Dal "Dom" del 16 ottobre 2004:
La Storia incantata, di Giuseppe Romano;
Le bufale de “Il Codice Da Vinci”, di Marco Respinti;
Dice Brown...
Dal "Dom" del 10 settembre 2005:
Ma chi si crede Cyrano è un problema tutto suo, di Angelo Crespi;
I complotti di Dan Brown. E le sole, di Marco Respinti;
Può un romanzo poco plausibile aver successo e risultare “storico”? Sì, se viviamo in tempi evasivi, di Giuseppe Romano
16 ottobre 2004 La Storia incantata Romanzi,
film, documentari, fiction e reality show. Una cosa in comune: la
verità dei fatti – eventi, personaggi, date – non conta più. La
narrazione si piega a esigenze ideologiche o commerciali. E il pubblico
abbozza, ammaliato dall’Immaginario Digitale C’era
una volta il romanzo storico. A proposito del quale Alessandro Manzoni
si tormentò nel contrasto tra “vero” e “verosimile”, cioè di un
intreccio di eventi e di invenzioni concepito in maniera che i
personaggi avrebbero potuto esistere e agire ai tempi narrati senza
tema di contraddizione. Ma fu tale la sofferenza dell’uomo e dello
scrittore per la fatica di sanare il contrasto tra fantasia e memoria,
che alla fine l’irrisolto dissidio gl’impose addirittura il silenzio
creativo. Cecidere manus, cadde la stanca mano. Altri tempi. Oggi
s’impone un “racconto sulla storia” che miscela fatti e invenzione in
modo assai diverso. Approfitta della digitalizzazione dell’immaginario,
conseguente alla rialfabetizzazione cinematografica e televisiva
imposta dai nuovi modelli narrativi del grande e del piccolo schermo.
Film come Titanic, Il gladiatore, Troy, King Arthur, ma anche
sceneggiati come La meglio gioventù e Il giovane Hitler, e format
televisivi come i reality da Grande Fratello ad Amici e a L’isola dei
famosi, propongono un’immagine del reale artefatta ma “in diretta”,
finta ma “veridica”. La ri-costruzione dei fatti è affrontata come una
ri-creazione: un’operazione non fine a sé stessa, bensì orientata e
sottoposta a ragioni artistiche o (assai più spesso) di marketing, sia
esso intellettuale oppure culturale. Casi come i documentari di Michael
Moore, sui quali abbiamo già speso molte parole, e il best seller Il
Codice Da Vinci di Dan Brown (8 milioni di copie vendute, un anno e più
in testa alle classifiche) sprezzano entrambi la veridicità dei
riferimenti storici, anzi costruiscono la propria sfida narrativa
sull’asserire aprioristicamente l’attendibilità di prove addotte come
storiche ma invece tutte da verificare, quando non assolutamente
infondate. Ne risultano dei pastiche che hanno la suggestione di un
algoritmo matematico: date quelle formule, quali che siano i valori
inseriti il risultato è immancabilmente certo. Alchimie del genere
fanno gongolare i sensitivi del marketing: un filmone come Troy – lo
raccontava Luisa Cotta Ramosino sul Dom del 29 maggio 2004 scorso– è
stato architettato ancorando alle tenui basi del fatto storico i canoni
figurativi dettati da specialisti della pubblicità e da piloti del
trendy. E in un blockbuster come Il gladiatore la qualità della
ricostruzione è discutibile sul lato storico ma inoppugnabile su quello
psicologico, nel senso che il gladiatore Massimo obbedisce fedelmente e
dimostrabilmente a una precisa idea di eroe americano. Che c’è
di male? E perché, quando si tratta di fiction, dovremmo rimproverare
agli autori le loro eventuali arbitrarietà? Lungi da noi (benché
insorga qualche dubbio sul vecchio binomio raccontare-ammaestrare,
condito con energiche spruzzate di propaganda politica, di lobbysmo
culturale e di persuasione occulta). Il problema è un altro. Come
mai Fahrenheit 9/11 di Moore è un sedicente documentario? Come mai
Bowling for Columbine, dello stesso regista, ha vinto l’Oscar nella
sezione “documentari”? Come mai Il Codice Da Vinci passa per una
ricostruzione storica rivoluzionaria ma fedele? E, soprattutto, come
mai pubblico e critica lasciano che operazioni del genere vengano
attuate senza farsene un problema? Il fenomeno è così ampio e
indiscriminato da trasparire come una nuova abitudine sociale, una
sorta di pregiudizio ambientale. Vivesse in questo clima, Manzoni si
sentirebbe libero di sfornare un best seller dietro l’altro e
dormirebbe tranquillo. Un esempio concreto. Il Codice Da Vinci
potrebbe essere letto come un romanzo abile e provocatorio, mirato a
criticare l’esistenza della Chiesa cattolica e il suo diritto a un
magistero. Sotto il profilo culturale è indubbiamente questo il suo
proposito. Ventiquattro anni fa Umberto Eco fece altrettanto con Il
nome della rosa, anche quello un romanzo “storico”, anche quello un
best seller mondiale. Ma quanta differenza, fra i due: Eco aveva
robustamente (ancorché tendenziosamente) tessuto la sua trama nel
contesto della storia e della filosofia medievali. Brown invece
affastella notizie, suggestioni, assonanze e invenzioni per dare al suo
scritto una patina di aderenza superficiale e funzionale alla trama.
Eppure, quel che è davvero sorprendente, pochi sembrano cogliere la
provocazione di Brown per quello che è. Essa non suscita alcun
dibattito riguardo all’attendibilità storica (peraltro così precaria
che nessuno studioso serio si sognerebbe di sostenerne l’impalcatura).
Se s’indagano i giudizi della gente (la “gente comune”, quella che si
conta a milioni e decreta il successo di un best seller), per esempio
spigolando fra i pareri che si trovano nelle librerie virtuali della
Rete, si riscontra che in stragrande maggioranza l’apprezzamento per il
libro non contiene alcun distinguo fra interesse della trama,
fondatezza dei riferimenti, messaggio culturale e qualità della
scrittura. Bensì riguarda l’opera nella sua integralità, presa alla
lettera: come se tutto ciò che vi è contenuto fosse oro colato.
Ecco un sunto di opinioni dal sito di IBS, www.internetbookshop.it
(desunte dalla prima fra le 25 “pagine” web che raccolgono 573 pareri
di lettori, cifra record in un sito pur prolifico di interventi): «Chi
non può affermare che dopo aver letto questo libro non ha sviluppato
dubbi su tutto quello che gira intorno alla chiesa?!?», domanda un
Tommaso. «È il libro più affascinante e bello che io abbia mai letto»,
riassume un Francesco. Greta si spinge alle confessioni personali:
«Questo libro mette finalmente in discussione la metamorfosi che ha
subito la nostra religione negli ultimi secoli, ho letto critiche
riguardo ai riferimenti storici citati... forse sarebbe utile che
ognuno di noi imparasse ad essere razionale. Ho sempre avuto forti
perplessità sull’operato del Vaticano, sugli intrighi economici che lo
circondano. Questo libro è per me una conferma, forse ho capito perché
non sono mai riuscita a dare un senso ai riti di preghiera, di
confessione o di penitenza... e finalmente non mi sento più in colpa!».
