose: definizione delle figure da destinare ai
ruoli di vertice delle istituzioni culturali in base a criteri di
competenza; astensione da parte della politica dal suggerire o, peggio,
imporre “linee culturali” generali (semmai si suggeriscono le
“tematiche” in base a valutazioni complessive); totale indipendenza tra
istituzioni culturali e istituzioni politiche, che, una volta esaurito
il compito di designazione dei vertici, si occupano esclusivamente
della sorveglianza indiretta sulla gestione economica. Fatta
questa premessa la domanda è: una volta al governo, il Centrodestra si
è posto la questione in questi termini? L’impressione che si ricava
dagli ultimi cinque anni – a parte la questione maggiore della mancata
rivoluzione liberale – non è solo quella di una noncuranza nei
confronti della “politica culturale”. S’è assistito a una gestione che
ha rispecchiato, in sostanza, l’idea secondo cui definire o meno la
presidenza di un’istituzione culturale non appartiene alla sfera delle
“cose importanti” se non quando le ricadute politiche possono essere
dirette. Veniamo a cinque esempi simbolici degli errori fatti in
questi anni. Il primo è la Biennale: né con Urbani né con Buttiglione
s’è riusciti a definire una volta per tutte il criterio che sarebbe
bastato per creare una feconda rottura col passato: puntare su una
figura estranea al “solito giro” del mondo dell’arte. Lo strumento
Biennale è forse il più prestigioso a disposizione dell’Italia; si
poteva, grazie a una gestione responsabile e coraggiosa, farne il luogo
per ripensare in maniera reale il ruolo della cultura italiana nel
mondo. Secondo esempio: la Rai. Qui si tratta di una questione
molto “interna”. Perché al posto di indicare le “linee editoriali” ai
vari bellicosi Cdr non si è stabilita una scelta definitiva di politica
culturale come l’idea di privatizzare? Terzo: il patrimonio
culturale italiano è, dal punto di vista quantitativo, il più esteso
del mondo. Rappresenta una ricchezza indiscussa e non si dà programma
politico che non ne auspichi una “reale valorizzazione”. Un segno
concreto di “politica culturale” poteva essere quello di varare una
legge di riordino per lo snellimento delle procedure burocratiche. In
realtà il ministero dei Beni culturali non ha pressoché potere se non
d’indirizzo e il funzionariato ha potuto godere anche durante il
governo di Centrodestra di una sostanziale intangibilità. Quarto:
dal punto di vista dell’eco internazionale le ultime due figure
culturali di grande rilievo, in ordine di tempo, sono state Dario Fo e
Oriana Fallaci. Con una differenza, però: Fo ha potuto godere di un
reale supporto di “politica culturale”, tanto da ottenere
l’assegnazione del Premio Nobel, mentre Oriana Fallaci rimane una
libera battitrice considerata più all’estero che in Italia. La Fallaci
merita il Nobel? Forse no. Lo meritò Dario Fo? Quinto e ultimo
esempio: la cosiddetta Accademia d’Italia. All’inizio del quinquennio
Berlusconi si ventilò l’ipotesi di dar vita a un’istituzione culturale
di respiro internazionale che raccogliesse le eccellenze sull’esempio
dell’Accademia di Francia; non se n’è fatto nulla. Rimangono da
considerare l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e la riforma
dell’Università. Sono due “contenitori”; due cose fatte. Ad altri
l’onere di pensare ai “contenuti”. Matteo G. Brega L'AMBIENTE Smettiamola di scimmiottare i Verdi E torniamo a quel saperci ingegnare anche di fronte alle catastrofi naturali Mi
è sempre venuto da ridere assistendo a quelle tribune politiche dove a
questo o a quel partito più o meno tradizionale si chiedono opinioni,
che so, sul fisco, sulla casa o sul lavoro, e poi si passa a
interrogare i Verdi. Cioè a quelli che tutto guardano e giudicano
esclusivamente dal punto di vista delle volpi e dei carciofi. Che
diranno, loro, delle tasse, che le si debbono alzare ai carnivori
perché ce l’hanno con gli erbivori? E sulla casa, che dobbiamo tornare
sugli alberi? E del lavoro, che dai castori c’è tutto da imparare in
fatto di opere pubbliche? I Verdi, infatti, su tematiche che escono dal
loro stretto seminato introiettano pensieri altrui, quelli della
Sinistra radicale e delle frange dei vari ex, neo, post comunismi.
