Un giorno, era la fine degli anni
Novanta, ascoltai il leader politico francese Charles Pasqua rivolgersi
a un gruppo scelto di “nuove leve” del Centrodestra italiano. Era una
di quelle visite organizzate alle istituzioni europee che se lavori da
quelle parti ti capita spesso di vedere. Eravamo, infatti, nel palazzo
del Parlamento Europeo di Strasburgo e a Pasqua spettava il compito di
spiegare genesi e senso di quel luogo.
Ebbene, quando sapidamente ma di fatto en passant, Pasqua fece
riferimento alla caduta del Muro di Berlino, evocando quindi la triste,
feroce divisione dell’Europa che per decenni l’aveva preceduta, e nel
farlo tradì una certa visibile partecipazione se non addirittura
emozione, i giovani ospiti italiani rimasero di fatto impermeabili.
Mica perché insensibili, ovvio, ma perché a loro, poco più che
ventenni, quei fatti non dicevano alcunché. Quando il Muro crollò
avevano infatti 10 anni o giù di lì, e del prima nebbia fitta. Un
passato recentissimo, insomma, che già sembrò giurassico.
Il passato contemporaneo
Li si guarda come bimbi mai cresciuti, ma i gruppi di reenactment
storico, che ricreano momenti, di solito bellici, onde renderli
contemporanei con un trasporto insospettato, che dedicano alla
ricostruzione tempi enormi, sforzi immani e spesso parecchi denari
(costa non poco lo studio meticoloso dell’uniformologia, dei tessuti e
dei materiali da impiegare esattamente “come allora”, la ricostruzione
degli armamenti e dei loro impieghi sul campo, etc.), amano chiamarsi
in modo piuttosto significativo: living history. Come se la
contemporaneità fosse sempre, il passato mai per sempre passato. Un
modo, cioè, di riprendersi la storia e di rivivere il tempo quasi
facendolo tornare, e quindi pure d’insegnare.
Dunque? Dunque lo spirito è lo stesso che anima l’idea di ricostruire
con spettacolarità e minuziosità scenari quali, magistrale, il Puy de
Fou nella Vandea Militare (che per mano giacobina 200 anni fa subì il
primo genocidio della storia) e in Italia il Parco Storico Rurale e
Ambientale della Basilicata de La Grancia, ossia un “parco dei
briganti” in cui rivive il legittimismo borbonico e sanfedista che
animò il Mezzogiorno d’Italia di una vera, gloriosa epopea. E quindi
l’Historiale di Cassino, nel luogo della famosa battaglia.
Un filo rosso (absit iniuria...) lega La Grancia e l’Historiale, e si
chiama Gianpiero Perri, ideatore del concept e dello story-board di un
museo non-museo, vero deus ex machina di una ricostruzione storica che
ha pochi pari. Anzi, ben più che una ricostruzione, giacché tutto è
l’Historiale tranne che una mostra permanente.
L’Historiale di Cassino è infatti un percorso dentro la crisi
dell’animo europeo, un grande domino dove tutto si tiene e dove
gli effetti speciali portano sulla pelle del visitatore la crudezza di
un tempo infausto. È un gioco di spazi e di luci, anzi di vuoti e di
oscurità, rotti dal crepitio delle armi, dalle registrazioni autentiche
delle voci di allora, dalle istantanee di una tragedia, da pezzi di
assoluta rarità e bellezza quali il documentario dell’allora inviato di
guerra statunitense John Houston.
L’Historiale cattura già dal nome, un neologismo. Ricorda altro, la
sacra liturgia, il memoriale del sacrificio di Cristo cuore della santa
Messa, che non è affatto solo un ricordo, ma il rinnovarsi di un fatto
hic et nunc, una memoria viva. Historiale significa insomma storia che
vive.
