LA CULTURA
Ecco perché a destra serve leggere Gramsci
La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope
Avrei potuto scrivere questo pezzo
ancora prima di conoscere l’esito elettorale. D’altronde gli errori che
il Centrodestra ha commesso in campo culturale sono errori che non
avrebbe dovuto commettere sia nel caso di sconfitta (come è accaduto)
sia nel caso di vittoria (come purtroppo non è stato). E sono errori
che il Domenicale ha evidenziato costantemente ogni settimana in questi 5 anni di lavoro.
La cosa più grave non sono i singoli casi, bensì la mancanza in
generale di una adeguata politica culturale per creare quel consenso
vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la
rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 e di
cui il Paese avrebbe gran bisogno.
Dire che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano
anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può
realizzarsi una vera rivoluzione, non è azzardato. Non significa
rinnegare la nostra idea liberale, imponendoci metodi illiberali.
Proprio la nostra ingenuità liberale ci ha condotto al disastro,
lasciando che vincesse ancora la menzogna dell’egemonia post-comunista.
Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare
esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui
liberali: abbiamo espresso la nostra giusta propensione alla libertà,
soprattutto cercando di non imporre nostri uomini. E così abbiamo
finito per omaggiare i soliti: o vecchi arnesi scialbi e ormai incapaci
di pensieri nuovi che da sempre succhiano la mammella del potere, o
giovani allevati alla scuole della vecchia egemonia. E così pensavamo
di aver fatto bene, pensavamo perfino che gli altri ci avrebbero
riconosciuto la nostra liberalità.
Non abbiamo però mai badato ai risultati: nell’informazione, nell’arte,
nel cinema, nella scuola, nelle università, nelle fondazioni, negli
enti musicali, nelle case editrici. Proprio sui risultati avremmo
dovuto puntare invece la nostra attenzione. Sui risultati avremmo
dovuto essere liberali davvero, facendo in modo non che si sostituisse
la vecchia egemonia con una nuova (imporre un pensiero è sempre cosa
disdicevole), bensì che accanto alle vecchie incrostazioni nascessero
nuovi pensieri nell’arte, nel cinema, nella scuola, nella storia,
nell’informazione, nella televisione. Avremmo dovuto, pur
nell’individualismo che spesso ha contraddistinto il pensiero di
destra, creare reti, luoghi di incontro, giornali, riviste, dare ai
giovani spazi di crescita, prevedere percorsi di studio, finanziare
ricerche e, perché no, carriere.
E questo compito spettava alla politica. Perché se è vero che non
spetta alla politica creare geni, anzi i geni nascono quasi sempre per
avversità alla politica e ai regimi, spetta però alla politica creare
una nuova classe dirigente, spetta alla politica creare le condizioni
(visibilità, opportunità, e diciamolo senza pruderie, soldi) perché una
nuova classe intellettuale possa finalmente liberare l’Italia dalle
pastoie di un’egemonia culturale stucchevole. E invece il Centrodestra
ha fatto il contrario: non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i
soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai
peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative,
nate controcorrente rispetto al generale disinteresse.
Angelo Crespi
L'INFORMAZIONE
Un errore non aver copiato Repubblica
Perché si poteva immaginare un grande quotidiano di Centrodestra
Uno dei nodi politici più spinosi di
questi ultimi anni è relativo al ruolo dell’informazione. Sul tema si
sono scontrate due posizioni massimaliste. Da un lato chi crede che
quello di Berlusconi sia stato un vero e proprio regime mediatico.
Dall’altro chi pensa (come Berlusconi) che l’informazione sia
pesantemente schierata a sinistra.
Al di là delle personali convinzioni – il conflitto di interesse in
parte esiste, lo schieramento della maggior parte dell’informazione a
sinistra è certo – spettava al Centrodestra, anche per ottenere
benefici di parte, creare le condizioni perché si invertisse il segno
dell’informazione italiana. Si sa che l’occupazione delle redazioni
(Rai e maggiori quotidiani italiani, compresi quelli di destra) da
parte della sinistra avvenne negli anni Settanta quando i sindacati
furono usati come dei veri cavalli di troia. E si sa pure che
l’egemonia è difficile da scalfire. Ma davanti a un elettorato
sostanzialmente diviso a metà, si poteva immaginare un grande giornale
conservatore che potesse intercettare i lettori delusi: si pensi a una
parte della borghesia che non applaude certo al posizionamento del Corriere della Sera, che vede ingrigita la Stampa di Torino, ma che non trova l’autorevolezza del primo, la tradizione della seconda, in altri quotidiani del Centrodestra.
Se il Giornale è stato,
nonostante il lavoro del direttore Maurizio Belpietro, certamente
sfavorito dalla obbligata linea filogovernativa (anche Repubblica ai tempi del primo governo Prodi incontrò molte difficoltà), Libero, benché vicino al governo, in modo geniale con Vittorio Feltri ha saputo interpretare solo il ruolo di opposizione, mentre il Foglio grazie a Giuliano Ferrara è risultato l’organo di informazione più autorevole, sebbene destinato a una piccola élite.
Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani
ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani
ascrivibili alla sinistra. Non volendo pensare che solo gli italiani di
sinistra acquistino giornali, ragionando sulla composizione
dell’elettorato, è facile dedurre che almeno un paio di milioni di
questi lettori siano latamente di centro destra e che essi
potenzialmente potrebbero acquistare giornali di Centrodestra.
Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all’altra, bisogna
superare numerose barriere psicologiche e sedimentate abitudini.
Eppure, lo spazio c’era. Certo bisognava immaginare un grande progetto.
Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte
raccolta pubblicitaria (come peraltro il Giornale
con Mondadori). Puntare innanzitutto sull’autorevolezza, così da poter
offrire una buona ragione di impegno a illustri commentatori che fino
ad ora non si sono voluti “sporcare” a collaborare con i giornali del
Centrodestra. Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tener
insieme il blocco sociale fondamentale per l’Italia: cioè quel blocco
sociale conservatore, cattolico, popolare, liberale che ha governato
insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per
cinquant’anni ma che non ha un grande quotidiano in cui riflettersi.
Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una
concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato
newsmagazine, un allegato femminile, un allegato di economa e di
lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet).
Solo così facendo si poteva cambiare segno a quel predominio della
sinistra nella carta stampata: che – è bene ridirlo – ha più potere di
influenzare l’elettore che la tivù, perché il quotidiano non solo
fornisce l’informazione, ma provvede giorno dopo giorno a costruire le
caselle con cui l’elettore comprende quell’informazione. E poi, per
farla più breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica e
la sua capacità di incarnare l’opinione del proprio lettore, per
ripetere paro paro a destra.
Angelo Crespi
LA FORMAZIONE
Mancano le reti e un ceto politico che le usi
Ma soprattutto regna la divisione su ciò che le reti debbono veicolare
Così come si è arrancato fino a
oggi non è più possibile fare. E i risultati delle urne, di per sé,
c’entrano poco. Il Centrodestra pare più un’Armata Brancaleone che un
acies formata. E questo su molti e svariati punti – ne stiamo
riempiendo ben due paginate delle nostre, e molto ci tratteniamo per
ovvie ragioni di spazio –, epperò soprattutto su uno. Quello che –
parlo il linguaggio caro appunto al Centrodestra per evitare difetti di
comunicazione – risponde al nome di risorse umane e capitale pure
umano, investimento su se stessi, virtuoso matrimonio fra libertà sì,
ma anche responsabilità.
Se una cosa il Centrodestra non ha saputo costruire è insomma se
stesso. E la tiritera sul “partito unico” è solo un aspetto della
questione, nemmeno il più simpatico, vestitino indossato alla
chetichella per nascondere ben altre pudenda immancabilmente nude.
Ciò che il Centrodestra non ha fatto perché evidentemente non ha saputo
fare è la formazione: la formazione di se stesso, la formazione
permanente.
Non c’è un tema, se non quelli secondi perché secondari, su cui il
Centrodestra – leader, quadri, funzionari e truppe – mostri
compattezza. Sì, dei princìpi di fondo si sta qui parlando, quelli che
debbono configurare anche una formazione politica. Perché se è vero che
la politica non è tutto, è pur vero che la politica, nella vita di un
Paese democratico, è molto.
I princìpi, dunque, da cui discendono visioni delle cose, della
società, della lotta politica. Quelli che per definizione stanno prima
di ogni altra cosa e che per questo non sono (a differenza dei
“valori”) negoziabili. Ora, di princìpi ce ne sono tanti, fin troppi
nel Centrodestra, e uno più diverso dall’altro. Certo, tutto in
ossequio alla libertà liberale, ma allora è inutile lamentarsi poi dei
risultati.
Il primo punto cruciale è l’incapacità del Centrodestra a fare rete dei
propri strumenti, arcipelago delle proprie isole sparse. Prendiamo la
carta stampata. Ideazione, Fondazione liberal, il Foglio, il Domenicale
(mi scusino gli assenti). Complice un individualismo meschino che vede
nell’“altro” un concorrente lanciato a sottrarre qualche briciolo di
pubblicità e una manciata di lettori, ognuno tira avanti con il
paraocchi. Laddove è invece dimostrato il contrario: una buona
omogeneità nella proposta culturale e una sapiente organizzazione nel
proporre ventagli di strumenti che si spalleggino e sostengano a
vicenda moltiplica il lettore di pubblicazioni che per definizione non
sono il quotidiano usa e getta.
Il secondo, basilare, è l’insipienza del ceto politico di area a fare
tesoro di chi oggi è isola puntando domani all’arcipelago. Cioè: già è
difficile fare reti, ma se poi nessuno le utilizza in sede politica
allora tanto vale. Perché resta sempre vero che chi sbaglia cultura
sbaglia politica.
Ma il terzo, fondamentale nodo è: ammesso che la politica usi le reti,
e che quindi qualcuno le reti le riesca a tessere, che cosa ci si pesca
poi con esse? Esemplifichiamo. A quando la riflessione su cosa
significa essere, oltre che dirsi, “liberale”? Essere, oltre che dirsi,
“sociale”? E “comunitario”, e favorevole alla sussidiarietà, e fautore
della solidarietà meritocratica? E, soprattutto, “occidentale”?
