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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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Smantelliamo l’ONU
A 60 anni dalla fondazione le sue magagne sono più vistose che mai. Ma forse forse era sbagliato sin dal principio. Costa terribilmente, è palesemente gonfia di contraddizioni, non manca occasione per dare pessime prove di sé e si fonda sul nulla. Per di più infrange il suo statuto fondativo e le sue Carte dei diritti. Ma che ci sta a fare?
di Marco Respinti
L’unica efficace unione dell’Europa che la storia ricordi, l’unica frutto di conquista soprattutto culturale e non solo militare, è quella realizzatasi nel cosiddetto “Medioevo”. La quale fu pure, per i termini e i contesti di allora, una “unione del mondo libero e civile”.
Andò in pezzi alle soglie dell’età moderna, quando la Riforma luterana smembrò la sintesi della Cristianità romano-germanica dialettizzando l’elemento “germanico” e quello “romano”: nacquero così due “Cristianità confessionali”, poi il novero delle “Cristianità nazionali”. Da lì, per evaporazione da secolarizzazione, sorsero in seguito gli Stati dell’evo moderno, assoluti man mano che il pensiero “laico” si sostituì alla ratio cristiana.

Ma si generò un contraccolpo, il farsi strada di quella spasmodica ricerca dell’“unità perduta” che ha caratterizzato la Modernità come un continuo rincorrersi fra nazionalismi e internazionalismi. Ci provò prima l’utopismo conquistatore del giacobinismo e del napoleonismo – diversi e  complementari – e fallì; ci provò poi il concerto delle nazioni nato dal Congresso di Vienna e attivo fino all’età bismarckiana e fallì di nuovo; ci provò ancora il sogno nato dalla più grande guerra guerreggiata che i nazionalismi siano mai stati capaci di dispiegare sul campo della storia, la Prima guerra mondiale, e il fallimento si prospettò di nuovo.

Nel 1917, con l’Immanuel Kant della Pace perpetua fra le nazioni nel retromente, il presidente Thomas Woodrow Wilson aveva lanciato gli Stati Uniti in una campagna militare straniera che, distruggendo la “tirannide degli Asburgo” (l’ultimo rimasuglio dell'idea sovranazionale dell’Europa cristiana di un tempo), mirò a rendere il mondo sicuro per l’instaurazione della democrazia attraverso quella che fu intesa come la “guerra per mettere fine a tutte le guerre”. Nella stipula del Trattato di Versailles – che chiuse la guerra mondiale e che ratificò la nascita del peggiore totalitarismo del Novecento, il comunismo sovietico –, Wilson fece includere quei suoi famosi “14 punti” che avrebbero dovuto garantire il futuro pacifico del mondo intero.

ONUanismo
Dal loro seme sorse infatti, nel 1919, quella Società delle Nazioni (SdN) che, avendo nei decenni fallito su tutti i fronti su cui poteva fallire – in primis non riuscì a fare ciò per cui statutariamente era nata: impedire una nuova guerra mondiale –, cedette il passo al clone di sé adattato al nuovo dopoguerra. Scioltasi ufficialmente l’8 aprile 1946, la SdN trasferì infatti mission e sostanze all'Organizzazione delle Nazioni Unite, nata ufficialmente il 25 giugno 1945 quando i 50 Stati fondatori approvarono all’unanimità i 111 articoli della sua Carta costitutiva, elaborati a partire dalla conferenza di San Francisco del 25 aprile precedente. Ma l’ONU nacque già bell’e morta.

Come scrive Christian Rocca in Contro l’ONU. Il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie (Lindau, Torino 2005, pp.152, €13,50), non solo è inutile, ma è pure dannosa. Eterogenesi dei fini? No, tragedia annunciata. Non serve allora riformarla, occorre abolirla quanto prima.
L’Onu, infatti, come predecessori ed epigoni in sedicesimo, è la trasposizione alle relazioni internazionali dell’“imperativo categorico” della “morale vuota” kantiana su cui si regge. Quello che, aboliti i princìpi, edifica una cattedrale laica su “valori” che si dà, ex auctoritate di statuto fondativo, la potestà di enforcement di una petitio principii. Bisogna stare uniti perché divisi non si può stare.