«Quale sia poi il confine tra fantasia e realtà», sentenzia Virgilio,
«beh poi spetta ad ognuno di noi dirlo, magari tramite approfondimenti
e ricerche». «Io trovo che sia una storia bellissima, un modo di
interpretare la storia diverso dal solito, che, comunque per me, resta
quello reale. Ma lo stesso il libro ti fa uscire dai confini della
realtà ed ogni tanto ci vuole uno stacco da tutto ciò che ci circonda,
facendoci entrare in un mondo diverso, dove niente è quello che
sembra», conclude Samantha. Insomma, come se apprezzare il Signore
degli Anelli implicasse convincersi dell’esistenza degli hobbit. Montalbano fuorilegge
Non sono casi isolati. Parecchi autori che imbastiscono narrativa o che
mettono a punto sceneggiature lo hanno capito e contano su questo,
sbilanciandosi a inventare in tutta tranquillità gli “anelli mancanti”
che la realtà e la storia non propongono e che però servono a rendere
credibili le loro invenzioni. O allestiscono eventi fantasiosi che
mettono in crisi precisi contesti storici. Difficile non ritenere
premeditata la damnatio che Andrea Camilleri predispone e perpetua nei
confronti del candidato immaginario di un partito politico reale,
tratteggiandolo con lineamenti talmente vergognosi che il commissario
Montalbano si sente autorizzato a far giustizia al di fuori della legge
nel nome di un qualcosa che egli stesso non sa definire meglio che col
termine “speranza”. Accade nel più recente dei suoi romanzi, La
pazienza del ragno (Sellerio, Palermo 2004, pp.252, e10,00) –
guardacaso, tutto incentrato sul condizionamento emozionale
dell’opinione pubblica –, la cui Nota finale è un capolavoro di
sarcasmo quando sostiene che «questo è un romanzo inventato di radica,
almeno lo spero»: sì, certo, salvi i connotati del partito di
maggioranza e di governo inviso all’autore, il cui innominato capo si
fa volentieri ritrarre in tuta da jogging eccetera. E chi acquista
i romanzi di Richard North Patterson dovrebbe tener conto del fatto che
l’autore è anche un uomo politico, dirigente di gruppi di pressione,
addirittura esperto nelle lobby che sostengono il candidato Kerry. Nel
suo ultimo romanzo, Scelta obbligata, appena pubblicato in Italia
(Longanesi, Milano 2004, pp.684, e18, 50), protagonista è un presidente
statunitense in carica che milita fra i Democratici, casualmente si
chiama Kerry di nome proprio e il suo nome completo è abbreviato in KFK
con esplicito rinvio al kennedysmo (il The Washington Post ha affermato
che «la tentazione di associare i suoi protagonisti a personaggi reali
è forte»). Innamorato e appena sposato, deve combattere una dura
battaglia contro le aziende produttrici di armi e a favore delle
vittime della violenza armata. Battaglia straziante, anche perché suo
fratello maggiore è morto in un attentato, lui stesso è sopravvissuto a
un altro, infine la famiglia della neomoglie viene sterminata a colpi
di pistola il giorno dopo le nozze. Il tema è presentato in
modo così coinvolgente e manicheo che nessuna persona di buon senso
potrebbe stare con la controparte: coloro che sono a favore dell’uso
delle armi (fra cui tutti i membri Repubblicani del Senato USA) vengono
relegati al ruolo di farabutti che subiscono pressioni mercantili e
adottano metodi più che discutibili per imporre le loro idee. Già che
c’è, la requisitoria romanzesca contro l’abuso delle armi apre la pista
ad altri temi che meriterebbero una trattazione più equilibrata. Per
dirne uno, l’aborto. Il Kerry eroe-presidente è abortista convinto e
attivo, ma nel suo scontro globale il tema irrompe in quanto qualcuno
sfodera un infame ricatto alla libera azione del leader, ingiungendogli
di cessare la battaglia contro le armi pena la divulgazione dell’aborto
cui l’allora amante segreta di Kerry, oggi sua moglie, aveva scelto di
sottoporsi nei primi tempi della loro relazione. Ovvio che il lettore
s’indigni contro un simile “antiabortismo”. Un “bel” romanzo come
questo equivale a mille comizi. Se ne rendono conto i lettori? Chissà.
Uno che si è così immedesimato da firmarsi Kerry, come il protagonista,
dà spazio su IBS alle sue personali conclusioni: «Questo romanzo fa
pensare non solo per la parte legata al controllo delle armi, ma
soprattutto al reale atteggiamento dei politici, di qualunque nazione,
legati solo ad atteggiamenti utilitaristici davvero aberranti. I
repubblicani americani sono taaaaanto simili a parecchi politici
nostrani». Incredulità addio
Indignarsi contro questi procedimenti, per ciò che hanno di
surrettizio, non serve e non basta. Chi fa fiction ha tutto il diritto
di proporre il suo racconto senza rendere conto a priori degli
ingredienti e della miscela che ha usato. Umberto Eco (su L’Espresso
del 9 settembre 2004), ritiene che «il cinema sembra un’arte “popolare”
ma in realtà è singolarmente classista (e se ne avvantaggia
commercialmente): retribuisce cognitivamente lo spettatore che pensa e
consola in ogni caso quello che non pensa (ma paga lo stesso)». Il
discorso non fa una grinza, nemmeno se (come Eco non vorrebbe) lo
applichiamo anche alla narrativa scritta d’intrattenimento e
d’evasione. Ma riguardo alla plausibilità o implausibilità di una
storia dovrebbe comunque contare il principio di “sospensione
volontaria dell’incredulità” che (precisato da J.R.R. Tolkien) è
entrato nella comune opinione critica sulle opere d’invenzione. Quando
condivide la finzione stabilita dall’autore, il lettore sospende la
propria incredulità e accetta di credere alla “verità” di quel mondo,
finché dura la lettura o la visione. Anche negli elementi palesemente
irrealistici: se gli uomini in quel mondo creativo hanno le ali o fanno
incantesimi, nessun problema. Ma i racconti a un certo punto finiscono
e la realtà torna a imperare. O così pensavamo: stiamo invece
constatando che l’incredulità rimane sospesa permanentemente e a tutto
campo. A furor di popolo. Un popolo che quindi vive in una fiaba
perenne dove tutto può accadere o essere accaduto, in un film che un
regista birichino non smette di farcire con improbabili effetti
speciali. Lobotomizzati dalla “digitalizzazione dell’immaginario”?
Lecito domandarcelo, così com’è opportuno indagare a quali e quanti
altri campi si allarghi, questa piaga. Ha fatto notare
Ernesto Galli Della Loggia che alcuni accesi dibattiti odierni, su
argomenti essenziali della nostra società, sono minati da una singolare
miopia (Corriere della Sera, 17.9.2004). Il “diritto a volere un figlio
sano” confligge con altri diritti essenziali dell’uomo, più nascosti ma
anche più basilari. E pretendere la libertà di eutanasia, sostituire
l’ineluttabilità della morte che ci investirà con la scelta della morte
che ci diamo da soli, è un’illusione davvero paradossale: darsi la
morte per sfuggire alla morte. Alterare questo appuntamento non ne
cambia la trascendenza, è una ritirata che ha il sapore di un “non
voglio saperne”, piuttosto che di “ne so di più”. La vita andrebbe
accettata a tutto campo: anche soffrire, morire, ci dice qualcosa di
noi stessi e ci definisce oggettivamente. Tutto si tiene. Mentre
la scomparsa delle religioni fa posto alle superstizioni, sul versante
opposto (ma speculare) la morte delle ideologie genera nuovi e più
provinciali sofismi. È anche così che il circo industriale
dell’evasione e dello spettacolo coinvolge e travolge tutto ciò che era
arte e cultura. L’assenso preventivo è divenuto legge generale,
imperiosa, balza fuori dalle pagine e dagli schermi per dilagare nelle
nostre esistenze. “C’era una volta”, si diceva all’inizio delle fiabe. C’eravamo una volta, si dice alla fine della Storia. Giuseppe Romano
16 ottobre 2004 Le bufale de “Il Codice Da Vinci” Il
popolarissimo romanzo di Dan Brown racconta una storia già mille volte
raccontata e già mille volte sbugiardata. E dove innova, sbaglia. Né
verosimile né storico, non convince nemmeno come fantasy. Leggete un
altro libro «Ho
scritto 12 libri di saggistica sinora, e ho deciso di smettere. [...]
Credo che la verità si possa diffondere meglio attraverso i romanzi».
