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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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Grand Guignol Budapest
Teste mozzate, “caccia” ai comunisti, migliaia di operai massacrati dalla “reazione bianca”: così la gloriosa rivoluzione ungherese del 1956 fu diffamata, vilipesa e sbeffeggiata da una delle più ingloriose Sinistre che la storia ricordi, quella togliattiana. Le allucinanti descrizioni de l’Unità e dintorni meritano d’essere rilette e meditate ancora oggi
di Alessandro Frigerio
Fu una straordinaria opera di disinformacja ideologica quella allestita contro la rivoluzione ungherese dal PCI tramite il suo quotidiano di riferimento e le riviste fiancheggiatrici. Scrisse Pietro Ingrao su l’Unità: «Noi siamo vivamente addolorati che si sia dovuti giungere a questo punto», ma per superare le debolezze o gli errori passati occorre prima di tutto «la sconfitta rapida e totale dei ribelli controrivoluzionari, la disfatta di tutti coloro che vogliono tornare a un passato reazionario. [...] Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e reazionaria. Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta da una parte o dall’altra della barricata».
La parola fine la mise Togliatti, sempre su l’Unità, dopo il secondo e risolutivo intervento sovietico del 4 novembre: «Giunti a questo punto, è mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il fascismo nell’uovo, nel nome della solidarietà che deve unire nella difesa della civiltà tutti i popoli, ma prima di tutto quelli che già si sono posti sulla via del socialismo». 

Molti risposero al richiamo. E non solo la vecchia guardia. Anche le giovani promesse del partito si fecero guardiane dell’ortodossia. Al congresso del PCI del dicembre 1956 l’allora trentunenne delegato di Caserta, Giorgio Napolitano, replicò così ad Antonio Giolitti, la cui voce si era levata solitaria contro l’intervento sovietico. In Ungheria «non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una lotta disgregatrice, di fazioni»; l’azione sovietica, «evitando che nel cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo all’Urss di intervenire con decisione e con forza per arrestare l’aggressione imperialista in Medio Oriente, oltre che impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».

La voce del futuro presidente della Repubblica era tutt’altro che isolata. Ci si dimentica spesso che sdraiato sulla linea togliattiana c’era anche un altro futuro inquilino del Quirinale, Sandro Pertini, ostile a Nenni e alle sue aperture verso la socialdemocrazia. Dichiarò a l’Unità il 3 novembre: «... ecco avanzare in Ungheria lo spettro della reazione. Forze politiche si vanno ricostruendo sotto l’egida del clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato, annullando ogni riforma. Non si vuole, dunque, avviare il socialismo sulla strada della democrazia e delle libertà [...] ma si vuole farlo crollare nell’abisso della reazione spietata. Così i corrispondenti da Budapest ci fanno sapere che la caccia all’uomo è in corso e che i comunisti sono torturati, trucidati, impiccati. Se tacessimo, considerando questa bestiale reazione una logica conseguenza delle responsabilità dei dirigenti comunisti da noi tempestivamente denunciate, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di riaffermare il suo antico potere. Perciò noi oggi siamo spiritualmente al fianco dei compagni comunisti ungheresi vittime della bestiale reazione. Questo noi affermiamo, spinti soprattutto da quella solidarietà di classe che ogni socialista deve sentire in ogni circostanza, ma in modo particolare quando sulla classe operaia sovrasta la tempesta, perché è troppo agevole essere con la classe operaia soltanto nelle giornate di sole».  

