UNA MODESTA PROPOSTA. CON SFIDA Dal "Dom" del 20 maggio 2006, Abolire il liberalismo, di Marco Respinti; Bellissimo “Laici” di Massimo Teodori. Se non ci fosse, bisognerebbe scriverlo, di Marco Respinti Dal "Dom" del 3 giugno 2006, Il fallimento della “religione civile laica” e la necessità di “riparare” il liberalismo, di Raimondo Cubeddu Dal "Dom" del 10 giugno 2006, Background comune cercasi, di Antonio Donno Dal "Dom" del 10 dicembre 2005, Tocqueville? Macché liberale..., di Marco Respinti; Tocqueville, religione e democrazia, di Francesco Borgonovo Abolire il liberalismo Provocazione,
ovvio. Ma di Friedrich A. von Hayek, non nostra. Il fatto è che in un
mondo dove tutto è liberale, nulla è liberale. Decisivo allora separare
il grano dal loglio (come ripete Marcello Pera). Cosa che riesuma
un’idea fissa del “Dom”, il “fusionismo”
Le qualificazioni distinguono; ma se tutto distingue, nulla più
qualifica. Prendi il “liberalismo”, per esempio. Se tutti sono
“liberali” (come sembra di arguire dagli attuali scenari
politico-culturali italiani), finisce che nessuno lo è davvero. Come
potrebbe infatti esserlo Caio che dice cuori tanto quanto Tizio che
dice picche? Indi per cui, con buona dose di consapevole follia, ci
punge vaghezza di dire qui che, forse forse, è meglio eliminarla del
tutto questa parola che non sa più di alcunché. In questo ci confortano autorevoli padri. Il “liberalismo” fa problemi sin dalla definizione: «difficile», dice il Dizionario di politica
UTET diretto da Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino
alla voce Liberalismo compilata dallo stesso Matteucci. Addirittura
irta di «particolari difficoltà». Anzi, persino «pericolosa», con una
«storia guazzabuglio» in cui «abbiamo tanti liberali fra loro diversi,
ma non il Liberalismo» e questi che, «ieri come oggi», «hanno occupato
negli schieramenti parlamentari posizioni assai diverse: conservatrici,
centriste, moderate, progressiste». Per di più, «ancor oggi la parola
liberale ha significati diversi a seconda delle diverse nazioni». Una
cosa di non poco conto. Stante infatti che il linguaggio serve
a comunicare – cioè a traslare da un contesto a un altro la permanenza
di una sostanza, decifrando e tramandando –, un vocabolo afasico è un
vocabolo inutile. Dite cioè a un americano che siete liberal per
significare che v’ispirate a Ludwig von Mises, e quello vi toglierà il
saluto per sempre. Per di più “liberale” è ambiguo come lo è
“laico”, oggi gettonato secondo termine di un’(ab)usata endiadi. In
origine, latina, significa infatti “generoso”, “munifico”. Ora,
questo importerebbe poco se non fosse però che per tutto il Settecento
e porzioni significative dell’Ottocento inglese, britannico e
nordamericano (quella, cioè, che s’indica come la koinè eziologica del
“liberalismo”) il termine avesse mantenuto solo quel significato
prepolitico. L’origine della specie
Contenuto coscientemente politico, il termine “liberale” lo assume solo
con Napoleone, il quale riformula l’intera eredità
illuministico-giacobina del Settecento francese che a propria volta
aveva con il tempo metabolizzato e per tempo rilanciato le lezioni
semiclandestine di ciò che, prima, in Gran Bretagna, era definito
free-thinking e che in Francia aveva cominciato a farsi adulto come
libertinisme. Il “grande còrso” lo usò nel Proclama del 18 Brumaio
dell’anno VIII della repubblica francese, ovvero il “programma”
politico con cui il 9 novembre 1799 attuò il colpo di Stato che lo
impose primo console fino a quando, il 18 maggio 1804, si creò
“Imperatore dei francesi”. Va detto, a lato, che questo è il periodo
d’incubazione dell’idéologie, espressione con cui s’intese una “scienza
delle idee” funzionale al potere politico e capace di rieducare la
nazione alla verità di Stato onde fabbricare e mantenere il consenso
popolare. Il termine “liberale” fu poi definitivamente consacrato
quando venne adoperato nelle Cortes (il parlamento) di Cadice, in
Spagna, del 1812, a designare il partito culturalmente filofrancese.