Lo dice – in una intervista rilasciata a Francesco Garufi nel libro
Rennes le Château: un’inchiesta (Edizioni Hera, Roma 2004) – Michael
Baigent, colui che assieme a Richard Leigh e a Henry Lincoln ha dato il
la alla storia dei figli di Gesù attraverso best-seller fortunati quali
Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni del 1982
(trad. it. Mondadori, Milano 2004) e L’eredità messianica del 1996
(trad. it. Tropea, Milano 1999). Lo dice lui e ne ha ben donde, giacché
Il Codice Da Vinci di Dan Brown (trad. it. Mondadori 2003, oggi alla
31a ristampa) racconta le stesse storie dell’oggi disciolto trio
britannico, salvo però non dirlo (l’ultimo reprint de Il Santo Graal
strilla invece dalla fascetta: «Il libro che ha ispirato “Il Codice da
Vinci” di Dan Brown»). Ora, i libri di Baigent, Leigh e Lincoln
sono saggi che inventano una storia, mentre il “giallo” di Brown è un
romanzo che si crede un libro di storia. Anzi, che fa credere ai
lettori di essere storicamente fededegno – magari proprio perché
tacitamente si basa su Il Santo Graal e L’eredità messianica –, mentre
invece è fiction, quanto pura è da vedere. Infatti, la primissima
edizione italiana del libro di Brown recava (come del resto l’originale
inglese) una paginetta intitolata Informazioni storiche in cui si dava
per vero quello che nel romanzo non è nemmeno verosimile; ma, nelle
ristampe, la paginetta e le informazioni sono rimaste, mentre quel
titolo a dir poco imbarazzante è scomparso (resta invece nella versione
inglese). Così, quello che continua a essere sempre e solo un
romanzo dà da bere al lettore che nel 1099 sia stato davvero fondato
quel Priorato di Sion, il quale, sia nei saggi di Baigent, Leigh e
Lincoln sia nel thriller di Brown, custodisce la “sacra coppa” e la
verità segreta sulla storia del mondo. Mentre non è affatto vero. Immaginiamo Buddha...
«Immaginiamo questo scenario», scrive Massimo Introvigne, fondatore del
Centro Studi sulle Nuove Religioni di Torino in un articolo di critica
pubblicato sul sito della sua istituzione (cesnur.org). «Esce un
romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha
condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie
e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i
diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per
nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno
assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista
scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966)
– era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama
e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le
menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso
l’omicidio». E prosegue: «Pubblicato, il romanzo non passa inosservato.
Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa
mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le
religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli
applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una
versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e
considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto. Lo scenario
non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo che non si
parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma
della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san
Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata; non del
Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II». Questo è Il Codice da
Vinci. Esiste insomma un complotto ruotante attorno all’Opus Dei che, a
Parigi, mira a impedire all’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion,
Jacques Saunière, curatore del Museo del Louvre, di rivelare al mondo
la verità sottaciuta e repressa da sempre dalla Chiesa. Vale a dire che
Gesù non fondò su Pietro la vera Chiesa, ma che il Messia diede origine
a una stirpe nata dal grembo di Maria Maddalena, moglie sua ma per
bieco maschilismo relegata alla subalternità. Questa progenie è la
linea del sang réal così che il Santo Graal altro non è se non la
nascosta tomba di Maria Maddalena. Fra intrighi polizieschi, assassinii
e accuse incrociate, lo studioso statunitense di simbologia Robert
Langdon e la criptologa Sophie Neuve, nipote di Saunière, arrivano
addirittura all’ex presidente francese François Mitterrand, “noto”
esoterista e massone che volle la piramide del Louvre per celarvi agli
occhi del mondo nientemeno che la tomba-Graal della Maddalena.
La povera, infatti, attendeva da tempo la “liberazione”. Depositaria
della priorità del principio femmineo su quello maschile, ella sposò
quel tale Gesù che mai peraltro pretese di essere Dio. Costantino, poi,
padre-padrone di quell’impero che andava divenendo cristiano, s’inventò
una storia e una teologia nuove che potessero fare da instrumenta
regni. Via le donne, su gli uomini, ed ecco inventato il primato di
Pietro. Ma ci voleva una proclamazione solenne: ecco dunque il Concilio
di Nicea del 325, autoritario e antifemminista. Qui, fra i molti
ricchi, belli e simbolici che esistevano, la Chiesa
petrino-roman-costantinian-maschilista-cattolica scelse come canonici
quattro vangeletti innocui che non dicono alcunché di toccante,
pungente o piccante. Gli altri vennero reietti dal club dei
presentabili e bollati verboten giacché “eretici” o “gnostici”.
Quindi, scese in campo il suggello di quest’alleanza fra Trono &
Altare usurpatori. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine la
dinastia dei merovingi venne fatta fuori dai carolingi, poi capetingi.
Dagoberto II, l’ultimo dei mohicani-merovingi, fu infatti anche
l’ultimo sovrano legittimo della stirpe maddaleniana del sang réal
fatta fuori dal potere costantiniano. E dal papa, il quale benedisse il
Cielo il giorno in cui un Carlo dei franchi un po’ carlone gli chiese
di essere incoronato imperatore sacro e romano, in realtà cavalier
servente dei Successori di Pietro. Fu quel dì il trionfo della
menzogna, la vittoria contro tutto ciò che per la Chiesa cattolica era
“maddalenume”. Ma il “maddalenume” è un lumicino che ancora fumiga e
così organizza la resistenza nel Priorato di Sion, di cui sono Gran
Maestri certi luminari del genere umano, tedofori segreti della fiamma
della verità vera, perseguitati dall’alleanza menzognera fra Trono
& Altare. Fra questi vi è anche Leonardo da Vinci, che ha lasciato
molti indizi della verità vera nelle proprie opere. Il potere iniziatico di una nipote
Sembra un po’ Il senso della vita di Monty Python mescolato a Brian di
Nazareth? In effetti... È una storia già sentita? Certo. È infatti
quella di Rennes le Château, peraltro più volte demistificata (in
ultimo dal citato libro di Francesco Garufi, recensito sul “Dom” n.
41). Addirittura i nomi sono gli stessi: Jacques Saunière richiama don
Bérenger Saunière (1852-1917), parroco di quel paesino dei Pirenei. Nel
romanzo, i cognomi Plantard e Saint Claire, “tipici” degli ultimi
discendenti merovingi di Gesù e della Maddalena, appartenevano agli
antenati di Sophie Neuve prima che, per paura, essi lo cambiassero: ma
è una citazione di Pierre Plantard (1920-2000) – il truffatore ben noto
alla giustizia francese che fondò il Priorato di Sion, non nel 1099, ma
nel 1956, davanti a un notaio – il quale rivendicò per sé il sacro
lignaggio iniziatico (lo stesso che nel romanzo porta a Sophie)
inventandosi un’aura merovingia con la creazione del nomignolo
falsamente nobile «Plantard de Saint-Claire». Un’altra citazione,
questa volta dal famoso “trio britannico”, è il personaggio di Sir
Leigh Teabing, nel romanzo un «ex storico reale britannico», che
ammicca a Richard Leigh. E siccome chi di cabalismo di quart’ordine
ferisce, di esso pure perisce, si potrebbe anche insinuare che qualcosa
di arcano, di magico e d’iniziatico celi addirittura la scelta
browniana di dare a Sophie il cognome che ha, Neuve, termine francese
per “nipote” ma maschio: ne Il Codice Da Vinci, dove l’ambiguità regna
merovingicamente sovrana, Sophie è invece evidentemente una femmina,
nipote, nièce, di un Saunière, l’ultimo Gran Maestro del Priorato di
Sion, che però è il cognome di un prete dei Pirenei che per definizione
non figlia, che però aveva una perpetua chiacchierona e faccendiera,
che giocava volentieri con la stirpe maddaleniana, che... Cosa
vorranno mai dirci, insomma, gli astri di Brown con questo gioco di
androginie linguistiche? Probabilmente un bel nulla, come l’intero suo
tentar romanzescamente le improbabili essenze di una storia
autenticamente fasulla. Uno scherzo da prete
Dunque la stoffa del romanzo di Brown è la storia falsa del tesoro
inesistente di Rennes le Château, il cui poco misterioso parroco, lungi
dall’essere un massone o un iniziato che trovò le prove della
genealogia maddaleniana in una cripta della propria chiesetta, era un
trafficone che venne sospeso a divinis perché vendeva lucrose Messe.