Allineati e coperti
La “bestiale reazione”, i compagni “trucidati” e “torturati” cui accenna Pertini appartengono al secondo livello di disinformacja messo in campo allora dal PCI. La stampa comunista scriverà di migliaia di vittime innocenti (nonostante la commissione voluta da Kadar un anno dopo abbia conteggiato 234 funzionari comunisti e agenti della polizia segreta uccisi durante la rivoluzione!). Perché se non era sufficiente il richiamo al dovere di una precisa scelta di campo, se non bastava l’appello alla vigilanza democratica e all’unità antifascista, doveva essere il pugno allo stomaco di notizie e immagini scioccanti a convincere gli indecisi. Notizie e immagini, va da sé, falsificate, alterate ed esibite con straordinaria abilità manipolatoria. E che emergono a distanza di mezzo secolo sfogliando le raccolte de l’Unità e di Vie Nuove, l’elegante rotocalco settimanale espressione della più austera ortodossia di Botteghe Oscure. Il risultato è una sorta di antologia di diffamazioni gratuite su fantomatici infiltrati reazionari alla guida della rivolta, di falsità spudorate sui crimini della “controrivoluzione”, di accuse agli intellettuali ungheresi per non aver saputo far propria la logica totalitaria della “critica costruttiva”, di derisioni degli operai ungheresi per la loro scarsa coscienza di classe, di accomodanti invocazioni alla pace (nel nome della quale Togliatti chiese a Mosca di procedere alla repressione, poi salutata da Giancarlo Pajetta alla Camera con il grido di «Viva l’Armata Rossa!»).

Budapest come un teatro del Grand Guignol. Fin dalle prime battute della rivoluzione.  Sulle pagine de l’Unità del 25 ottobre, il giorno dopo la prima comparsa dei carri sovietici nella capitale, lo sviluppo degli avvenimenti è «nettamente caratterizzato dalla esplosione di un movimento controrivoluzionario rivelante una chiara impronta provocatoria e una preordinata organizzazione, avvenuta probabilmente per mezzo di agenti e di forze non solo interne ma straniere». Nei quartieri dove i “rivoltosi” sono riusciti a insediarsi, «gruppi di squadristi sono penetrati nelle abitazioni dei dirigenti sindacali e di partito, e li hanno tirati fuori trucidandoli davanti alle porte di casa». Sono i primi cenni ai “massacri di comunisti” che nei giorni seguenti terranno banco, fornendo il più forte argomento alla diffamazione della rivoluzione. Il tutto in un crescendo che segue di pari passo le decisioni del Cremlino.
Quando Cruscev decide che la rivolta deve essere schiacciata una volta per tutte, l’Unità si allinea e prepara la strada alzando i toni della campagna denigratoria. È un’offensiva verbale senza quartiere quella che scatta il 2 novembre e che eleva la menzogna e le illazioni a verità conclamate. Un’offensiva propagandistica che apre la strada alla giustificazione dell’imminente attacco dei tank sovietici. “A Budapest infuria il terrore bianco - Barbari episodi di ferocia anticomunista”, titola l’edizione milanese de l’Unità. “Caccia all’uomo e terrore fascista a Budapest - Nagy annuncia il ritiro dal patto di Varsavia”, secondo l’edizione piemontese.

Orfeo Vangelista scrive di «uomini fedeli al potere popolare cosparsi di benzina e bruciati vivi», di crimini e massacri in una notte di San Bartolomeo che «continua di casa in casa con ferocia inaudita»; le emittenti radio nelle mani dei fascisti invocano lo sciopero generale e istigano a sbarazzarsi di Nagy e Kadar; «l’esercito è tornato praticamente nelle mani dei vecchi ufficiali hortisti»; i giovani controrivoluzionari, con cui «il cardinale Mindszenty è in stretto contatto» non trovano invece di meglio che saccheggiare le abitazioni  e depredare la sede della Croce Rossa.
Il 3 novembre il tono della propaganda antirivoluzionaria sale ulteriormente. L’Unità accusa Nagy di una progressiva capitolazione, di cedimento alle forze scioviniste che ormai sono entrate anche nel governo, di progressiva esautorazione dei Consigli operai. Nagy è un Kerensky al contrario, strumento per la conquista del potere da parte della reazione e del cardinale Mindszenty. Il risultato è che il partito dei lavoratori ungheresi non esiste più, «sottoposto ad una delle più violente, massacranti reazioni che mai si siano probabilmente abbattute su un partito operaio e socialista. Centinaia, forse migliaia di quadri sono stati assassinati, squartati, impiccati, decapitati, bruciati vivi dalle squadre di rivoltosi più ferocemente oltranzisti e fascisti. Siffatti episodi di violenza denunciano il ripristino di metodi barbarici di così aberrante crudeltà che soltanto degenerazioni politiche, il deteriorarsi di ogni contenuto ideale nelle mani di terroristi, hortisti o nazionalisti che siano, può procurare».

