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giovedì 2 settembre 2010
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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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e ora che abbiamo perso, ci vuole Gramsci
I politici del centrodestra non hanno capito l’importanza della cultura e l’utilità di un progetto gramsciano. Perché per governare ci vuole il consenso e solo la cultura permette di ottenere quel consenso necessario per immaginare la rivoluzione liberale. Purtroppo spesso abbiamo chiamato nelle istituzioni che contano uomini di sinistra, continuando a elargire prebende alla solita vecchia classe intellettuale. Una sortadi autolesionismo che ha impedito di scalfire la cappa di conformismo e politicamente corretto
LA CULTURA
Ecco perché a destra serve leggere Gramsci

La rivoluzione liberale non c’è stata, colpa di una classe politica miope

Avrei potuto scrivere questo pezzo ancora prima di conoscere l’esito elettorale. D’altronde gli errori che il Centrodestra ha commesso in campo culturale sono errori che non avrebbe dovuto commettere sia nel caso di sconfitta (come è accaduto) sia nel caso di vittoria (come purtroppo non è stato). E sono errori che il Domenicale ha evidenziato costantemente ogni settimana in questi 5 anni di lavoro.
La cosa più grave non sono i singoli casi, bensì la mancanza in generale di una adeguata politica culturale per creare quel consenso vitale alle riforme, quel consenso indispensabile per ottenere la rivoluzione liberale che si preconizzava nel 1994 e poi nel 2001 e di cui il Paese avrebbe gran bisogno.
Dire che ci vuole Gramsci, cioè che è necessario un progetto gramsciano anche nel centrodestra, cioè che solo attraverso la cultura può realizzarsi una vera rivoluzione, non è azzardato. Non significa rinnegare la nostra idea liberale, imponendoci metodi illiberali. Proprio la nostra ingenuità liberale ci ha condotto al disastro, lasciando che vincesse ancora la menzogna dell’egemonia post-comunista. Quando si è trattato di scegliere uomini, dare prebende, incardinare esperti nei vari settori della cultura, ci siamo comportati da ingenui liberali: abbiamo espresso la nostra giusta propensione alla libertà, soprattutto cercando di non imporre nostri uomini. E così abbiamo finito per omaggiare i soliti: o vecchi arnesi scialbi e ormai incapaci di pensieri nuovi che da sempre succhiano la mammella del potere, o giovani allevati alla scuole della vecchia egemonia. E così pensavamo di aver fatto bene, pensavamo perfino che gli altri ci avrebbero riconosciuto la nostra liberalità.

Non abbiamo però mai badato ai risultati: nell’informazione, nell’arte, nel cinema, nella scuola, nelle università, nelle fondazioni, negli enti musicali, nelle case editrici. Proprio sui risultati avremmo dovuto puntare invece la nostra attenzione. Sui risultati avremmo dovuto essere liberali davvero, facendo in modo non che si sostituisse la vecchia egemonia con una nuova (imporre un pensiero è sempre cosa disdicevole), bensì che accanto alle vecchie incrostazioni nascessero nuovi pensieri nell’arte, nel cinema, nella scuola, nella storia, nell’informazione, nella televisione. Avremmo dovuto, pur nell’individualismo che spesso ha contraddistinto il pensiero di destra, creare reti, luoghi di incontro, giornali, riviste, dare ai giovani spazi di crescita, prevedere percorsi di studio, finanziare ricerche e, perché no, carriere.
E questo compito spettava alla politica. Perché se è vero che non spetta alla politica creare geni, anzi i geni nascono quasi sempre per avversità alla politica e ai regimi, spetta però alla politica creare una nuova classe dirigente, spetta alla politica creare le condizioni (visibilità, opportunità, e diciamolo senza pruderie, soldi) perché una nuova classe intellettuale possa finalmente liberare l’Italia dalle pastoie di un’egemonia culturale stucchevole. E invece il Centrodestra ha fatto il contrario: non ha puntato sui giovani; ha omaggiato i soliti noti, lesti nel voltare gabbana; si è spesso affidato ai peggiori adulatori; ha lasciato vivacchiare le poche buone iniziative, nate controcorrente rispetto al generale disinteresse.
Angelo Crespi


L'INFORMAZIONE

Un errore non aver copiato Repubblica

Perché si poteva immaginare un grande quotidiano di Centrodestra

Uno dei nodi politici più spinosi di questi ultimi anni è relativo al ruolo dell’informazione. Sul tema si sono scontrate due posizioni massimaliste. Da un lato chi crede che quello di Berlusconi sia stato un vero e proprio regime mediatico. Dall’altro chi pensa (come Berlusconi) che l’informazione sia pesantemente schierata a sinistra.
Al di là delle personali convinzioni – il conflitto di interesse in parte esiste, lo schieramento della maggior parte dell’informazione a sinistra è certo – spettava al Centrodestra, anche per ottenere benefici di parte, creare le condizioni perché si invertisse il segno dell’informazione italiana. Si sa che l’occupazione delle redazioni (Rai e maggiori quotidiani italiani, compresi quelli di destra) da parte della sinistra avvenne negli anni Settanta quando i sindacati furono usati come dei veri cavalli di troia. E si sa pure che l’egemonia è difficile da scalfire. Ma davanti a un elettorato sostanzialmente diviso a metà, si poteva immaginare un grande giornale conservatore che potesse intercettare i lettori delusi: si pensi a una parte della borghesia che non applaude certo al posizionamento del Corriere della Sera, che vede ingrigita la Stampa di Torino, ma che non trova l’autorevolezza del primo, la tradizione della seconda, in altri quotidiani del Centrodestra.