Comunque vadano le elezioni, le Sinistre riescono sempre a infilare i
propri guastatori nella scuola, nelle case editrici, nella gestione di
cultura, sport e tempo libero, insomma in tutti i gangli della vita
vera del Paese. Riescono perché hanno investito tutto sulle “università
parallele”, quelle della strada, delle sezioni, della vita. Oggi le
Sinistre stanno assieme solo perché hanno un nemico comune: ma la loro
meccanica regge perché in altre stagioni l’hanno saputa rodare e oliare.
C’è da riflettere, insomma, sul fatto che Antonio Gramsci preparò il
futuro partendo dal lontano
Rinascimento.
Marco Respinti
LA TELEVISIONE
Per un ravvedimento davvero liberale
Basta con la dittatura del peggio, è l’ora di inseguire e d’indurre attese diverse
Altro che par condicio,
sovraesposizioni mediatiche e dibattiti immoderabili. Altro che
monopolio delle reti da parte del premier, tre in conto commerciale e
tre in carico istituzionale. Il guaio, con la televisione, è che mentre
un bel tacer non fu mai scritto, un brutto tacer fu molto visto. Per
parlar chiaro, da una parte stanno le quisquilie preelettorali, con i
conti delle serve (sulle percentuali di voto garantite dalle tv) e le
chiacchiere delle comari (su chi vince i duelli impastoiati).
Dall’altra sta la lunga, incontrastata, bipartisan dittatura sul
telespettatore-cittadino(-elettore) ricercato, alimentato, inseguito,
blandito e governato dai media televisivi.
Qual è il profilo di persona che si ricava dalla televisione di massa
attivamente perseguita sulle reti Mediaset e – par condicio mezzo
gaudio – sulle reti Rai, sens’alcuna distinzione quantiqualitativa? A
che criterio culturale, sociale, etico obbedisce una programmazione che
ha non soltanto sancito l’equivalenza tra informazione e spettacolo, ma
anche, soprattutto, tradotto l’imperativo dell’audience in quote
predigerite d’ingredienti ad hoc?
Ancora più chiaramente. Non stiamo parlando, non soltanto, di
tette&culi. Parliamo dell’inversione tra show e reality,
dell’esaltazione della competizione ipocrita (Grande Fratello, Amici, Distraction), del salottismo vacuamente interrogativo (Il senso della vita, Il bivio), del dibattito relativizzato (Costanzo Show, e, sì, molto Porta a Porta), del grondamento emozional-privato (Stranamore, C’è posta per te, Amore) del prendi i soldi & scappa (Affari tuoi, Chi vuol esser milionario)
eccetera. E i diritti del calcio contano assai più che quelli dei
disagiati. Laddove si comprende che i veri opinion leader del piccolo
schermo oggi non sono gli Opinionisti bensì i Circensi. Una riprova? Di
là si allevano i Floris, di qua si tratta da padella Socci cadendo
nelle braci La Rosa e Masotti, che fanno rimpiangere il barbuto e
intelligente, ancorché non molto telegenico, predecessore.
Si dirà: ma che altro volete da una televisione che deve sbarcare il
lunario? è il pubblico a condizionare gli spettacoli, non viceversa.
Quanto ai valori (pardon, i Valori), avete avuto i Donmattei e le
fiction pontificie, i Perlasca e i Padrepii, perfino le sei puntate
extralarge del Signore degli Anelli
in prima serata. Sì. Ma non abbiamo avuto, e invece volevamo, una
televisione che fosse capace di reggere la rotta guardando alla bussola
di un obiettivo che insieme ai Circenses dello svago ci desse anche il
Panem dell’educazione. La quale, a sua volta, non è la bacchettona
imposizione di chissà quale diktat pedagogico-morale, ma l’esemplarità
liberale – e per questo gratuita – di immagini (e volti, e contenuti)
consone al meglio di noi, e non soltanto alla blandizie svaccata del
peggio.
Non tutto è stato pessimo, certo, anche se al momento – forse
obnubilati dalla nottata elettorale – fatichiamo a sciorinare esempi di
tivù positiva con la stessa immediatezza del suo contrario. E
tuttavia siamo certi d’aver constatato, nel trascorso quinquennio, che
una tale lungimiranza positiva non c’è stata. Per verifica il lettore
sfogli i numeri in cui, nei quattro anni di vita che conta questo
giornale, le rubriche di spettacolo hanno recensito trasmissioni e
personaggi.
Non crediamo di esagerare se invochiamo, per gli anni futuri, uno
strategico, oltre che doveroso, ravvedimento televisivo. Doveroso per
la tivù del servizio pubblico, necessario per quelle commerciali: dove
l’azionariato può pretendere che si apra anche l’occhio del di tutto di
meglio, e non solo quello del di tutto di più. Che in tivù ci sia di
tutto, è un fatto. A voler essere ottimisti, in questo “di tutto” ci
sono anche i migliori cervelli dell’Italia creativa. Siamo sicuri che
se anche solo una piccola parte di costoro si provasse a fare di
meglio, qualcosa di meglio la vedremmo.
Giuseppe Romano
IL CINEMA
Una macchina che fabbrica consenso
E il bello è che il ministero finanzia i suoi detrattori a suon di milioni
Di tanto in tanto, soprattutto ai
festival, qualcuno dice che il cinema italiano è in grande salute. Non
è vero, non lo è. Il nostro cinema è fra i peggiori. Con un’aggravante:
c’era un tempo in cui eravamo i migliori e insegnavamo agli altri.