Eppure se non fosse stato per la sua perpetua, Marie Denarnaud
(1868-1953), la storia sarebbe finita lì, una solenne e simoniaca
figuraccia. Don Saunière, infatti, la nominò intestataria di tutti i
propri beni e questo per impedire al suo vescovo di entrarne in
possesso. Fu poi la Denarnaud che alimentò le leggende del tesoro da
Mille e una notte. Quindi giunse Noël Corbu (1868-1953), il personaggio
che, collaborazionista ai tempi della Seconda guerra mondiale, fornisce
il link con il nazismo magico alla ricerca di Graal, lance di Longino e
verità nascoste in Tibet. Corbu acquistò dall’ex perpetua il complesso
di don Saunière per farne un ristorante, ma poi ci prese gusto e, a
partire dal 1956, cominciò a pubblicare sulla stampa locale
vaneggiamenti di preti misteriosamente miliardari. Se ne interessarono
allora gli esoteristi e i giornalisti. Fra i primi spicca Pierre
Plantard, già animatore del gruppo Alpha Galates; fra i secondi Gérard
de Sède, autore, nel 1967, de L’or de Rennes ou la vie insolite de
Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château. La consacrazione arrivò
però nella seconda metà degli anni Settanta quando Baigent, Leigh e
Lincoln s’interessarono alla vicenda, pubblicando poi Holy Blood, Holy
Grail, da noi Il Santo Graal. Scoppiò insomma la mania per l’esoterismo
fatto in casa e a caso, e così la “storia maddaleniana” diventa il
“segreto” più pubblicizzato del mondo, grazie anche (nota Introvigne)
«alla BBC, che batte la grancassa». Che il Santo Graal sia il sang réal
dei figli di Cristo lo si afferma peraltro solo a partire da Plantard,
pure lui già amico dei nazisti. Detto questo – che non ammonta
certo a plagio, ma a riciclaggio sì –, il numero delle sciocchezze e
dei falsi di cui è irto il romanzo di Brown è legione. Antichissimo, anzi nuovo
Partiamo dal Priorato di Sion, che esiste solo perché è stato fondato a
metà del secolo scorso. La famosa nota sulle Informazioni storiche de
Il Codice da Vinci oramai orbata di titolo, parla di documenti di
quell’ordine ritrovati nel 1975 alla Biblioteca Nazionale di Parigi: ma
lì stavano perché lì ce li aveva in precedenza messi Plantard. Philippe
de Chérisey, morto nel 1985, ha più volte confessato di esserne stato
il principale autore, per altro non pagato e quindi costretto (vi sono
delle lettere, questa volta autentiche) a ricorrere agli avvocati. Nel
Medioevo esistette sì un piccolo ordine religioso denominato Priorato
di Sion, ma ebbe vita brevissima e nessuna connessione con Maddalena,
il Graal, i merovingi e i Pirenei. Ma, una volta in più, anche
lasciando da parte la vicenda di Rennes le Château, l’attendibilità
delle notizie contenute ne Il Codice Da Vinci non aumenta. Anzi. Anzi,
proprio un libro come The Da Vinci Hoax: Exposing the Errors in “The Da
Vinci Code”, pubblicato quest’anno per la Ignatius Press di San
Francisco da Carl E. Olson e Sandra Miesel, che ignorano completamente
la vicenda di Rennes le Château, rincara la dose. Stando al
romanzo, Gesù non era di natura divina né mai lo proclamò: fu solo al
Concilio di Nicea che, con un colpo di mano petrino da parte
dell’imperatore Costantino che lo convocò, si stabilì quel falso dogma.
Olson e la Miesel rispondono citando un classico, il fondamentale Early
Christian Doctrines, di John Norman Davidson Kelly del 1958, la cui
seconda edizione riveduta uscì nel 1978 (viene costantemente
ripubblicato: ultimamente nel 2000, dalla Continuum International
Publishing Group di Londra e New York) e che in italiano è stato
tradotto come Il pensiero cristiano delle origini (Dehoniane, Bologna
1984). Già nei secoli precedenti Nicea, la natura sia divina
sia umana di Gesù era universalmente riconosciuta, con il «Gesù è il
Signore» della Lettera ai romani (10,9) e il «Gesù Cristo è il Signore»
della Lettera ai filippesi (2,11) quali prime e più antiche confessioni
di fede. A Nicea, del resto, non si stabilì affatto che Gesù, il Figlio
di Dio, fosse divino, giacché questo era appunto creduto: ci si occupò
invece di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il
Padre. Uguali? Di un’unica sostanza? Due persone distinte? Il Concilio
giudicò quindi eretica una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo,
secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un
certo momento del tempo e non esistente ab aeterno. Inoltre,
all’epoca del Canone Muratoriano (siamo attorno al 190), i quattro
Vangeli “sempliciotti” sono già canonici e gli gnostici invece out, il
tutto una novantina d’anni prima della nascita di Costantino. Del
resto, se c’è una costante certa nella storia del cristianesimo, fra
ortodossia, scismi e ed eresie, è proprio la canonicità dei Vangeli di
Matteo, Marco, Luca e Giovanni. Se Brown predilige lo gnostico
Vangelo di Tomaso, va ricordato che si tratta del testo che fonda la
grandezza della “moglie” di Gesù sul fatto che ella «[...] si fa
maschio». Quello che quando Simon Pietro dice: «Maria deve andare via
da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita», Gesù replica:
«Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi
uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa
maschio entrerà nel Regno dei cieli». Il romanziere afferma poi che
i primi cristiani s’impadronirono dell’uomo Gesù ammantandolo di una
falsa divinità onde legittimare ed espandere il potere della Chiesa
romana. Il vero Gesù, carico di umanità, sarebbe infatti quello che
restituiscono appunto solo i Vangeli gnostici. In realtà, i sinottici e
Giovanni tratteggiano, spesso dettagliatamente, il Gesù falegname ebreo
che diviene rabbi con molti riferimenti storici oggettivi e
riscontrabili, e talora mostrano un attaccamento all’hic et nunc che ha
pochi pari, laddove il “Gesù gnostico” appare un etereo conferenziere
che tiene lunghi, complessi e criptici sermoni sugli “eoni” e su “gli
arconti” adatti solo a una ristretta élite intellettuale. L’Opus Dei, Geova e Asterix
Ma Dan Brown non si arrende e, sul proprio sito Internet
(danbrown.com), crea una pagina specifica con un titolo che non ammette
dubbi, Bizarre True Facts from “The Da Vinci Code”. Uno di questi
è il fatto che l’Opus Dei «ha recentemente terminato la costruzione di
una sua sede centrale nazionale, del costo di quarantasette milioni di
dollari, situata al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City».
Embè? A parte il fatto che l’Opus Dei è una prelatura personale e non
una «chiesa», come talora viene scritto nel romanzo, la cosa più
assurda è invece il personaggio di Silas, un «monaco» albino che ne Il
Codice Da Vinci è un assassino dell’Opus Dei. Gli è però che l’Opus Dei
non è un ordine religioso e che i suoi membri sono per la stragrande
maggioranza laici; i sacerdoti sono meno del 2%. Ma, come notano Olson
e la Miesel, l’Opus Dei assume nel romanzo di Brown il posto che già fu
della Compagnia di Gesù, “notoriamente” un “truce” “corpo speciale” a
cui la Chiesa ha sempre affidato i lavori sporchi. Un po’ come
gl’inquisitori, insomma. Poi il nome di Dio. Ne Il Codice Da Vinci,
uno dei protagonisti, Robert Langdon, esperto statunitense di
simbologia, spiega coram populo l’origine di YHWH (pronunciato Yahweh),
ovvero il sacro nome di Dio che gli ebrei osservanti credono non si
debba mai pronunciare. Per bocca di Langdon, il romanzo dice che YHWH
deriva da Geova, il quale sarebbe l’unione androgina del maschile Jah e
del femminile Havah, ossia il nome pre-ebraico di Eva. In realtà,
qualsiasi enciclopedia seria informa sul fatto che “Geova” è un termine
della lingua inglese (“Jehovah”) inesistente prima del secolo XIII e
comunque poco usato fino al XVI. Fu creato artificialmente combinando
le consonanti di YHWH (o JHVH) e le vocali di “Adonai” (“Signore”), che
è il termine con cui, nell’Antico Testamento, gli ebrei sostituirono
l’impronunciabile YHVH. Inoltre, il nome ebreo (e non pre-ebraico) di
Eva è hawwâ (pronunciato “havah”), che significa «madre dei viventi».