Quel povero poliziotto simbolico
Anche le immagini alimentano al fuoco di fila del PCI contro la rivolta. Le prime fotografie dell’attacco alla sede del partito di Budapest, in cui muoiono una trentina tra poliziotti e funzionari della polizia segreta, fanno il giro del mondo. Una, in particolare, immortala il corpo di un poliziotto appeso a un albero. Diventerà l’immagine simbolo del “terrore bianco”. Lo stesso soggetto, inquadrato da angolature diverse, ritornerà ossessivamente sulle pagine del quotidiano comunista e su quelle di Vie Nuove nei giorni seguenti. Naturalmente, le due testate si guarderanno bene dal proporre gli scatti in cui compaiono i cadaveri degli insorti pubblicate negli stessi giorni dalla stampa “borghese”. Così come non saranno documentate le rovine provocate dai tank sovietici a Budapest, troppo disdicevoli per un intervento che si vuole pacificatore e “chirurgico”. Una sorte che invece non conosceranno le immagini di distruzione e morte provocate dall’intervento anglo-francese a Suez, ostentate ampiamente sulle tutte le prime pagine della stampa di sinistra. Paradossale il caso di Vie nuove: tra l’ottobre e il novembre 1956 il settimanale diretto da Maria Antonietta Macciocchi non aprirà mai con una foto sui “fatti” di Ungheria. Solo il 17 novembre sceglie di farlo, optando però per un taglio “nazionale”: in copertina si vede «un dimostrante fascista immobilizzato a terra da un operaio e un agente» – così recita la didascalia – durante un tentativo di assalire la sede del PCI dopo una manifestazione di solidarietà a Roma con il popolo ungherese. Non interessa ciò che accade a Budapest ma il suo riflesso in Italia.

Il messaggio è cristallino: la controrivoluzione è in agguato anche in Italia e chi manifesta a favore degli insorti è un fascista. All’interno, l’articolo intitolato “Le giornate del terrore” (in cui il corrispondente Sergio Perucchi scrive che in Ungheria gli insorti ubriachi saccheggiano i negozi e lanciano per scherzo bombe a mano tra la folla!) utilizza ancora una volta le immagini dell’attacco alla sede del partito a Budapest e nuovi scatti, da angolazioni diverse, del solito agente ormai eletto a simbolo della persecuzione anticomunista.
Sono immagini che ancora oggi suscitano orrore e pietà. Ma in quella reiterata esposizione del corpo di quell’unico agente, riproposto in innumerevoli dettagli spacciati per sempre nuove testimonianze di eccidi, c’è tutta la strumentalizzazione di una tragedia. Come in una parata del Ventennio, con i carri armati fatti sfilare in circolo in uno sfoggio di potenza inesauribile, la stessa immagine gira su sé stessa interpretando ruoli diversi. Su l’Unità e Vie Nuove il corpo insanguinato di quell’agente è una vittima sempre nuova, capace di mille vite e di mille morti – nelle didascalie lo si definisce volta a volta “cittadino”, “operaio”, “compagno” –, pronto a risorgere e morire ogni qualvolta sia necessario alimentare  la calunnia contro la rivoluzione. Un uomo sacrificato due volte: ai tragici e inevitabili eccessi della rivoluzione in patria, alla spietata logica della realpolitik comunista in Italia.      