Nacque, cioè, “francese”, il “liberalismo” politico, pescando a piene
mani nei contenuti ideologici della rivoluzione dell’Ottantanove e solo
a posteriori, in virtù di una improvvida e mal calcolata analogia, fu
applicato alla tradizione culturale anglosassone dove “liberale” valeva
“munifico”. Da qui fu poi nobiltà e miseria. In un aureo
saggetto tradotto sul “Dom” del 29 maggio 2004 con il titolo Liberali,
“liberal” e “libertarian”: tutta la storia di un’idea prettamente
occidentale, il grande liberale (?) austriaco (e asburgico) Erik von
Kühnelt-Leddihn distingue infatti almeno quattro diversi liberalismi,
l’un contro l’altro armati. Nel secolo XX – ricorda Matteucci – si
sono profusi grandi sforzi per la riconciliazione, anzitutto nel 1924 a
Ginevra con “L’Entente internationale des partis radicaux et des partis
democratiques similaires”, poi creando, a Oxford, nel 1947,
l’Internazionale liberale. Ma sono rimasti dei nulla di fatto. Nel
primo simposio è evidente l’ambiguità irrisolta (partis radicaux,
partis similaires); nel secondo la debolezza concettuale, schiavo com’è
del nominalismo marxista. Il monte verità
Eppure ben altro ha prodotto il mondo “liberale”. All’indomani del
disastro della Seconda guerra mondiale, cuore della tragedia del
Novecento, chiedendosi se si fosse oramai giunti al capolinea della
storia o se si potesse rifondare tutto bene e ancora meglio di prima,
interrogandosi sull’incapacità delle istituzioni di diritto a fermare
per tempo il totalitarismo ma senza buttare il bambino assieme
all’acqua calda, la crème dell’intellettualità “liberale” – non della
politica – creò la Mont Pelerin Society. La data fu il 1° aprile 1947,
il luogo una omonima località delle Alpi svizzere. Iniziò tutto con una
convention di dieci giorni, poi quel milieu si trasformò in un
direttorio permanente di quella cultura che era ed è convinta che al
“liberalismo” autentico non sia mai stata data una vera chance. Ossia
che tutto quanto si è in passato paludato di quel nome è spurio,
persino falso. C’erano tutti: Milton Friedman, Luigi Einaudi,
Walter Lippmann, Henry Hazlitt, Ludwig von Mises, Bertrand de Jouvenel,
Michael Polanyi, Karl R. Popper, Wilhelm Röpke, per non citare che i
più noti. Anfitrione fu Friedrich A. von Hayek, il campione
più famoso della “liberista” Scuola austriaca di economia, Premio Nobel
1974, che sul “liberalismo” ne avrebbe dette di belle. Nel discorso
inaugurale affermò: «Sono convinto che, se la frattura fra il vero
liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà
alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali». Von Hayek
spiegò così al variopinto mondo “liberale” il perché una sessione
dell’elvetico simposio fosse specificamente dedicata alla questione
liberali/cristiani. L’eco più consona sembra a questo punto il Discorso
ai rappresentanti del mondo della cultura, delle Chiese non cristiane e
agli studenti, pronunciato a Praga, il 21 aprile 1990, da Papa Giovanni
Paolo II: «se la memoria storica dell’Europa non si spingerà oltre gli
ideali dell’illuminismo, la sua nuova unità avrà fondamenti
superficiali e instabili». Perché? Perché la questione illuminista,
come visto, è alla base del “liberalismo” che dovrebbe fondare l’Europa
democratica. Ora, le parole pronunciate da Von Hayek nel 1947
aprono la relazione presentata da Marcello Pera al convegno
Liberalismo, cristianesimo e laicità (Fondazione Magna Carta, Roma, 11
dicembre 2004). Lì l’allora presidente “liberale” del Senato afferma di
averle ignorate finché, molto di recente, ne è stato folgorato come a
Damasco. In fila con ciò che nel libro Cattolici, pacifisti, teocon
(Mondadori, Milano 2006) Gaetano Quagliariello (presidente della
Fondazione Magna Carta e legittimo interprete del Pera-pensiero) dice
essere il nerbo della sfida culturale lanciata, fra laici e cattolici,
dall’ex seconda carica dello Stato italiano in dialogo con Papa
Benedetto XVI – «ricucire lo scisma provocato dalle conseguenze del
1789» – fa un bel botto. Il liberalismo statalista
È infatti Pera, in quella stessa relazione a convegno, a sostenere che
ciò che fa problema «è la nostra storia, il nostro passato» («nostra,
nostro» stanno per liberale); e che «per comprenderlo bisogna ritornare
alla classica distinzione di Von Hayek circa i due liberalismi, quello
“vero” anglosassone, e quello “falso”, continentale, che solo per
carità di ricostruzione storica e non senza ambiguità si può chiamare
ancora “liberalismo”». Di Von Hayek è chiarificatore peraltro
Perché non sono un conservatore (trad. it. Ideazione, Roma 1997),
celeberrimo poscritto del libro The Constitution of Liberty, del 1960,
da noi pubblicato come La società libera (Seam, Roma 1998). Temendo la
morta gora dello status quo, Von Hayek proclama di considerarsi un “old
whig” all’inglese, cultura che divenne “liberalismo” solo dopo essere
stata alterata – dice – dal razionalismo rozzo e militante della
rivoluzione francese. Ma il bello della faccenda è che l’“Old
Whiggism” – progresso conservativo e conservazione innovativa – non
esisterebbe se non fosse per l’angloirlandese Edmund Burke. Il quale,
primo critico della rivoluzione francese e fiero avversario
dell’illuminismo, è il padre riconosciuto sia del conservatorismo in
cui Von Hayek dice di non riconoscersi, sia di quel “liberalismo” che,
vonhayekianamente, ce l’ha con il costruttivismo
illuministico-giacobino e in cui si riconosce il popperiano Pera oggi,
preceduto ieri da Lord Emerich Edward Dalberg Acton. Acton,
appunto. Lo si usa dire un “cattolico-liberale”, ma fu – la differenza
è enorme – un eminente storico cattolico e liberale. Cioè liberale
perché cattolico (lo mostra a chiare lettere là dove descrive la storia
della libertà che in tratti salienti si sovrappone alla storia della
salvezza), cosa, questa, che riporta alla questione primaria: che cosa
è il “liberalismo”? Acton, un burkeano, è colui dal quale Von Hayek
apprende a definire san Tommaso d’Aquino il primo (old?) whig della
storia e uno che, guardando all’Italia unificata dal Risorgimento,
distingueva così: «La dottrina della libertà insiste sull’indipendenza
della Chiesa; la dottrina del liberalismo insiste sull’onnipotenza
dello Stato quale organo della volontà popolare» (nell’articolo Cavour,
pubblicato su The Rambler del luglio 1861). Visto cosa ne è stato del
“liberalismo”, oggi Acton – è questo l’autorevole pensiero di Robert A.