Se il Giornale è stato, nonostante il lavoro del direttore Maurizio Belpietro, certamente sfavorito dalla obbligata linea filogovernativa (anche Repubblica ai tempi del primo governo Prodi incontrò molte difficoltà), Libero, benché vicino al governo, in modo geniale con Vittorio Feltri ha saputo interpretare solo il ruolo di opposizione, mentre il Foglio grazie a Giuliano Ferrara è risultato l’organo di informazione più autorevole, sebbene destinato a una piccola élite.
Dati alla mano, a fronte di 5 milioni circa di lettori di quotidiani ogni giorno, sono ben 4 milioni le copie vendute da quotidiani ascrivibili alla sinistra. Non volendo pensare che solo gli italiani di sinistra acquistino giornali, ragionando sulla composizione dell’elettorato, è facile dedurre che almeno un paio di milioni di questi lettori siano latamente di centro destra e che essi potenzialmente potrebbero acquistare giornali di Centrodestra.

Ovvio che per far trasmigrare lettori da una testata all’altra, bisogna superare numerose barriere psicologiche e sedimentate abitudini. Eppure, lo spazio c’era. Certo bisognava immaginare un grande progetto. Trovare sul mercato cospicui finanziamenti. Poter contare su una forte raccolta pubblicitaria (come peraltro il Giornale con Mondadori). Puntare innanzitutto sull’autorevolezza, così da poter offrire una buona ragione di impegno a illustri commentatori che fino ad ora non si sono voluti “sporcare” a collaborare con i giornali del Centrodestra. Trovare una linea editoriale inclusiva che potesse tener insieme il blocco sociale fondamentale per l’Italia: cioè quel blocco sociale conservatore, cattolico, popolare, liberale che ha governato insieme a componenti più laiche e riformiste il nostro paese per cinquant’anni ma che non ha un grande quotidiano in cui riflettersi. Dotare questo quotidiano di tutti gli strumenti adeguati per una concorrenza con gli altri prodotti sul mercato (un allegato newsmagazine, un allegato femminile, un allegato di economa e di lavoro, un allegato di cultura, un vero sito internet).
Solo così facendo si poteva cambiare segno a quel predominio della sinistra nella carta stampata: che – è bene ridirlo – ha più potere di influenzare l’elettore che la tivù, perché il quotidiano non solo fornisce l’informazione, ma provvede giorno dopo giorno a costruire le caselle con cui l’elettore comprende quell’informazione. E poi, per farla più breve, sarebbe bastato analizzare il successo di Repubblica e la sua capacità di incarnare l’opinione del proprio lettore, per ripetere paro paro a destra.
Angelo Crespi


LA FORMAZIONE
Mancano le reti e un ceto politico che le usi

Ma soprattutto regna la divisione su ciò che le reti debbono veicolare

Così come si è  arrancato fino a oggi non è più possibile fare. E i risultati delle urne, di per sé, c’entrano poco. Il Centrodestra pare più un’Armata Brancaleone che un acies formata. E questo su molti e svariati punti – ne stiamo riempiendo ben due paginate delle nostre, e molto ci tratteniamo per ovvie ragioni di spazio –, epperò soprattutto su uno. Quello che – parlo il linguaggio caro appunto al Centrodestra per evitare difetti di comunicazione – risponde al nome di risorse umane e capitale pure umano, investimento su se stessi, virtuoso matrimonio fra libertà sì, ma anche responsabilità.
Se una cosa il Centrodestra non ha saputo costruire è insomma se stesso. E la tiritera sul “partito unico” è solo un aspetto della questione, nemmeno il più simpatico, vestitino indossato alla chetichella per nascondere ben altre pudenda immancabilmente nude.
Ciò che il Centrodestra non ha fatto perché evidentemente non ha saputo fare è la formazione: la formazione di se stesso, la formazione permanente.

Non c’è un tema, se non quelli secondi perché secondari, su cui il Centrodestra – leader, quadri, funzionari e truppe – mostri compattezza. Sì, dei princìpi di fondo si sta qui parlando, quelli che debbono configurare anche una formazione politica. Perché se è vero che la politica non è tutto, è pur vero che la politica, nella vita di un Paese democratico, è molto.
I princìpi, dunque, da cui discendono visioni delle cose, della società, della lotta politica. Quelli che per definizione stanno prima di ogni altra cosa e che per questo non sono (a differenza dei “valori”) negoziabili. Ora, di princìpi ce ne sono tanti, fin troppi nel Centrodestra, e uno più diverso dall’altro. Certo, tutto in ossequio alla libertà liberale, ma allora è inutile lamentarsi poi dei risultati.
Il primo punto cruciale è l’incapacità del Centrodestra a fare rete dei propri strumenti, arcipelago delle proprie isole sparse. Prendiamo la carta stampata. Ideazione, Fondazione liberal, il Foglio, il Domenicale (mi scusino gli assenti). Complice un individualismo meschino che vede nell’“altro” un concorrente lanciato a sottrarre qualche briciolo di pubblicità e una manciata di lettori, ognuno tira avanti con il paraocchi. Laddove è invece dimostrato il contrario: una buona omogeneità nella proposta culturale e una sapiente organizzazione nel proporre ventagli di strumenti che si spalleggino e sostengano a vicenda moltiplica il lettore di pubblicazioni che per definizione non sono il quotidiano usa e getta.