Partigiani? No, grazie
Dopo il 4 novembre, a repressione conclusa, le cronache de l’Unità diventano rassicuranti, tese a esaltare la raggiunta “pacificazione”. La popolazione, riportano gli inviati, ha plaudito a un intervento che pone fine al terrore e «al linciaggio organizzato». I cui responsabili, s’insinua, sono tutti in quelle colonne di profughi che ora premono sul confine austriaco. Il quotidiano comunista cita gli elementi “di verità” che stanno lentamente venendo alla luce. Intervistando a Praga alcuni testimoni del dramma magiaro, il corrispondente descrive «il marchio di barbarie che la reazione è riuscita a imporre su un movimento che tendeva principalmente ad affermare la via ungherese verso il socialismo e istanze di rinnovamento democratico». È «un quadro mostruoso, da “notte di S. Bartolomeo”», «un terrore sanguinario folle, permeato di criminalità e di odio politico di classe», uno «scempio di vite umane compiuto dai fautori della rappresaglia politica». Il Paese «era in balia di giovani esagitati con le armi in pugno, di elementi del sottoproletariato e di ex rifugiati fascisti», di «bande oltranziste» e «teppaglia anticomunista affluita dalle basi tedesche e austriache». Bastava dichiararsi comunista per essere «impiccato a un albero, appeso per i piedi, ucciso a colpi di calcio di fucile, mutilato degli arti, evirato». E gli «elementi orthysti [...] si atteggiarono a corifei della “rivoluzione” sfogando i loro rancori nella più abbietta repressione anticomunista».

Fa eco Vie nuove. In un editoriale si legge: «in Ungheria sono stati uccisi barbaramente comunisti onesti, gente come tanta ne conosciamo anche noi, sindacalisti, giornalisti, organizzatori politici, rappresentanti della gioventù, delle donne, che in questi anni avevano fatto una vita di sacrifici, di battaglie come tanta parte dei lavoratori ungheresi. [...] il fatto che, oggi, in Ungheria, le bande fasciste siano state rese impotenti a nuocere, non può far piangere nemmeno il più indulgente degli italiani». Sullo stesso numero Velio Spano scrive di teste di comunisti mozzate ed esposte come trofei sulle picche, di latifondisti che stavano per riavere indietro le proprie terre. «L’aver compreso questo sin dal primo momento [...] ovvero che si andava incontro ad un sovvertimento profondo del potere socialista, è stato merito in Italia di quegli uomini politici che hanno saputo non perdere la testa, anche nelle ore più confuse e drammatiche, e dare un’analisi obiettiva della situazione creatasi in Ungheria».

Per un mese ancora, fino ai primi di dicembre, il costante martellamento di sempre inedite (e fasulle) testimonianze sul terrore bianco, di denunce di crimini efferati, di eterodirezione della rivoluzione dall’estero non cesserà di alimentare la delegittimazione della rivolta. I resoconti retrodatano i linciaggi e le efferatezze al giorno delle prime manifestazioni. Si continuano a dichiarare dalle centotrenta alle centocinquanta vittime nell’assalto alla sede del partito  (quando invece furono non più di trenta). E si continuano a omettere i numeri della repressione: nessun cenno al centinaio di vittime fatte dalla polizia nei primi giorni davanti alla sede del Parlamento o nella cittadina di Mosonmagyarovar. Il silenzio regna sovrano. Si squarcia solo quando è necessario esaltare la vocazione “umanitaria” dell’Armata Rossa. Scrive Alberto Jacoviello su l’Unità del 13 novembre: «Non dimenticherò mai la contrazione dei muscoli del volto di un giovane ufficiale sovietico [...]. Gli avevamo chiesto se la strada era sicura, se vi erano o meno bande di ungheresi armati. Qualcuno vicino a noi, forse nell’intenzione di rendere più chiara la domanda, ha aggiunto la parola “partisani”. Il giovane ufficiale sovietico, che sino ad allora era stato cortese, calmo e gentile, ci ha guardato con un volto teso, con negli occhi una luce tagliente ed amara [...]. Partigiani? Forse, egli stesso lo era stato nel suo paese, nei boschi dell’Ucraina od altrove. Come poteva ammettere che lo stesso nome potesse essere dato a degli uomini che attaccavano i soldati rossi, e contro i quali i soldati rossi sparavano?».

