L’unica efficace unione dell’Europa
che la storia ricordi, l’unica frutto di conquista soprattutto
culturale e non solo militare, è quella realizzatasi nel cosiddetto
“Medioevo”. La quale fu pure, per i termini e i contesti di allora, una
“unione del mondo libero e civile”.
Andò in pezzi alle soglie dell’età moderna, quando la Riforma luterana
smembrò la sintesi della Cristianità romano-germanica dialettizzando
l’elemento “germanico” e quello “romano”: nacquero così due
“Cristianità confessionali”, poi il novero delle “Cristianità
nazionali”. Da lì, per evaporazione da secolarizzazione, sorsero in
seguito gli Stati dell’evo moderno, assoluti man mano che il pensiero
“laico” si sostituì alla ratio cristiana.
Ma si generò un contraccolpo, il farsi strada di quella spasmodica
ricerca dell’“unità perduta” che ha caratterizzato la Modernità come un
continuo rincorrersi fra nazionalismi e internazionalismi. Ci provò
prima l’utopismo conquistatore del giacobinismo e del napoleonismo –
diversi e complementari – e fallì; ci provò poi il concerto delle
nazioni nato dal Congresso di Vienna e attivo fino all’età bismarckiana
e fallì di nuovo; ci provò ancora il sogno nato dalla più grande guerra
guerreggiata che i nazionalismi siano mai stati capaci di dispiegare
sul campo della storia, la Prima guerra mondiale, e il fallimento si
prospettò di nuovo.
Nel 1917, con l’Immanuel Kant della Pace perpetua fra le nazioni
nel retromente, il presidente Thomas Woodrow Wilson aveva lanciato gli
Stati Uniti in una campagna militare straniera che, distruggendo la
“tirannide degli Asburgo” (l’ultimo rimasuglio dell'idea sovranazionale
dell’Europa cristiana di un tempo), mirò a rendere il mondo sicuro per
l’instaurazione della democrazia attraverso quella che fu intesa come
la “guerra per mettere fine a tutte le guerre”. Nella stipula del
Trattato di Versailles – che chiuse la guerra mondiale e che ratificò
la nascita del peggiore totalitarismo del Novecento, il comunismo
sovietico –, Wilson fece includere quei suoi famosi “14 punti” che
avrebbero dovuto garantire il futuro pacifico del mondo intero.
ONUanismo
Dal loro seme sorse infatti, nel 1919, quella Società delle Nazioni
(SdN) che, avendo nei decenni fallito su tutti i fronti su cui poteva
fallire – in primis non riuscì a fare ciò per cui statutariamente era
nata: impedire una nuova guerra mondiale –, cedette il passo al clone
di sé adattato al nuovo dopoguerra. Scioltasi ufficialmente l’8 aprile
1946, la SdN trasferì infatti mission e sostanze all'Organizzazione
delle Nazioni Unite, nata ufficialmente il 25 giugno 1945 quando i 50
Stati fondatori approvarono all’unanimità i 111 articoli della sua
Carta costitutiva, elaborati a partire dalla conferenza di San
Francisco del 25 aprile precedente. Ma l’ONU nacque già bell’e morta.
Come scrive Christian Rocca in Contro l’ONU. Il fallimento delle Nazioni Unite e la formidabile idea di un’alleanza tra le democrazie
(Lindau, Torino 2005, pp.152, €13,50), non solo è inutile, ma è pure
dannosa. Eterogenesi dei fini? No, tragedia annunciata. Non serve
allora riformarla, occorre abolirla quanto prima.
L’Onu, infatti, come predecessori ed epigoni in sedicesimo, è la
trasposizione alle relazioni internazionali dell’“imperativo
categorico” della “morale vuota” kantiana su cui si regge. Quello che,
aboliti i princìpi, edifica una cattedrale laica su “valori” che si dà,
ex auctoritate di statuto fondativo, la potestà di enforcement di una
petitio principii. Bisogna stare uniti perché divisi non si può stare.