Il secondo, basilare, è l’insipienza del ceto politico di area a fare tesoro di chi oggi è isola puntando domani all’arcipelago. Cioè: già è difficile fare reti, ma se poi nessuno le utilizza in sede politica allora tanto vale. Perché resta sempre vero che chi sbaglia cultura sbaglia politica.
Ma il terzo, fondamentale nodo è: ammesso che la politica usi le reti, e che quindi qualcuno le reti le riesca a tessere, che cosa ci si pesca poi con esse? Esemplifichiamo. A quando la riflessione su cosa significa essere, oltre che dirsi, “liberale”? Essere, oltre che dirsi, “sociale”? E “comunitario”, e favorevole alla sussidiarietà, e fautore della solidarietà meritocratica? E, soprattutto, “occidentale”?
Comunque vadano le elezioni, le Sinistre riescono sempre a infilare i propri guastatori nella scuola, nelle case editrici, nella gestione di cultura, sport e tempo libero, insomma in tutti i gangli della vita vera del Paese. Riescono perché hanno investito tutto sulle “università parallele”, quelle della strada, delle sezioni, della vita. Oggi le Sinistre stanno assieme solo perché hanno un nemico comune: ma la loro meccanica regge perché in altre stagioni l’hanno saputa rodare e oliare.
C’è da riflettere, insomma, sul fatto che Antonio Gramsci preparò il futuro partendo dal lontano Rinascimento.          
Marco Respinti


LA TELEVISIONE
Per un ravvedimento davvero liberale

Basta con la dittatura del peggio, è l’ora di inseguire e d’indurre attese diverse

Altro che par condicio, sovraesposizioni mediatiche e dibattiti immoderabili. Altro che monopolio delle reti da parte del premier, tre in conto commerciale e tre in carico istituzionale. Il guaio, con la televisione, è che mentre un bel tacer non fu mai scritto, un brutto tacer fu molto visto. Per parlar chiaro, da una parte stanno le quisquilie preelettorali, con i conti delle serve (sulle percentuali di voto garantite dalle tv) e le chiacchiere delle comari (su chi vince i duelli impastoiati). Dall’altra sta la lunga, incontrastata, bipartisan dittatura sul telespettatore-cittadino(-elettore) ricercato, alimentato, inseguito, blandito e governato dai media televisivi.
Qual è il profilo di persona che si ricava dalla televisione di massa attivamente perseguita sulle reti Mediaset e – par condicio mezzo gaudio – sulle reti Rai, sens’alcuna distinzione quantiqualitativa? A che criterio culturale, sociale, etico obbedisce una programmazione che ha non soltanto sancito l’equivalenza tra informazione e spettacolo, ma anche, soprattutto, tradotto l’imperativo dell’audience in quote predigerite d’ingredienti ad hoc?
Ancora più chiaramente. Non stiamo parlando, non soltanto, di tette&culi. Parliamo dell’inversione tra show e reality, dell’esaltazione della competizione ipocrita (Grande Fratello, Amici, Distraction), del salottismo vacuamente interrogativo (Il senso della vita, Il bivio), del dibattito relativizzato (Costanzo Show, e, sì, molto Porta a Porta), del grondamento emozional-privato (Stranamore, C’è posta per te, Amore) del prendi i soldi & scappa (Affari tuoi, Chi vuol esser milionario) eccetera. E i diritti del calcio contano assai più che quelli dei disagiati. Laddove si comprende che i veri opinion leader del piccolo schermo oggi non sono gli Opinionisti bensì i Circensi. Una riprova? Di là si allevano i Floris, di qua si tratta da padella Socci cadendo nelle braci La Rosa e Masotti, che fanno rimpiangere il barbuto e intelligente, ancorché non molto telegenico, predecessore.

Si dirà: ma che altro volete da una televisione che deve sbarcare il lunario? è il pubblico a condizionare gli spettacoli, non viceversa. Quanto ai valori (pardon, i Valori), avete avuto i Donmattei e le fiction pontificie, i Perlasca e i Padrepii, perfino le sei puntate extralarge del Signore degli Anelli in prima serata. Sì. Ma non abbiamo avuto, e invece volevamo, una televisione che fosse capace di reggere la rotta guardando alla bussola di un obiettivo che insieme ai Circenses dello svago ci desse anche il Panem dell’educazione. La quale, a sua volta, non è la bacchettona imposizione di chissà quale diktat pedagogico-morale, ma l’esemplarità liberale – e per questo gratuita – di immagini (e volti, e contenuti) consone al meglio di noi, e non soltanto alla blandizie svaccata del peggio.
Non tutto è stato pessimo, certo, anche se al momento – forse obnubilati dalla nottata elettorale – fatichiamo a sciorinare esempi di tivù positiva con la stessa immediatezza  del suo contrario. E tuttavia siamo certi d’aver constatato, nel trascorso quinquennio, che una tale lungimiranza positiva non c’è stata. Per verifica il lettore sfogli i numeri in cui, nei quattro anni di vita che conta questo giornale, le rubriche di spettacolo hanno recensito trasmissioni e personaggi.
Non crediamo di esagerare se invochiamo, per gli anni futuri, uno strategico, oltre che doveroso, ravvedimento televisivo. Doveroso per la tivù del servizio pubblico, necessario per quelle commerciali: dove l’azionariato può pretendere che si apra anche l’occhio del di tutto di meglio, e non solo quello del di tutto di più. Che in tivù ci sia di tutto, è un fatto. A voler essere ottimisti, in questo “di tutto” ci sono anche i migliori cervelli dell’Italia creativa. Siamo sicuri che se anche solo una piccola parte di costoro si provasse a fare di meglio, qualcosa di meglio la vedremmo.
Giuseppe Romano