Ora, a fronte della grande offensiva dei Verdi, rimasuglio del vecchio
estremismo indiano metropolitano e avanguardia della nuova era, è come
se il Centrodestra avesse la coda di paglia. Come se si sentisse in
perenne difetto e quindi in continua necessità di domandare scusa. Per
il Centrodestra, infatti, non c’è bisogno di alcun ambientalismo
diverso. La miglior risposta che si possa dare ai Verdi
ideologizzati resta il patrimonio di cultura e di pensiero che
caratterizza le varie componenti del Centrodestra e che sempre di più
andrebbe rivendicato con orgoglio, ma pure studiato. Una cultura della
politica che mette al centro l’uomo, i suoi diritti di persona, le sue
sacrosante libertà e una organizzazione sociale che ne esalta il genio
sviluppandone le potenzialità non ha infatti alcunché da temere sul
fronte ambientale. Cosa meglio di un pensiero che coscientemente
lavora al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, al più
savio uso delle fonti energetiche, alla sapiente coniugazione di
profitto, ricerca, risparmio e tutela può garantire una politica
autenticamente ambientale e mai sciaguratamente ambientalista? Cosa
meglio di un pensiero che mette al centro di tutto l’uomo
considerandolo steward di un ambiente dato può tutelare gli ecosistemi
più e meglio degl’ideologismi che considerano la specie homo alla
stregua di un virus e le catastrofi naturali una giusta vendetta di
Gaia, la dea Terra? Bisogna insomma che il Centrodestra smetta
di sentirsi meno Verdi. Che non consideri una menomazione la difesa per
esempio degli embrioni umani rispetto alla vivisezione, la quale resta
indispensabile per la ricerca farmaceutica. Che non tema di dire che la
maggior parte delle “fonti alternative” vagheggiate dai Verdi sono
barzellette. Che non abbia paura di rivendicare l’utilità del nucleare,
quello peraltro sicuro e pulito di oggi. Che non tremi alla parola
“caccia”, ben sapendo che il cacciatore è di suo uno dei più efficaci
guardiani della natura. E che soprattutto, piantandola con le
filastrocche sul Protocollo di Kyoto e gli OGM, parli decisamente il
linguaggio della convenienza economica allorché discetta di tutela
ambientale. Un’alternativa però esiste. Ci sono think tank come
l'Istituto Bruno Leoni, Lifeventuno, il CESPAS (Centro europeo di studi
su popolazione, ambiente e sviluppo), il periodico 21 secolo, Green
Watch News e tutti i sottoscrittori della “Carta dei cristiani per
l’ambiente”: realtà piccole, certo, ma attive e intelligenti. Se il
mondo del Centrodestra continuerà a non premiarne lo sforzo e
l’impegno, se si continueranno a privilegiare, per consulenze,
expertise e interventi vari, i soliti noti in stile WWF e Greenpeace,
si finirà per abbandonare completamente quell’idea nobilmente
occidentale che s’incentra sull’ingegnarsi a trovare rimedi proprio
quando gli ostacoli naturali appaiono insormontabili. Ci abbiamo
campato per secoli: se non vogliamo regredire, è ora di tornarvi
smettendo di sentirsi Verdi a metà. Marco Respinti 22 aprile 2006 Gramsciani a metà, e fieri di esserlo Scomodando nientemeno che Antonio Gramsci, abbiamo inaugurato un doveroso day after.
