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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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Dio che torna. In barba ai rosapugnoni
I “nuovi laici” (“atei devoti”, teocon, ciellini, talenti in libera uscita e compagni, che dico, camerati di viaggio) testimoniano che l’ora e il posto li decide sempre un Altro, e pure il modo. E che la Modernità in lattine pronte all’uso ha proprio rotto
di Marco Respinti
Da Massimo Bordin a Daniele Capezzone, i rosapugnoni spernacchiano a ogni occasione comandata la “rinascita della religiosità” che, a loro dire, sarebbe stata erroneamente strombazzata in Italia. E, chissà perché, chiamano a testimoniare il sostanziale 0 a 0 uscito dalle urne delle politiche.
Di fondo, ce l’hanno per esempio con Dio è tornato. Indagine sulla rivincita delle religioni in Occidente (Piemme, Casale Monferrato [Al] 2003) di Rodney Stark e Massimo Introvigne, e con la loro applicazione della “laica” legge dell’economia alle fedi, ove le regole del mercato religioso – così Piero Cantoni nell’Invito alla lettura che apre l’edizione italiana de Il tascabile dell’apologetica cristiana di Peter Kreeft e Ronald K. Tacelli (trad. it. Ares, Milano 2006) –, «mentre aiutano il sociologo a dipanare la sua matassa, permettono al teologo di sottolineare ulteriormente come la libertà sia elemento non decorativo, ma assolutamente fondamentale della vicenda umano-divina che chiamiamo anche “storia della salvezza”».

Ma chissà cosa si attendevano i rosapugnoni. Frotte di barbari penitenti che si battono il petto davanti a grandi fonti battesimali? Da chierici della Modernità laicista di più dura cervice – quella che dalla presa della Bastiglia alla legge francese sulla laïcité alla FIVET tout se tient – si aspettavano lo svolazzare di talari e di pianete a ogni angolo di strada, e così, non udendone ora il fruscio, gridano soddisfatti al miracolo mancato, al bluff.
Quel che però a questo ragionar pallido e assorto sfugge è che Dio non chiede il permesso alla Rosa nel Pugno, e che quando torna, torna come vuole Lui.

Ora, la situazione è questa. C’è una Italia politicamente spaccata a metà che è la medesima Italia che, chissenefrega dei partiti, ha annullato a stragrande maggioranza bipartisan, libera, laica etc. etc. il referendum sulla Legge 40. C’è l’importante richiamo di Christian Rocca su il Foglio del 19 aprile – l’articolo di prima pagina, I due occidenti – a ripensare tutto non più nei termini di destra e sinistra, ma di chi crede che l’islamismo sia una minaccia e chi no (con tutto quel che ne segue ). C’è l’arrovellarsi sulla “cultura di destra” nel dibattito ospitato da Libero a partire dalla provocazione neo e paragramsciana del “Dom”. E poi ci sono i laici e la Chiesa cattolica.
La Chiesa, è noto, fa il suo mestiere da duemila anni, sempre uguale e sempre nuova a se stessa. Quel che dice è lì, quel che insegna pure, quel che testimonia anche. Su questo, nulla da obiettare, nemmeno da parte rosapugnona. La contestano, certo; la odiano probabilmente, ma proprio per ciò che essa, statutariamente, è. Altrimenti, pacche sulle spalle e un bicchiere di quello buono.

Fregature e affini
La questione nuova sono invece i laici (mamma mia, quant’è antipatica questa parola muta, che per di più non si riesce nemmeno a tradurre all’estero). Insomma, quelli che di per sé hanno poco a che fare con talari e pianete, che in alcune versioni quei paramenti li manderebbero volentieri al macero, ma del cui novero qualcuno da un po’ di tempo canta fuori dal coro. Magari pure inni e lodi.
La questione decisiva sta lì perché questi solisti, per certuni solo degli stonati, hanno preso a fare – sempre statutariamente parlando –  dell’altro rispetto a quello che si crede dovrebbero fare.
È il tema de La ragione e il desiderio. La battaglia culturale dei nuovi laici, curato da Luca Pesenti e prefato da Davide Rondoni (Marietti, Genova-Milano 2006): 48 interventi tra il 12 novembre 2004 e il 19 novembre 2005, un’edicola fatta di Corriere della Sera, il Foglio, la Repubblica, il Riformista, il DomenicaleAvvenire, Tempi e Libero (più le tribune del Meeting per l’amicizia tra i popoli e della Fondazione Magna Carta) e un portfolio che sfoggia – in ordine di apparizione – Giorgio Vittadini, Marcello Pera, Vittorio Possenti, Giancarlo Cesana, Ernesto Galli della Loggia, Giuliano Ferrara, Pierluigi Battista, Renato Farina, Roberto Colombo, Alain Finkielkraut intervistato da Rodolfo Casadei, Luigi Amicone, Marina Corradi, Giorgio Israel, Claudio Risè, Francesco Agnoli, Nicoletta Tiliacos, Giovanni Orsina, Lucetta Scaraffia ed Eugenia Roccella.

Di questi volti di queste persone, con i loro pregi e i loro difetti, i loro limiti e le loro grandezze, parrebbe insomma servirsi oggi Dio per bussare alla porta, toc toc, sono tornato. Sì, è grossa. Ma che cosa potrebbe altrimenti essere il tornare a rivedere tutto daccapo, con la perfida sensazione che – con buona pace del liberalismo soi-disant dei rosapugnoni e dei loro compagni – il dogmatismo della Modernità laicista (quella che a modo proprio e univoco semantizza il concetto di libertà, il primo dei diritti della persona) ci abbia, per dirla come a Oxford, fregati? Esiste altro modo, insomma, affinché, per dirla con i sociologi, Dio torni, se non quello di ricominciare dal principio?

Scatolette da gastroenterite
In Cattolici, pacifisti, teocon. Chiesa e politica in Italia dopo la caduta del Muro (Mondadori, Milano 2006), Gaetano Quagliariello usa Blaise Pascal per rispondere al Joseph Ratzinger del veluti si Deus daretur, fare come se Dio ci fosse. In politica.
Ma se Ferrara desidera «candidare Dio a una piena partecipazione alla vita pubblica» giacché «senza Dio candidato, noi senza-dio non siamo in grado di elaborare alcuna etica della ragione. La nostra laicità dovrebbe stare nel riconoscerlo, mollato a se stesso ogni orgoglio, rigettata ogni compunzione. Così, razionalmente e devotamente»; e se Pera ragiona su che cos’è «che realmente fa difficoltà? [...] Lo dico in una parola: è la nostra storia, il nostro passato. [...] Per comprenderlo, bisogna ritornare alla classica distinzione di von Hayek circa i due liberalismi, quello “vero”, anglosassone, e quello “falso”, continentale, che solo per carità di ricostruzione storica e non senza ambiguità si può chiamare ancora “liberalismo”», allora significa che il dibattito sulla laicità non è che un focus di una questione più grande, una questione di timore e tremore. E così non è più solo politica.
È di fronte a tutto questo che ci si rende conto di come la data di scadenza sulle lattine delle risposte preconfezionate da quella che in storia del pensiero occidentale si chiama Modernità con la maiuscola sia superata da un pezzo. Occhio dunque al cibo avariato dei rosapugnoni.
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