Sirico, che di Acton s’intende essendo il cofondatore e il direttore
dell’Acton Institute for the Study of Religion and Liberty – sarebbe un
conservatore, cioè un difensore della libertà ordinata. L’era dell’ircocervo Ed ecco allora la nostra proposta.
Anzitutto occorre tornare a separare lucidamente ciò che oggi è
confusamente unito, il liberalismo “vero”, anglosassone, da quello
“falso”, continentale. Il primo – con Von Hayek e, prima, Burke – è
quello che dà una lettura evolutiva (“liberalismo storicista” lo chiama
Quagliariello) della cultura e dello spirito, e che poggia sull’idea
dei limitati poteri della ragione umana, rispettando la tradizione su
cui si basano la conoscenza e le civiltà. L’altro è quello fondato sul
desiderio di rifare continuamente il mondo conformemente a uno schema
ideologico (pre)determinato. È Von Hayek che ricorda, a mo’ di
specimen, Voltaire: «Se volete buone leggi, bruciate quelle che avete e
datevene di nuove». Più o meno l’idea di Valerio Zanone in Il
liberalismo moderno (nel sesto volume della Storia delle idee
politiche, economiche e sociali, diretta da Luigi Firpo per la UTET):
una libertà staccata dalla verità e assunta come una religione, e una
ragione che, opponendosi alla metafisica, inaugura il relativismo.
Fatto questo, occorre poi abolire, e subito, il “liberalismo”. Utile
allo scopo è l’intellettuale Biagio De Giovanni, che su il Riformista
del 4 marzo spera nel prossimo avvento dell’ircocervo, le nozze tra
liberalismo e socialismo impossibili per Benedetto Croce, ma che invece
è oramai tempo di celebrare. De Giovanni lo dice almeno dal 1989.
“Spalla” di Achille Occhetto nella trasformazione del PCI nella “Cosa”
che generò il PDS, poi i DS e domani forse il Partito Democratico, al
tempo suggellò la necessità di sostituire, nell’immaginario militante
della Sinistra, il mito del 1917, la rivoluzione bolscevica, con
l’Ottantanove. Indietro per avanzare. L’endorsement politico di
Occhetto officiò l’esperimento: «Siamo voluti tornare alle fonti. Alle
fonti della modernità politica. Alla fonte comune che ha dato alimento
ideale, per due secoli, a tutti i movimenti democratici e di sinistra
in Occidente». La Sinistra postmarxista che occupa l’intero spazio del
liberalismo, richiamandosi coscientemente alle origini del
razional-relativismo che lo connota, l’Ottantanove. E gli
altri “liberali”, quelli della tradizione della libertà ordinata”?
Serve un altro nome. Un tempo ne fu usato uno, bruttino, che – a
partire dal “Dom” del 22 novembre 2003 – abbiamo riscoperto, il
“fusionismo”. Non solo l’alleanza strategica di quelli che hanno in
comune degli avversari per superare sbarramenti elettorali e lucrare
sdoganamenti culturali. Non certo un “partito unico”. Ma la cerca –
cito dall’introduzione di Piero Cantoni a Il tascabile dell’apologetica
cristiana di Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli (trad. it. Ares, Milano
2006), parole adattissime anche se di altro contesto – di «Che cosa
pensavamo quando eravamo ancora uniti? Prima di quel drammatico momento
in cui abbiamo imboccato sentieri diversi, le cui conseguenze rendono
ora tanto più difficilmente credibile il nostro annuncio?».
L’irruzione dei Marcello Pera, Giuliano Ferrara, Gaetano Quagliariello,
Oriana Fallaci, Eugenia Roccella, Giorgio Israel, senza scordare i
teocon e i libertarian USA e italiani, gli Alain Finkielkraut, e
nemmeno i Raimondo Cubeddu, i Marco Taradash, i Giovanni Orsina, lo
permette, anzi lo impone. Di là il liberalismo; di qua Von Hayek,
che – ricorda Matteucci nel Dizionario di politica – «ha proposto di
rinunciare all’uso di una parola così equivoca». Modesta proposta? Bella proposta. Noi raccogliamo firme. Marco Respinti
Bellissimo “Laici” di Massimo Teodori. Se non ci fosse, bisognerebbe scriverlo
È la “bibbia”
degl’impenitenti, la denuncia dell’imbroglio ordito dagli “atei devoti”
assieme ai preti per scippare il liberalismo. Un manuale per rosapugnoni
Invocando la definitiva saldatura tra liberalismo e socialismo
(l’assorbimento del primo nella cultura della Sinistra postmarxista),
Biagio De Giovanni su il Riformista scrive: «Alla fine, mi sono accorto
di avere scritto un pezzo dedicato alla Rosa nel Pugno». Verissimo.
La Rosa nel Pugno, che celebra l’unione di fatto tra radicalismo e
socialismo, veste infatti bene i panni di “avanguardia“ di quelle forze
postmarxiste a cui proprio De Giovanni lavora da anni affinché,
ricuperando l’intuizione progressistica iniziale di radice illuminista,
si facciano – parlo dell’ex PCI, a cui a suo tempo aveva già fatto un
bel predicozzo di egual tenore Altiero Spinelli – “partito
radicale di massa”. Sta oggi nella Rosa nel Pugno – nella tipologia
della sua proposta politico-culturale più che nella quantità dei numeri
parlamentari – il senso di un governo che salda assieme il grande
capitale economico-finanziario e il sindacalismo militante,
spalleggiati dalla grande stampa, con un’operazione non molto dissimile
da quella attuata a suo tempo dal “fascismo” di Franklin D. Roosevelt.