Chi lo ha attrezzato di effetti multimediali di grande impatto è
l’Officina Rambaldi, ossia l’atelier del maestro insuperato degli
effetti cinematografici, il Gandalf della pirotecnia del grande
schermo, Carlo Rambaldi. I supervisori del suo percorso
storico-testuale sono nomi di prima grandezza della storiografia non
addomesticata, Francesco Perfetti, docente alla LUISS di Roma, e
Roberto de Mattei, dell’Università di Cassino, mentre al talento
di Gregory Alegi è spettato il compito di curarne il volto
strategico-militare.
La morte e la speranza
A Cassino è nata l’Europa. A Montecassino san Benedetto da Norcia fondò
il famoso monastero da cui, in tempi davvero bui, cominciò a sbocciare
di nuovo il fiore della civiltà nel segno della spiritualità cristiana.
Da qui il monachesimo si è diffuso in tutto il Vecchio Continente, qui
la sintesi vera tra cultura classica e genio del cristianesimo ha posto
le basi di un mondo nuovo, diverso. Da qui, casamadre di tanti ordini
di rinnovamento, a due passi da Aquino, che richiama il nome del grande
sintetizzatore, anzi del vertice della civiltà medioevale, san Tommaso,
è cominciata quella grande avventura che oggi si chiama Occidente. E
qui, luogo sereno e profondo per eccellenza, si è abbattuto feroce il
fulmine della malvagità umana e della stupidità di una guerra perduta
in partenza, soprattutto antropologicamente, da tutti gli eserciti in
campo.
La battaglia di Cassino, la distruzione di Montecassino da parte dei
soldati statunitensi – inutile perché di tedeschi asserragliati
nell’abbazia, si sa benissimo, non ve n’era uno – è, oltre che una
realtà scottante, anche un simbolo imperituro. Rappresenta bene il
culmine di quel morbo che da tempo divorava l’Europa, cuore del mondo,
e che da lì si era poi fatto internazionale, mondiale appunto.
L’Historiale la racconta, giustamente, lunga. Parte da quella crisi di
coscienza che è l’onda lunga dell’Ottocento dei nazionalismi e che al
volgere del secolo si annunciò minacciosa per poi sfociare nella Prima
guerra mondiale. Per la prima volta, la guerra civile europea – com’è
stato correttamente definito il periodo – si fece planetaria. Fu
l’«inutile strage» denunciata da Papa Benedetto XV della follia delle
trincee, dei lanciafiamme, della sconvolgente guerra aerea su vasta
scala, dei gas venefici, del fratello contro fratello. E partorì il
totalitarismo comunista (permesso quando non addirittura coccolato
dalle democrazie occidentali), innescò il sorgere del Terzo Reich,
cullò l’utopia della Società delle Nazioni e lasciò il mondo con una
generazione (per dirla con T.S. Eliot, presente in versi sui muri
dell’Historiale) di uomini vuoti, svuotati.
Il dopoguerra fu solo una lunga, penosa preparazione della Seconda
guerra mondiale, con la nascita di nuovi despoti e il patto scellerato
fra Adolf Hitler e Stalin. Poi fu solo orrore, nuove stragi e
disperazione, e dopo timidi segni di rinascita però ancora troppo solo
sulla carta.
Cassino, emblematica, riassume, rappresenta tutto questo. C’era da
combattere un nemico di cartapesta per vincere il quale, se non fosse
stato per Julius Schlegel, ufficiale tedesco, cattolico, che mise in
salvo il tesoro dell'abbazia , la memoria dell’Occidente patirebbe oggi
una falla enorme.
Cassino era strategica sia per le difese tedesche sia per gli Alleati
in vista di quella liberazione di Roma da cui sarebbe iniziata la fine,
dolorosa e lentissima, della guerra. Ma che la strategia più decisiva
sia passata per un’abbazia vuota e per un pugno di poveri villaggi
ciociari la dice lunga sull’intelligenza di quella guerra.
Il 15 febbraio 1944 Montecassino e le terre circostanti vennero
cancellati dalle carte geografiche. Un buco nel corpo e nell’anima
dell’Europa. Andate all’Historiale. Serve, fa bene. Molto.
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