Ma, senza principio fondativo, il “valore” si giustifica solo post factum, in corso d’opera: da cui la tautologia di una unità che si regge solo sulla postulazione di se stessa. L’unico esempio storico di una Europa unita non solo per conquista militare ma per cultura condivisa del fondamento principiale, invece, se e quando ha funzionato, ha funzionato perché nessuno ha mai pensato di giustificarla.
Al contrario, la cattedrale laica dell’internazionalismo contemporaneo (in cui rientra a buon diritto, oltre all’ONU, anche l’Unione Europea parricida) non ha mai funzionato perché ha preteso di fare a meno di un principio di fondazione giustificandosi esclusivamente in nome del suo by-product, i valori scambiabili, che però sono per definizione mobili.

Per Rocca sono quindi da chiudere anzitutto l’Assemblea Generale e il Consiglio di Sicurezza, responsabili primi dell’inefficacia strutturale dell’ONU. Noi, a differenza di Rocca, e forti di studi quali Il volto nascosto dell’Onu. Verso il governo mondiale (trad. it. Il Minotauro, Roma 2004) di Michael Schooyans, Contro il cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (Piemme, Casale Monferrato [Alessandria] 2005, pp.210, E11,50), e pure dei contributi offerti dal più recente fascicolo d’Imperi. Rivista quadrimestrale di geopolitica e globalizzazione, diretta da Aldo di Lello ed edita a Roma da Nuove Idee (tel.06/39738949), aggiungiamo volentieri pure le sue «agenzie, fondi e programmi umanitari che funzionano» (Rocca): andrebbero chiusi, e velocemente, proprio perché, ahinoi, funzionano.

HONUnculus
Perché il punto è questo. Se la Carta dei diritti umani dell’ONU non tutela la persona così come essa è, ma è lo strumento per dare forza di legge a diritti stabiliti a tavolino; se, come scrive bene Rocca, «l’elenco dell’irrilevanza e dei disastri compiuti dall’Onu è lungo, quasi infinito»; se la paralisi dell’ONU inizia nel 1948, con l’incapacità di difendere la propria risoluzione sullo Stato d’Israele; se la sua ignavia è continuata per mezzo secolo nell’Europa Orientale – tiranneggiata dall’Unione Sovietica che occupava uno dei seggi del suo ristrettissimo Consiglio di Sicurezza –, in Asia – minacciata dalla Cina rossa che occupava un altro di quei seggi –, nei genocidi dell’Africa – compreso il suo Corno ai tempi di Bill Clinton, con  gli Stati Uniti di Clinton che fecero altrettanta pessima figura –, nell’ex Jugoslavia della pulizia etnica; se le volte che è invece andata bene (Corea anni Cinquanta e due volte nel Golfo Persico) è stato per merito di Unione Sovietica (che boicottò l’ONU onde delegittimare Taiwan) e Stati Uniti (che hanno agito da sé, costringendo l’ONU a muoversi); se, dice sempre Rocca, fra i suoi Stati-membri c’è un «buon 40% di regimi non democratici»; e se per di più costa maledettamente di denari nostri che spenderemmo meglio altrimenti, allora forse è giunto il momento della sepoltura definitiva.

Rocca propone l’alternativa, elaborata dal Partito Radicale Transnazionale, di un’alleanza mondiale delle democrazie, secondo la formula, stupenda, che «la democrazia e la libertà siano le più potenti armi di protezione di massa dei popoli». Ma perché non si trasformi in un passaggio simile a quello, sciagurato, fra SdN e ONU, bisogna che si abbandoni Kant. Ci vuole un principio prima di un valore. E stante che “principio” vale anche “inizio”, forse è opportuno ragionare seriamente di quella nuova translatio imperii a favore degli USA che, piaccia o no, di fatto già opera da tempo. E che, piaccia o no, opera meglio dell’ONU.
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