Fu una straordinaria opera di
disinformacja ideologica quella allestita contro la rivoluzione
ungherese dal PCI tramite il suo quotidiano di riferimento e le riviste
fiancheggiatrici. Scrisse Pietro Ingrao su l’Unità: «Noi siamo
vivamente addolorati che si sia dovuti giungere a questo punto», ma per
superare le debolezze o gli errori passati occorre prima di tutto «la
sconfitta rapida e totale dei ribelli controrivoluzionari, la disfatta
di tutti coloro che vogliono tornare a un passato reazionario. [...]
Bisogna scegliere: o per la difesa della rivoluzione socialista o per
la controrivoluzione bianca, per la vecchia Ungheria fascista e
reazionaria. Quando crepitano le armi dei controrivoluzionari, si sta
da una parte o dall’altra della barricata».
La parola fine la mise Togliatti, sempre su l’Unità, dopo il secondo e
risolutivo intervento sovietico del 4 novembre: «Giunti a questo punto,
è mia opinione che una protesta contro l’Unione Sovietica avrebbe
dovuto farsi se essa non fosse intervenuta, e con tutta la sua forza
questa volta, per sbarrare la strada al terrore bianco e schiacciare il
fascismo nell’uovo, nel nome della solidarietà che deve unire nella
difesa della civiltà tutti i popoli, ma prima di tutto quelli che già
si sono posti sulla via del socialismo».
Molti risposero al richiamo. E non solo la vecchia guardia. Anche le
giovani promesse del partito si fecero guardiane dell’ortodossia. Al
congresso del PCI del dicembre 1956 l’allora trentunenne delegato di
Caserta, Giorgio Napolitano, replicò così ad Antonio Giolitti, la cui
voce si era levata solitaria contro l’intervento sovietico. In Ungheria
«non ci si è limitati a sviluppare la critica, ma si è scatenata una
lotta disgregatrice, di fazioni»; l’azione sovietica, «evitando che nel
cuore dell’Europa si creasse un focolaio di provocazioni e permettendo
all’Urss di intervenire con decisione e con forza per arrestare
l’aggressione imperialista in Medio Oriente, oltre che impedire che
l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ha contribuito
in maniera decisiva, non già a difendere solo gli interessi militari e
strategici dell’Urss ma a salvare la pace nel mondo».
La voce del futuro presidente della Repubblica era tutt’altro che
isolata. Ci si dimentica spesso che sdraiato sulla linea togliattiana
c’era anche un altro futuro inquilino del Quirinale, Sandro Pertini,
ostile a Nenni e alle sue aperture verso la socialdemocrazia. Dichiarò
a l’Unità il 3 novembre: «... ecco avanzare in Ungheria lo spettro
della reazione. Forze politiche si vanno ricostruendo sotto l’egida del
clericalismo conservatore con l’intento di tornare al passato,
annullando ogni riforma. Non si vuole, dunque, avviare il socialismo
sulla strada della democrazia e delle libertà [...] ma si vuole farlo
crollare nell’abisso della reazione spietata. Così i corrispondenti da
Budapest ci fanno sapere che la caccia all’uomo è in corso e che i
comunisti sono torturati, trucidati, impiccati. Se tacessimo,
considerando questa bestiale reazione una logica conseguenza delle
responsabilità dei dirigenti comunisti da noi tempestivamente
denunciate, cesseremmo di essere socialisti, e diverremmo, sia pure
inconsapevolmente, complici della reazione che in Ungheria tenta di
riaffermare il suo antico potere. Perciò noi oggi siamo spiritualmente
al fianco dei compagni comunisti ungheresi vittime della bestiale
reazione. Questo noi affermiamo, spinti soprattutto da quella
solidarietà di classe che ogni socialista deve sentire in ogni
circostanza, ma in modo particolare quando sulla classe operaia
sovrasta la tempesta, perché è troppo agevole essere con la classe
operaia soltanto nelle giornate di sole».
