Convenzionalmente, la crisi finanziaria ed economica internazionale (da cui, pare, si sta cominciando a uscire) viene fatta iniziare nell’agosto 2007, quando le autorità monetarie americane ed europee sono intervenute alla grande per tentare di evitare fallimenti di banche e di finanziarie. Un tentativo riuscito solo in parte: il 14 settembre, i clienti della britannica Northern Rock (“la roccia del nord”) fanno la fila agli sportelli per ritirare i loro depositi; poche settimane dopo vengono in pratica nazionalizzati i due maggiori istituti Usa per il rifinanziamento e la compravendita di mutui immobiliari e nel settembre 2008 chiude i battenti Lehman Brothers, un simbolo della finanza internazionale. In questi due anni, una vera e propria piccola industria editoriale si è dedicata alla crisi, alle sue origini, ai suoi sviluppi, ai suoi possibili sbocchi: saggi tecnici e divulgativi, romanzi, racconti, film e anche riproposte di opere liriche scritte e composte negli anni Venti e ambientate (da libretto) nel periodo immediatamente successivo la guerra austro-prussiana (tempi duri anche allora, ma a metà Ottocento). La professione economica è stata messa sul banco degli accusati dalla stessa regina della Gran Bretagna per non avere previsto lo tsunami finanziario. Con un’abile operazione mediatica, Nouriel Roubini della New York University è stato presentato come l’unico “veggente” che aveva visto l’approssimarsi del brutto tempo. In effetti, da un lato la professione spiega fenomeni economici, non li prevede (con molti “se, ma e però” una branca dell’econometria si dedica a stime di breve termine, 24-36 mesi). Da un altro, l’avvicinarsi della tempesta era stato avvertito da anni da numerosi economisti.
La crisi solleva numerosi interrogativi che meritano di essere trattati su un settimanale culturale, più che su testate economiche e finanziarie. Il nodo di fondo riguarda, in effetti, per quale motivo la professione economica (specialmente in Italia, ma anche nel resto d’Europa e negli Stati Uniti) non abbia tenuto in dovuto conto un comparto di crescente importanza rivolto all’analisi psicologica dei comportamenti dei soggetti economici – individui, famiglie, imprese, istituzioni e amministrazioni pubbliche –, nonché alle ragioni per le quali essi si distanziano sempre più frequentemente dal modello semplice ma efficace alla base della disciplina. Secondo il quale le scelte vengono effettuate massimizzando una funzione di utilità, utilizzando l’informazione disponibile e trattandola in modo adeguato. Questo comparto non è una conventicola di pochi addetti ai lavori: Victor Ricciardi che lo coordina in seno al Social Science Research Network (una biblioteca telematica di oltre 4 milioni di volumi) invia ogni giorno agli iscritti al suo servizio due newsletter (la prima riguarda progressi nella teoria e nella metodologia e consente di scaricare i relativi papers, la seconda, pure con la possibilità di scaricare papers, contiene esempi ed esperimenti empirici).
Il comparto ha varie denominazioni: “behavioral economics”, “neuroeconomics”, “pyscoeconomics”. Per semplicità e mutuandone il lessico dalla recente rassegna pubblicata da Stefano DellaVigna dell’Università della California a Berkeley nel fascicolo di giugno 2009 del Journal of Economic Literature chiamiamola, per semplicità, “psicologia dell’economia”. è un comparto molto vasto che abbraccia tutti i campi della disciplina. La rassegna di DellaVigna, peraltro incompleta proprio sotto il profilo della finanza, analizza oltre 500 titoli. Chi ha saputo applicarne gli aspetti di fondo ai mercati finanziari si è difeso dalla crisi meglio degli altri. Occorre che su questo si rifletta in preparazione del G20 di Pittsburgh e della assemblee annuali della Banca mondiale e del Fondo monetario, in quanto le nuove global rules su cui tanto si pone l’accento riusciranno a incidere sui comportamenti (e a renderli virtuosi rispetto all’opportunismo che li rende viziosi) unicamente se non verranno predisposte da esperti disattenti rispetto a questa evoluzione della disciplina. Nell’economia di questa nota, mi limito a tre aspetti connessi alla finanza: a) la dipendenza dei soggetti da punti di riferimento a cui si aggrappano (un concetto freudiano); b) la disattenzione all’informazione anche pubblica (un concetto junghiano); c) l’eccessiva autoreferenzialità e fiducia nelle proprie capacità (ancora una volta un concetto studiato da psicologi e curato da psichiatri, più frequentemente che da economisti).