Vale a dire il tentativo (dirlo epocale parrà troppo, ma non vengono
altri aggettivi) di certificare in uno e un solo senso, e una volta per
tutte, il dirsi liberali, chiudendo così un cerchio apertosi un dì con
John Stuart Mill, vero padrino dell’ircocervo liberalsocialista.
Anzi, il dirsi laici e liberali, assieme, come rivendica per sé Massimo Teodori sin dalla prima riga di Laici. L’imbroglio italiano (Marsilio, Venezia 2006).
Ce l’ha, Teodori, con quelli che vengono definiti “atei devoti”, talora
pure nella variante teocon, colpevoli di un “neotradizionalismo” – dice
– vieto e oscurantista che snatura e stravolge il “liberalismo” da cui,
a torto o a ragione, e con diversi gradi di purezza, un po’ tutti
coloro provengono. Rei, insomma, di un’alleanza con bigotti e baciapile
per riportare al centro del discorrere politico questioni che – dice
Teodori – sono morte nei fremiti fin de siècle dell’Ottocento, sepolte
con il beneplacito del conte di Cavour.
Interessanti – in “appendice” al libro di Teodori – sono a questo punto
gl’interventi recensori di Edoardo Camurri e di Piero Ignazi sul
supplemento culturale de Il Sole-24 Ore del 30 aprile. È vero che non
si recensisce un libro usando delle recensioni; ma è pure vero che se
quelle, invece di marchette, sono elaborazioni, la discussione si
arricchisce. Un metodo, questo, adoperato peraltro dallo stesso
Teodori, che pratica quello strano sport di rispondere per iscritto ai
propri recensori (vedi il Foglio del 3 e del 13 maggio).
Fa insomma bene Camurri a notare che i numi tutelari richiamati
da Teodori nel proprio libro sono troppi, e contraddittori, per fare
della sua una posizione culturale teoreticamente fondata. E Ignazi
aiuta molto quando afferma, salutando tranchant il pensiero di Teodori,
che la base della democrazia liberale contemporanea è il laicismo.
Letto bene: il laicismo, non la laicità...
Ecco, dunque. Il volume di Teodori è un testo imprescindibile, che se
non ci fosse andrebbe scritto. Teodori, ex deputato e senatore del
Partito Radicale e docente di Storia degli Stati Uniti, è già uno di
quegli autori che, se credi agli “atei devoti”, ti dà l’impressione di
difendere gli USA sempre per ciò che vanno criticati e viceversa.
Ma il suo Laici – un pamphlet d’occasione iroso e piuttosto sbracato
nelle invettive – sintetizza perfettamente il dramma di quel pensiero,
il “liberalismo”, che nacque incongruo, è cresciuto peggio e alla fine
è giunto dogmaticamente a giurare che tutto è relativo tranne il
relativismo di tutto. E a prendersela con quei “falsari” che
liberamente esprimono idee diverse da quelle di Teodori (probabilmente,
a Teodori sfugge di brutto ciò che a questo proposito scrisse Fredrich
A. von Hayek, prendendosela con i razional-relativisti).
Bello, proprio bello il libro di Teodori. È la prova provata che, per
non finire tutti rosapugnoni, cioè avanguardie elitiste del radicalismo
di massa della nuova Sinistra, occorre pensare il contrario di ciò che
sta scritto nelle sue pagine. E lasciare il “liberalismo” a chi lo
rivendica tutto per sé perché gli altri sono solo degl’imbroglioni.
Marco Respinti
Il fallimento della “religione civile laica” e la necessità di “riparare” il liberalismo Del
termine “liberalismo” si può ormai dire ciò che da tempo si ripete
sulla dicotomia “Destra/Sinistra”: che si tratta di un concetto ormai
tanto abusato da diventare evanescente. Tra liberal e liberali
classici, libertarian e liberisti, è in corso una gara a chi spetti il
titolo di “liberale vero”. E poiché la storia delle idee e la filologia
hanno le proprie esigenze di spazio e di disponibilità alla noia,
scontato che per chi scrive il “vero liberalismo” è quello di Friedrich
A. Hayek, è bene passare al vero tema dello scontro culturale oggi in
atto: il rapporto tra religione e politica e, più precisamente, tra
cristianesimo e liberalismo. La cosiddetta “tradizione liberale”
nacque nel secolo XVII come tentativo di consentire la convivenza
civile anche in caso di lotta tra confessioni cristiane. La distinzione
tra sfera pubblica e sfera privata era nient’altro che un espediente
per cercare di evitare come in certi Paesi le guerre interconfessionali
la rendessero impossibile. Anche storicamente, questo difficile
tentativo di tener separate le due sfere va di pari passo con quello di
porre un limite “costituzionale” all’espansione della sfera pubblica e
di controllare il governo. Fino al secolo XIX vi furono liberali
atei e liberali religiosi; non cioè “liberali” per i quali lo Stato,
oltre a garantirli, deve pure realizzare i diritti naturali. Quando
questa tipologia di liberali emerge, e ancor più quando s’impone – e
ciò avviene grazie all’icona dei liberal, John Stuart Mill –, la
distinzione tra le due sfere salta perché lo Stato interviene nella
sfera della proprietà. Di qui il rovello irrisolto di liberali
contemporanei come Von Hayek, James Buchanan o Bruno Leoni di trovare
nuovi espedienti costituzionali onde arrestare quel dilagare
dell’interventismo statale che distrugge il carattere liberale della
società occidentale. Che ci siano riusciti, è altra questione.
