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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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L’Historiale, memoria viva di Cassino
Un non-museo per rendere efficacemente contemporaneo il passato prima che sia troppo tardi. E in questo modo coglierne il senso per intero. Quando gli effetti speciali di un mostro sacro, Carlo Rambaldi, sposano maraviglioso e didattica
di Marco Respinti
Un giorno, era la fine degli anni Novanta, ascoltai il leader politico francese Charles Pasqua rivolgersi a un gruppo scelto di “nuove leve” del Centrodestra italiano. Era una di quelle visite organizzate alle istituzioni europee che se lavori da quelle parti ti capita spesso di vedere. Eravamo, infatti, nel palazzo del Parlamento Europeo di Strasburgo e a Pasqua spettava il compito di spiegare genesi e senso di quel luogo.
Ebbene, quando sapidamente ma di fatto en passant, Pasqua fece riferimento alla caduta del Muro di Berlino, evocando quindi la triste, feroce divisione dell’Europa che per decenni l’aveva preceduta, e nel farlo tradì una certa visibile partecipazione se non addirittura emozione, i giovani ospiti italiani rimasero di fatto impermeabili. Mica perché insensibili, ovvio, ma perché a loro, poco più che ventenni, quei fatti non dicevano alcunché. Quando il Muro crollò avevano infatti 10 anni o giù di lì, e del prima nebbia fitta. Un passato recentissimo, insomma, che già sembrò giurassico.

Il passato contemporaneo
Li si guarda come bimbi mai cresciuti, ma i gruppi di reenactment storico, che ricreano momenti, di solito bellici, onde renderli contemporanei con un trasporto insospettato, che dedicano alla ricostruzione tempi enormi, sforzi immani e spesso parecchi denari (costa non poco lo studio meticoloso dell’uniformologia, dei tessuti e dei materiali da impiegare esattamente “come allora”, la ricostruzione degli armamenti e dei loro impieghi sul campo, etc.), amano chiamarsi in modo piuttosto significativo: living history. Come se la contemporaneità fosse sempre, il passato mai per sempre passato. Un modo, cioè, di riprendersi la storia e di rivivere il tempo quasi facendolo tornare, e quindi pure d’insegnare.
Dunque? Dunque lo spirito è lo stesso che anima l’idea di ricostruire con spettacolarità e minuziosità scenari quali, magistrale, il Puy de Fou nella Vandea Militare (che per mano giacobina 200 anni fa subì il primo genocidio della storia) e in Italia il Parco Storico Rurale e Ambientale della Basilicata de La Grancia, ossia un “parco dei briganti” in cui rivive il legittimismo borbonico e sanfedista che animò il Mezzogiorno d’Italia di una vera, gloriosa epopea. E quindi l’Historiale di Cassino, nel luogo della famosa battaglia.
Un filo rosso (absit iniuria...) lega La Grancia e l’Historiale, e si chiama Gianpiero Perri, ideatore del concept e dello story-board di un museo non-museo, vero deus ex machina di una ricostruzione storica che ha pochi pari. Anzi, ben più che una ricostruzione, giacché tutto è l’Historiale tranne che una mostra permanente.

L’Historiale di Cassino è infatti un percorso dentro la crisi dell’animo europeo, un grande domino dove tutto si tiene  e dove gli effetti speciali portano sulla pelle del visitatore la crudezza di un tempo infausto. È un gioco di spazi e di luci, anzi di vuoti e di oscurità, rotti dal crepitio delle armi, dalle registrazioni autentiche delle voci di allora, dalle istantanee di una tragedia, da pezzi di assoluta rarità e bellezza quali il documentario dell’allora inviato di guerra statunitense John Houston.
L’Historiale cattura già dal nome, un neologismo. Ricorda altro, la sacra liturgia, il memoriale del sacrificio di Cristo cuore della santa Messa, che non è affatto solo un ricordo, ma il rinnovarsi di un fatto hic et nunc, una memoria viva. Historiale significa insomma storia che vive.
Chi lo ha attrezzato di effetti multimediali di grande impatto è l’Officina Rambaldi, ossia l’atelier del maestro insuperato degli effetti cinematografici, il Gandalf della pirotecnia del grande schermo,  Carlo Rambaldi. I supervisori del suo percorso storico-testuale sono nomi di prima grandezza della storiografia non addomesticata, Francesco Perfetti, docente alla LUISS di Roma, e Roberto de Mattei, dell’Università di Cassino, mentre al talento di  Gregory Alegi è spettato il compito di curarne il volto strategico-militare.