La dipendenza da punti di riferimento è stata studiata sin dalla metà degli anni Ottanta da premi Nobel come Edward C. Prescott e affinata nella seconda metà degli anni Novanta da John Campbell, John Cochrane, Shlomo Benartzi, Richard Thaler e altri, proprio sulla base di dati empirici relativi al mercato finanziario Usa, con serie storiche risalenti fino al lontano 1871. In breve, gli operatori hanno avuto un premio circa del 9% dai loro investimenti in capitale di rischio (azioni) rispetto ai piazzamenti in obbligazioni. Tale “premio di rischio” che nel lungo termine potrebbe sembrare molto elevato (basta pensare agli esiti in termini di interesse composto) è invece coerente se il lasso di tempo ipotizzato dagli operatori è un anno: la probabilità che in un’ottica così breve le azioni rendano meno e un’“avversione alle perdita” non troppo elevata comportano un “premio di rischio” così alto. Per lo stesso motivo, come dimostra uno studio di Terence Odean, nel 1987-93 (ossia nel periodo successivo alla crisi delle Borse del 1987 e precedente a quella dei cambi del 1992-93) c’è stata una tendenza a vendere titoli “vincenti” (sui quali si erano realizzate plusvalenze di rilievo) e a tenere in portafoglio quelli “perdenti” sperando in tempi migliori. Le global rules saranno efficaci se sapranno vincere questa miopia temporale degli operatori.
Di particolare rilievo è l’applicazione di modellistica psico-economica al mercato dell’edilizia residenziale (non dimentichiamo che è stata il detonatore dell’attuale crisi). Uno studio di David Genesove e Christopher Meier, in base ai dati relativi alle compravendita di appartamenti nell’area di Boston (dal prezzo proposto all’inizio della trattativa fino a quello del rogito) prova che chi mette la propria abitazione sul mercato utilizza come base per il calcolo del prezzo iniziale non tanto il mercato (ossia le compravendite nell’area), ma il proprio prezzo d’acquisto. Ciò si è verificato tanto nel boom delle valorizzazioni dell’edilizia residenziale nel 1983-87, quanto nella fase di riduzione dei prezzi delle case nel 1989-92 alla quale, come tutti sappiamo, ha fatto seguito l’esuberanza irrazionale a partire dalla seconda metà degli anni Novanta sino all’esplodere della crisi nel 2007. L’analisi è particolarmente eloquente: anche coloro che, rispondendo a questionari, si dicono pronti, o costretti, a vendere “in perdita”, citano prezzi di soglia notevolmente superiori a quelli che sarebbero ragionevoli prezzi di mercato (in base a rogiti recenti per unità immobiliari simili). è un nodo psicologico che può essere diagnosticato e curato dagli economisti unicamente in collaborazione con altre professioni.
Veniamo alla disattenzione nei confronti dell’informazione, argomento di ricerche e volumi che ho curato con il collega Giuseppe De Filippi molto prima dell’inizio dell’attuale crisi (La net economy nella pubblica amministrazione: news e mercato del lavoro e I media, l'economia e la pubblica amministrazione italiana, SSPA editrice, Roma 2003 e 2005). Allora documentammo come i dipendenti pubblici italiani, dirigenti compresi, reagiscono o troppo o troppo poco alle news, pure a quelle che dovrebbero essere il loro pane quotidiano nell’aiutare i politici a formulare policies.