Ciò che oggi interessa però dire è che, mentre i liberali classici
ebbero piena e sofferta consapevolezza di quanto fosse difficile
mantenere quella distinzione in un mondo sempre più soggetto a
cambiamenti che ne minavano le premesse, furono i liberal-democratici
influenzati da Mill a distruggerla teorizzando tanto l’intervento dello
Stato (o meglio del governo) per realizzare un obbiettivo etico (la
giustizia sociale) tramite mezzi e interventi politici, quanto i
vantaggi offerti dal monopolio statale nel campo dell’istruzione.
Se la Chiesa Cattolica osteggiò le idee liberali, i liberali al potere
ripagarono con egual moneta. In buona sostanza, i loro stanchi epigoni
vorrebbero oggi ripristinare o restaurare una distinzione di cui i loro
padri hanno distrutto le premesse accusando quanti si chiedono invece
se quella distinzione possa ancora reggere e come possa essere
“riparata” di voler usare la religione per raggiungere obiettivi
politici. In effetti, nemmeno quello della collocazione della
religione nella sfera pubblica è un tema nuovo. L’esistenza di una
tradizione detta “cattolicesimo liberale”, o “liberalismo cattolico”,
lo dimostra più che ampiamente. Solo che da tema di riflessione
storico-teoretica diventa politico quando l’estensione delle finalità e
delle competenze dello Stato per realizzare finalità di giustizia
sociale di un’etica senza religione, o laica, si scontrano con il
sentimento religioso. Di qui la polemica con quanti prendono
atto del fatto che i tentativi di costruire una “religione civile
laica’”sono periti con il fallimento del sistema educativo pubblico, e
che se di tale fallimento non si prende atto il prezzo sarà il
relativismo degl’ignoranti, la perdita d’identità e il declino politico
dell’Occidente. Il tentativo di alcuni liberali laici di
ripristinare una distinzione trasformando un espediente empirico nel
postulato teorico del liberalismo, non è soltanto indice di una sua
scarsa conoscenza, ma un tentativo di evitare di fare i conti con i
“fallimenti” del liberalismo e, contemporaneamente, di darne le colpe a
quanti si collegano idealmente a quei liberali che avevano capito
quanto, per mantenere quella distinzione, fosse indispensabile
contenere compiti e attribuzioni dello Stato. Che la politica debba
costantemente confrontarsi con la religione è una questione che uno
studioso di filosofia politica, anche d’ispirazione laica come chi
scrive, accetta con serenità perché sa che la vitalità dell’Occidente
si fonda su una relazione, tanto conflittuale quanto feconda, che si è
interrotta soltanto quando una delle due ha preso il sopravvento.
Oggi assistiamo a forme nuove di manifestazione di quella
conflittualità che qualcuno crede di poter risolvere riportando la
religione in una sfera che è stata già distrutta e che comunque sarebbe
da ricreare con strumenti meno banali di quelli di un laicismo che
sovente sconfina nell’anticlericalismo. Non a caso, per rendersi
conto di quanto sia diventata inutilizzabile basta chiedersi in quale
delle due si collochino quelle scoperte scientifiche che modificano il
nostro mondo e il nostro modo di pensare, le nostre idee sulla
religione, sulla politica e quindi il nostro comportamento sociale. Il
flusso della conoscenza, non essendo più controllabile dalle
istituzioni statuali, finisce così per annullare i confini tra le due
vecchie sfere. In breve, “riparare” il liberalismo sembra più
facile che ricondurlo a un modello idealizzato esistente soltanto nella
mente di quei laici che ne individuano il nemico principale nella
religione, trovare una nuova espressione per designare una tradizione è
invece impossibile. Come per lo Stato: sappiamo che non ci soddisfa, ma non sappiamo come sostituirlo.
Raimondo Cubeddu Background comune cercasi
Delle parole non ci si deve spaventare, e però nemmeno della loro
assenza. Per chi crede nella libertà, il liberalismo è la base
imprescindibile. La storia dell’Occidente, almeno dalla “Rivoluzione
Americana” in poi, è storia della lotta della libertà contro la
tirannide e i princìpi liberali hanno rappresentato l’humus di chiunque
abbia avuto a cuore la libertà dell’uomo. Per quanto il liberalismo sia
stato declinato in molti modi, spesso errati, esso ha un solo
fondamento: la libertà individuale, la “sovranità dell’individuo”.
Rifarsi alla Rivoluzione francese è dunque fuorviante per le ragioni
che tutti conoscono, se non altro chi è in buona fede. È invece
indispensabile ripensare l’Illuminismo e le sue due anime, così diverse
e spesso così contrapposte da avere dato vita all’idea di libertà e, al
contrario, a quella dell’illibertà. Acute sono le intuizioni di
Gertrude Himmelfarb in The Road to Modernity: The British, French, and
American Enlightenments (Knopf, New York 2004), di cui a questo punto è
indispensabile la traduzione italiana. La religione della Ragione
nell’Illuminismo francese ha prodotto quel dogmatismo che è stato la
causa delle contorsioni totalitarie continentali; ma l’Illuminismo
britannico e la sua gemmazione sul suolo nordamericano hanno messo la
religione al posto che le spetta nella storia dell’uomo, ossia al
centro della sua spiritualità. Così, la pietas cristiana ha irrorato il
campo delle libertà “laiche”, estraendole dalla loro impersonale
normatività e ponendole in un contesto in cui la ragione umana
riconosce i propri limiti e le “virtù sociali” confermano l’antico
covenant dei Padri Pellegrini con Dio. Alla fine i francesi
vollero “razionalizzare” il mondo, dichiarando che la Ragione era il
principio che governava la società; mentre gli anglosassoni, più
modestamente, hanno fondato in America Settentrionale una repubblica
basata sulla libertà ed elaborato una “scienza della politica” in cui
la religione ha un posto centrale, imprescindibile. In uno splendido
libro del 1946, L’uomo scientifico versus la politica di potenza (trad.
it., Ideazione, Roma 2005) Hans J. Morgenthau affermò che l’odierna era
scientifica, razionalistica, ha smarrito il senso tragico della vita,
il senso della lotta eterna tra il Bene e il Male, tra luce e tenebre.