Allineati e coperti
La “bestiale reazione”, i compagni “trucidati” e “torturati” cui
accenna Pertini appartengono al secondo livello di disinformacja messo
in campo allora dal PCI. La stampa comunista scriverà di migliaia di
vittime innocenti (nonostante la commissione voluta da Kadar un anno
dopo abbia conteggiato 234 funzionari comunisti e agenti della polizia
segreta uccisi durante la rivoluzione!). Perché se non era sufficiente
il richiamo al dovere di una precisa scelta di campo, se non bastava
l’appello alla vigilanza democratica e all’unità antifascista, doveva
essere il pugno allo stomaco di notizie e immagini scioccanti a
convincere gli indecisi. Notizie e immagini, va da sé, falsificate,
alterate ed esibite con straordinaria abilità manipolatoria. E che
emergono a distanza di mezzo secolo sfogliando le raccolte de l’Unità e
di Vie Nuove, l’elegante rotocalco settimanale espressione della più
austera ortodossia di Botteghe Oscure. Il risultato è una sorta di
antologia di diffamazioni gratuite su fantomatici infiltrati reazionari
alla guida della rivolta, di falsità spudorate sui crimini della
“controrivoluzione”, di accuse agli intellettuali ungheresi per non
aver saputo far propria la logica totalitaria della “critica
costruttiva”, di derisioni degli operai ungheresi per la loro scarsa
coscienza di classe, di accomodanti invocazioni alla pace (nel nome
della quale Togliatti chiese a Mosca di procedere alla repressione, poi
salutata da Giancarlo Pajetta alla Camera con il grido di «Viva
l’Armata Rossa!»).
Budapest come un teatro del Grand Guignol. Fin dalle prime battute
della rivoluzione. Sulle pagine de l’Unità del 25 ottobre, il
giorno dopo la prima comparsa dei carri sovietici nella capitale, lo
sviluppo degli avvenimenti è «nettamente caratterizzato dalla
esplosione di un movimento controrivoluzionario rivelante una chiara
impronta provocatoria e una preordinata organizzazione, avvenuta
probabilmente per mezzo di agenti e di forze non solo interne ma
straniere». Nei quartieri dove i “rivoltosi” sono riusciti a
insediarsi, «gruppi di squadristi sono penetrati nelle abitazioni dei
dirigenti sindacali e di partito, e li hanno tirati fuori trucidandoli
davanti alle porte di casa». Sono i primi cenni ai “massacri di
comunisti” che nei giorni seguenti terranno banco, fornendo il più
forte argomento alla diffamazione della rivoluzione. Il tutto in un
crescendo che segue di pari passo le decisioni del Cremlino.
Quando Cruscev decide che la rivolta deve essere schiacciata una volta
per tutte, l’Unità si allinea e prepara la strada alzando i toni della
campagna denigratoria. È un’offensiva verbale senza quartiere quella
che scatta il 2 novembre e che eleva la menzogna e le illazioni a
verità conclamate. Un’offensiva propagandistica che apre la strada alla
giustificazione dell’imminente attacco dei tank sovietici. “A Budapest
infuria il terrore bianco - Barbari episodi di ferocia anticomunista”,
titola l’edizione milanese de l’Unità. “Caccia all’uomo e terrore
fascista a Budapest - Nagy annuncia il ritiro dal patto di Varsavia”,
secondo l’edizione piemontese.
Orfeo Vangelista scrive di «uomini fedeli al potere popolare cosparsi
di benzina e bruciati vivi», di crimini e massacri in una notte di San
Bartolomeo che «continua di casa in casa con ferocia inaudita»; le
emittenti radio nelle mani dei fascisti invocano lo sciopero generale e
istigano a sbarazzarsi di Nagy e Kadar; «l’esercito è tornato
praticamente nelle mani dei vecchi ufficiali hortisti»; i giovani
controrivoluzionari, con cui «il cardinale Mindszenty è in stretto
contatto» non trovano invece di meglio che saccheggiare le
abitazioni e depredare la sede della Croce Rossa.
