Home
giovedì 2 settembre 2010
 Home  Settimanale  Direttore  Redazione  Abbonamenti  Archivio  Links  Contatti
In edicola
 Il sommario dell'ultimo numero
 L'archivio
Prima Pagina
 Scarica il PDF
In Libreria
 Tutte le novità
delle Edizioni

      
Le rubriche
 Le Recensioni
 Contraltare
 Fantascienza, fantasy ...
Approfondimenti
Architettura: c'era una volta il bello
Bellezza al centro della politica
La fine del 25 Aprile
Abolire il liberalismo
Dan Brown & altre panzane
"Gramscismo liberale"
Che razza di Illuminismo!
Darwin a-dieu
A morte i critici e i giovani scrittori
L'Arte nata morta
Un ambiente economicamente sostenibile
L'altra America
L' era digitale
La Grande Tradizione
Polematica
Neocon files
Mailing List
 Iscriviti alla
Mailing List de
Il Domenicale
L'aforisma della settimana
Dulce et decorum est
pro patria mori

Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
Vai all'archivio >>
 
Cristoforo Colombo, 500 anni dopo
Cinque secoli fa moriva, povero e dimenticato, uno degli uomini più straordinari di tutti i tempi, sul cui conto se ne sono dette di ogni. Un prestigioso volume curato dalla Fondazione Cristoforo Colombo per la Vallecchi fa ora definitivamente il punto. Finalmente autenticata, la lettera di Michele da Cuneo restituisce per intero l’uomo, eroe e peccatore
di Marco Respinti
Lo si è detto santo e bandito, templare “in sonno” o converso poco convinto, avventuriero fanatico e destinatario dei segreti cartografici di Piri Reis. Sia come sia, Cristoforo Colombo fa parlare di sé da cinque secoli e mai con serenità. Una delle poche cose certe, però, è che – va detto pure a rischio di apparire banali – senza di lui il mondo non sarebbe stato lo stesso. Nel 1949, Alberto Savinio lo scrisse in modo magistralmente polemico (salvo poi cambiare idea): «La scoperta dell’America è il maggior disastro capitato all’Europa. Il cominciare dell’America ha segnato il finire dell’Europa. Si continuano ad alzare statue a Colombo: bisognerebbe abbatterle e cancellare la memoria di lui».

Parte da qui il dotto eppur godibilissimo saggio  introduttivo, Al di là dei misteri, con cui Dario Guglielmo Martini, scrittore e critico teatrale, apre il sontuoso volume Colombo realizzato dalla Fondazione Cristoforo Colombo di Genova (tel.010/ 562046; fondazionecolombo.it) e pubblicato a Firenze da Vallecchi (tel.055/324761). Le 272 pagine di grande formato (cm 33 x 45) stampate su carta da 220 grammi appositamente realizzata della Cartiere Milani di Fabriano che compongono questa perla per bibliofili sono rilegate artigianalmente in pelle con impressioni in oro e vengono protette da un cofanetto rigido. La tiratura è di soli 1999 esemplari e l’occasione solenne: i 500 anni della morte, nella povertà e nell’oblio di Valladolid, in Spagna, dell’Ammiraglio del Mare Oceano. Maggio fu il mese, ma controverso il giorno: probabilmente il 20, ma non è certo.

Una pubblicazione specialissima, insomma, che unisce la magnificenza tipica dell’oggetto da collezione a materiale documentario di primaria importanza.
Il Colombo si apre con una presentazione di Mario Bozzi Sentieri, presidente della Fondazione CC – che al navigatore ha dedicato in ottobre anche un pregevole numero monografico del proprio trimestrale, Viaggio in Liguria –, prosegue con il saggio di Martini, di cui in queste pagine proponiamo ampi stralci, e si chiude con testi di Giuseppe Milazzo e Aldo Agosto. Nel mezzo, diversi documenti significativi – tra cui parte del Giornale di bordo del viaggio del 1492 e il Memoriale Torres –  e un’antologia letteraria che, curata da Simonetta Garibaldi, accoglie giudizi di autori quali Torquato Tasso, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, Giacomo Leopardi e addirittura Dario Fo. Il tutto corredato da una scelta iconografica imponente: 80 illustrazioni a colori (20 a doppia pagina), tra cui la celebre “Carta del Cantino”, mappa portoghese del 1502.