Non il balletto di quelli che “l’avevamo detto”, ma quel fondamentale
esame di coscienza che da quando è stato declassato a pratica per
baciapile se ne sente, eccome, la mancanza. Non sarà sfuggito ad
alcuno, peraltro, che la nostra pausa (pausa?) di riflessione segue le
elezioni. Qualcuno dirà “senno di poi” , altri “v per vendetta”, ma noi
no. Berluscones e convinti, abbiamo fatto campagna elettorale come
conviene a un settimanale di cultura ma non arretrando di un solo metro
fino alla vigilia: con le nostre pagine stampate, ma pure le mailing
list, gli appelli finali, gli sms. Poi, passato il climax dello
scontro dove “chi si astiene dalla lotta...”, abbiamo ripreso il filo
di un discorso che facciamo da quattro anni a questa parte. E questo
solo perché ci crediamo ancora e sempre, perché siamo convinti che le
sconfitte servano a volte più delle vittorie, perché sappiamo che dai
Barry Goldwater nascono i Ronald Reagan. Abbiamo quindi sottratto
il vecchio Gramsci ai suoi veri eredi, presi più da meccanica che
d’autentica rivoluzione. E nel farlo – come direbbero appunto gli eredi
di Gramsci – ci sentiamo migliori di Gramsci e dei gramsciani. Quella
del vate della rivoluzione culturale italiana, infatti, era – da
manuale del marxismo-leninismo – una prassi coincidente con una
dottrina, ossia una tecnica per il potere non distinta dai contenuti
del pensiero. Infingarda l’una, cioè, quanto infingardi gli altri
giacché alterazione cosciente della realtà, e questa propagandata fino
a farne cultura diffusa che conquisti il potere. Il nostro
“gramscismo” bonario, invece, alle vongole se volete, berluscones se
preferite, è quello che, cuore in mano, ricomincia daccapo forte di una
bella intuizione di T.S. Eliot: nessuna causa è persa per sempre perché
nessuna è vinta per sempre. Ora, di questo nostro appello anzitutto a noi stessi se ne sono accorti a destra e a manca, Alberto Mingardi su Libero del 18 aprile e Lucia Annunziata su la Stampa del 15. Quindi è giunto il Foglio,
pure del 18, che ha ospitato il direttore del “Dom”, Angelo Crespi,
accanto a Gaetano Quagliariello, Stenio Solinas, Alessandro Campi,
Eugenia Roccella e Renzo Foa, per consigli di “gramscismo diffuso”
raccolti sotto un titolo goldwateriano-reaganiano: Vittoria! Abbiamo perso.
Noi, sempre convinti che da un Goldwater possa uscire un Reagan se in
mezzo si costruisce il ponte giusto, abbiamo già rimesso in capo lo
scolapasta che ci si addice, quel tormentone che ci è caro e che solo
per uno strano destino porta un nome brutto che sa d’inciucio e
pateracchio come invece non è: il vecchio “fusionismo”. Mica il
“partito unico”, le “convergenze divergenti”, il mescolone sovrano. Ma
l’idea che le forze politiche oggi alleate nel Centrodestra promanino
da tradizioni di pensiero diverse solo a valle del fiume, indi per cui
è vitale scavare a monte. Cosa che non è certo compito precipuo della
politica fare, ma degli uomini di cultura sì. Eccolo l’essere migliori
di noi semigramsciani che riteniamo imprescindibile pensare, sì,
diciamolo, la verità delle cose e questa dotare di potere. Marco Respinti Dove vanno depressi e assistiti? Come
volevasi dimostrare, Prodi non va da nessuna parte. Iniziano le risse
interne, il programma scricchiola, gli analisti obiettano. Solo una
riforma elettorale concordata completerebbe la transizione
Il Professore rischia di essere un «Re travicello prigioniero di una
banda di rissosi boiardi». L’Unione ha vinto soltanto perché è
intervenuta «Santa Scarabola, la Santa dell’impossibile». Così scrive
Giampaolo Pansa da «ulivista incazzato». L’Espresso
brinda al “Prodino”; Massimo D’Alema si smarca ed elogia la tenacia e
la capacità di Silvio Berlusconi aprendo, per ora, il dialogo
sull’elezione del Presidente della Repubblica. Il professor Sartori,
acerrimo avversario del Presidente del Consiglio, s’induce a
riflettere, dopo il pareggio elettorale, sulla possibilità di possibili
intese tra i due schieramenti. Piero Ostellino sul Corriere della Sera
compie l’autocritica più meditata: il Cavaliere è stato in questi anni
fattore di progresso e di democrazia. L’Italia si è divisa tra la parte
produttiva «moderna ed innovativa», sia al Nord che al Sud,
rappresentata da Berlusconi e quella «depressa ed assistita» guidata da
Prodi. Il Sole 24 Ore titola: «I distretti industriali con la Casa delle Libertà». Persino Lucia Annunziata su La Stampa sottolinea l’importanza delle iniziative culturali e politiche del centrodestra, portate avanti da il Domenicale, cogliendo il senso profondo della nostra proposta di rileggere Gramsci.