Parlo come movimento generale. Poi, per fortuna emerge la qualità di un
Benigni e di un Moretti (al di là dell’ultimo incidente di percorso),
il mestiere di Verdone e Avati. Poco altro.
In un pezzo da me scritto in questa sede, tal titolo C’era una volta il cinema italiano, citavo due film esemplari, Quo vadis baby e La bestia nel cuore,
ne analizzavo i contenuti e gli esempi proposti: liberalizzazione
(diciamo così) della droga, pronunciamento ateo, famiglia devastata
(padre pedofilo, madre complice), il gay come unico modello umano e
positivo. Nessuna morale, speranza, positività. Nessuna bellezza e
armonia, mai un eroe, mai una bella faccia. Un solo diktat: deve
“passare” una certa idea del paese.
Il cinema americano, tutt’altro che esemplare, propone comunque
nell’insieme alcuni eroi e modelli, certo, “con macchia”, verosimili,
identificatori, positivi. Alludo a Hanks, Pitt, Clooney, Depp, e altri,
e altre. L’America non è più il paese degli eroi che liberò l’Europa
due volte nel secolo scorso, il concetto si è trasformato: da
“liberatore” a “imperialista”. Tuttavia in tanta dialettica e tanti
errori, gran parte della tradizione buona e libera americana non può
essere negata. Trattasi sempre di una cultura vitale e ottimista, con
consolidata radice morale. E quel cinema è (spesso) espressione di
quella civiltà. Ma da noi non accade.
Eppure, il nostro paese è decisamente migliore, è più sereno, meno
cinico e grigio e soprattutto meno “malato” del cinema che lo
rappresenta. Chiediamo dunque agli autori di darci respiro dal sociale
esasperato, dalla politica violenta, dalla fastidiosa manifestazione di
superiorità intellettuale trasmessa, che poi è solo presunta. Un
regista italiano “propenso” allo spinello porterà il suo argomento come
lotta, e darà lavoro ai “suoi”. Così farà l’autore propenso ai pacs,
così farà il nichilista. Mai una bella storia, vitale, rivolta al
buono, mai una distinzione fra il bene e il male, mai un po’ di sana
evasione.
Pensiamo anche agli inglesi. Storie dolorose, consapevoli, istantanee del momento difficile del paese, titoli come Grazie signora Thatcher, Full Monty, Billy Elliot, un grande sociale, ma anche un cinema vero, che richiama il pubblico, e diverte.
Il bello (o il brutto, vedete voi) è che il ministero finanzia il
nostro cinema. Certo ha il dovere di sostenere registi come Olmi,
Scola, Bellocchio: nessuno dei loro film arriva a coprire le spese, ma
sono autori che si sono conquistati una giusta franchigia. Il problema
è che insieme a loro viene sostenuta una pletora di militanti
sprovvisti di talento e provvisti di tessera di partito.
Ho citato due titoli esemplari, adesso faccio un nome esemplare: Marco
Muller, il direttore della Mostra di Venezia. È un ottimo
organizzatore, e un buon operatore nel settore. Ha certamente dato al
Festival grande eco internazionale, ma è anche colui che ha firmato il
documento a favore del terrorista Cesare Battisti, che sarà pure un
buon giallista, ma è stato condannato per aver ucciso e ora è uccel di
bosco. Insomma, mentre il Centrodestra perdeva una battaglia mediatica
per farsi restituire dalla Francia un terrorista, Muller cui è stata
affidata la manifestazione italiana più importante al mondo, la
Biennale cinema, firmava appelli a sostegno del medesimo terrorista.
Muller è l’uomo dalla grande passione d’oriente, il curatore che porta
nelle prime file della platea, durante le premiazioni, personaggi
(quasi tutti) dagli occhi a mandorla. È l’uomo che, nominato dal
Centrodestra, ha esordito organizzando una retrospettiva sul trash
degli anni Settanta. Il nostro peggior cinema. Lo ha esportato nel
mondo, enfatizzandolo. Eccola l’Italia, divertitevi, sfotteteci. In
soldoni, ha inteso, subito, portare la sua testimonianza di
“allineamento”. È l’uomo che non dà spazio a storie che non facciano
parte di “quel” correntone. Ed è colui, va ribadito, che è stato
nominato dalla parte politica che non ama. Dunque chiediamo
un’evoluzione. In futuro, basta militanza, basta “esempi orribili”.
Pino Farinotti
L'ARTE
Noi baccagliavamo loro governeranno
La Melandri e Settis due futuri vecchi ministri per normalizzare la cultura
Come dice il Direttore del Domenicale,
chiedendomi un commento su queste elezioni e l’arte (ossia politica
culturale, musei, mostre, etc), “per voi cambia poco”. E si potrebbe
finire l’articolo qui, tanto è vero. “Noi” chi siamo? Siamo quelli che
credono nell’arte italiana, nella tutela dei beni culturali, nella
diffusione di quel che questo paese, nonostante tutto, tuttora conserva.
In questi 5 anni abbiamo avuto una Quadriennale a Roma e due Biennali
di Venezia. La prima è stata una Quadriennale “di destra”: ben fatta,
completa, almeno nelle intenzioni, e doverosamente “criticata” soltanto
in quanto “di destra”. Ce l’hanno messa tutta i curatori e il
presidente hanno esposto tanti artisti, hanno provato, ma alcuni
invitati, anche giovanissimi, non hanno voluto partecipare in quanto
“di destra” e molti critici “laureati” non l’hanno neppure presa sul
serio.