Ma il “pezzo forte” è la lettera con cui il savonese Michele da Cuneo racconta, per partecipazione, il secondo dei quattro viaggi compiuti da Colombo oltre l’Atlantico fra 1493 e 1496. Il volume Vallecchi ne riproduce fedelmente il testo, scritto in un volgare italiano irto di latinismi e di genovesismi, ma fino a oggi è come se la sua testimonianza fosse rimasta inascoltata.
La lettera del da Cuneo, contenuta in un manoscritto dalla copertina in cuoio scuro (a cui deve il nome di “Manoscritto Nero” su cui troppi hanno ricamato), è rimasta infatti per secoli  a Bologna, prima al Collegio Ferrerio poi alla Biblioteca Universitaria, ma nessuno l’ha notata se non Olindo Guerrini nel 1885. Da qui si è però scatenata una “guerra fredda” d’interpretazioni tra chi dubitava della sua autenticità, chi ne ha ritenuto fantasie i contenuti e chi ha pensato che persino il destinatario, il gentiluomo Geronimo Annari, fosse una millanteria. Tutto, molto probabilmente, per tema che la lettera volgesse il giudizio della storia a favore di Colombo.

Perché il da Cuneo permette del navigatore un ritratto diverso da quello dipinto – in occasione del quinto centenario della scoperta dell’America, nel 1992, se ne ebbero esempi pesantissimi – da molta propaganda ideologica, solo a rari tratti ammantata di parascientificità. Schiavista, razzista, imperialista. E ancora uomo assetato solo di denaro, gloria mondana e potere al servizio di un eurocentrismo aggressivo da cui dipenderebbero tutti i mali del Nuovo Mondo nessuno escluso: la discriminazione degl’indigeni, la tratta dei neri, lo sterminio dei pellirosse, addirittura le catastrofi ambientali.

Finalmente, però, un giovane studioso savonese, Giuseppe Milazzo, ha dimostrato in maniera inconfutabile l’assoluta autenticità della lettera del da Cuneo e ne ha verificato i contenuti. Sta tutto nel suo saggio Colombo, Michele da Cuneo e l’isola regalata, in L’isola regalata. Cronache caraibiche antiche e moderne (Viennepierre, Milano 2002), che pubblica anche la traduzione della lettera. Opportunamente, Martini lo segue e celebra nel volume Vallecchi.
Chi era davvero Colombo? Molte cose, sicuramente, ma per certo nessuna delle caricature che negli anni gli si sono volute cucire addosso.

Era un cattolico convinto, l’Ammiraglio; non un santo, certo, anche se però peccatore lo fu né più né meno della media dei cristiani di sempre.
Come ha mostrato Geo Pistarino, docente di Storia medioevale nell'Università di Genova, in Cristoforo Colombo: l’enigma del criptogramma – pubblicato a Genova nel 1990 dall’Accademia Ligure di Scienze e Lettere – dal 1502 il genovese prese a firmarsi Christo ferens, «colui che porta a Cristo», al posto di El Almirante, sormontando il proprio nome con un triangolo trinitario disegnato da tre “S” – una litania per lo Spirito Santo –, alla cui base inserì un’“A” per Altissimus. Sotto, volle quindi le lettere “X”, “M”, “Y” per Christus, Maria e Yesus (nello spagnolo di allora “y” e “j” si equivalevano).

Orbene, la scelta si spiega egregiamente anzitutto con il fatto che Colombo si considerava missionario ad gentes in quelle terre “asiatiche” che aveva imparato a conoscere sul Milione di Marco Polo, ma questo soprattutto perché la missione in “Estremo Oriente” era per lui il virtuoso effetto collaterale prodotto da una spedizione che mirava a cacciare tesori onde finanziare un’ultima, estrema Crociata per la liberazione definitiva del Santo Sepolcro.
Difficile che il processo di beatificazione richiesto nel 1865 a carico di Colombo dal conte Antoine François Felix Roselly de Lorgues a Papa Pio IX potesse anche solo partire per via di quella convivenza more uxorio che il genovese ebbe con la madre dei suoi figli. Ma da qui alla lapidazione in effigie ce ne passa. E oggi è ufficialmente merito anche di Michele da Cuneo se l’Ammiraglio che fece l’impresa può essere pienamente reintegrato nell’onore che gli spetta. L’Ammiraglio la cui impresa partorì l’Occidente.
Home Settimanale Direttore Redazione Abbonamenti Archivio Links Contatti
P.IVA 03542350966