Nulla di tutto questo ha caratteristiche androgine. E come
potrebbero mancare i templari? Secondo Brown, Papa Clemente V ne bruciò
centinaia, disperdendone le ceneri nel Tevere. Nel romanzo lo dice lo
storico Sir Leigh Teabing. Il fatto è invece che i templari furono
bruciati principalmente a Parigi, poi in misura molto minore in altre
tre cittadine francesi e forse a Cipro. Traccia di roghi romani non ve
n’è. E comunque Papa Clemente V avrebbe potuto giocare ben poco con le
loro ceneri nel Tevere: si tratta infatti del pontefice che aprì la
Cattività avignonese e che dunque non stava nell’Urbe, ma
nell’entroterra della costa mediterranea francese. Né i templari,
nonostante Brown, self-confessed edotto in storia dell’arte, ebbero
alcunché a che fare con l’architettura gotica. In ultimo, nel
romanzo si dice che “tutti sanno” che i merovingi hanno fondato Parigi.
No: la città era un villaggio gallico fondato con il nome di Lutetia
Parisiorum dalla tribù di quelli che in latino suonavano celti parisii;
un nome che fa probabilmente riferimento a Lug, il dio celtico del
sole. Per Olson e la Miesel, nessun parigino colto avrebbe mai commesso
l’errore. Ma certo nemmeno un lettore delle avventure di Asterix,
tradotto pure nella lingua di Brown. Ora, se fosse un romanzo
storico, Il Codice Da Vinci andrebbe criticato sul piano di Sir Walter
Scott e di Alessandro Manzoni. Non essendolo, va trattato come
fantascienza; ma come fantasy è bruttino, più simile alla
serializzazione delle abbazie cum delicto di Ellis Peters (1913-1995)
che a Umberto Eco. Letterariamente, poi, un passo come: «Da allora
aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropolitane, campi di
squash» stronca anche i più volenterosi. Marco Respinti
16 ottobre 2004 Dice Brown... •
Sarebbero 5 milioni le streghe bruciate in tre secoli di Medioevo
cattolico. Olson e la Miesel indicano invece una cifra fra le 30 e le
50mila unità, ma lungo quattro secoli, e fra 1400 e 1800 (Modernità e
protestanti compresi, insomma). Il witch-hunting come antifemminismo?
Almeno il 20% dei sospetti erano uomini. • Il “codice Da
Vinci” è il messaggio cifrato circa il lignaggio maddaleniano lasciato
da Leonardo nelle proprie opere. La professoressa Judith Veronica
Field, docente all’Università di Londra e presidentessa della Leonardo
Da Vinci Society, ha definito l’idea «assurda» (così al giornalista
Gary Stern che il 2 novembre 2003 ha pubblicato su The Journal News di
Westchester, nello Stato di New York, l’articolo Expert Dismiss
Theories in Popular Book). L’unica pezza d’appoggio è La rivelazione
dei templari di Lynn Pickett e Clive Prince (trad. it. Sperling &
Kupfer, Milano 2004), l’ennesimo libro su Rennes le Châteaux, la “vita
misteriosa” di Cristo, etc. • Sarebbero state le suore della
Confraternita dell’Immacolata Concezione a commissionare a Leonardo La
Vergine delle rocce. Il sodalizio voleva infatti «un quadro da esporre
al di sopra dell’altare, in una loro chiesa milanese, come parte
centrale di un trittico. Le monache avevano fornito a Leonardo le
dimensioni e il tema del quadro: la Vergine Maria, Giovanni il Battista
bambino, Uriel e il Bambin Gesù che si riparavano in una caverna. Anche
se Leonardo fece come gli era stato richiesto, quando consegnò il
lavoro le monache rimasero inorridite. Aveva riempito il quadro di
particolari poco ortodossi se non allarmanti». Così Il Codice Da Vinci.
Ma la Confraternita era un ordine solo maschile. Per di più, Leonardo
non seguì affatto le direttive: il contratto originale parlava di una
raffigurazione del Padre che sovrastasse l’intera scena, con due
profeti a comporre le ali del trittico. • «Tutte le
descrizioni di opere d’arte e architettoniche, di documenti e rituali
segreti contenute in questo romanzo rispecchiano la realtà»: così la
famosa pagina d’Informazioni storiche del libro, oramai in italiano
priva di titolo. Brown sostiene pure di aver frequentato una scuola
d’arte in Spagna e sua moglie è una storica d’arte. Ma nel romanzo le
misure de La Vergine delle rocce sono sbagliate, benché siano
disponibili sul sito Internet del Museo del Louvre dov’è conservata una
delle due versioni del quadro (l’altra è alla National Gallery di
Londra). Assurda è poi la scena del libro in cui Sophie rimuove
facilmente il quadro dal muro a cui esso è affisso e questo si piega...
10 settembre 2005 Ma chi si crede Cyrano è un problema tutto suo Ho
letto frettolosamente Angeli e Demoni. Ho solo sfogliato Il codice da
Vinci. Lo ammetto con un leggero senso di colpa. Di fatto, sono stato
escluso dalle discussioni sull’esoterismo che si ripetono ossessive
ormai da due anni. Una vera pecca a cui – prometto – rimedierò al più
presto, magari leggendo l’opera omnia di Dan Brown e dei suoi esegeti,
ormai a centinaia, che hanno sfibrato anche l’ultimo dei nodi
interpretativi rimasti. Questa mancanza è davvero grave per uno come me
che si è formato sui libri di Peter Kolosimo pensando fosse russo, è
diventato grande col saggio di Antonio Ribeira Per ora ci spiano, ma
domani?, che ha passato ore con le videocassette “Ufo le prove”, che ha
distrutto carriere scientifiche citando il libro-scoop di Bill Kaysing
Non siamo mai andati sulla Luna, che si è perfino iscritto a The Flat
Earth Society. Davanti a tutto ciò, l’esoterismo di Dan Brown mi
pareva poca cosa. Da decenni, prima che arrivassero i confortanti
Voyager televisivi leggevo libri sul Santo Graal, sui Rosacroce, le
cospirazioni millenaristiche, le piramidi, i graffiti camuni, i disegni
di Nazca, il finto secondo viaggio di Cristoforo Colombo. Nella
maggioranza dei casi questi volumi sapidi avevano le sembianze di
grandi inchieste giornalistiche o di pensosi saggi storici. Ma
venivano pubblicati da case editrici di seconda fila: le copertine
cheap, le impaginazioni approssimative, le foto sbiadite svelavano
subito il retroscena di fiction che adombrava la verità scientifica.