Un’analisi di Gur Huberman e Tomer Reger ha mostrato come ciò avvenga forse ancora di più nel campo dell’informazione finanziaria. Esemplare il caso della EntreMed, un’azienda farmaceutica specializzata in medicine sia curative sia palliative relative al cancro. Il 28 novembre 1997 il periodico Nature e il New York Times (a pagina 28 del dorso A) diedero notizia di risultati preliminari ma positivi di un farmaco della casa, la cui azioni riportarono uno spiegabilissimo aumento del 28%. Il 4 maggio 2008 (ossia sei mesi più tardi) il New York Times riprese la notizia (ormai vecchia, anzi vetusta) in prima pagina, senza, per di più aggiungere nulla di nuovo: le quotazioni di EntreMed fecero un balzo del 330% e quelle del settore delle biotecnologie in generale uno del 7,5%. Per i dodici mesi successivi le quotazioni di EntreMed non sono tornate ai livelli precedenti il 4 maggio 1998. Quanto maggiore è la disattenzione, tanto più ritardato è l’assorbimento dell’informazione, con effetti distorsivi. In uno studio recente (inverno 2008), Lauren Cohen e Andrea Fazzini analizzano come gli operatori rispondono più alla informazioni indirette (e meno rilevanti) che a quelle dirette (e più pertinenti). Anche in questo caso, saper distinguere il pertinente e il meno pertinente tra le informazioni a cui rivolgere attenzione è aspetto alla base della crisi finanziaria iniziata nell’estate 2007, la cui diagnosi e terapia richiede non solo la cassetta degli attrezzi degli economisti, ma anche quella di chi sa come funziona la psiche umana. Veniamo al terzo punto: l’eccessiva fiducia nelle proprie capacità di venire a capo di situazioni. Nell’estate 2007 molta stampa internazionale esultò ai primi interventi della Federal Reserve e della Banca centrale europea, dichiarò che la crisi era terminata e qualcuno si complimentò anche con gli istituti di credito Usa che avevano concesso mutui senza gli occhiali arcigni delle nostre banche. Chi invece scriveva che si era solo agli inizi veniva tacciato di catastrofismo. Pochi mesi dopo Northern Rock e Lehman Brothers erano prese d’assalto. In effetti, la “psicoeconomia” studia come e perché i soggetti economici tendono ad avere eccessiva fiducia in se stessi. Nel lontano 1981 un’analisi pionieristica di Ola Svenson rivelò che l’83% degli automobilisti si dice convinto di saper guidare meglio delle media della categoria. Più di recente (due studi del 2005 e del 2008) dimostra che gli amministratori delegati si reputano, in generale, grandi risanatori, con la conseguenza di acquisire aziende a valori di norma superiori a quelli di mercato.
Non solo: pur se “costretti” da prassi aziendali ad avere al proprio fianco un direttore finanziario, si considerano anche maghi della Borsa, con il risultato di non esercitare le proprie stock options sino al termine del mandato e di non diversificare adeguatamente i propri portafogli personali. Ritengono, infine, di essere gli unici depositari di informazioni precise, specie quando si tratta di comprare e vendere in Borsa: il risultato è costi di transazione generalmente più alti (e rendimenti netti più bassi) di quanto avverrebbe con un comportamento più prudente. C’è una marcata differenza di genere: mediamente il numero annuale di transazioni degli uomini in Borsa supera il 45% di quello delle donne (con la conseguenza che gli uomini hanno costi di transazioni più alti e rendimenti netti più bassi delle donne). Le global rules potranno affrontare e risolvere questo nodo se i barracuda-esperti delle pandette e della finanza non sono appropriatamente affiancati? Con questa nota si vuol gettare un sasso in uno stagno molto vasto e molto complesso. Se la crisi ha fondamenta psico-economiche, gli economisti e i giuristi non possono da soli né risolverla né evitarne altre. Clemenceau diceva che la guerra è attività troppo importante per affidarla ai generali. Sono giunto alla conclusione che per fare il proprio lavoro l’economista necessita dello psicologo, dello psichiatra e dei loro strumenti (pure del lettino) per poter dare risposte utili a un tema così complesso.
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