I russi sparavano solo per difendersi, e difendere la “rivoluzione”, mai per attaccare: «Apprenderò dopo che in tutta Budapest i carristi sovietici si sono comportati allo stesso modo, evitando sempre di sparare se non sul punto preciso dal quale partiva l’attacco, e solo dopo di essere stati attaccati».
Se non dame di San Vincenzo, poco ci manca! Degne quindi di un’accorata elegia finale. Così concludeva Jacoviello: «Buon soldato rosso, buon figlio del popolo sovietico, egli è accorso, esponendo la sua vita, laddove era necessario correre per salvare le conquiste essenziali della rivoluzione. Adesso o fra poco egli dovrà tornarsene a casa, col cuore gonfio di tristezza per i compagni caduti, per i poveri soldati rossi morti lungo le strade di Budapest e d’Ungheria, per le vittime di questa tragedia».
Una prece all’invasore, anche questo dovette subire la rivoluzione ungherese dalla sinistra italiana.

Quelli che non volevano vedere

Antonio Banfi («Nuovi Argomenti», marzo-aprile 1957)
«Io non insisterò qui sugli obblighi – e non solo sui diritti – inerenti al trattato di Varsavia, stipulato in espressa antitesi al Patto Atlantico, non richiamerò i caratteri del popolo d’Ungheria, storicamente ignaro di una rivoluzione borghese, le difficoltà incontrate e gli errori compiuti dal Partito comunista e dal governo ungherese, l’inesperienza politica di una classe operaia priva di una tradizionale coscienza di classe e della sua funzione universale, la generica incertezza dei ceti intellettuali avulsi dalla realtà. I fatti stessi, la debolezza e le contraddizioni del governo Nagy, il suo isolamento di fronte alle violenze terroristiche scatenate dai rappresentanti del vecchio nazismo alimentato dalla tradizione feudale e clericale, mostrano che l’insurrezione, qualunque fosse l’intenzione dei singoli – il detto che l’inferno era lastricato di buone intenzioni, rivela che non pur la storia, ma nemmeno Iddio può prender sul serio l’alibi inconsistente della buona intenzione – non poteva che essere e sfociare al caos e alla controrivoluzione, qualunque forma essa assumesse, come terreno non per un’ideale democrazia, ma per l’azione di quelle forze antirivoluzionarie e reazionarie, che dietro le strutture formalmente democratiche, sono ben vive ed agenti nel mondo occidentale».

Lucio Lombardo Radice («Nuovi Argomenti», marzo-aprile 1957)
«Le truppe sovietiche non interruppero, il 4 novembre del 1956, un processo di democratizzazione del socialismo ungherese, ma posero fine a uno stato di caos politico-economico-statale nel quale la prospettiva controrivoluzionaria si andava delineando sempre più nettamente; non impedirono l’autonomia dell’Ungheria socialista nei confronti dell’Urss, ma il passaggio dell’Ungheria nel campo imperialista.
[...] Che l’Unione Sovietica, quindi, il 4 novembre del 1956, abbia deciso di “addossarsi il peso dell’Ungheria”, sentendosi responsabile e di fronte al socialismo in Ungheria e di fronte a tutto il campo socialista delle prospettive, ungheresi e mondiali, che si andavano delineando, non può destare stupore né scandalo, se si vuole ragionare sui fatti, su tutti i fatti di quelle terribili giornate».

Concetto Marchesi («l’Unità», ottobre 1956)
«Alla cagnara reazionaria, clericale e fascista che si è scatenata sui fatti di Ungheria non intendo associare la mia voce. Se taluni comunisti lo hanno fatto, tanto peggio per loro e tanto meglio per il nostro partito: il quale oggi ha bisogno di estrema chiarezza e di ferma coscienza. [...] Supereremo questi ostacoli, non importa se con forze più ridotte: ciò che importa è che siano più sicure. Quanto alla insurrezione ungherese penso che un popolo non rivendica la sua libertà tra gli applausi della borghesia capitalistica e le celebrazioni delle messe propiziatorie. Quanto all’on. Togliatti, io mi trovo anche in questo momento al suo fianco».