“I regressisti” (nostra definizione) a detta dei loro medesimi
sostenitori sono peggiori di quanto noi stessi pensiamo: «Boiardi
guidati da un Re travicello alla testa degli italiani assistiti e
depressi». Il Financial Times,
che in campagna elettorale è stato molto critico verso Berlusconi, ora
esprime giudizi pesantissimi sul Professore. Una pietra tombale per
Prodi e per il centrosinistra: «Il peggior risultato immaginabile per
l’Italia». «Prodi offre il genere sbagliato di riforme già fallite in
altri Paesi». «L’Italia potrebbe uscire dall’Euro nel 2015».
Stanno emergendo, ancor prima di costituire il governo, tutte le
contraddizioni. Su Iraq, Tav, legge Biagi, tasse, le posizioni
all’interno della coalizione sono contrapposte. La Cisl e la Uil, che
in campagna elettorale si erano schierate con il centrosinistra, oggi
entrano in polemica dura con la Cgil e difendono le riforme del mercato
del lavoro introdotte dal governo Berlusconi. Persino il
neo-senatore Ds ex magistrato Gerardo D’Ambrosio, leader pensante della
Procura di Milano, scrive che non c’è urgenza di tornare indietro nelle
leggi introdotte dal centrodestra in materia di ordinamento giudiziario
e di giusto processo. In questo scenario, che sta franando, Prodi urla forte ai suoi alleati il suo diritto a governare.
Ciò che rimane politicamente incomprensibile è per quale ragione il
Professore non abbia cavalcato egli stesso per primo e con decisione la
proposta di dialogo offerta da Berlusconi. Accogliendola, come ha
fatto la signora Merkel in Germania, si sarebbe proposto come primo
ministro mettendo in gravi difficoltà lo schieramento di centrodestra
che in tale ipotesi si sarebbe certamente diviso. Prodi non
può governare il Senato, dove non ha la maggioranza politica e neppure
quella numerica. Forse pensa di aprire una campagna acquisti, ma ha
ragione Giulio Tremonti quando dice che «i topi non salgono mai sulla
nave che affonda». Bisogna, pertanto, allo stato delle cose, prendere
atto che Prodi vuole perseverare nella azione di divisione del Paese e
che si sente a suo agio, dopo le esperienze dell’Iri, a guidare le
masse “assistite e depresse” che gli hanno dato il voto. Poiché
questa legislatura sarà breve, se non brevissima, converrebbe comunque
ragionare tra le parti su una nuova legge elettorale che possa
garantire la governabilità. Tornare all’antico significherebbe
riproporre il sistema proporzionale. Che se è vero che ha espresso una
cinquantina di governi in poco più di mezzo secolo, ha garantito una
sostanziale stabilità nella guida della nazione (con risultati spesso
apprezzabili). La legge attuale non dà alcuna possibilità di
governare. Il premio al Senato attribuito su basi regionali porta
all’ingovernabilità. È una legge contraddittoria: una legge di
transizione. Non si possono infatti sostenere i valori dell’alternanza
tra due schieramenti nel governo della nazione, e avere una legge
elettorale che nega di fatto una tale possibilità. Se si fosse
accettata dal centrosinistra la riforma costituzionale approvata dalla
Casa delle Libertà, oggi Prodi potrebbe governare con tranquillità per
cinque anni. Alla Camera, solo ramo del Parlamento cui spetterebbe di
pronunciarsi sulla fiducia al governo, avrebbe una larga maggioranza. E
il Senato, sia pure con altre competenze, sarebbe formato da
rappresentanti delle regioni che lo sosterrebbero. L’inutilità
di nuove elezioni con questa legge elettorale è evidente. È dunque
necessario avviare la riflessione sulla materia per tentare di giungere
a una soluzione concordata tra i due schieramenti. Se si vuole
rinunciare al ritorno del proporzionale, sembra interessante una
proposta formulata da alcuni studiosi e parlamentari del
centrosinistra. I leader referendari del 1992 – Segni, Barbera,
Bassanini, Parisi, Bordon – sostengono che la stabilità è perseguibile
se si alternano al potere non tanto due coalizioni (spesso disomogenee
e divise al loro interno), ma due partiti. Per tale ragione ipotizzano
che «il premio di maggioranza alla camera sia assegnato non alla
coalizione, ma al partito con più voti (evidente la spinta per la
costituzione del Partito Democratico nel loro schieramento) e che al
Senato s’introduca una soglia di sbarramento dell’8%». È una proposta che guarda con intelligenza al futuro.