Peggio capitò con le Biennali. Contestate entrambe, anche per secolare
consuetudine: la prima perché nonostante l’assunto d’essere “dalla
parte dello spettatore”, era risultata poco chiara; la seconda perché,
scomparso il Padiglione Italia, l’Italia intera era simboleggiata dai
soli 4 esemplari scelti dalle curatrici spagnole. Alle polemiche
seguirono i ripari: la prossima Biennale affidata a un americano,
Robert Storr, con l’esclusione del suddetto Padiglione Italia,
frettolosamente resuscitato e destinato a Ida Giannelli.
Tanto rumore per nulla? No, la Biennale continua a rimanere appalto di
curatori stranieri tranne un’isola misteriosa, che comporta un’anomala
separazione tra Italia e mondo senza ragion d’essere. Ministri e
sottosegretari hanno polemizzato, baccagliato giungendo al pettegolezzo
personale ché ormai, e se ne vedono i risultati fin troppo bene, hanno
dimenticato qualsiasi altra ragione.
Salvatore Settis, storico d’arte insigne e Direttore della Scuola
Normale di Pisa, dedicò un libro alla legge che doveva “mettere in
vendita” l’Italia. Scrisse allora Italia S.p.A.,
edito, non sia mai, da Einaudi, cioè da Berlusconi, per elencare le
insidie di questa legge complicata, che, a quanto ne risulti, non ha
avuto nessun esito reale. E la “destra” come ha reagito? Cercando di
farsi amico Settis e facendolo “consulente” per lo stesso progetto che
Settis contrastava.
Ora il professore ha scritto un altro libro, che viene miracolosamente presentato il 7 aprile 2006, Battaglie senza eroi,
nel quale denuncia di nuovo «il pericolo del patrimonio artistico, sul
baratro della vertigine speculativa e destinato a perdere il suo valore
primario…».
Giovanna Melandri scrive a sua volta un libro, identico lasciapassare per il ministero, dal titolo Cultura, paesaggio, turismo,
con prefazione – ma guarda che caso – di Prodi. Il capitolo terzo mette
l’accento sui “danni” degli «Attila della bellezza e della cultura»:
quali? Le nostre furono solo parole, progetti, purtroppo o per fortuna.
“Loro” invece si preparano a governare preceduti da massime epocali:
«per avere un buon livello d’istruzione e di capacità tecnologica un
paese deve avere un buon sistema di biblioteche, di musei, di
istituzioni culturali». Oppure «dobbiamo anche saper ampliare la
categoria tradizionale del Made in Italy (…). Vi è una ricchezza in cui
accanto al design, al Brunello di Montalcino, alla Ferrari e alla moda,
si ritrovano anche arte, cultura e paesaggio», come recita il titolo,
appunto.
Tanti auguri a tutti. E concludo riprendendo una polemica già spiegata dal Domenicale. Il poeta Davide Rondoni scrive su Tempi
che le ultime poesie di Giovanni Raboni (quelle anti-berlusconi) non
sono all’altezza del buon poeta che fu. Nel frattempo organizza a
Bologna una serie di incontri dedicati alla poesia in cui la compagna e
vestale e poetessa doveva parlare del rimpianto Raboni. No invece. Esce
un paginone su Repubblica in
cui la Valduga spiega che non soltanto non partecipa, ma che vorrebbe
impedire con “avvocati e giudici” allo stesso Rondoni di parlare di
Raboni. E conclude i suoi getti di stizza spiegando «che Rondoni la
chiama signorina, mentre lei ha avuto due mariti».
Eccoli qui, gli ennesimi “liberatori” dell’Italia. Faranno i PACS,
faranno figliare i froci, ma per carità, non chiamateci “signorina”.
(Ridono, le Sorelle Materassi, dal cielo, per noi, come dice Crespi,
non cambia nulla. Nessuno ci ha mai chiesto nulla).
Beatrice Buscaroli
LA LETTERATURA
Pubblicare i geni e annullare gli attuali
Spernacchiano il Cav. dalle sue corazzate. E noi passiamo per cretini
In Italia l’editoria non è mai stata
così florida. Sì, tutti, baciati da una divina chiamata, fanno ciò che
debbono fare. Ergo: mai come in questi tempi ultimi sovrabbondano gli
scomparti delle librerie del Paese di tomi che ci potrebbero cambiare
la vita per sempre. Poi, bisogna saper vedere come bisogna saper
leggere. Al costo di una pizza puoi avere Sofocle, Seneca, Dante,
Tolstoj o Conrad, poi, è chiaro, se non sai leggere, se sei cieco dalla
nascita, sarai dannato – o sanamente beota – per l’eternità. La faccia
bacata del cielo è che i colossi editoriali pubblicano a discapito di
questi libri eterni una masnada di libri inutili. Ecco, allora, l’unica
cosa che un vero governo audace dovrebbe fare: limitare ai minimi
termini la pubblicazione degli attuali e aumentare esponenzialmente
quella dei geni. Ed ecco ciò che il governo Berlusconi non ha fatto. O
meglio, non pensandola come i trinariciuti ha lasciato che i
trinariciuti lanciassero i loro sberleffi dalle cattedre di Einaudi e
Mondadori. Così accade che i torvi maoisti Wu Ming o Giuseppe Genna o
Valerio Evangelisti o Aldo Nove, che utilizzano la letteratura per
veicolare imbarazzanti ed estremi appelli politici, perché d’altronde,
lo insegnano loro, la letteratura è un’ancella della politica, non solo
pubblichino per quei colossi ma abbiano anche importanti ruoli decisivi
all’interno delle balenottere “berlusconiane”. E così, spari a
casaccio, un poco tutti – dico tutti – gli “scrittori di regime” vanno
in giro con tessera prodiana annessa minacciandoti che tanto dopo il Domenicale
ti sono precluse le strade dell’Eden giornalistico che ora conta anche
il “Corrierone” all’appello. Fortuna che noi non siamo davvero
gramsciani, se non per paradosso. Però alla lunga sembra che abbiamo
sulla fronte “sale e tabacchi”. Sbottava il Cav. inviperito con
l’Annunziata, “E per fortuna che io controllo la Rai”: lo stesso valga
per le sue corazzate editoriali. Chi di troppo liberalismo ferisce di
troppo liberalismo perisce?