Augusto Monti («Rinascita», novembre 1956)
«Chissà che croce addosso anche a me, domani, se comparissero queste mie dichiarazioni ed io fossi messo nel numero – picciol numero a quanto pare – di “coloro che giustificano l’intervento dell’URSS in Ungheria”.  Ma io, se accadrà, me ne riderò, parendomi assai più giusto e onesto stare oggi con questi pochi e non confondersi con quei molti». Perché a quei molti, «scolari scioperanti così per scioperare», «e missini, e clericali, e grandi giornali indipendenti, e borghesi di tutto il mondo», dell’Ungheria non importa nulla, «ci si sono buttati sopra oggi con frenesia perché pretesto migliore essi non avrebbero potuto sognare per sfogare i loro livori antirussi e anticomunisti, e per gridare finalmente aperto: -Basta con codesta Russia distensionista e democratizzante tanto più odiosa e pericolosa di quella dura di Stalin! Basta con codesti comunisti tanto più sputacchiabili quanto più si mostrano ragionevoli e perbene!
Questo è per coloro, l’Ungheria: un pretesto per tornare alla guerra fredda, nell’attesa – magari – di quella calda».

Carlo Salinari («il Contemporaneo», dicembre 1956)
«Certo il socialismo non si può imporre a colpi di cannone. Ma difendere le sue conquiste fondamentali sì.
[...] Anche se l’operaio ungherese non è stato il vero responsabile della rottura dei legami collettivi, egli si poneva (e si pone, in parte, tuttora) al di qua dei suoi interessi di classe; la sua rivolta non è una rivoluzione».

Aldo De Jaco («l’Unità», novembre 1956)
[A proposito delle manifestazioni studentesche pro-Ungheria] Attorno  agli studenti ci sono «i volti noti degli agenti in borghese, col manganello e la pistola nascosta sotto il vestito»; sono loro a «far largo alla gente, fermare le macchine, far da maestri di scuola a questa impresa per ragazzi».
Il ricordo del giornalista va alla sua «trista stagione» di liceale, «quando mi ritrovai un giorno a camminare con una grande bandiera con la croce uncinata davanti, uscita da chissà dove, e un tedesco sul marciapiede ci faceva le fotografie e un ragazzo agitato ci guidava».

E quegli altri che non sono stati al gioco

Ignazio Silone («Tempo presente», dicembre 1956)
«Un’evidente ambiguità di linguaggio si ritrova in tutti i falsi concetti dei “progressisti” a causa della loro schiavitù di dover giustificare il totalitarismo partendo da principi democratici».
Per sfuggire alla tirannia delle parole, «per farci capire, dobbiamo attenerci al loro significato corrente e convenzionale»: non scrivere più “Le truppe sovietiche contro gli insorti ungheresi”, perché «il più elementare rispetto della verità esigerebbe che scrivessimo: “Le truppe imperialista russe contro i Soviet d’Ungheria”».
Sono tutte falsificazioni, continua Silone, che impediscono di capire l’intrinseco valore politico dell’insurrezione: «... essa è stata non solo reazione violenta alle nefandezze dei Rakosi e dei Geroe ma, fin dal primo giorno, superamento della menzogna del partito unico, gabellata come unica forma possibile in un Paese collettivizzato. [...] Respingendo il dilemma “comunismo o fascismo” le masse ungheresi hanno introdotto, nel chiuso sistema orientale, una concreta alternativa di libertà e hanno creato una nuova prospettiva storica.
La cosiddetta “terza via”, miseramente fallita nei corridoi dei passi-perduti dei Parlamenti occidentali, è risorta in forme rivoluzionarie là dove nessuno se l’aspettava».