Contiene però due difetti correggibili: al Senato il sistema non
garantirebbe la governabilità (molto meglio la riforma costituzionale
già votata in Parlamento della quale prima abbiamo fatto cenno) e nello
stesso tempo si dovrebbero assicurare adeguate possibilità di
rappresentanza ai gruppi della sinistra antagonista e alla Lega. Baruch Dopo dieci anni, il solito gruppetto di potere Lo
stato soffocante in cui versa il capitalismo all’italiana voluto dagli
stessi, gestito dagli stessi, sfruttato dagli stessi. E intanto
l’Italia scompare, produttivamente, da mille settori strategici
Nel 1995 i primi quindici gruppi industriali italiani per fatturato
erano IFI, Fiat, Eni, Fiat Auto, Telecom Italia, IRI, Enel, Agip
Petroli, Compart, Montedison, Snam, Pirelli & C., Pirelli, Esso
Italiana e Riva Acciaio. Cioè il Gruppo Fiat, il Gruppo Pirelli, il
Gruppo Montedison, il Gruppo Riva, e il lotto delle partecipazioni
statali costituito da Iri, Eni, Agip, Snam ed Enel. A distanza di
un decennio, dopo qualche privatizzazione di facciata, e dopo qualche
take-over sul quale forse non si è fatta sempre piena luce, la
graduatoria sempre dei primi quindici gruppi industriali italiani
sempre per fatturato dimostra che i cambiamenti sono stati solo
apparenti. Al 31 dicembre 2004, la classifica vede infatti ancora
Eni, IFI e IFIL ai primi tre posti, seguiti da Enel, Telecom Italia,
Tim, Poste Italiane, Erg, Finmeccanica, CNH, Riva Acciaio, Omnitel
Vodafone, Pirelli & C., Kuwait Petroleum ed Edison. Vale a dire
ancora e sempre il Gruppo Fiat, il Gruppo Riva, la Pirelli, le
principali compagnie di telefonia fissa e mobile, aziende della vecchia
galassia delle partecipazioni statali, una compagnia petrolifera e un
grosso competitor del settore delle utility. Il controllo dei
principali gruppi industriali è cioè ovviamente concentrato in poche
mani, peraltro sempre le stesse. Nella sostanza, dunque, il sistema
imprenditoriale italiano, e più in generale il sistema Italia latu
sensu, non hanno saputo, o non hanno potuto, creare le condizioni
perché si affermassero gruppi industriali o aziende realmente nuove.
Il sistema imprenditoriale italiano, sempre molto attento e assai
corporativo quando si tratta di difendere gl’interessi di certi soliti
noti, non è insomma riuscito a innovare sé stesso e a costruire
campioni nazionali in grado di concorrere con successo con le nuove
sfide poste dalla globalizzazione. I settori industriali che
potrebbero consentire all’Italia di mantenere il ruolo che a essa
compete nell’economia mondiale sono infatti del tutto assenti nel
nostro Paese o, se presenti, lo sono in maniera marginale. L’Italia
sta scomparendo dal settore meccanico, è scomparsa dalla produzione di
hardware e di software nonché dalla meccanica di precisione, non è
presente nelle nanotecnologie, nelle biotecnologie, nell’information
Technology, in Internet e nella new economy, e registra una presenza
del tutto marginale nel settore aerospaziale, in quello della difesa e
in quello farmaceutico. Nella grande distribuzione non ha numeri per
competere con i grandi colossi europei e nordamericani, così come non è
in grado di competere nelle grandi opere d’ingegneria civile e
industriale. Nello stesso periodo di tempo, tutte le più
importanti banche italiane sono state interessate da lunghe serie di
fusioni e di acquisizioni di tipo domestico. A metà degli anni Novanta
le banche che avevano il patrimonio netto più consistente erano
Cariplo, Banca di Roma, San Paolo, Comit, IMI, Credito Italiano,
Montepaschi, BNL, Rolo Banca e CariTorino. Dopo di allora si sono
verificate molte integrazioni, alcune praticate secondo una logica
strettamente industriale, altre imposte da una serie di altri eventi,
ma comunque sempre deficitarie di reali volontà di apertura al mercato.