Un concetto, questo, che anche Friedrich A. von Hayek ha sottolineato
affermando la distanza incolmabile tra liberalismo e razionalismo.
Dunque, una base comune culturale c’è sempre stata tra liberali (veri),
conservatori e tradizionalisti religiosi: la centralità della persona
umana, tanto chiara nella filosofia liberale quanto nel cristianesimo e
nell’ebraismo. Di grazia, non è forse questo il fondamento
rivoluzionario che ha caratterizzato, da un certo momento in poi, la
storia dell’Occidente e che nel Novecento ha costituito il più
formidabile baluardo contro l’avanzare della tirannide? Dalla fine
della Seconda guerra mondiale, il cosiddetto “fusionismo” (brutta
parola, cui propongo di sostituire “convergenza di valori”) è sempre
esistito, talvolta esplicito, soprattutto nei momenti di emergenza,
molto più spesso sotto traccia. Occorre dunque impegnarsi (anc)ora per
trasformarlo in una base comune nell’agone politico, ma soprattutto
elaborare (e vivere coscientemente) un comune background di valori che
siano la strada maestra nella vita quotidiana di chi davvero ama la
libertà. Antonio Donno Tocqueville? Macché liberale... Firmò
un reportage di viaggio su Stati Uniti e democrazia che è una storia
apologetica della vera Europa. Vestiva l’abito dell’osservatore
scrupoloso e mal gli si addicono le etichette tarocche Profetico,
visionario, illuminato. Impareggiabile, grandioso e pure clamoroso. A
sentirne i cantori posteri, cioè quelli che vengono dopo, La democrazia in America
– oggi riproposto in una nuova edizione, curata da Mario Tesini (Città
Aperta, Troina [Enna] 2005, 2 voll., pp.CXIV-963532 e 432, E22,00) – è
la pietra miliare del pensiero politico, la pietra filosofale del senso
della storia, la pietra d’inciampo di tutti gli uomini e i popoli di
dura cervice. Invece è la scoperta dell’acqua calda, e questo è il
complimento più bello all’opera e al suo autore. Charles-Alexis
Clérel de Tocqueville nacque a Parigi il 29 luglio 1805 – un anno dopo
l’incoronazione di Napoleone imperatore dei francesi – e morì il 16
aprile 1859 a Cannes (è sepolto nel villaggio normanno di Tocqueville),
un soffio prima che quegli Stati Uniti che così finemente aveva
descritto cadessero nell’abisso della guerra “civile”. In pendenza del
bicentenaire, preziosi sono Alexis de Tocqueville: metodo, conoscenza e conseguenze politiche di Raymond Boudon e Lorenzo Infantino (2a ed. LUISS University Press, Roma 2005, pp.100, E14,00); Vita di Tocqueville (1805-1859). La democrazia tra storia e politica di Umberto Coldagelli (Donzelli, Roma 2005, pp.VII-340, E24,50); e Tocqueville. Antologia di scritti politici, a cura di Maria Laura Lanzillo (Carocci, Roma 2004, pp.230, E18,60).
Alexis – e i fratelli Hyppolite ed Edouard – nacque da
Hervé-Bonaventure Clérel de Tocqueville, nobile normanno, e da Louise
Le Peletier de Rosanbo, nobile bretone, nipote di Chrétien-Guillame de
Lamoignon de Malesherbes e cognata di François-René de Chateaubriand.