Nonostante la fede in queste fanzine non mi aspettavo alieni in casa,
viaggiavo fidandomi della sfericità del nostro pianeta, frequentavo le
chiese convinto della storicità del cristianesimo. Poi è
venuto Dan Brown. Molti seri studiosi, compreso Massimo Introvigne,
esperto in cultura popolare e nuove religiosità, lo hanno affrontato
con piglio scientifico cercando di smontare il castello di carte su cui
ha costruito il proprio successo mondiale. Si sostiene infatti che il
furbo scrittore americano sia riuscito a convincere milioni di lettori
che le sue deliranti ipotesi sul cristianesimo sono vere. E che, sotto
le spoglie del thriller, accrediti una vulgata storica completamente
sballata. Ci si lamenta che Dan Brown abbia costruito un romanzo
storico usando fonti sbagliate (cosa che nel romanzo storico non si
dovrebbe fare) e ci si preoccupa che poi qualcuno creda realmente a
questo ammasso di fandonie. Per carità, nulla di male a voler
smontare in chiave scientifica le leggende popolari (compresa quella
della moglie di Cristo) e i facili esoterismi, ma forse si finisce per
sopravvalutare il nemico. Dan Brown fa il suo mestiere: quanto più
riesce a far credere ai lettori che le sue ipotesi sono vere (perfino
mistificando) tanto più venderà copie. Copie di quello che in copertina
porta la dicitura “romanzo”, nonostante all’interno si faccia di tutto
per innalzarlo a storia della religione. Proprio la dicitura “romanzo”
(un po’ come quando si entra in una sala cinematografica, o a teatro)
induce a sospendere l’apparato critico e propendere alla credulità. Se
poi qualcuno chiudendo il libro, uscendo dal cinema o da teatro,
continua a credere nel dio supremo femminino, si crede Han Solo o
Cyrano da Bergerac, be’ francamente sono affari suoi, non c’è
controsaggio scientifico che possa riportarlo alla ragione. Angelo Crespi
10 settembre 2005 I complotti di Dan Brown. E le sole Il Codice Da Vinci, Angeli e Demoni e i segreti di Pulcinella. Quando la pop culture si fa strumento di disaffezione alla realtà e forse forse di anticattolicesimo militante. Ecco cosa ne dice il super-esperto Massimo Introvigne nel freschissimo Gli Illuminati e il Priorato di Sion (Piemme) Sì,
certo. Dan Brown è un romanziere, null’altro che un romanziere. Più di
tanto non gli si può chiedere né imputare. Eppure il primo a giocare
sull’ambiguo è proprio lui, l’autore di quei due fortunatissimi (sul
piano commerciale) thriller che alzi la mano chi non ne conosce almeno
i titoli, Il Codice Da Vinci e Angeli e Demoni. Gioca sull’ambiguo, Dan
Brown, perché, canonicamente, situa i propri libri in un limbo che
sovrappone il giallo fantastico e la storia autentica, e che quindi
mescola, con molta arte e altrettanto mestiere, vero e falso, documenti
e invenzioni. Sulle tracce dello scrittore statunitense (cioè sulla
pista di questo suo disinvolto muoversi tra creduloneria e
mistificazione consapevole) è sguinzagliato da tempo Massimo
Introvigne, esperto di nuova religiosità noto in tutto il mondo,
fondatore e direttore del Centro Studi sulle Nuove Religioni e spesso
pure – per default dei suoi acribici studi scientifici – detective
dell’impossibile e indagatore dell’incubo che però, rispetto a un
Martin Mystère o a un Dylan Dog, crede soprattutto nella realtà dei
dati di fatto. Lo dimostra bene il suo ultimo libro, Gli Illuminati e
il Priorato di Sion. La verità sulle due società segrete del “Codice Da
Vinci” e di “Angeli e demoni” (Piemme, Casale Monferrato [Alessandria],
pp. 214 E12,90), ciliegina sulla torta e compendio definitivo del suo
impegno a grattare oltre la superficie di certo “macrocomplottismo” da
operetta (il “macrocomplottismo” essendo la teoria che vorrebbe
spiegare tutto e ogni cosa con una colossale trama di dimensioni
cosmiche) onde restituire al pubblico la verità storica su queste due
oramai famosissime conventicole. Il libro parte dagl’Illuminati perché storicamente più antichi del Priorato, e così quindi facciamo anche noi.
Gli Illuminati di Baviera – ricostruisce il libro d’Introvigne, che «si
occupa [...] di veri microcomplotti, impropriamente scambiati per
macrocomplotti» – «rappresentano un classico, “onesto” microcomplotto,
inteso a sovvertire il trono e l’altare in una zona limitata della
Germania». In scena Adam Weishaupt
È infatti esistito sì un gruppo che nella Germania meridionale
cattolica del Settecento – nel contesto di una generale temperie
culturale che si dimenava tra illuminismo e illuminatismo (cioè tra
“corrente fredda” razionalista dei Lumi, ma anche della stessa
massoneria, e “corrente calda” esoterico-occultista) – si diede il nome
d’Illuminati e a cui però il “di Baviera” fu aggiunto solo più tardi a
distinguere quel gruppo dal clima generale del secolo. Come osserva
Introvigne, però, «non si tratta di un’organizzazione misteriosa» come
invece appare in Dan Brown. Di essa si conosce infatti praticamente
tutto sin dal 1914, quando René Le Forestier (1868-1951), poi docente
di germanistica e storico della massoneria, pubblica a Parigi da
Hachette una tesi di dottorato, sostenuta nello stesso anno, con il
titolo Les Illuminés de Bavière et la franc-maçonnerie allemande (il
testo è stato ristampato a Ginevra da Slatkine nel 1974 e pure in
Italia, a Milano, nel 2001, e comunque in lingua francese, da Archè).
Tutto fa capo ad Adam Weishaupt (poi “Spartacus”, 1748-1830), brillante
giurista dalla carriera fulminante che fonda l’Ordine il 1° maggio 1776
all’Università d’Ingolstadt, da un lato offrendo agli adepti rituali
esoterici, dall’altra accarezzando l’idea di rovesciare il regime
monarchico, cattolico e piuttosto conservatore, del Regno di Baviera
per sostituirlo con una repubblica di tipo illuministico.
Dapprima Weishaupt è critico verso la massoneria, proponendosi di
fondare un ordine autonomo con rituali diversi. Tuttavia, i suoi primi
rituali non attraggono un numero sufficiente di seguaci e così nel
febbraio 1777 Weishaupt si fa iniziare come massone in una loggia di
Monaco di Baviera. Nel 1780 un personaggio già noto nella
massoneria tedesca, il barone Adolf Franz Friedrich Ludwig von Knigge
(1752-1796), aderisce agl’Illuminati e fra gennaio 1781 e gennaio 1782
ne rielabora i rituali in una forma più propriamente massonica. Ma, se
è vero che questi rituali sono di tipo massonico e che molti
degl’Illuminati sono massoni, non è comunque possibile affermare che
l’Ordine sia “una branca” della massoneria, trattandosi piuttosto di un
sodalizio indipendente. I nuovi rituali di Von Knigge attirano
parecchi membri e gl’Illuminati iniziano, in tutta la propria storia,
un totale di circa 2.500 persone in Baviera e in numerosi altri Stati
europei, un numero peraltro non piccolo per gli ordini iniziatici in
generale. In un altro senso, però – puntualizza raffinatamente
Introvigne –, gl’Illuminati falliscono giacché non riescono a
realizzare il proprio progetto politico. Tra il 1784 e il 1787 la
polizia bavarese s’impadronisce infatti di parecchi documenti
compromettenti che provano come quello degl’Illuminati sia in effetti
un complotto, ma di quelli eminentemente politici, locali e
localizzati, e miranti a uno scopo ben definito, ossia tecnicamente
quello che gli studiosi chiamano un “microcomplotto”: una congiura che
vorrebbe rovesciare un governo legittimo. Alcuni membri sono
arrestati, ma se la cavano con qualche mese di prigione o con forti
multe. Weishaupt fugge dalla Baviera e conduce un’esistenza piuttosto
pacifica in altri Stati della Germania fino alla morte nel 1830.
Gl’Illuminati sopravvivono quindi solo qualche anno fuori della Baviera
grazie a uno dei loro dirigenti, Johann Joachim Christoph Bode
(1730-1793), ma nel 1790 cessano ogni attività. Il XX secolo vedrà
poi il “rifiorire” del mito degl’Illuminati grazie a personaggi e ad
ambienti esoterico-occultisti che però millantano ascendenze nei
“bavaresi” vere quanto lo erano in precedenza state le affermazioni di
Weishaupt secondo cui il suo Ordine nacque nella notte dei tempi, salvo
poi un dì del 1781 – dopo una prolungata commedia degli equivoci in cui
i due giocavano a chi ammiccava al segreto più antico senza però
rivelarlo mai all’altro – confessare più o meno candidamente a Von
Knigge di averlo turlupinato rivelandogli finalmente l’unico vero
segreto: che gl’Illuminati erano cioè vecchi di soli cinque anni. Al
che però Von Knigge non si adirò, ma colse la palla al balzo per
riciclare la sola a terzi, lanciando quella riforma interna della
massoneria che agognava (il barone come molti altri in quegli anni) da
tempo. Tocca a Pierre Plantard
Né più autentica è l’“antichità” del Priorato di Sion, custode nei
secoli, secondo le affermazioni del suo vate, Pierre Plantard
(1920-2000), della verità sul primato del principio femminile
conculcato dalla Chiesa cattolica, su Gesù che non era Dio, su
Maddalena che era sua moglie, sul Santo Graal che era in verità il sang
réal della discendenza sorta dall’unione fra i due, sui merovingi che
la incarnavano e che però sono stati privati del potere sul mondo.