Il 3 novembre il tono della propaganda antirivoluzionaria sale
ulteriormente. L’Unità accusa Nagy di una progressiva capitolazione, di
cedimento alle forze scioviniste che ormai sono entrate anche nel
governo, di progressiva esautorazione dei Consigli operai. Nagy è un
Kerensky al contrario, strumento per la conquista del potere da parte
della reazione e del cardinale Mindszenty. Il risultato è che il
partito dei lavoratori ungheresi non esiste più, «sottoposto ad una
delle più violente, massacranti reazioni che mai si siano probabilmente
abbattute su un partito operaio e socialista. Centinaia, forse migliaia
di quadri sono stati assassinati, squartati, impiccati, decapitati,
bruciati vivi dalle squadre di rivoltosi più ferocemente oltranzisti e
fascisti. Siffatti episodi di violenza denunciano il ripristino di
metodi barbarici di così aberrante crudeltà che soltanto degenerazioni
politiche, il deteriorarsi di ogni contenuto ideale nelle mani di
terroristi, hortisti o nazionalisti che siano, può procurare».
Quel povero poliziotto simbolico
Anche le immagini alimentano al fuoco di fila del PCI contro la
rivolta. Le prime fotografie dell’attacco alla sede del partito di
Budapest, in cui muoiono una trentina tra poliziotti e funzionari della
polizia segreta, fanno il giro del mondo. Una, in particolare,
immortala il corpo di un poliziotto appeso a un albero. Diventerà
l’immagine simbolo del “terrore bianco”. Lo stesso soggetto, inquadrato
da angolature diverse, ritornerà ossessivamente sulle pagine del
quotidiano comunista e su quelle di Vie Nuove nei giorni seguenti.
Naturalmente, le due testate si guarderanno bene dal proporre gli
scatti in cui compaiono i cadaveri degli insorti pubblicate negli
stessi giorni dalla stampa “borghese”. Così come non saranno
documentate le rovine provocate dai tank sovietici a Budapest, troppo
disdicevoli per un intervento che si vuole pacificatore e “chirurgico”.
Una sorte che invece non conosceranno le immagini di distruzione e
morte provocate dall’intervento anglo-francese a Suez, ostentate
ampiamente sulle tutte le prime pagine della stampa di sinistra.
Paradossale il caso di Vie nuove: tra l’ottobre e il novembre 1956 il
settimanale diretto da Maria Antonietta Macciocchi non aprirà mai con
una foto sui “fatti” di Ungheria. Solo il 17 novembre sceglie di farlo,
optando però per un taglio “nazionale”: in copertina si vede «un
dimostrante fascista immobilizzato a terra da un operaio e un agente» –
così recita la didascalia – durante un tentativo di assalire la sede
del PCI dopo una manifestazione di solidarietà a Roma con il popolo
ungherese. Non interessa ciò che accade a Budapest ma il suo riflesso
in Italia.
Il messaggio è cristallino: la controrivoluzione è in agguato anche in
Italia e chi manifesta a favore degli insorti è un fascista.
All’interno, l’articolo intitolato “Le giornate del terrore” (in cui il
corrispondente Sergio Perucchi scrive che in Ungheria gli insorti
ubriachi saccheggiano i negozi e lanciano per scherzo bombe a mano tra
la folla!) utilizza ancora una volta le immagini dell’attacco alla sede
del partito a Budapest e nuovi scatti, da angolazioni diverse, del
solito agente ormai eletto a simbolo della persecuzione anticomunista.
Sono immagini che ancora oggi suscitano orrore e pietà. Ma in quella
reiterata esposizione del corpo di quell’unico agente, riproposto in
innumerevoli dettagli spacciati per sempre nuove testimonianze di
eccidi, c’è tutta la strumentalizzazione di una tragedia. Come in una
parata del Ventennio, con i carri armati fatti sfilare in circolo in
uno sfoggio di potenza inesauribile, la stessa immagine gira su sé
stessa interpretando ruoli diversi. Su l’Unità e Vie Nuove il corpo
insanguinato di quell’agente è una vittima sempre nuova, capace di
mille vite e di mille morti – nelle didascalie lo si definisce volta a
volta “cittadino”, “operaio”, “compagno” –, pronto a risorgere e morire
ogni qualvolta sia necessario alimentare la calunnia contro la
rivoluzione. Un uomo sacrificato due volte: ai tragici e inevitabili
eccessi della rivoluzione in patria, alla spietata logica della
realpolitik comunista in Italia.