Una perfetta famiglia aristocratica e per di più ultramonarchica, che
il Terrore giacobino in parte decimò. Costumi & costituzioni
Fu educato da un tutore, l’abbé Jean-François Lesueur, e a 16 anni
entrò al Collège Royale di Metz. Poi a Parigi studiò Diritto e nel 1827
divenne giudice supplente a Versailles. Le leggi, insomma, erano il suo
pallino, e a esse affiancò un’altra passione: la storia. Due discipline
che lo allenarono all’osservazione minuziosa dei modi in cui i gruppi
umani si organizzano nel tempo, dunque all’osservazione degli aspetti
strutturali della storia socio-politica. Le costituzioni, insomma,
erano il suo chiodo fisso, lo scheletro che resta dopo che la storia ha
decomposto le parti molli di una organizzazione sociale. Da Charles
de Secondat barone di La Brède e di Montesquieu – altro fine
osservatore della storia socio-politica umana – Tocqueville aveva
appreso quanto fosse importante tenere in debito conto tutte le
infinite varianti e variabili che fanno una costituzione umana ciò che
storicamente è, financo le condizioni climatiche e i loro influssi sul
carattere degli uomini, il quale, sedimentato e socialmente
organizzato, prende il nome di “costume” (in Francia il droit coutumier
poté essere rigettato solo dalla stupidità giacobina). Imparò cioè
che le costituzioni politiche crescono da humus precisi e rispecchiano
storicamente la vita socio-politica di un popolo. Non sono mai traumi,
cioè, anche quando inattese e addirittura tardive, come invece
vorrebbero “liberali” e progressisti. Sono invece sempre il frutto di
una maturazione, la tappa di un progresso. E a Tocqueville lo studio
della storia insegnò che per dirlo non bisogna essere “liberali” o
progressisti come andava invece di moda nella sua Francia. L’assolutismo & la libertà
Soprattutto per questo Tocqueville disprezzò l’Ottantanove
rivoluzionario che inaugurò l’epoca del “liberalismo” e del
progressismo mandando a catafascio la Francia. Eppure, purificarlo non
richiesti ricordando che “non fu mai un reazionario” è una excusatio
non petita. Quando infatti, nel 1856, pubblicò L’antico regime e la
rivoluzione, Tocqueville mostrò di avere compreso due o tre cosette che
contano. Che le rivoluzioni sono il frutto del lavorìo di generazioni e
che la politica dello struzzo non paga. Non fu cioè tanto sciocco da
farsi contare tra quei laudatores temporis acti il cui numero, seppur
minore di quanto “liberali” e progressisti denuncino, è sempre troppo,
i quali sognano di fermare il tempo. Sapeva bene, Tocqueville, quali
fossero le storture (per rigidità un po’ cadaverica) dell’Ancien
régime; sapeva bene che, se non affrontati, i problemi diventano
un’ottima scusa per gli sfascisti; e sapeva ancora meglio che la
Rivoluzione inverò e aumentò i torti dell’antico regime. E fu in ottima
compagnia: Edmund Burke (il primo critico dell’Ottantanove), i vandeani
(che la rivoluzione falcidiò) e il “reazionario” Joseph de Maistre,
tutti che sulle prime attesero onde vedere se fosse sovversione o
l’auspicato ritorno là dove si era usciti di strada e di senno. Europa & America
Questa la fine della sua carriera. L’inizio partì invece dalla lettura
di quel suo lontano parente, Chateaubriand, che aveva scritto, tra
l’altro, di “libertà inglesi”. Intrigato, Tocqueville volle
indagare di persona. Erano però già gli anni 1831 e 1832, e allora le
“libertà inglesi” avevano traslocato da un pezzo oltre l’Atlantico, in
quelle ex colonie che in nome della continuità culturale avevano rotto
politicamente con la madrepatria granbritannica accusandola davanti al
mondo e al futuro di aver negato il proprio droit coutumier al riparo
del quale i suoi sudditi ambivano a continuare a vivere, nordamericani
compresi. Per restare sudditi di quelle libertà, gli americani si erano
cioè liberati della sudditanza dell’assolutismo, più imparentato che
mai – concluderà poi Tocqueville – con il giacobinismo. Assieme a
Gustave de Beaumont, s’imbarcò dunque in una grande avventura. Con la
mission di studiare il sistema penitenziario statunitense, viaggiò per
nove mesi dalla Nuova Inghilterra ai Grandi Laghi, scendendo lungo il
corso dell’Ohio e del Mississippi fino a New Orleans, quindi risalendo
da Mobile, in Alabama, a Washington. Ne nacque La democrazia in
America, pubblicato tra il 1835 e il 1840. Un bel reportage di testo e
immagini, se vogliamo addirittura giornalistico. In esso Tocqueville
descrive quel che aveva visto, e quel che aveva visto erano la
proprietà privata diffusa e popolare, la vitalità delle associazioni
volontarie civiche e professionali e il funzionamento delle istituzioni
comunitarie locali. Un grande Paese, insomma, funzionante e non
perfetto, con pregi e difetti, ma abitato da un grande popolo con
grandi tradizioni, grande memoria e grande spirito d’innovazione. Il
futuro generato dal passato, vale a dire il presente più incisivo.
Quella, insomma, che dopo qualche decennio l’americano Orestes A.
Brownson definirà “democrazia territoriale”. Il divario tra gli Stati
Uniti liberi e l’Europa liberal era già tutto lì. Tocqueville
previde pure che, “europeizzandosi”, gli States si sarebbero rovinati e
vaticinò qualcosa di simile a quella che poi fu la guerra “civile”,
generata dal centralismo politico e dall’esaurirsi – parziale – dello
spirito delle “libertà inglesi” in America. Il suo grande pregio fu
insomma quello di descrivere lo scontro tra l’Europa antica delle
libertà e l’Europa nuova dei liberalismi, la prima incarnata negli
Stati Uniti, la seconda nel nuovo ordine-ordine nuovo delle ideologie.
Forse è ora, con Tocqueville, di rifare davvero la storia del
cosiddetto liberalismo. Marco Respinti Tocqueville, religione e democrazia La fede sta da una parte, lo Stato dall’altra. Distinte. Con chiarezza. Per questo le due possono andare bene anche assieme L’attualità
di Alexis de Tocqueville? La individua con precisione Mario Tesini
nella prefazione alla nuova traduzione italiana de La democrazia in
America appena pubblicata dalla siciliana Città Aperta, la prima dopo
quarant’anni. Spicca l’argomentazione religiosa. Per il giurista
francese, infatti, era necessario che in uno Stato spirito di religione
e spirito di libertà convivessero e – osserva Tesini – questo è
serenamente possibile giacché il fondamento di entrambe è la coscienza
individuale. A rileggere oggi le pagine di uno dei testi che hanno
maggiormente segnato l’epoca moderna, ci si può addirittura arrischiare
a dire che è proprio a partire dall’opera tocquevilleana che possono
essere ricavate le fondamenta su cui edificare un “nuovo liberalismo”.