Oggi le principali banche italiane sono sempre le stesse, e lo sono
avendo prosperato ed essendo cresciute in un contesto eccessivamente
protezionistico. Le aziende, i consumatori e gli utenti del nostro
Paese non hanno peraltro goduto i frutti di queste concentrazioni e
anzi si può affermare senza tema di smentita che ne hanno invece
sostenuto i costi. Quasi il 90% della capitalizzazione della Borsa
Italiana è attualmente costituito da banche, compagnie di
assicurazione, società telefoniche, utility, compagnie radiotelevisive,
oltre che dalla principale azienda automobilistica italiana. Si tratta
cioè di aziende fortemente influenzate o influenzabili dall’intervento
pubblico. Insomma, oggi in Italia è ancora prevalente la cultura
del diritto amministrativo e del diritto pubblico rispetto alla cultura
del diritto commerciale e del diritto privato. Non è infatti
diminuita la dipendenza delle aziende e del sistema italiano dalle
banche. Si è anzi accentuata. Quando si parla di controllo, anche dal
punto di vista giuridico, si fa del resto quasi sempre riferimento al
controllo azionario, non al controllo esercitatile attraverso il debito.
Una banca, così come un creditore qualunque, riesce a effettuare un
sostanziale controllo sul debitore senza che vi sia bisogno di
comparire nella compagine azionaria. Sfruttando l’“effetto leva”, chi
arrivi a possedere una partecipazione diretta o indiretta in una banca,
esercita un potente controllo sulle aziende che sono finanziate da
quella stessa banca. Ora è tutto questo che costituisce il vero,
autentico conflitto d’interesse del Paese. Ma evidentemente nessuno si
straccia le vesti in segno di protesta. Soltanto pochi mesi
fa, per esempio, in occasione delle elezioni primarie svolte dal
Centrosinistra, i due autorevoli “numeri uno” delle maggiori banche
italiane, ossia Alessandro Profumo di Unicredit e Corrado Passera di
Banca Intesa, alla guida delle prime due banche del Paese, hanno
ritenuto opportuno comunicare urbi et orbi che si erano recati a
votare. Se poi si considera che la terza e la quinta banca, cioè il
Gruppo SanPaolo Imi e il Montepaschi, sono da sempre un feudo della
Sinistra italiana (e la seconda specificamente dei Diessini senesi), il
quadro che ne risulta non è quello esattamente favorevole allo sviluppo
di un sistema creditizio e di accesso al mercato dei capitali tipico
nelle democrazie vere. Ovviamente, non esistono colpe particolari
ascrivibili al governo guidato da Silvio Berlusconi, ma sarebbe stato
comunque lecito attendersi dallo stesso maggiore coraggio. Forse il
problema è però essenzialmente di carattere culturale; o forse ancora
le rendite di posizione di cui tanti godono immeritatamente non aiutano
a creare le condizioni affinché si realizzi quella transizione che
tanti auspicano, ma che nessuno prova a realizzare compiutamente.