La letteratura è da sempre faccenda elitaria, che chiama i singoli,
operai o magnati essi siano, quindi è manovra illecita cercare di
“conquistare lettori”. Vuol dire educare alla mediocrità. E lo sanno i
presunti scrittori d’oggi: peggio scrivi meglio pubblichi, la
complessità è indice di snobismo e puzza di aristocrazia. Scemate.
Semmai il governo uscente per un soffio avrebbe dovuto far risorgere –
altro miracolo italiano – il rango delle lettere decapitate:
ripubblicare in serie i giganti e nullificare gli attuali. La scrittura
è faccenda complicatissima e per pochissimi. Perderemo milioni di
lettori? Meglio. I pochi renderanno un best seller Mardi o le Metamorfosi.
Disse splendidamente Andrea Cortellessa, il critico-vate di oggidì,
ideologizzato come pochi, a cui Einaudi dà in pasto Gadda, Adelphi
Manganelli, Fazi il mondo intero e Guanda i giovin poeti, in un
convegno fiorentino dello scorso anno i cui “dialoghi” sono ora
opportunamente pubblicati da Atelier
(Numero 41, Marzo 2006) che «la semplificazione indiscriminata del
linguaggio […] va sempre di pari passo con una semplificazione dei
contenuti, un’elementarizzazione delle questioni, un appello a
questioni viscerali, pre-razionali», concludendo con mira sbilenca che
«questi valori è facile identificare come appartenenti a un’ideologia
di Destra» (ma come, se nella stessa rivista il suo ammirato poeta
Flavio Santi, di medesima estrazione, scrive che la poesia ha il dovere
«di essere fruibile, intelleggibile […] per tornare “competitiva”» e
auspica a un poeta che abbia il successo di Baricco?). Che la destra,
invece, se vuol fare una cosa di destra, eviti di creare scrivani in
vitro come i propri antagonisti, ma ripristini il rango della
letteratura. Cacciando i cretini che cenano al suo banco. Per la
stretta politica ci basta l’adamantino aforisma di Gombrowicz: «Sono
nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato».
Davide Brullo
LA MUSICA
Sempre troppi ritardi per la lirica live
E l’incapacità a stroncare un settore corporativo e ipersindacalizzato
In tema di musica del vivo (e in
particolare di quella classica), all’inizio della XIV legislatura, la
Casa delle Libertà aveva alcune opportunità che ha colto solamente in
parte, tardi, e che ha comunicato male.
Nella legislatura precedente, il governo e il parlamento di
Centrosinistra avevano iniziato, ma lasciato a metà, importanti,
e per molti aspetti improcrastinabili, riforme relative a due gangli
chiave di quella che Herbert Lindeberger ha definito la “musa bizzarra
e altera”: i conservatori e gli enti-lirico sinfonici. Erano
improcrastinabili poiché entrambi (e gli annessi teatri di tradizione)
si basavano su una legislazione vetusta che ne avevano indebolito la
qualità rendendoli, in non pochi casi, datori di lavoro piuttosto che
luoghi di progresso culturale.
Quella che era considerata la patria della musica, specie dell’opera
lirica, perdeva colpi nei confronti della concorrenza internazionale.
Nei nuovi mercati – in particolare quelli asiatici, dove il teatro in
musica si fonda su tradizioni centenarie e crescente è la domanda per
la sinfonica e per la lirica di stampo italiano – cedevamo quote di
mercato (in termini di contratti per tournée) pure a Paesi un tempo
ritenuti minori come l’Olanda, il Belgio, perfino alle repubbliche nate
dall’implosione dell’URSS.
Nel 2001, le due riforme erano a metà strada poiché, anche se la
normativa di base era stata approvata, mancavano ancora i disciplinari
attuativi. Si sarebbe dovuto operare tempestivamente modificando i lati
più discutibili (numerosi) delle leggi approvate nella XIII
legislatura. Lo si sarebbe potuto fare, in primo luogo inserendo
l’intera materia in un contesto di razionalizzazione e di migliore
distribuzione delle competenze tra Stato e autonomie locali
(privilegiando la devoluzione), nonché di un riassetto del sistema
tributario per incoraggiare le imprese e i mecenati a entrare negli
enti trasformati in fondazioni di diritto privato. Lo si sarebbe dovuto
fare, poi, prendendo il meglio dalle esperienze straniere e
accompagnando con una campagna di comunicazione riforme non certo
semplici, visto che riguardavano blocchi sociali molto sindacalizzati e
corporativi.