Partigiani? No, grazie
Dopo il 4 novembre, a repressione conclusa, le cronache de l’Unità
diventano rassicuranti, tese a esaltare la raggiunta “pacificazione”.
La popolazione, riportano gli inviati, ha plaudito a un intervento che
pone fine al terrore e «al linciaggio organizzato». I cui responsabili,
s’insinua, sono tutti in quelle colonne di profughi che ora premono sul
confine austriaco. Il quotidiano comunista cita gli elementi “di
verità” che stanno lentamente venendo alla luce. Intervistando a Praga
alcuni testimoni del dramma magiaro, il corrispondente descrive «il
marchio di barbarie che la reazione è riuscita a imporre su un
movimento che tendeva principalmente ad affermare la via ungherese
verso il socialismo e istanze di rinnovamento democratico». È «un
quadro mostruoso, da “notte di S. Bartolomeo”», «un terrore sanguinario
folle, permeato di criminalità e di odio politico di classe», uno
«scempio di vite umane compiuto dai fautori della rappresaglia
politica». Il Paese «era in balia di giovani esagitati con le armi in
pugno, di elementi del sottoproletariato e di ex rifugiati fascisti»,
di «bande oltranziste» e «teppaglia anticomunista affluita dalle basi
tedesche e austriache». Bastava dichiararsi comunista per essere
«impiccato a un albero, appeso per i piedi, ucciso a colpi di calcio di
fucile, mutilato degli arti, evirato». E gli «elementi orthysti [...]
si atteggiarono a corifei della “rivoluzione” sfogando i loro rancori
nella più abbietta repressione anticomunista».
Fa eco Vie nuove. In un editoriale si legge: «in Ungheria sono stati
uccisi barbaramente comunisti onesti, gente come tanta ne conosciamo
anche noi, sindacalisti, giornalisti, organizzatori politici,
rappresentanti della gioventù, delle donne, che in questi anni avevano
fatto una vita di sacrifici, di battaglie come tanta parte dei
lavoratori ungheresi. [...] il fatto che, oggi, in Ungheria, le bande
fasciste siano state rese impotenti a nuocere, non può far piangere
nemmeno il più indulgente degli italiani». Sullo stesso numero Velio
Spano scrive di teste di comunisti mozzate ed esposte come trofei sulle
picche, di latifondisti che stavano per riavere indietro le proprie
terre. «L’aver compreso questo sin dal primo momento [...] ovvero che
si andava incontro ad un sovvertimento profondo del potere socialista,
è stato merito in Italia di quegli uomini politici che hanno saputo non
perdere la testa, anche nelle ore più confuse e drammatiche, e dare
un’analisi obiettiva della situazione creatasi in Ungheria».
Per un mese ancora, fino ai primi di dicembre, il costante
martellamento di sempre inedite (e fasulle) testimonianze sul terrore
bianco, di denunce di crimini efferati, di eterodirezione della
rivoluzione dall’estero non cesserà di alimentare la delegittimazione
della rivolta. I resoconti retrodatano i linciaggi e le efferatezze al
giorno delle prime manifestazioni. Si continuano a dichiarare dalle
centotrenta alle centocinquanta vittime nell’assalto alla sede del
partito (quando invece furono non più di trenta). E si continuano
a omettere i numeri della repressione: nessun cenno al centinaio di
vittime fatte dalla polizia nei primi giorni davanti alla sede del
Parlamento o nella cittadina di Mosonmagyarovar. Il silenzio regna
sovrano. Si squarcia solo quando è necessario esaltare la vocazione
“umanitaria” dell’Armata Rossa. Scrive Alberto Jacoviello su l’Unità
del 13 novembre: «Non dimenticherò mai la contrazione dei muscoli del
volto di un giovane ufficiale sovietico [...]. Gli avevamo chiesto se
la strada era sicura, se vi erano o meno bande di ungheresi armati.
Qualcuno vicino a noi, forse nell’intenzione di rendere più chiara la
domanda, ha aggiunto la parola “partisani”. Il giovane ufficiale
sovietico, che sino ad allora era stato cortese, calmo e gentile, ci ha
guardato con un volto teso, con negli occhi una luce tagliente ed amara
[...]. Partigiani? Forse, egli stesso lo era stato nel suo paese, nei
boschi dell’Ucraina od altrove. Come poteva ammettere che lo stesso
nome potesse essere dato a degli uomini che attaccavano i soldati
rossi, e contro i quali i soldati rossi sparavano?».