IL CINEMA
Una macchina che fabbrica consenso

E il bello è che il ministero finanzia i suoi detrattori a suon di milioni

Di tanto in tanto, soprattutto ai festival, qualcuno dice che il cinema italiano è in grande salute. Non è vero, non lo è. Il nostro cinema è fra i peggiori. Con un’aggravante: c’era un tempo in cui eravamo i migliori e insegnavamo agli altri. Parlo come movimento generale. Poi, per fortuna emerge la qualità di un Benigni e di un Moretti (al di là dell’ultimo incidente di percorso), il mestiere di Verdone e Avati. Poco altro.
In un pezzo da me scritto in questa sede, tal titolo C’era una volta il cinema italiano, citavo due film esemplari, Quo vadis baby e La bestia nel cuore, ne analizzavo i contenuti e gli esempi proposti: liberalizzazione (diciamo così) della droga, pronunciamento ateo, famiglia devastata (padre pedofilo, madre complice), il gay come unico modello umano e positivo. Nessuna morale, speranza, positività. Nessuna bellezza e armonia, mai un eroe, mai una bella faccia. Un solo diktat: deve “passare” una certa idea del paese.
Il cinema americano, tutt’altro che esemplare, propone comunque nell’insieme alcuni eroi e modelli, certo, “con macchia”, verosimili, identificatori, positivi. Alludo a Hanks, Pitt, Clooney, Depp, e altri, e altre. L’America non è più il paese degli eroi che liberò l’Europa due volte nel secolo scorso, il concetto si è trasformato: da “liberatore” a “imperialista”. Tuttavia in tanta dialettica e tanti errori, gran parte della tradizione buona e libera americana non può essere negata. Trattasi sempre di una cultura vitale e ottimista, con consolidata radice morale. E quel cinema è (spesso) espressione di quella civiltà. Ma da noi non accade.

Eppure, il nostro paese è decisamente migliore, è più sereno, meno cinico e grigio e soprattutto meno “malato” del cinema che lo rappresenta. Chiediamo dunque agli autori di darci respiro dal sociale esasperato, dalla politica violenta, dalla fastidiosa manifestazione di superiorità intellettuale trasmessa, che poi è solo presunta. Un regista italiano “propenso” allo spinello porterà il suo argomento come lotta, e darà lavoro ai “suoi”. Così farà l’autore propenso ai pacs, così farà il nichilista. Mai una bella storia, vitale, rivolta al buono, mai una distinzione fra il bene e il male, mai un po’ di sana evasione.
Pensiamo anche agli inglesi. Storie dolorose, consapevoli, istantanee del momento difficile del paese, titoli come Grazie signora Thatcher, Full Monty, Billy Elliot, un grande sociale, ma anche un cinema vero, che richiama il pubblico, e diverte.
Il bello (o il brutto, vedete voi) è che il ministero finanzia il nostro cinema. Certo ha il dovere di sostenere registi come Olmi, Scola, Bellocchio: nessuno dei loro film arriva a coprire le spese, ma sono autori che si sono conquistati una giusta franchigia. Il problema è che insieme a loro viene sostenuta una pletora di militanti sprovvisti di talento e provvisti di tessera di partito.

Ho citato due titoli esemplari, adesso faccio un nome esemplare: Marco Muller, il direttore della Mostra di Venezia. È un ottimo organizzatore, e un buon operatore nel settore. Ha certamente dato al Festival grande eco internazionale, ma è anche colui che ha firmato il documento a favore del terrorista Cesare Battisti, che sarà pure un buon giallista, ma è stato condannato per aver ucciso e ora è uccel di bosco. Insomma, mentre il Centrodestra perdeva una battaglia mediatica per farsi restituire dalla Francia un terrorista, Muller cui è stata affidata la manifestazione italiana più importante al mondo, la Biennale cinema, firmava appelli a sostegno del medesimo terrorista.
Muller è l’uomo dalla grande passione d’oriente, il curatore che porta nelle prime file della platea, durante le premiazioni, personaggi (quasi tutti) dagli occhi a mandorla. È l’uomo che, nominato dal Centrodestra, ha esordito organizzando una retrospettiva sul trash degli anni Settanta. Il nostro peggior cinema. Lo ha esportato nel mondo, enfatizzandolo. Eccola l’Italia, divertitevi, sfotteteci. In soldoni, ha inteso, subito, portare la sua testimonianza di “allineamento”. È l’uomo che non dà spazio a storie che non facciano parte di “quel” correntone. Ed è colui, va ribadito, che è stato nominato dalla parte politica che non ama. Dunque chiediamo un’evoluzione. In futuro, basta militanza, basta “esempi orribili”.
Pino Farinotti