Sono stati necessari circa cinque anni per dare corpo ai regolamenti
relativi ai conservatori. Il lungo lasso di tempo è stato causato, in
gran misura, dalla protratta concertazione con i dipendenti.
Ciononostante è rimasto un equivoco di base per il quale i conservatori
si considerano parte dell’ordinamento universitario (e i loro docenti
premono per un’equipollenza di trattamento) e non è stata attuata, in
sostanza, alcuna razionalizzazione. Al conservatorio di Frosinone, per
esempio, continuano a esserci tre cattedre di arpa e a quello di
Cagliari meno del 5% del corpo docente ha una laurea. Queste
concessioni ai sindacati di categoria non hanno fornito consensi alla
Cdl. Al contrario, a ragione delle riduzioni al Fondo Unico per lo
Spettacolo (il cosiddetto Fus) in particolare dell’ultima finanziaria,
la Cdl è stata additata come l’avversaria della musica e, quindi, di
conservatori i quali forniscono al settore la materia prima.
Ancora meno brillante il risultato nella lirica. È cresciuto il numero
dei “teatri di tradizione”, polverizzando a pioggia l’intervento dello
Stato, mentre un’interpretazione estensiva della riforma approvata
nella XIII legislatura avrebbe consentito di devolverli alle autonomie
locali (come in Germania, Francia e Gran Bretagna) concentrando le
risorse sulle 14 fondazioni lirico sinfoniche nazionali.
Ma ci si è mossi tardi, sotto l’urgenza della situazione finanziaria:
il crescente indebitamento di quasi tutte le fondazioni, le tormentante
vicende della Scala, il taglio del Fus a stagioni iniziate hanno spinto
il governo ad agire con fretta con il decreto Buttiglione, comunicato
senza l’efficacia che sarebbe stata necessaria.
Giuseppe Pennisi
LE FONDAZIONI
Ecco cinque esempi di omessa politica
La gestione governativa non s’è curata di andare oltre lo status quo, e poteva
Quando si parla di “politica
culturale” è sempre bene precisare a cosa si allude. Non sarebbe
necessario in un paese di cultura anglosassone, dove l’impostazione
liberale nei confronti della gestione degli organismi culturali non
cade mai nell’ambiguità che deriva da una concezione pedagogica di
cultura, concezione che in Italia ha trovato, prima nella secolare
“maternità ecclesiastica” e poi nella strategia gramsciana, non solo
terreno fertile dove impiantarsi, ma teorizzatori e zelanti esecutori.
In uno stato liberale dire “politica culturale” significa tre cose:
definizione delle figure da destinare ai ruoli di vertice delle
istituzioni culturali in base a criteri di competenza; astensione da
parte della politica dal suggerire o, peggio, imporre “linee culturali”
generali (semmai si suggeriscono le “tematiche” in base a valutazioni
complessive); totale indipendenza tra istituzioni culturali e
istituzioni politiche, che, una volta esaurito il compito di
designazione dei vertici, si occupano esclusivamente della sorveglianza
indiretta sulla gestione economica.
Fatta questa premessa la domanda è: una volta al governo, il
Centrodestra si è posto la questione in questi termini? L’impressione
che si ricava dagli ultimi cinque anni – a parte la questione maggiore
della mancata rivoluzione liberale – non è solo quella di una
noncuranza nei confronti della “politica culturale”. S’è assistito a
una gestione che ha rispecchiato, in sostanza, l’idea secondo cui
definire o meno la presidenza di un’istituzione culturale non
appartiene alla sfera delle “cose importanti” se non quando le ricadute
politiche possono essere dirette.
Veniamo a cinque esempi simbolici degli errori fatti in questi anni. Il
primo è la Biennale: né con Urbani né con Buttiglione s’è riusciti a
definire una volta per tutte il criterio che sarebbe bastato per creare
una feconda rottura col passato: puntare su una figura estranea al
“solito giro” del mondo dell’arte. Lo strumento Biennale è forse il più
prestigioso a disposizione dell’Italia; si poteva, grazie a una
gestione responsabile e coraggiosa, farne il luogo per ripensare in
maniera reale il ruolo della cultura italiana nel mondo.
Secondo esempio: la Rai. Qui si tratta di una questione molto
“interna”. Perché al posto di indicare le “linee editoriali” ai vari
bellicosi Cdr non si è stabilita una scelta definitiva di politica
culturale come l’idea di privatizzare?
Terzo: il patrimonio culturale italiano è, dal punto di vista
quantitativo, il più esteso del mondo. Rappresenta una ricchezza
indiscussa e non si dà programma politico che non ne auspichi una
“reale valorizzazione”. Un segno concreto di “politica culturale”
poteva essere quello di varare una legge di riordino per lo snellimento
delle procedure burocratiche. In realtà il ministero dei Beni culturali
non ha pressoché potere se non d’indirizzo e il funzionariato ha potuto
godere anche durante il governo di Centrodestra di una sostanziale
intangibilità.