I russi sparavano solo per difendersi, e difendere la “rivoluzione”,
mai per attaccare: «Apprenderò dopo che in tutta Budapest i carristi
sovietici si sono comportati allo stesso modo, evitando sempre di
sparare se non sul punto preciso dal quale partiva l’attacco, e solo
dopo di essere stati attaccati».
Se non dame di San Vincenzo, poco ci manca! Degne quindi di un’accorata
elegia finale. Così concludeva Jacoviello: «Buon soldato rosso, buon
figlio del popolo sovietico, egli è accorso, esponendo la sua vita,
laddove era necessario correre per salvare le conquiste essenziali
della rivoluzione. Adesso o fra poco egli dovrà tornarsene a casa, col
cuore gonfio di tristezza per i compagni caduti, per i poveri soldati
rossi morti lungo le strade di Budapest e d’Ungheria, per le vittime di
questa tragedia».
Una prece all’invasore, anche questo dovette subire la rivoluzione ungherese dalla sinistra italiana.
Quelli che non volevano vedere
Antonio Banfi («Nuovi Argomenti», marzo-aprile 1957)
«Io non insisterò qui sugli obblighi
– e non solo sui diritti – inerenti al trattato di Varsavia, stipulato
in espressa antitesi al Patto Atlantico, non richiamerò i caratteri del
popolo d’Ungheria, storicamente ignaro di una rivoluzione borghese, le
difficoltà incontrate e gli errori compiuti dal Partito comunista e dal
governo ungherese, l’inesperienza politica di una classe operaia priva
di una tradizionale coscienza di classe e della sua funzione
universale, la generica incertezza dei ceti intellettuali avulsi dalla
realtà. I fatti stessi, la debolezza e le contraddizioni del governo
Nagy, il suo isolamento di fronte alle violenze terroristiche scatenate
dai rappresentanti del vecchio nazismo alimentato dalla tradizione
feudale e clericale, mostrano che l’insurrezione, qualunque fosse
l’intenzione dei singoli – il detto che l’inferno era lastricato di
buone intenzioni, rivela che non pur la storia, ma nemmeno Iddio può
prender sul serio l’alibi inconsistente della buona intenzione – non
poteva che essere e sfociare al caos e alla controrivoluzione,
qualunque forma essa assumesse, come terreno non per un’ideale
democrazia, ma per l’azione di quelle forze antirivoluzionarie e
reazionarie, che dietro le strutture formalmente democratiche, sono ben
vive ed agenti nel mondo occidentale».
Lucio Lombardo Radice («Nuovi Argomenti», marzo-aprile 1957)
«Le truppe sovietiche non
interruppero, il 4 novembre del 1956, un processo di democratizzazione
del socialismo ungherese, ma posero fine a uno stato di caos
politico-economico-statale nel quale la prospettiva
controrivoluzionaria si andava delineando sempre più nettamente; non
impedirono l’autonomia dell’Ungheria socialista nei confronti
dell’Urss, ma il passaggio dell’Ungheria nel campo imperialista.
[...] Che l’Unione Sovietica, quindi,
il 4 novembre del 1956, abbia deciso di “addossarsi il peso
dell’Ungheria”, sentendosi responsabile e di fronte al socialismo in
Ungheria e di fronte a tutto il campo socialista delle prospettive,
ungheresi e mondiali, che si andavano delineando, non può destare
stupore né scandalo, se si vuole ragionare sui fatti, su tutti i fatti
di quelle terribili giornate».
Concetto Marchesi («l’Unità», ottobre 1956)
«Alla cagnara reazionaria, clericale
e fascista che si è scatenata sui fatti di Ungheria non intendo
associare la mia voce. Se taluni comunisti lo hanno fatto, tanto peggio
per loro e tanto meglio per il nostro partito: il quale oggi ha bisogno
di estrema chiarezza e di ferma coscienza. [...] Supereremo questi
ostacoli, non importa se con forze più ridotte: ciò che importa è che
siano più sicure. Quanto alla insurrezione ungherese penso che un
popolo non rivendica la sua libertà tra gli applausi della borghesia
capitalistica e le celebrazioni delle messe propiziatorie. Quanto
all’on. Togliatti, io mi trovo anche in questo momento al suo fianco».