L'ARTE
Noi baccagliavamo loro governeranno

La Melandri e Settis due futuri vecchi ministri per normalizzare la cultura

Come dice il Direttore del Domenicale, chiedendomi un commento su queste elezioni e l’arte (ossia politica culturale, musei, mostre, etc), “per voi cambia poco”. E si potrebbe finire l’articolo qui, tanto è vero. “Noi” chi siamo? Siamo quelli che credono nell’arte italiana, nella tutela dei beni culturali, nella diffusione di quel che questo paese, nonostante tutto, tuttora conserva.
In questi 5 anni abbiamo avuto una Quadriennale a Roma e due Biennali di Venezia. La prima è stata una Quadriennale “di destra”: ben fatta, completa, almeno nelle intenzioni, e doverosamente “criticata” soltanto in quanto “di destra”. Ce l’hanno messa tutta i curatori e il presidente hanno esposto tanti artisti, hanno provato, ma alcuni invitati, anche giovanissimi, non hanno voluto partecipare in quanto “di destra” e molti critici “laureati” non l’hanno neppure presa sul serio.
Peggio capitò con le Biennali. Contestate entrambe, anche per secolare consuetudine: la prima perché nonostante l’assunto d’essere “dalla parte dello spettatore”, era risultata poco chiara; la seconda perché, scomparso il Padiglione Italia, l’Italia intera era simboleggiata dai soli 4 esemplari scelti dalle curatrici spagnole. Alle polemiche seguirono i ripari: la prossima Biennale affidata a un americano, Robert Storr, con l’esclusione del suddetto Padiglione Italia, frettolosamente resuscitato e destinato a Ida Giannelli.

Tanto rumore per nulla? No, la Biennale continua a rimanere appalto di curatori stranieri tranne un’isola misteriosa, che comporta un’anomala separazione tra Italia e mondo senza ragion d’essere. Ministri e sottosegretari hanno polemizzato, baccagliato giungendo al pettegolezzo personale ché ormai, e se ne vedono i risultati fin troppo bene, hanno dimenticato qualsiasi altra ragione.
Salvatore Settis, storico d’arte insigne e Direttore della Scuola Normale di Pisa, dedicò un libro alla legge che doveva “mettere in vendita” l’Italia. Scrisse allora Italia S.p.A., edito, non sia mai, da Einaudi, cioè da Berlusconi, per elencare le insidie di questa legge complicata, che, a quanto ne risulti, non ha avuto nessun esito reale. E la “destra” come ha reagito? Cercando di farsi amico Settis e facendolo “consulente” per lo stesso progetto che Settis contrastava.
Ora il professore ha scritto un altro libro, che viene miracolosamente presentato il 7 aprile 2006, Battaglie senza eroi, nel quale denuncia di nuovo «il pericolo del patrimonio artistico, sul baratro della vertigine speculativa e destinato a perdere il suo valore primario…».
Giovanna Melandri scrive a sua volta un libro, identico lasciapassare per il ministero, dal titolo Cultura, paesaggio, turismo, con prefazione – ma guarda che caso – di Prodi. Il capitolo terzo mette l’accento sui “danni” degli «Attila della bellezza e della cultura»: quali? Le nostre furono solo parole, progetti, purtroppo o per fortuna. “Loro” invece si preparano a governare preceduti da massime epocali: «per avere un buon livello d’istruzione e di capacità tecnologica un paese deve avere un buon sistema di biblioteche, di musei, di istituzioni culturali». Oppure «dobbiamo anche saper ampliare la categoria tradizionale del Made in Italy (…). Vi è una ricchezza in cui accanto al design, al Brunello di Montalcino, alla Ferrari e alla moda, si ritrovano anche arte, cultura e paesaggio», come recita il titolo, appunto.

Tanti auguri a tutti. E concludo riprendendo una polemica già spiegata dal Domenicale. Il poeta Davide Rondoni scrive su Tempi che le ultime poesie di Giovanni Raboni (quelle anti-berlusconi) non sono all’altezza del buon poeta che fu. Nel frattempo organizza a Bologna una serie di incontri dedicati alla poesia in cui la compagna e vestale e poetessa doveva parlare del rimpianto Raboni. No invece. Esce un paginone su Repubblica in cui la Valduga spiega che non soltanto non partecipa, ma che vorrebbe impedire con “avvocati e giudici” allo stesso Rondoni di parlare di Raboni. E conclude i suoi getti di stizza spiegando «che Rondoni la chiama signorina, mentre lei ha avuto due mariti».
Eccoli qui, gli ennesimi “liberatori” dell’Italia. Faranno i PACS, faranno figliare i froci, ma per carità, non chiamateci “signorina”. (Ridono, le Sorelle Materassi, dal cielo, per noi, come dice Crespi, non cambia nulla. Nessuno ci ha mai chiesto nulla).          
Beatrice Buscaroli


