Lo si è detto santo e bandito,
templare “in sonno” o converso poco convinto, avventuriero fanatico e
destinatario dei segreti cartografici di Piri Reis. Sia come sia,
Cristoforo Colombo fa parlare di sé da cinque secoli e mai con
serenità. Una delle poche cose certe, però, è che – va detto pure a
rischio di apparire banali – senza di lui il mondo non sarebbe stato lo
stesso. Nel 1949, Alberto Savinio lo scrisse in modo magistralmente
polemico (salvo poi cambiare idea): «La scoperta dell’America è il
maggior disastro capitato all’Europa. Il cominciare dell’America ha
segnato il finire dell’Europa. Si continuano ad alzare statue a
Colombo: bisognerebbe abbatterle e cancellare la memoria di lui».
Parte da qui il dotto eppur godibilissimo saggio introduttivo, Al
di là dei misteri, con cui Dario Guglielmo Martini, scrittore e critico
teatrale, apre il sontuoso volume Colombo realizzato dalla Fondazione
Cristoforo Colombo di Genova (tel.010/ 562046; fondazionecolombo.it) e
pubblicato a Firenze da Vallecchi (tel.055/324761). Le 272 pagine di
grande formato (cm 33 x 45) stampate su carta da 220 grammi
appositamente realizzata della Cartiere Milani di Fabriano che
compongono questa perla per bibliofili sono rilegate artigianalmente in
pelle con impressioni in oro e vengono protette da un cofanetto rigido.
La tiratura è di soli 1999 esemplari e l’occasione solenne: i 500 anni
della morte, nella povertà e nell’oblio di Valladolid, in Spagna,
dell’Ammiraglio del Mare Oceano. Maggio fu il mese, ma controverso il
giorno: probabilmente il 20, ma non è certo.
Una pubblicazione specialissima, insomma, che unisce la magnificenza
tipica dell’oggetto da collezione a materiale documentario di primaria
importanza.
Il Colombo si apre con una presentazione di Mario Bozzi Sentieri,
presidente della Fondazione CC – che al navigatore ha dedicato in
ottobre anche un pregevole numero monografico del proprio trimestrale,
Viaggio in Liguria –, prosegue con il saggio di Martini, di cui in
queste pagine proponiamo ampi stralci, e si chiude con testi di
Giuseppe Milazzo e Aldo Agosto. Nel mezzo, diversi documenti
significativi – tra cui parte del Giornale di bordo del viaggio del
1492 e il Memoriale Torres – e un’antologia letteraria che,
curata da Simonetta Garibaldi, accoglie giudizi di autori quali
Torquato Tasso, Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, Giacomo Leopardi e
addirittura Dario Fo. Il tutto corredato da una scelta iconografica
imponente: 80 illustrazioni a colori (20 a doppia pagina), tra cui la
celebre “Carta del Cantino”, mappa portoghese del 1502.
Ma il “pezzo forte” è la lettera con cui il savonese Michele da Cuneo
racconta, per partecipazione, il secondo dei quattro viaggi compiuti da
Colombo oltre l’Atlantico fra 1493 e 1496. Il volume Vallecchi ne
riproduce fedelmente il testo, scritto in un volgare italiano irto di
latinismi e di genovesismi, ma fino a oggi è come se la sua
testimonianza fosse rimasta inascoltata.
La lettera del da Cuneo, contenuta in un manoscritto dalla copertina in
cuoio scuro (a cui deve il nome di “Manoscritto Nero” su cui troppi
hanno ricamato), è rimasta infatti per secoli a Bologna, prima al
Collegio Ferrerio poi alla Biblioteca Universitaria, ma nessuno l’ha
notata se non Olindo Guerrini nel 1885. Da qui si è però scatenata una
“guerra fredda” d’interpretazioni tra chi dubitava della sua
autenticità, chi ne ha ritenuto fantasie i contenuti e chi ha pensato
che persino il destinatario, il gentiluomo Geronimo Annari, fosse una
millanteria. Tutto, molto probabilmente, per tema che la lettera
volgesse il giudizio della storia a favore di Colombo.
Perché il da Cuneo permette del navigatore un ritratto diverso da
quello dipinto – in occasione del quinto centenario della scoperta
dell’America, nel 1992, se ne ebbero esempi pesantissimi – da molta
propaganda ideologica, solo a rari tratti ammantata di
parascientificità. Schiavista, razzista, imperialista. E ancora uomo
assetato solo di denaro, gloria mondana e potere al servizio di un
eurocentrismo aggressivo da cui dipenderebbero tutti i mali del Nuovo
Mondo nessuno escluso: la discriminazione degl’indigeni, la tratta dei
neri, lo sterminio dei pellirosse, addirittura le catastrofi ambientali.
Finalmente, però, un giovane studioso savonese, Giuseppe Milazzo, ha
dimostrato in maniera inconfutabile l’assoluta autenticità della
lettera del da Cuneo e ne ha verificato i contenuti. Sta tutto nel suo
saggio Colombo, Michele da Cuneo e l’isola regalata, in L’isola
regalata. Cronache caraibiche antiche e moderne (Viennepierre, Milano
2002), che pubblica anche la traduzione della lettera. Opportunamente,
Martini lo segue e celebra nel volume Vallecchi.
Chi era davvero Colombo? Molte cose, sicuramente, ma per certo nessuna
delle caricature che negli anni gli si sono volute cucire addosso.
Era un cattolico convinto, l’Ammiraglio; non un santo, certo, anche se
però peccatore lo fu né più né meno della media dei cristiani di
sempre.
Come ha mostrato Geo Pistarino, docente di Storia medioevale
nell'Università di Genova, in Cristoforo Colombo: l’enigma del
criptogramma – pubblicato a Genova nel 1990 dall’Accademia Ligure di
Scienze e Lettere – dal 1502 il genovese prese a firmarsi Christo
ferens, «colui che porta a Cristo», al posto di El Almirante,
sormontando il proprio nome con un triangolo trinitario disegnato da
tre “S” – una litania per lo Spirito Santo –, alla cui base inserì
un’“A” per Altissimus. Sotto, volle quindi le lettere “X”, “M”, “Y” per
Christus, Maria e Yesus (nello spagnolo di allora “y” e “j” si
equivalevano).
Orbene, la scelta si spiega egregiamente anzitutto con il fatto che
Colombo si considerava missionario ad gentes in quelle terre
“asiatiche” che aveva imparato a conoscere sul Milione di Marco Polo,
ma questo soprattutto perché la missione in “Estremo Oriente” era per
lui il virtuoso effetto collaterale prodotto da una spedizione che
mirava a cacciare tesori onde finanziare un’ultima, estrema Crociata
per la liberazione definitiva del Santo Sepolcro.
Difficile che il processo di beatificazione richiesto nel 1865 a carico
di Colombo dal conte Antoine François Felix Roselly de Lorgues a Papa
Pio IX potesse anche solo partire per via di quella convivenza more
uxorio che il genovese ebbe con la madre dei suoi figli. Ma da qui alla
lapidazione in effigie ce ne passa. E oggi è ufficialmente merito anche
di Michele da Cuneo se l’Ammiraglio che fece l’impresa può essere
pienamente reintegrato nell’onore che gli spetta. L’Ammiraglio la cui
impresa partorì l’Occidente.
|