Augusto Monti («Rinascita», novembre 1956)
«Chissà che croce addosso anche a me,
domani, se comparissero queste mie dichiarazioni ed io fossi messo nel
numero – picciol numero a quanto pare – di “coloro che giustificano
l’intervento dell’URSS in Ungheria”. Ma io, se accadrà, me ne
riderò, parendomi assai più giusto e onesto stare oggi con questi pochi
e non confondersi con quei molti». Perché a quei molti, «scolari
scioperanti così per scioperare», «e missini, e clericali, e grandi
giornali indipendenti, e borghesi di tutto il mondo», dell’Ungheria non
importa nulla, «ci si sono buttati sopra oggi con frenesia perché
pretesto migliore essi non avrebbero potuto sognare per sfogare i loro
livori antirussi e anticomunisti, e per gridare finalmente aperto:
-Basta con codesta Russia distensionista e democratizzante tanto più
odiosa e pericolosa di quella dura di Stalin! Basta con codesti
comunisti tanto più sputacchiabili quanto più si mostrano ragionevoli e
perbene!
Questo è per coloro, l’Ungheria: un pretesto per tornare alla guerra fredda, nell’attesa – magari – di quella calda».
Carlo Salinari («il Contemporaneo», dicembre 1956)
«Certo il socialismo non si può imporre a colpi di cannone. Ma difendere le sue conquiste fondamentali sì.
[...] Anche se l’operaio ungherese
non è stato il vero responsabile della rottura dei legami collettivi,
egli si poneva (e si pone, in parte, tuttora) al di qua dei suoi
interessi di classe; la sua rivolta non è una rivoluzione».
Aldo De Jaco («l’Unità», novembre 1956)
[A proposito delle manifestazioni
studentesche pro-Ungheria] Attorno agli studenti ci sono «i volti
noti degli agenti in borghese, col manganello e la pistola nascosta
sotto il vestito»; sono loro a «far largo alla gente, fermare le
macchine, far da maestri di scuola a questa impresa per ragazzi».
Il ricordo del giornalista va alla
sua «trista stagione» di liceale, «quando mi ritrovai un giorno a
camminare con una grande bandiera con la croce uncinata davanti, uscita
da chissà dove, e un tedesco sul marciapiede ci faceva le fotografie e
un ragazzo agitato ci guidava».
E quegli altri che non sono stati al gioco
Ignazio Silone («Tempo presente», dicembre 1956)
«Un’evidente ambiguità di linguaggio
si ritrova in tutti i falsi concetti dei “progressisti” a causa della
loro schiavitù di dover giustificare il totalitarismo partendo da
principi democratici».
Per sfuggire alla tirannia delle
parole, «per farci capire, dobbiamo attenerci al loro significato
corrente e convenzionale»: non scrivere più “Le truppe sovietiche
contro gli insorti ungheresi”, perché «il più elementare rispetto della
verità esigerebbe che scrivessimo: “Le truppe imperialista russe contro
i Soviet d’Ungheria”».
Sono tutte falsificazioni, continua
Silone, che impediscono di capire l’intrinseco valore politico
dell’insurrezione: «... essa è stata non solo reazione violenta alle
nefandezze dei Rakosi e dei Geroe ma, fin dal primo giorno, superamento
della menzogna del partito unico, gabellata come unica forma possibile
in un Paese collettivizzato. [...] Respingendo il dilemma “comunismo o
fascismo” le masse ungheresi hanno introdotto, nel chiuso sistema
orientale, una concreta alternativa di libertà e hanno creato una nuova
prospettiva storica.
La cosiddetta “terza via”,
miseramente fallita nei corridoi dei passi-perduti dei Parlamenti
occidentali, è risorta in forme rivoluzionarie là dove nessuno se
l’aspettava».