Ovvio, nello scenario Plantard è l’ultimo custode dei segreti e dello
scettro del Priorato, ma solo perché il Priorato è una sua creazione.
Plantard lo fondò infatti il 7 maggio 1956 ad Annemasse, in Alta
Savoia, con statuti regolarmente depositati presso la Sotto-Prefettura
di Saint-Julien-en-Genevois con il nome completo di Priorato di Sion -
C.I.R.C.U.I.T. (Cavalleria di Istituzione e Regola Cattolica e di
Unione Indipendente Tradizionalista). La data del 1099 fornita da Dan
Brown ne Il Codice Da Vinci è quindi fantasia. Gli statuti
all’articolo 3 danno anche conto delle origini del nome: non da
Gerusalemme ma dal Monte Sion, una montagnola presso Annemasse, dove
s’intende realizzare «un PRIORATO che servirà da centro di studio,
meditazione, riposo e preghiere» per uno dei tanti ordini esoterici che
proliferavano in Francia all’epoca. Del resto, il Priorato riprendeva
lo schema di altre organizzazioni che Plantard aveva fondato fin da
quando aveva 17 anni nel 1937 con il nome rispettivamente di Union
Française, Rénovation Nationale Française e Alpha Galates. Con queste
organizzazioni il Priorato aveva in comune interessi politici
(monarchici: Plantard era partito da un interesse per l’Action
Française, ancorché ad Annemasse si occupasse soprattutto di sostenere
un progetto di realizzazione di case popolari) e il fatto di non avere
mai superato la dozzina di membri. Comunque, il Priorato ad Annemasse
esiste ancora oggi come minuscola organizzazione nel variegato panorama
degli ordini iniziatici francesi. Plantard aveva del resto la
fissa da un lato della falsificazione di documenti, dall’altro del
complotto giudeo-massonico volto a sconvolgere il pianeta. Affondava
infatti le proprie origini culturali nel collaborazionismo francese con
i nazionalsocialisti e però un giorno, dopo che nessuno a Vichy e
dintorni gli aveva dato retta, si ritrovò a cercare di salvare pure
Charles de Gaulle dai “cattivi”. Il tutto s’intreccia quindi con la
leggenda del paesello pirenaico di Rennes-le-Château, che si dice sede
di un favoloso tesoro “templare” (o forse pure “cataro”), ma che tutti
– addetti ai lavori e non, iniziati, esoteristi e semplici curiosi
compresi – sanno per certo essere un falso. Ora, la vicenda del paesino
è di fatto quella de Il Codice Da Vinci (che prende ad ampie mani da
essa, ma che si guarda bene dal citarla), popolarissima sin da quando
se ne impadronirono prima la BBC (che, sul tema, fra 1972 e 1979
trasmise tre documentari pensati per il grande pubblico), quindi tre
scrittori inglesi, Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln,
autori nel 1982 de Il santo Graal e nel 1986 di L’eredità messianica
(in Italia editi il primo da Mondadori, il secondo da Tropea). I quali
scrittori sono pure però stati a un certo punto costretti anche a una
“de-plantardizzazione” di quel mito di cartapesta, visto che l’ombra di
faccendiere e di falsario del fondatore del Priorato rischiava di
screditare l’intera, lucrosa, storia. Il Priorato, insomma, è ancora meno oscuro degl’Illuminati e vanta segreti oramai disponibili pure su Internet. Lingue biforcute e Next Age
Una serie di bufale, insomma, nuove solo per chi non frequenta la ricca
bibliografia complottista – «la fola del Grande Complotto», la chiama
Introvigne, sia esso «illuminato, merovingio o extraterrestre» – e però
attendibilissime per chi vede in esse sicure conferme. La vicenda
che inizia con gl’Illuminati di Baviera e con il Priorato di Sion ha
infatti negli anni conosciuto ramificazioni pirotecniche e sinceramente
inquietanti, parallele alla crisi che da tempo attanaglia il movimento
del “New Age”. Sorto per annunciare l’imminente “età acquariana”
della pace definitiva, il “New Age” ha tollerato lunghe attese, ma da
un po’ si è reso conto che qualcosa non va. Così, un po’ come quei tali
che promettono la fine del mondo per il giorno x e l’ora y, ma che in
realtà continuano a rimandare l’appuntamento, ha cavato dal cilindro
non un coniglio, ma un capro espiatorio: la congiura, per ora
vittoriosa, dei Rettiliani, una odiosa, odiata e terribile stirpe di
alieni dalle fattezze di serpente, che proviene dal pianeta Alpha
Draconis e che nella preistoria discese sulla nostra amata Terra per
soggiogarla. Si celano oggi sotto le mentite spoglie di “muta-forma” –
sembianze umane, ma sangue freddo – e si annidano in un po’ tutti i
centri “di controllo” e “di potere” del pianeta: dalla stirpe reale dei
Windsor britannici alla famiglia Bush, passando – il va sans dire – per
i conservatori USA, con tanto d’idea che l’Undici Settembre sia una
invenzione di CIA e affini. È questa la “dottrina segreta” che
circola in alcuni ambienti del post-”New Age,” quello che in Italia ha
nome “Next Age”, ma che negli Stati Uniti si chiama «movimento
dell’Ascensione» (l’espressione diventa ambigua se tradotta in
italiano, giacché subito risuona cattolicheggiante), in particolare
nella versione proposta dallo scrittore inglese David Icke in saggi
quali Il segreto più nascosto. Il libro che può cambiare il mondo, del
1999, Figli di Matrix. Da migliaia di anni una razza proveniente da
un’altra dimensione tiene soggiogata l'umanità... agendo sotto i nostri
occhi, del 1991, e Alice nel paese delle meraviglie e il disastro delle
Torri Gemelle. Ecco perché la versione ufficiale dei fatti dell’11
settembre è una menzogna colossale, del 2002 (tutti tradotti dalla
Macro Edizioni di Diegaro di Cesena [Forlì] rispettivamente nel 2001,
2002 e 2003). Non solo sociopatologie
Considerato dal sociologo Michael Barkun il più influente autore
“complottista” di oggi, Icke è uno al cui confronto Dan Brown fa la
figura del ragazzo di provincia. Per Icke è tutta colpa degli alieni –
storia maddaleniana del sang réal compresa – con tanto di sacrifici
umani e migliaia di copie vendute. Sì, evidentemente siamo alla
patologia, ma il successo crescente di questa letteratura (nei suoi
vari gradi d’“iniziazione” al “segreto dei segreti”, dal prosaico Dan
Brown al tremendo David Icke) suggerisce anche altre dinamiche, serie e
quindi inquietanti, che è impossibile ridurre a mera follia e dunque
rinchiudere sbrigativamente nel braccio che ospita psicotici,
sociopatici e svitati. Altrimenti non avrebbe davvero insegnato
alcunché un film come Ipotesi di complotto (Conspiracy Theory, USA
1997, di Richard Donner con Mel Gibson e Julia Roberts). La verità
vera, infatti (come si può, se si vuole, ricavare da quella pellicola),
non è che chi intuisce e indaga il Grande Complotto viene bloccato dai
congiurati i quali agli occhi del mondo lo derubricano a uno spostato
onde tramare indisturbati: ma che togliersi dai piedi i fanatici
liquidandoli come malati vuol dire scegliere di non scrutare certi
segni dei tempi assai rivelatori sul piano sociale e religioso.
Perché in realtà, fra i mille inventati e inesistenti che vengono
descritti nei libri, qualche complotto autentico esiste e resiste, anzi
si allarga. Ne scrive lucidamente Introvigne nel capitolo conclusivo
del suo libro. Il primo è quello «contro la religione in genere e
la Chiesa cattolica in particolare», oggi praticato attraverso un
esercito di prodotti da cultura popolare. Tuttavia, prosegue lo
studioso italiano «il lettore potrebbe ancora chiedersi – ponendo una
domanda di grande rilievo sociologico – come è possibile che un
topolino abbia partorito una montagna», cioè «come vicende in fondo
così banali, riconducibili a rivoluzionari dilettanti o a cialtroni da
quattro soldi, abbiano generato una letteratura che [...] ha fatto la
sua strada “carsica” e ha influenzato un numero più grande di persone
di quanto si potesse pensare, fino a raggiungere i venti milioni di
lettori dei due romanzi di Dan Brown». Proseguendo: «In
questo libro abbiamo descritto un’offerta di teorie complottiste della
storia, assurde e mistificanti. Ma l’offerta di beni simbolici non
diventa fenomeno culturale diffuso se non quando incontra una domanda.