Il nostro sistema economico potrà realmente definirsi libero ed
efficiente quando sarà consentito a due studenti di una qualunque
università italiana di pensare a un’azienda che non esiste o a una
tecnologia nuova e di vedere quella azienda o quella tecnologia, dopo
pochi anni, presente nel listino borsistico come una delle imprese più
importanti e attrattive. Per fare ciò occorre però un sistema culturale
diverso, un sistema educativo e formativo incentrato sulla
meritocrazia, un sistema di relazioni sindacali e industriali capace di
mettersi in discussione e di saper rinunziare a privilegi non più
sostenibili, un diverso sistema di attrazione degl’investimenti, una
Borsa meno asfittica e più premiante, nonché una legislazione fiscale
incentivante per le aziende che investono nella tecnologia e che
gettano le basi per la creazione di nuova ricchezza. Il prossimo
governo dovrebbe quindi porsi pure l’obiettivo di riformare il mercato
dei capitali e quello del credito, per esempio affrontando il problema
delle fondazioni bancarie e del ruolo che esse svolgono nel controllo
degl’istituti di credito, così come l’anomalia delle banche popolari e
di quelle cooperative. Dovrebbe inoltre affrontare l’annosa questione
delle partecipazioni incrociate tra banche e imprese, e dovrebbe
parimenti riformare la materia dei patti di sindacato, che
rappresentano troppo spesso uno strumento liberticida per esercitare il
controllo delle società senza averne i requisiti. Giannicola Rocca La Destra che in Italia non c’è Storia
di un’alba incompiuta. Ovvero, punti e appunti su AN che uno studio di
Alessandro Campi ci dà motivo di pubblicare e che mettiamo in pagina
dopo le elezioni per pura carità di patria Manca,
in Italia, la Destra. Un partito, cioè, lucidamente conservatore che
rappresenti per le strade, in parlamento e al governo l’Italia con la
sua storia intera (non solo pezzi), capace di razionalizzare il
rapporto con gli aspetti scomodi e controversi di quella, d’intendere,
incarnare e servire il sensus Italiae, e d’intercettare, interpretare e
indossare l’ethos degl’italiani, che non è la mera somma delle loro
opinioni. Una forza, cioè, che politicamente si presti a
quell’esercizio di spavalda umiltà che è la disponibilità a farsi
carico del modo di sentire comune all’intero popolo italiano anche se e
quando quel popolo (più) non ci crede, si divide, contesta e
addirittura ci sputa sopra. Un vero partito della nazione, insomma, che
s’identifichi con il Paese stesso anche quando, e se, il Paese non
s’identifica più con se stesso, e a cui per definizione, principio e
fatto va dunque stretta la dizione “partito” giacché la parte da cui
sta è l’intero. Manca, in Italia, l’alleanza nazionale, un
“partito” di quella nazione che è altro rispetto a “Stato” e “governo”,
di più delle sole istituzioni e ben oltre l’addizione dei suoi singoli
cittadini. Vi sono, invece, troppe Sinistre. Poi un interessante
esempio di socialismo non solo anticomunista, ma persino
“antisocialista”. Un vasto mondo liberale, rappresentato soprattutto da
Forza Italia, variegato e contraddittorio com’è e dev’essere un mondo
liberale che sta ancora scoprendo se stesso e che, facendolo, non ha
ancora tirato tutte le somme quanto al liberalismo, ai liberalismi e
alla libertà. E infine i cosiddetti “centristi”, cattolici che scendono
in politica proprio in quanto cattolici dentro quello che oggi è il
Centrodestra (gli altri “centristi”, invece, cattolici nel
Centrosinistra, sono il resto di vecchie consorterie di potere radicate
localmente oppure, quando si tratta di persone serie, foglie di fico).
Anche senza rivangare presunte nostalgie democristiane, sono però
un’ambiguità: da un lato il legittimo voler far politica espressamente
da cattolici, dall’altro una sopravvivenza che non ha più ragione di
essere in uno scenario (fortunatamente) bipolare. Ovvero, se non quel
che resta di un partito confessionale, certamente la sua suggestione.
Che però non ha più – se mai l’ha avuto, al di là del fare virtù di una
necessità – senso. Il cattolico in politica deve infatti farsi
interprete dell’italianità nella sua interezza, della cultura europea e
occidentale, del diritto naturale, della persona umana integrale e
dell’ordine civile che da ciò deriva. Tutto nel quadro di quell’idea di
morale sociale naturale che, essendo per questo anche cristiana, è la
dottrina sociale della Chiesa. Eventualmente generando anche un
partito, ma questo costruito su quell’umanesimo che, se è patrimonio
tipico del cattolicesimo, vive comunque di una cogenza propria. Un
partito così è del resto in grado di attrarre anche dei non cattolici.