La morte e la speranza
A Cassino è nata l’Europa. A Montecassino san Benedetto da Norcia fondò il famoso monastero da cui, in tempi davvero bui, cominciò a sbocciare di nuovo il fiore della civiltà nel segno della spiritualità cristiana. Da qui il monachesimo si è diffuso in tutto il Vecchio Continente, qui la sintesi vera tra cultura classica e genio del cristianesimo ha posto le basi di un mondo nuovo, diverso. Da qui, casamadre di tanti ordini di rinnovamento, a due passi da Aquino, che richiama il nome del grande sintetizzatore, anzi del vertice della civiltà medioevale, san Tommaso, è cominciata quella grande avventura che oggi si chiama Occidente. E qui, luogo sereno e profondo per eccellenza, si è abbattuto feroce il fulmine della malvagità umana e della stupidità di una guerra perduta in partenza, soprattutto antropologicamente, da tutti gli eserciti in campo.

La battaglia di Cassino, la distruzione di Montecassino da parte dei soldati statunitensi – inutile perché di tedeschi asserragliati nell’abbazia, si sa benissimo, non ve n’era uno – è, oltre che una realtà scottante, anche un simbolo imperituro. Rappresenta bene il culmine di quel morbo che da tempo divorava l’Europa, cuore del mondo, e che da lì si era poi fatto internazionale, mondiale appunto.
L’Historiale la racconta, giustamente, lunga. Parte da quella crisi di coscienza che è l’onda lunga dell’Ottocento dei nazionalismi e che al volgere del secolo si annunciò minacciosa per poi sfociare nella Prima guerra mondiale. Per la prima volta, la guerra civile europea – com’è stato correttamente definito il periodo – si fece planetaria. Fu l’«inutile strage» denunciata da Papa Benedetto XV della follia delle trincee, dei lanciafiamme, della sconvolgente guerra aerea su vasta scala, dei gas venefici, del fratello contro fratello. E partorì il totalitarismo comunista (permesso quando non addirittura coccolato dalle democrazie occidentali), innescò il sorgere del Terzo Reich, cullò l’utopia della Società delle Nazioni e lasciò il mondo con una generazione (per dirla con T.S. Eliot, presente in versi sui muri dell’Historiale) di uomini vuoti, svuotati.

Il dopoguerra fu solo una lunga, penosa preparazione della Seconda guerra mondiale, con la nascita di nuovi despoti e il patto scellerato fra Adolf Hitler e Stalin. Poi fu solo orrore, nuove stragi e disperazione, e dopo timidi segni di rinascita però ancora troppo solo sulla carta.
Cassino, emblematica, riassume, rappresenta tutto questo. C’era da combattere un nemico di cartapesta per vincere il quale, se non fosse stato per Julius Schlegel, ufficiale tedesco, cattolico, che mise in salvo il tesoro dell'abbazia , la memoria dell’Occidente patirebbe oggi una falla enorme.
Cassino era strategica sia per le difese tedesche sia per gli Alleati in vista di quella liberazione di Roma da cui sarebbe iniziata la fine, dolorosa e lentissima, della guerra. Ma che la strategia più decisiva sia passata per un’abbazia vuota e per un pugno di poveri villaggi ciociari la dice lunga sull’intelligenza di quella guerra.
Il 15 febbraio 1944 Montecassino e le terre circostanti vennero cancellati dalle carte geografiche. Un buco nel corpo e nell’anima dell’Europa. Andate all’Historiale. Serve, fa bene. Molto.
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