Il quesito, allora, è perché l’offerta di teorie del complotto oggi
sembra avere più successo di ieri. Dov’è la domanda? Da un primo punto
di vista, la questione è posta male: in una certa misura, dopo la sua
prima affermazione “di massa” in quello strano secolo di illuministi e
illuminati che è il Settecento, il “paradigma esoterico” non ha mai
smesso di abitare in Occidente. Se si scaccia la religione [...] il
puro razionalismo dei Lumi non è sufficiente a convincere le menti e
scaldare i cuori. La domanda di sacro, negata dalla critica illuminista
del cristianesimo, si sfoga nelle forme di un irrazionalismo magico,
esoterico e – appunto – complottista». Riprendendo studi specifici
condotti dal suo stretto collaboratore PierLuigi Zoccatelli, Introvigne
nota cioè qui che, «quando si tratta delle relazioni umane con il
trascendente», l’alternativa alla religione non è la magia, «ma un più
ampio “paradigma esoterico”, che ricomprende la magia ma non è da
questa esaurito». Insomma, nonostante tutti gli sforzi della
Modernità, l’uomo continua a sentire il bisogno di Dio e della
religione. Ma, appunto dopo gli sforzi in senso contrario condotti
dalla Modernità, questo bisogno insopprimibile di credere si avvia
lungo percorsi strani, bizzarri. «Nell’Occidente
contemporaneo», annota Introvigne, «in genere la maggioranza delle
persone (oltre l’ottanta per cento nell’Unione Europea, oltre il
novanta per cento negli Stati Uniti) si dice ancora religiosa, anzi
l’ateismo e l’agnosticismo sono in calo dopo il crollo delle ideologie
che ne fondavano le giustificazioni teoriche. Tuttavia, la maggioranza
di queste persone “religiose” non è in contatto regolare con nessuna
Chiesa o istituzione: né con le “vecchie” né con le “nuove religioni”».
Così, la «religione di maggioranza in Occidente non è più il
cristianesimo: il fenomeno dominante diventa, secondo la fortunata
formula della sociologa Grace Davie, il believing without belonging, il
“credere senza appartenere”. [...] Detto in termini più brutali, dal
momento che «appartenere» costa, una maggioranza disimpegnata che
”crede senza appartenere” delega a una minoranza impegnata il compito
di «appartenere» e di andare in chiesa. Ma alla maggioranza rimane un
certo senso di colpa». È qui che entrano in scena i surrogati, da
Dan Brown a David Icke, i quali «danno al vasto e ormai maggioritario
mondo del believing without belonging sia qualche ragione per credere,
sia molte ragioni per non appartenere» Certo, chiude Introvigne,
non saranno questi che egli definisce degli “untorelli” a demolire il
cattolicesimo, giacché la Chiesa è sopravvissuta a ben altre prove.
Eppure il tutto si fa pericoloso quando dietro questo ultimo “complotto
accettabile” s’intravede quell’affondo, di natura filosofica, che si
regge sull’insinuazione del dubbio sistematico su ogni aspetto del
reale, un reale che per il “paradigma esoterico” non è mai come appare.
È qui che si annidano, una volta distrutta la ragione che si applica
alla realtà, i fideismi più assurdi, disposti a non credere più
nell’Incarnazione ma nel sang réal e nei Rettiliani sì. E il “paradigma
esoterico” è più diffuso di quanto sembri. Marco Respinti
10 settembre 2005 Può un romanzo poco plausibile aver successo e risultare “storico”? Sì, se viviamo in tempi evasivi Per
chi scrivono gli scrittori, per se stessi o per i lettori? E che regole
devono seguire, quella dell’ispirazione sfrenata o quella del
plausibile, del verosimile? Verrebbe istintivamente da rispondere
che tutto vale purché il romanzo “tenga”. Diceva Jacques Maritain che
scopo artistico del romanzo è «riempire il suo spazio», ovvero
mantenere le promesse fatte al lettore. Se scrivessi un romanzo di
fantascienza dove alcuni uomini leggono la mente altrui, quella
premessa sarebbe anche la mia promessa. E se invece annuncio un romanzo
ambientato nella Seconda guerra mondiale, sono tenuto a dar conto
correttamente di quel conflitto storico, attenendomi alla storiografia
prima di prendermi, semmai, qualche licenza letteraria consapevole. Che
è cosa ben diversa dallo strafalcione di chi ignora i fatti. Ci
sono altre regole, in narrativa, cui l’autore è tenuto per coerenza a
sottoporsi. Se adotta “il punto di vista di Dio”, cioè quello di un
narratore onnisciente, gli è consentito, prevedere, anticipare,
giustificare ciò che fanno tutti i personaggi. Ma se invece scrive in
prima persona, perché s’immedesima in un solo personaggio e fa in modo
che il racconto coincida con il suo cammino soggettivo verso la
consapevolezza, non gli è consentito mettersi nella testa di altri
personaggi e leggerne a piacer suo i pensieri. Sono regole tecniche, ma
anche “doveri morali” che uno scrittore deve conoscere e praticare.
Alla credibilità del racconto risponde la credulità del lettore, che
volontariamente sta al gioco dell’autore in un rapporto di fiducia
reciproca. Se l’autore la tradisce, il lettore chiude il libro. A
dimostrazione del fatto che però le belle teorie devono fare i conti
con la realtà, il bestsellerista Dan Brown è diventato famoso
infischiandosene sia della realtà storica sia della plausibilità
narrativa. Alle belle teorie egli probabilmente risponderebbe che
finché il pubblico gli dà ragione, nessuno può contestarlo. Non certo i
suoi editori, che anzi hanno lanciato vigorosamente Angeli e demoni
(Mondadori, Milano 2004, pp.562, e18,60) sulla scia di Il codice da
Vinci. Scritto prima del best seller, Angeli e demoni non aveva avuto
alcun successo. Ora, contando sulla benevolenza acquisita, è stato
facile passar sopra alle pecche vistose del romanzo. Che non
ha fatto impazzire i lettori, ancorché non siano mancati gli
entusiasti. I giudizi tendono a distinguere il piano storico da quello
fantastico: «Inverosimile sì, ma non è mica un trattato che vuole
smentire scienza o chiesa, è un romanzo», scrive qualcuno in un forum
sull’internet. Parola ricorrente, giustificatoria, è “evasione”.
Competenza storica? Sembra riducibile a un rapido giro turistico per la
capitale. La verve narrativa esagera in descrizioni, specie quando il
protagonista Langdon (lo stesso del Codice da Vinci), un topo di
biblioteca coinvolto in un complotto pazzesco che minaccia l’esistenza
del Vaticano (frattanto impegnato in conclave, dopo che il papa è morto
chissà se di morte naturale), si rivela capace di prodezze che nemmeno
James Bond. Le famose realtà raffigurate, il Cern e il Vaticano, per
dirne due, sono così deformate, e in particolari così banali, da far
chiedere perché Brown non si sia preso la briga di sfogliare un
dizionario enciclopedico. Camerlenghi e ciclotroni sarebbero risultati
più consistenti. Ancora una volta, conta che l’autore abbia
scritto, l’editore pubblicato, i lettori acclamato. Però proprio da
lettori, a questo punto, facciamo due considerazioni. La prima,
narrativa: Angeli e demoni è grottesco nei personaggi e nelle
situazioni. Robert Langdon è una macchietta invulnerabile che fa
perdere la pazienza dopo due capitoli. La seconda: se “evasione”
significa fare a meno della realtà, non si può poi definire “romanzo
storico” l’invenzione che ne risulta, né “fatti storici” le sue
fantasticherie. Il fatto che a molta gente ciò non sembri importare
dovrebbe indurre qualche preoccupazione sul conto di una società il cui
“immaginario collettivo” è sempre più virtuale e che volentieri fa
coincidere l’evasione con la fuga. Giuseppe Romano
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