Si tratta però di un liberalismo, come osserva Ferdinando Adornato su
Fondazione Liberal di ottobre-novembre, che propone tra i propri
cardini universalmente riconosciuti l’idea secondo cui le fondamenta
morali della democrazia autentica risiedono nell’arca dell’alleanza fra
uomo e Dio. In cui il sistema politico democratico e la religione
cristiana si alleano cioè l’una sostenendo l’altra, l’una all’altra
indispensabile. Ora, sin dal 1831 Tocqueville intravide nella
società e nelle istituzioni democratiche statunitensi la presenza di un
rapporto di questo tipo. E non si riferiva solamente alle diverse
denominazioni del cristianesimo riformato, ma pure al cattolicesimo.
Scriveva infatti: «Penso che sia sbagliato considerare la religione
cattolica un nemico naturale della democrazia. Tra le diverse dottrine
cristiane, il cattolicesimo mi sembra fra l’altro una delle più
favorevoli all’uguaglianza delle condizioni». Negli Stati
Uniti – lo ha recentemente notato Maurizio Viroli, docente alla
Princeton University –, democrazia e religione non si combattevano
dunque, né venivano considerate scisse o addirittura in contrasto.
Conservavano invece stretta una solida alleanza mirante a costruire il
bene di entrambe. Alla democrazia risultava vantaggiosa l’educazione
morale impartita da sacerdoti e pastori, che contribuiva a formare
buoni cittadini. E la religione poteva dal canto proprio prosperare
tenendosi a distanza di sicurezza dal potere politico pur godendo della
sua protezione formale. La religione, insomma, testimonia l’esempio
statunitense, può fornire all’uomo i valori che ne fanno un buon
cittadino. Seppur indirettamente, la lezione insegnata da
Tocqueville è dunque mutuata da Niccolò Machiavelli. Addirittura
Norberto Bobbio osservava che, di fronte al vuoto morale creatosi nella
democrazia, la religione può diventare punto di riferimento unico. Libertà sfrenata e ordine
Tocqueville auspicava dunque una distinzione netta fra Stato e Chiese,
ma al contempo sosteneva che in una società è importante non tanto che
tutti professino la vera religione, quanto che almeno ne professino
una. Ebbene, nonostante tutto, a 150 anni dalle osservazioni e dalle
riflessioni tocquevilleane gli Stati Uniti d’America restano la nazione
più libera del mondo, e proprio qui entra in gioco il valore necessario
della religione. È infatti la stessa libertà politica a renderla
indispensabile. «Ecco, dunque – affermava Tocqueville –, che mentre la
legge permette al popolo americano di fare tutto, la religione gli
impedisce di tutto concepire e di tutto osare». Il giurista
francese dubita cioè del fatto che un uomo possa sopportare
contemporaneamente la completa indipendenza religiosa e la libertà
politica totale: «Se non ha fede, bisogna che serva. Se è libero, che
creda». Quando i vincoli politici si allentano, insomma, è necessario
stringere quelli morali. Secondo Tocqueville, cioè, è esattamente la
religione che contribuisce a far sì che i cittadini rispettino le leggi
e che adempiano agli obblighi civili. La religione influisce fortemente
infatti sui mores, quei costumi che Tocqueville, osservando i
nordamericani, considera «una delle grandi cause generali alle quali si
può attribuire la conservazione della repubblica democratica negli
Stati Uniti». Lungi, peraltro, dallo studioso francese propendere
per una religione di Stato e ancor meno per una religione civile.
Nonostante tutto, infatti, l’ambito della religione e quello della
politica sono differenti benché si sovrappongono. Ciascuno possiede la
propria autonomia. «La religione – notava del resto il francese –, che
presso gli americani, non si intromette mai in modo diretto nel governo
della società, deve dunque essere considerata come la prima delle loro
istituzioni politiche, dacché, se anche non dà loro il gusto della
libertà, gliene facilita singolarmente l’uso». Il vero nome della libertà
È dunque a meglio gustare il sapore e la fragranza della libertà che la
fede contribuisce, toccando le motivazioni interiori dell’azione dei
singoli. Morale e religione allora in qualche modo si fondono, come
peraltro volevano i Padri fondatori degli Stati Uniti. Ragionando di
Rivoluzione francese, Alexander Hamilton si domandava se fosse
possibile distinguerle, e Thomas Jefferson sottolineò bene l’importanza
di ogni espressione e ramificazione della religione all’interno dei
singoli Stati componenti l’Unione nordamericana. Tornando allora a
quel liberalismo di cui scriveva Adornato, chi potrebbe esserne il
padre se non Tocqueville? E a chi s’ispira il presidente del Senato
Marcello Pera quando scrive che «non dovremmo mettere in discussione la
separazione fra Stato e Chiesa. Al contrario, questa separazione
dobbiamo mantenerla, perché è preziosa per la nostra convivenza e
tolleranza»? Ma che Tocqueville fosse uno dei padri nobili del
liberalismo, e pure di una precisa corrente liberale, non è cosa nuova.
La questione è infatti altra. Esiste una tradizione di pensiero che
descrive meglio di molti luoghi comuni gl’insegnamenti del pensatore
francese. Quella che oggi – con un neologismo riduttivo come tutti i
neologismi, ma di sicuro impatto – viene detta teocon. Tocqueville ne è
di fatto un precursore. E allora perché non risolversi a chiamare il
liberalismo, almeno quello tocquevilleano, con il suo vero nome? Francesco Borgonovo
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