Roberto Guiducci («Ragionamenti», novembre 1956)
«A Budapest un filo si è rotto irrimediabilmente, la storia del socialismo si è spaccata a metà.
Chi non accetta questo, non accetta
la realtà dell’Ungheria; crede ancora che la storia del socialismo sia
una storia ininterrompibile dello Spirito marxista; non vuole vedere la
terrestrità e dell’ideologia e dell’uomo che la pratica; non ha il
coraggio morale e politico di capire che per l’operaio comunista morto
in battaglia contro il comunismo la propria morte come operaio coincide
con la morte di quel comunismo. Il marxismo ha così toccato il fondo.
Per questo può essere accaduto in
Ungheria che l’insorto, sopravvissuto, ma partecipe della morte del
compagno, abbia potuto perseguitare i persecutori, impiccare gli
impiccatori, massacrare i massacratori [...]. “Terrore bianco” si dice.
Questo termine ci ripugna se applicato indifferentemente alla reazione
o alla furia di un popolo disperato.
Se crediamo di dover parlare
innanzitutto degli eccessi della rivoluzione d’Ungheria piuttosto che
della sua forza, del suo coraggio, della sua potenzialità costruttiva,
è perché pensiamo che sempre nel socialismo occorre prima indicare gli
errori, che vantarsi dei valori e delle virtù». E dopo aver paragonato
la lotta degli operai ungheresi all’esperienza della Comune di Parigi,
Guiducci condanna senza appello tutti coloro che hanno richiesto e
appoggiato il massacro ungherese. «Essi sono la “reazione bianca” del
socialismo, preparata da anni nella catena inaudita della viltà, delle
accettazioni, delle condanne senza spiegazione [...].
I fatti d’Ungheria vengono da
lontano: risalgono alla prima ingiustizia convalidata, al primo sorriso
scettico e alla silenziosa decisione di adoperare il movimento operaio
ai fini del proprio potere e del proprio prestigio, al calcolo delle
opportunità, all’accettazione del gioco dettato dall’avversario, al
rimando all’autorità della propria opinione, alla conferma
dell’autorità come baratto per la propria carriera, fin giù al tacere
di fronte al delitto, al parlare per confermare la menzogna, al non
pensare per non aver dubbi, al non denunciare gli errori per paura; al
non tentare di costruire il nuovo per subordinazione al vecchio e morto
e finito».
François Fejtö («Ragionamenti», maggio-ottobre 1957)
[Togliatti definì “romantica”, in
senso spregiativo, la rivolta ungherese, marcandone l’arretratezza
rispetto alle più “scientifiche” rivoluzioni comuniste del Novecento].
«Ma questa ricaduta nel nazionale, nel liberale, alle spese dei temi
socialisti, constatata da Togliatti, non deriva semplicemente dal
carattere regressivo del regime staliniano?
Ideologicamente, sentimentalmente,
Ràkosi con il suo assolutismo dispotico alla 1815, ha rigettato gli
ungheresi del 1956 a Petöfi e a Kossuth». Le categorie interpretative
offerte dal leader del PCI, conclude Fejtö, sono purtroppo il frutto di
un «dilettantismo ideologico dei più mostruosi, che ci è stato
presentato come caratterizzato dallo spirito scientifico più rigoroso».
Carlo Cassola (lettera ad Antonello Trombadori, 26 ottobre 1956)
«Vi rendete conto che siamo ormai
alla svolta, al punto critico? Non credo che i dirigenti di un Partito,
i quali definiscono “bande armate controrivoluzionarie” i rivoltosi di
Budapest possano essere più creduti da nessuno.
Tanto più che Radio Budapest
praticamente li ha già smentiti, e domani o dopodomani, o al più tardi
tra un mese la rivolta diverrà ufficialmente l’eroica lotta del popolo
ungherese per la democrazia e l’indipendenza nazionale: come
effettivamente è. A meno che i russi non procedano all’occupazione
militare del paese, nessun governo che si metta contro quella che è
l’evidente volontà del popolo ungherese, e tacci di fascisti gli
operai, gli studenti e i soldati, può restare in piedi ventiquatt’ore.
Cos’hanno nel cervello Togliatti e compagni?».
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