Oppure no, ma per astio verso il suo umanesimo: di modo che nessuno
possa affermare di non riconoscersi in un partito siffatto giacché non
credente. Curioso, peraltro, che oggi in quest’ambito le iniziative più
intriganti vengano dal mondo del “liberalismo contraddittorio” (cito
come testimone a discarico Marcello Pera). Tutte cose, queste, che
riportano però alla Destra che in Italia non c’è. Inutilizzabili sono
infatti il cartello elettorale oggi riunito in Alternativa sociale e –
outsider ma simillima – la Fiamma Tricolore. Eredi, comunque la si
metta, di una cultura che nel fascismo ha trovato una incarnazione
storica significativa (cosa diversa e più profonda del meschino
riduzionismo che le caricaturizza come neofasciste), sono, appunto come
il fascismo, se va bene una maionese impazzita, se va male un pollone
legittimo, anche se “eretico”, della tradizione socialistica. Resta
dunque il partito su cui riflette Alessandro Campi – associato di
Storia delle dottrine politiche all’Università di Perugia – in La destra di Fini. I dieci anni di Alleanza Nazionale, 1995-2005
(Marco Editore, Lungro di Cosenza 2006; tel.0981/947088), un libro
ricco di spunti da cui, fra l’altro, una cosa si evince con assoluta
chiarezza. Che la trasformazione del Movimento Sociale Italiano in
Alleanza Nazionale operata da Gianfranco Fini è un’alba incompiuta.
Ora, le critiche interne mosse ad AN sono da tempo numerose, ma le
polemiche verso il suo leader sono sempre state miserande, assumendo
costantemente la piega dell’accusa, più o meno velata, di tradimento.
Nulla, però, di più parvenu. Fini ha infatti “semplicemente” seguito la
via di Giorgio Almirante – il quale sagacemente intuì il bisogno di
allargare il vecchio MSI (personale e cultura) in Destra Nazionale –,
ma in più del suo mentore ha avuto dalla propria i tempi storici e i
contesti internazionali (una volta tanto maturati e non solo
progrediti). Così AN ha proceduto lungo l’unica strada
possibile fra ricambi non pienamente riusciti ma indispensabili,
superamento senza falsi pudori dell’ipoteca spuria posta dal fascismo
sul concetto di “Destra” e promozione di una “Carta dei valori”
d’identificazione e proposta che ha pochi eguali nel nostro Paese.
Le premesse per la nascita di una Destra autentica per l’Italia,
insomma, Fini le ha poste tutte. Ma alle premesse si è fermato. E così,
a metà del guado, AN non è il suo passato e tantomeno il suo futuro.
Trasformazione incompleta e rigenerazione pure, Fini è oggi il leader
di uno stato maggiore che gli tira più di sciabola che di fioretto e di
truppe che non sanno né dove né perché marciare. Il tutto costretto in
un pensiero abborracciato e in una riflessione superficiale. In
ultimo, annaspando nel mare delle idee altrui, al referendum sulla
procreazione assistita del giugno 2005 Fini se n’è uscito con
affermazioni contraddittorie rispetto alla sua “Carta dei valori” che
hanno posto la pietra tombale sulla fiducia accordatagli da molti di
quegl’italiani che hanno sinceramente creduto in lui per la nascita di
una Destra autentica per l’Italia. Rivelando peraltro che lo
smarrimento di AN non è l’effetto di una crescita sofferta, ma il
coltivare sindromi di Peter Pan in un mondo di “cattolici adulti”,
lodevole abnegazione di alcuni isolati a parte. Scandalo? Nessuno.
C’è però che in Italia la Destra non c’è. Finiremo come i francesi,
imprigionati nel mito di una storia nazionale monca e in parte
artefatta tanto incapacitante da partorire solo rassemblement per
definizione inidonei a essere quel che dovrebbero essere, cioè vere
alleanze nazionali? Può darsi. A dieci anni dalla nascita di AN, però,
è triste. Ma soprattutto inquietante. Marco Respinti |