LA LETTERATURA
Pubblicare i geni e annullare gli attuali

Spernacchiano il Cav. dalle sue corazzate. E noi passiamo per cretini

In Italia l’editoria non è mai stata così florida. Sì, tutti, baciati da una divina chiamata, fanno ciò che debbono fare. Ergo: mai come in questi tempi ultimi sovrabbondano gli scomparti delle librerie del Paese di tomi che ci potrebbero cambiare la vita per sempre. Poi, bisogna saper vedere come bisogna saper leggere. Al costo di una pizza puoi avere Sofocle, Seneca, Dante, Tolstoj o Conrad, poi, è chiaro, se non sai leggere, se sei cieco dalla nascita, sarai dannato – o sanamente beota – per l’eternità. La faccia bacata del cielo è che i colossi editoriali pubblicano a discapito di questi libri eterni una masnada di libri inutili. Ecco, allora, l’unica cosa che un vero governo audace dovrebbe fare: limitare ai minimi termini la pubblicazione degli attuali e aumentare esponenzialmente quella dei geni. Ed ecco ciò che il governo Berlusconi non ha fatto. O meglio, non pensandola come i trinariciuti ha lasciato che i trinariciuti lanciassero i loro sberleffi dalle cattedre di Einaudi e Mondadori. Così accade che i torvi maoisti Wu Ming o Giuseppe Genna o Valerio Evangelisti o Aldo Nove, che utilizzano la letteratura per veicolare imbarazzanti ed estremi appelli politici, perché d’altronde, lo insegnano loro, la letteratura è un’ancella della politica, non solo pubblichino per quei colossi ma abbiano anche importanti ruoli decisivi all’interno delle balenottere “berlusconiane”. E così, spari a casaccio, un poco tutti – dico tutti – gli “scrittori di regime” vanno in giro con tessera prodiana annessa minacciandoti che tanto dopo il Domenicale ti sono precluse le strade dell’Eden giornalistico che ora conta anche il “Corrierone” all’appello. Fortuna che noi non siamo davvero gramsciani, se non per paradosso. Però alla lunga sembra che abbiamo sulla fronte “sale e tabacchi”. Sbottava il Cav. inviperito con l’Annunziata, “E per fortuna che io controllo la Rai”: lo stesso valga per le sue corazzate editoriali. Chi di troppo liberalismo ferisce di troppo liberalismo perisce?

La letteratura è da sempre faccenda elitaria, che chiama i singoli, operai o magnati essi siano, quindi è manovra illecita cercare di “conquistare lettori”. Vuol dire educare alla mediocrità. E lo sanno i presunti scrittori d’oggi: peggio scrivi meglio pubblichi, la complessità è indice di snobismo e puzza di aristocrazia. Scemate. Semmai il governo uscente per un soffio avrebbe dovuto far risorgere – altro miracolo italiano – il rango delle lettere decapitate: ripubblicare in serie i giganti e nullificare gli attuali. La scrittura è faccenda complicatissima e per pochissimi. Perderemo milioni di lettori? Meglio. I pochi renderanno un best seller Mardi o le Metamorfosi. Disse splendidamente Andrea Cortellessa, il critico-vate di oggidì, ideologizzato come pochi, a cui Einaudi dà in pasto Gadda, Adelphi Manganelli, Fazi il mondo intero e Guanda i giovin poeti, in un convegno fiorentino dello scorso anno i cui “dialoghi” sono ora opportunamente pubblicati da Atelier (Numero 41, Marzo 2006) che «la semplificazione indiscriminata del linguaggio […] va sempre di pari passo con una semplificazione dei contenuti, un’elementarizzazione delle questioni, un appello a questioni viscerali, pre-razionali», concludendo con mira sbilenca che «questi valori è facile identificare come appartenenti a un’ideologia di Destra» (ma come, se nella stessa rivista il suo ammirato poeta Flavio Santi, di medesima estrazione, scrive che la poesia ha il dovere «di essere fruibile, intelleggibile […] per tornare “competitiva”» e auspica a un poeta che abbia il successo di Baricco?). Che la destra, invece, se vuol fare una cosa di destra, eviti di creare scrivani in vitro come i propri antagonisti, ma ripristini il rango della letteratura. Cacciando i cretini che cenano al suo banco. Per la stretta politica ci basta l’adamantino aforisma di Gombrowicz: «Sono nemico del comunismo solo perché sto dalla parte del proletariato».
Davide Brullo


LA MUSICA
Sempre troppi ritardi per la lirica live

E l’incapacità a stroncare un settore corporativo e ipersindacalizzato

In tema di musica del vivo (e in particolare di quella classica), all’inizio della XIV legislatura, la Casa delle Libertà aveva alcune opportunità che ha colto solamente in parte, tardi, e che ha comunicato male.
Nella legislatura precedente, il governo e il parlamento di Centrosinistra avevano iniziato, ma lasciato a metà,  importanti, e per molti aspetti improcrastinabili, riforme relative a due gangli chiave di quella che Herbert Lindeberger ha definito la “musa bizzarra e altera”: i conservatori e gli enti-lirico sinfonici. Erano improcrastinabili poiché entrambi (e gli annessi teatri di tradizione) si basavano su una legislazione vetusta che ne avevano indebolito la qualità rendendoli, in non pochi casi, datori di lavoro piuttosto che luoghi di progresso culturale.