Ma, senza principio fondativo, il “valore” si giustifica solo post
factum, in corso d’opera: da cui la tautologia di una unità che si
regge solo sulla postulazione di se stessa. L’unico esempio storico di
una Europa unita non solo per conquista militare ma per cultura
condivisa del fondamento principiale, invece, se e quando ha
funzionato, ha funzionato perché nessuno ha mai pensato di
giustificarla.
Al contrario, la cattedrale laica dell’internazionalismo contemporaneo
(in cui rientra a buon diritto, oltre all’ONU, anche l’Unione Europea
parricida) non ha mai funzionato perché ha preteso di fare a meno di un
principio di fondazione giustificandosi esclusivamente in nome del suo
by-product, i valori scambiabili, che però sono per definizione mobili.
Per Rocca sono quindi da chiudere anzitutto l’Assemblea Generale e il
Consiglio di Sicurezza, responsabili primi dell’inefficacia strutturale
dell’ONU. Noi, a differenza di Rocca, e forti di studi quali Il volto nascosto dell’Onu. Verso il governo mondiale (trad. it. Il Minotauro, Roma 2004) di Michael Schooyans, Contro il cristianesimo. L’ONU e l’Unione Europea come nuova ideologia
di Eugenia Roccella e Lucetta Scaraffia (Piemme, Casale Monferrato
[Alessandria] 2005, pp.210, E11,50), e pure dei contributi offerti dal
più recente fascicolo d’Imperi. Rivista quadrimestrale di geopolitica e globalizzazione,
diretta da Aldo di Lello ed edita a Roma da Nuove Idee
(tel.06/39738949), aggiungiamo volentieri pure le sue «agenzie, fondi e
programmi umanitari che funzionano» (Rocca): andrebbero chiusi, e
velocemente, proprio perché, ahinoi, funzionano.
HONUnculus
Perché il punto è questo. Se la Carta dei diritti umani dell’ONU non
tutela la persona così come essa è, ma è lo strumento per dare forza di
legge a diritti stabiliti a tavolino; se, come scrive bene Rocca,
«l’elenco dell’irrilevanza e dei disastri compiuti dall’Onu è lungo,
quasi infinito»; se la paralisi dell’ONU inizia nel 1948, con
l’incapacità di difendere la propria risoluzione sullo Stato d’Israele;
se la sua ignavia è continuata per mezzo secolo nell’Europa Orientale –
tiranneggiata dall’Unione Sovietica che occupava uno dei seggi del suo
ristrettissimo Consiglio di Sicurezza –, in Asia – minacciata dalla
Cina rossa che occupava un altro di quei seggi –, nei genocidi
dell’Africa – compreso il suo Corno ai tempi di Bill Clinton, con
gli Stati Uniti di Clinton che fecero altrettanta pessima figura –,
nell’ex Jugoslavia della pulizia etnica; se le volte che è invece
andata bene (Corea anni Cinquanta e due volte nel Golfo Persico) è
stato per merito di Unione Sovietica (che boicottò l’ONU onde
delegittimare Taiwan) e Stati Uniti (che hanno agito da sé,
costringendo l’ONU a muoversi); se, dice sempre Rocca, fra i suoi
Stati-membri c’è un «buon 40% di regimi non democratici»; e se per di
più costa maledettamente di denari nostri che spenderemmo meglio
altrimenti, allora forse è giunto il momento della sepoltura definitiva.
Rocca propone l’alternativa, elaborata dal Partito Radicale
Transnazionale, di un’alleanza mondiale delle democrazie, secondo la
formula, stupenda, che «la democrazia e la libertà siano le più potenti
armi di protezione di massa dei popoli». Ma perché non si trasformi in
un passaggio simile a quello, sciagurato, fra SdN e ONU, bisogna che si
abbandoni Kant. Ci vuole un principio prima di un valore. E stante che
“principio” vale anche “inizio”, forse è opportuno ragionare seriamente
di quella nuova translatio imperii a favore degli USA che, piaccia o no, di fatto già opera da tempo. E che, piaccia o no, opera meglio dell’ONU.
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