Roberto Guiducci («Ragionamenti», novembre 1956)
«A Budapest un filo si è rotto irrimediabilmente, la storia del socialismo si è spaccata a metà.
Chi non accetta questo, non accetta la realtà dell’Ungheria; crede ancora che la storia del socialismo sia una storia ininterrompibile dello Spirito marxista; non vuole vedere la terrestrità e dell’ideologia e dell’uomo che la pratica; non ha il coraggio morale e politico di capire che per l’operaio comunista morto in battaglia contro il comunismo la propria morte come operaio coincide con la morte di quel comunismo. Il marxismo ha così toccato il fondo.
Per questo può essere accaduto in Ungheria che l’insorto, sopravvissuto, ma partecipe della morte del compagno, abbia potuto perseguitare i persecutori, impiccare gli impiccatori, massacrare i massacratori [...]. “Terrore bianco” si dice. Questo termine ci ripugna se applicato indifferentemente alla reazione o alla furia di un popolo disperato.
Se crediamo di dover parlare innanzitutto degli eccessi della rivoluzione d’Ungheria piuttosto che della sua forza, del suo coraggio, della sua potenzialità costruttiva, è perché pensiamo che sempre nel socialismo occorre prima indicare gli errori, che vantarsi dei valori e delle virtù». E dopo aver paragonato la lotta degli operai ungheresi all’esperienza della Comune di Parigi, Guiducci condanna senza appello tutti coloro che hanno richiesto e appoggiato il massacro ungherese. «Essi sono la “reazione bianca” del socialismo, preparata da anni nella catena inaudita della viltà, delle accettazioni, delle condanne senza spiegazione [...].
I fatti d’Ungheria vengono da lontano: risalgono alla prima ingiustizia convalidata, al primo sorriso scettico e alla silenziosa decisione di adoperare il movimento operaio ai fini del proprio potere e del proprio prestigio, al calcolo delle opportunità, all’accettazione del gioco dettato dall’avversario, al rimando all’autorità della propria opinione, alla conferma dell’autorità come baratto per la propria carriera, fin giù al tacere di fronte al delitto, al parlare per confermare la menzogna, al non pensare per non aver dubbi, al non denunciare gli errori per paura; al non tentare di costruire il nuovo per subordinazione al vecchio e morto e finito». 

François Fejtö («Ragionamenti», maggio-ottobre 1957)
[Togliatti definì “romantica”, in senso spregiativo, la rivolta ungherese, marcandone l’arretratezza rispetto alle più “scientifiche” rivoluzioni comuniste del Novecento]. «Ma questa ricaduta nel nazionale, nel liberale, alle spese dei temi socialisti, constatata da Togliatti, non deriva semplicemente dal carattere regressivo del regime staliniano?
Ideologicamente, sentimentalmente, Ràkosi con il suo assolutismo dispotico alla 1815, ha rigettato gli ungheresi del 1956 a Petöfi e a Kossuth». Le categorie interpretative offerte dal leader del PCI, conclude Fejtö, sono purtroppo il frutto di un «dilettantismo ideologico dei più mostruosi, che ci è stato presentato come caratterizzato dallo spirito scientifico più rigoroso».

Carlo Cassola (lettera ad Antonello Trombadori, 26 ottobre 1956)
«Vi rendete conto che siamo ormai alla svolta, al punto critico? Non credo che i dirigenti di un Partito, i quali definiscono “bande armate controrivoluzionarie” i rivoltosi di Budapest possano essere più creduti da nessuno.
Tanto più che Radio Budapest praticamente li ha già smentiti, e domani o dopodomani, o al più tardi tra un mese la rivolta diverrà ufficialmente l’eroica lotta del popolo ungherese per la democrazia e l’indipendenza nazionale: come effettivamente è. A meno che i russi non procedano all’occupazione militare del paese, nessun governo che si metta contro quella che è l’evidente volontà del popolo ungherese, e tacci di fascisti gli operai, gli studenti e i soldati, può restare in piedi ventiquatt’ore. Cos’hanno nel cervello Togliatti e compagni?».

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