Quella che era considerata la patria della musica, specie dell’opera lirica, perdeva colpi nei confronti della concorrenza internazionale. Nei nuovi mercati – in particolare quelli asiatici, dove il teatro in musica si fonda su tradizioni centenarie e crescente è la domanda per la sinfonica e per la lirica di stampo italiano – cedevamo quote di mercato (in termini di contratti per tournée) pure a Paesi un tempo ritenuti minori come l’Olanda, il Belgio, perfino alle repubbliche nate dall’implosione dell’URSS.
Nel 2001, le due riforme erano a metà strada poiché, anche se la normativa di base era stata approvata, mancavano ancora i disciplinari attuativi. Si sarebbe dovuto operare tempestivamente modificando i lati più discutibili (numerosi) delle leggi approvate nella XIII legislatura. Lo si sarebbe potuto fare, in primo luogo inserendo l’intera materia in un contesto di razionalizzazione e di migliore distribuzione delle competenze tra Stato e autonomie locali (privilegiando la devoluzione), nonché di un riassetto del sistema tributario per incoraggiare le imprese e i mecenati a entrare negli enti trasformati in fondazioni di diritto privato. Lo si sarebbe dovuto fare, poi, prendendo il meglio dalle esperienze straniere e accompagnando con una campagna di comunicazione riforme non certo semplici, visto che riguardavano blocchi sociali molto sindacalizzati e corporativi.

Sono stati necessari circa cinque anni per dare corpo ai regolamenti relativi ai conservatori. Il lungo lasso di tempo è stato causato, in gran misura, dalla protratta concertazione con i dipendenti. Ciononostante è rimasto un equivoco di base per il quale i conservatori si considerano parte dell’ordinamento universitario (e i loro docenti premono per un’equipollenza di trattamento) e non è stata attuata, in sostanza, alcuna razionalizzazione. Al conservatorio di Frosinone, per esempio, continuano a esserci tre cattedre di arpa e a quello di Cagliari meno del 5% del corpo docente ha una laurea. Queste concessioni ai sindacati di categoria non hanno fornito consensi alla Cdl. Al contrario, a ragione delle riduzioni al Fondo Unico per lo Spettacolo (il cosiddetto Fus) in particolare dell’ultima finanziaria, la Cdl è stata additata come l’avversaria della musica e, quindi, di conservatori i quali forniscono al settore la materia prima.
Ancora meno brillante il risultato nella lirica. È cresciuto il numero dei “teatri di tradizione”, polverizzando a pioggia l’intervento dello Stato, mentre un’interpretazione estensiva della riforma approvata nella XIII legislatura avrebbe consentito di devolverli alle autonomie locali (come in Germania, Francia e Gran Bretagna) concentrando le risorse sulle 14 fondazioni lirico sinfoniche nazionali.
Ma ci si è mossi tardi, sotto l’urgenza della situazione finanziaria: il crescente indebitamento di quasi tutte le fondazioni, le tormentante vicende della Scala, il taglio del Fus a stagioni iniziate hanno spinto il governo ad agire con fretta con il decreto Buttiglione, comunicato senza l’efficacia che sarebbe stata necessaria.
Giuseppe Pennisi


LE FONDAZIONI
Ecco cinque esempi di omessa politica

La gestione governativa non s’è curata di andare oltre lo status quo, e poteva

Quando si parla di “politica culturale” è sempre bene precisare a cosa si allude. Non sarebbe necessario in un paese di cultura anglosassone, dove l’impostazione liberale nei confronti della gestione degli organismi culturali non cade mai nell’ambiguità che deriva da una concezione pedagogica di cultura, concezione che in Italia ha trovato, prima nella secolare “maternità ecclesiastica” e poi nella strategia gramsciana, non solo terreno fertile dove impiantarsi, ma teorizzatori e zelanti esecutori.
In uno stato liberale dire “politica culturale” significa tre cose: definizione delle figure da destinare ai ruoli di vertice delle istituzioni culturali in base a criteri di competenza; astensione da parte della politica dal suggerire o, peggio, imporre “linee culturali” generali (semmai si suggeriscono le “tematiche” in base a valutazioni complessive); totale indipendenza tra istituzioni culturali e istituzioni politiche, che, una volta esaurito il compito di designazione dei vertici, si occupano esclusivamente della sorveglianza indiretta sulla gestione economica.

Fatta questa premessa la domanda è: una volta al governo, il Centrodestra si è posto la questione in questi termini? L’impressione che si ricava dagli ultimi cinque anni – a parte la questione maggiore della mancata rivoluzione liberale – non è solo quella di una noncuranza nei confronti della “politica culturale”. S’è assistito a una gestione che ha rispecchiato, in sostanza, l’idea secondo cui definire o meno la presidenza di un’istituzione culturale non appartiene alla sfera delle “cose importanti” se non quando le ricadute politiche possono essere dirette.
Veniamo a cinque esempi simbolici degli errori fatti in questi anni. Il primo è la Biennale: né con Urbani né con Buttiglione s’è riusciti a definire una volta per tutte il criterio che sarebbe bastato per creare una feconda rottura col passato: puntare su una figura estranea al “solito giro” del mondo dell’arte. Lo strumento Biennale è forse il più prestigioso a disposizione dell’Italia; si poteva, grazie a una gestione responsabile e coraggiosa, farne il luogo per ripensare in maniera reale il ruolo della cultura italiana nel mondo.
Secondo esempio: la Rai. Qui si tratta di una questione molto “interna”. Perché al posto di indicare le “linee editoriali” ai vari bellicosi Cdr non si è stabilita una scelta definitiva di politica culturale come l’idea di privatizzare?