Quarto: dal punto di vista dell’eco internazionale le ultime due figure
culturali di grande rilievo, in ordine di tempo, sono state Dario Fo e
Oriana Fallaci. Con una differenza, però: Fo ha potuto godere di un
reale supporto di “politica culturale”, tanto da ottenere
l’assegnazione del Premio Nobel, mentre Oriana Fallaci rimane una
libera battitrice considerata più all’estero che in Italia. La Fallaci
merita il Nobel? Forse no. Lo meritò Dario Fo?
Quinto e ultimo esempio: la cosiddetta Accademia d’Italia. All’inizio
del quinquennio Berlusconi si ventilò l’ipotesi di dar vita a
un’istituzione culturale di respiro internazionale che raccogliesse le
eccellenze sull’esempio dell’Accademia di Francia; non se n’è fatto
nulla. Rimangono da considerare l’Istituto Italiano di Tecnologia di
Genova e la riforma dell’Università. Sono due “contenitori”; due cose
fatte. Ad altri l’onere di pensare ai “contenuti”.
Matteo G. Brega
L'AMBIENTE
Smettiamola di scimmiottare i Verdi
E torniamo a quel saperci ingegnare anche di fronte alle catastrofi naturali
Mi è sempre venuto da ridere
assistendo a quelle tribune politiche dove a questo o a quel partito
più o meno tradizionale si chiedono opinioni, che so, sul fisco, sulla
casa o sul lavoro, e poi si passa a interrogare i Verdi. Cioè a quelli
che tutto guardano e giudicano esclusivamente dal punto di vista delle
volpi e dei carciofi. Che diranno, loro, delle tasse, che le si debbono
alzare ai carnivori perché ce l’hanno con gli erbivori? E sulla casa,
che dobbiamo tornare sugli alberi? E del lavoro, che dai castori c’è
tutto da imparare in fatto di opere pubbliche? I Verdi, infatti, su
tematiche che escono dal loro stretto seminato introiettano pensieri
altrui, quelli della Sinistra radicale e delle frange dei vari ex, neo,
post comunismi.
Ora, a fronte della grande offensiva dei Verdi, rimasuglio del vecchio
estremismo indiano metropolitano e avanguardia della nuova era, è come
se il Centrodestra avesse la coda di paglia. Come se si sentisse in
perenne difetto e quindi in continua necessità di domandare scusa. Per
il Centrodestra, infatti, non c’è bisogno di alcun ambientalismo
diverso.
La miglior risposta che si possa dare ai Verdi ideologizzati resta il
patrimonio di cultura e di pensiero che caratterizza le varie
componenti del Centrodestra e che sempre di più andrebbe rivendicato
con orgoglio, ma pure studiato. Una cultura della politica che mette al
centro l’uomo, i suoi diritti di persona, le sue sacrosante libertà e
una organizzazione sociale che ne esalta il genio sviluppandone le
potenzialità non ha infatti alcunché da temere sul fronte ambientale.
Cosa meglio di un pensiero che coscientemente lavora al miglioramento
delle condizioni di vita dell’uomo, al più savio uso delle fonti
energetiche, alla sapiente coniugazione di profitto, ricerca, risparmio
e tutela può garantire una politica autenticamente ambientale e mai
sciaguratamente ambientalista? Cosa meglio di un pensiero che mette al
centro di tutto l’uomo considerandolo steward di un ambiente dato può
tutelare gli ecosistemi più e meglio degl’ideologismi che considerano
la specie homo alla stregua di un virus e le catastrofi naturali una
giusta vendetta di Gaia, la dea Terra?
Bisogna insomma che il Centrodestra smetta di sentirsi meno Verdi. Che
non consideri una menomazione la difesa per esempio degli embrioni
umani rispetto alla vivisezione, la quale resta indispensabile per la
ricerca farmaceutica. Che non tema di dire che la maggior parte delle
“fonti alternative” vagheggiate dai Verdi sono barzellette. Che non
abbia paura di rivendicare l’utilità del nucleare, quello peraltro
sicuro e pulito di oggi. Che non tremi alla parola “caccia”, ben
sapendo che il cacciatore è di suo uno dei più efficaci guardiani della
natura. E che soprattutto, piantandola con le filastrocche sul
Protocollo di Kyoto e gli OGM, parli decisamente il linguaggio della
convenienza economica allorché discetta di tutela ambientale.
Un’alternativa però esiste.
Ci sono think tank come l'Istituto Bruno Leoni, Lifeventuno, il CESPAS
(Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo), il
periodico 21 secolo, Green Watch News e tutti i sottoscrittori della
“Carta dei cristiani per l’ambiente”: realtà piccole, certo, ma attive
e intelligenti.
Se il mondo del Centrodestra continuerà a non premiarne lo sforzo e
l’impegno, se si continueranno a privilegiare, per consulenze,
expertise e interventi vari, i soliti noti in stile WWF e Greenpeace,
si finirà per abbandonare completamente quell’idea nobilmente
occidentale che s’incentra sull’ingegnarsi a trovare rimedi proprio
quando gli ostacoli naturali appaiono insormontabili. Ci abbiamo
campato per secoli: se non vogliamo regredire, è ora di tornarvi
smettendo di sentirsi Verdi a metà.
Marco Respinti
|