Terzo: il patrimonio culturale italiano è, dal punto di vista quantitativo, il più esteso del mondo. Rappresenta una ricchezza indiscussa e non si dà programma politico che non ne auspichi una “reale valorizzazione”. Un segno concreto di “politica culturale” poteva essere quello di varare una legge di riordino per lo snellimento delle procedure burocratiche. In realtà il ministero dei Beni culturali non ha pressoché potere se non d’indirizzo e il funzionariato ha potuto godere anche durante il governo di Centrodestra di una sostanziale intangibilità.
Quarto: dal punto di vista dell’eco internazionale le ultime due figure culturali di grande rilievo, in ordine di tempo, sono state Dario Fo e Oriana Fallaci. Con una differenza, però: Fo ha potuto godere di un reale supporto di “politica culturale”, tanto da ottenere l’assegnazione del Premio Nobel, mentre Oriana Fallaci rimane una libera battitrice considerata più all’estero che in Italia. La Fallaci merita il Nobel? Forse no. Lo meritò Dario Fo?
Quinto e ultimo esempio: la cosiddetta Accademia d’Italia. All’inizio del quinquennio Berlusconi si ventilò l’ipotesi di dar vita a un’istituzione culturale di respiro internazionale che raccogliesse le eccellenze sull’esempio dell’Accademia di Francia; non se n’è fatto nulla. Rimangono da considerare l’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova e la riforma dell’Università. Sono due “contenitori”; due cose fatte. Ad altri l’onere di pensare ai “contenuti”.
Matteo G. Brega


L'AMBIENTE
Smettiamola di scimmiottare i Verdi

E torniamo a quel saperci ingegnare anche di fronte alle catastrofi naturali

Mi è sempre venuto da ridere assistendo a quelle tribune politiche dove a questo o a quel partito più o meno tradizionale si chiedono opinioni, che so, sul fisco, sulla casa o sul lavoro, e poi si passa a interrogare i Verdi. Cioè a quelli che tutto guardano e giudicano esclusivamente dal punto di vista delle volpi e dei carciofi. Che diranno, loro, delle tasse, che le si debbono alzare ai carnivori perché ce l’hanno con gli erbivori? E sulla casa, che dobbiamo tornare sugli alberi? E del lavoro, che dai castori c’è tutto da imparare in fatto di opere pubbliche? I Verdi, infatti, su tematiche che escono dal loro stretto seminato introiettano pensieri altrui, quelli della Sinistra radicale e delle frange dei vari ex, neo, post comunismi.
Ora, a fronte della grande offensiva dei Verdi, rimasuglio del vecchio estremismo indiano metropolitano e avanguardia della nuova era, è come se il Centrodestra avesse la coda di paglia. Come se si sentisse in perenne difetto e quindi in continua necessità di domandare scusa. Per il Centrodestra, infatti, non c’è bisogno di alcun ambientalismo diverso.
La miglior risposta che si possa dare ai Verdi ideologizzati resta il patrimonio di cultura e di pensiero che caratterizza le varie componenti del Centrodestra e che sempre di più andrebbe rivendicato con orgoglio, ma pure studiato. Una cultura della politica che mette al centro l’uomo, i suoi diritti di persona, le sue sacrosante libertà e una organizzazione sociale che ne esalta il genio sviluppandone le potenzialità non ha infatti alcunché da temere sul fronte ambientale.
Cosa meglio di un pensiero che coscientemente lavora al miglioramento delle condizioni di vita dell’uomo, al più savio uso delle fonti energetiche, alla sapiente coniugazione di profitto, ricerca, risparmio e tutela può garantire una politica autenticamente ambientale e mai sciaguratamente ambientalista? Cosa meglio di un pensiero che mette al centro di tutto l’uomo considerandolo steward di un ambiente dato può tutelare gli ecosistemi più e meglio degl’ideologismi che considerano la specie homo alla stregua di un virus e le catastrofi naturali una giusta vendetta di Gaia, la dea Terra?

Bisogna insomma che il Centrodestra smetta di sentirsi meno Verdi. Che non consideri una menomazione la difesa per esempio degli embrioni umani rispetto alla vivisezione, la quale resta indispensabile per la ricerca farmaceutica. Che non tema di dire che la maggior parte delle “fonti alternative” vagheggiate dai Verdi sono barzellette. Che non abbia paura di rivendicare l’utilità del nucleare, quello peraltro sicuro e pulito di oggi. Che non tremi alla parola “caccia”, ben sapendo che il cacciatore è di suo uno dei più efficaci guardiani della natura. E che soprattutto, piantandola con le filastrocche sul Protocollo di Kyoto e gli OGM, parli decisamente il linguaggio della convenienza economica allorché discetta di tutela ambientale.
Un’alternativa però esiste.
Ci sono think tank come l'Istituto Bruno Leoni, Lifeventuno, il CESPAS (Centro europeo di studi su popolazione, ambiente e sviluppo), il periodico 21 secolo, Green Watch News e tutti i sottoscrittori della “Carta dei cristiani per l’ambiente”: realtà piccole, certo, ma attive e intelligenti.
Se il mondo del Centrodestra continuerà a non premiarne lo sforzo e l’impegno, se si continueranno a privilegiare, per consulenze, expertise e interventi vari, i soliti noti in stile WWF e Greenpeace, si finirà per abbandonare completamente quell’idea nobilmente occidentale che s’incentra sull’ingegnarsi a trovare rimedi proprio quando  gli ostacoli naturali appaiono insormontabili. Ci abbiamo campato per secoli: se non vogliamo regredire, è ora di tornarvi smettendo di sentirsi Verdi a metà.
Marco Respinti




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