Tutti i Di.Co. secondo Bindi, Bonino e Luxuria
«Non abbiamo inventato nessuna
formula giuridica nuova, ma ci siamo limitati a riconoscere diritti e
doveri a persone che vivono in una situazione di fatto […]. Questa
situazione di fatto non viene riconosciuta, ma semplicemente
certificata applicando il vigente regolamento anagrafico», così il
ministro Rosy Bindi, intervistata da Famiglia cristiana (18 febbraio),
ha tentato di minimizzare la portata dei Di.Co.
Ma è così? Basta leggere il regolamento anagrafico: il quale, all’art.
4, definisce «famiglia» agli effetti anagrafici «un insieme di persone»
legate da vincoli qualsiasi: matrimonio, parentela, adozione… Interessa
sapere solo qual è il recapito di più persone che coabitino
abitualmente: così si viene iscritti nell’apposita scheda.
Al contrario, l’iscrizione all’anagrafe dei Di.Co ha almeno tre
differenze: intanto è una iscrizione mirata, riguarda solo due persone,
che debbono avere determinate caratteristiche (maggiorenni, capaci, con
reciproci vincoli di affetto, «anche dello stesso sesso»), stabilmente
conviventi e non legate da parentela o matrimonio. Poi i conviventi
sono chiamati a rendere dichiarazione in forma contestuale (o, in
alternativa, con una raccomandata R.R.). C’è quindi una modalità
particolare, che permette ai conviventi di sostenere di essersi
comunque recati al Comune per formalizzare l’unione. Dunque la
dichiarazione contestuale coincide con una sorta di cerimonia d’inizio
convivenza.
Infine, da questa dichiarazione derivano effetti giuridici anche su
materie delicate, come successioni e pensioni. Che ciò sia qualcosa di
diverso dalla mera comunicazione all’anagrafe lo conferma del resto
l’on. Vlamidir Luxuria, che su Liberazione del 10 febbraio scrive: «un
punto fondamentale è che i conviventi non andranno da un notaio per
fare un atto privatistico, ma si recheranno all’anagrafe del comune per
dichiarare la propria convivenza […]. Avevamo ragione noi a dire che
diritti e doveri non potevano prescindere da un riconoscimento pubblico
e l’ufficio dell’anagrafe è comunque un ufficio pubblico».
Chiaro? L’elenco dei “diritti individuali” riconosciuti ai componenti
della coppia di fatto potrà sempre essere integrato: il punto nodale è
aver «messo una buona locomotiva sul binario giusto», come ha aggiunto
la Bindi nell’intervista succitata (senza peraltro avere precisato
quanti e quali vagoni seguiranno).
Altrettanto cruciale è che la convivenza di fatto includa le coppie
omosessuali: per chiudere con le citazioni, non a caso il ministro Emma
Bonino ha definito l’inciso «anche dello stesso sesso» come la “frase
più significativa” dell’intero ddl (il Messaggero, 10 febbraio).
Chi è contento di questa famiglia alternativa l’appoggi pure.
Alfredo Mantovano
Ecce omo. L’antifamiglia è una lobby invadente
Prima premessa. Il pontefice di Santa
Romana Chiesa, nella fattispecie oggi Papa Benedetto XVI, non è un
signor Rossi qualunque. La sua voce è autorevole. Oggettivamente. Anche
per chi non perde occasione per sputargli in faccia un giorno sì e
l’altro pure. Altrimenti non ci si darebbe da fare con tanta alacrità
per stigmatizzarne ogni gesto, parola, intervento. Si può – appunto –
dissentire vistosamente e rumorosamente dal magistero del pontefice, ma
nessuno osa pensare che conti nulla.
Seconda premessa. Nonostante le tinte fosche con cui lo si dipinge,
Papa Benedetto XVI tutto è tranne che un fanatico che butta lì pensieri
infondati, parole ambigue, frasi non soppesate. Ciò che
contraddistingue il suo pensiero è la tradizionale cautela tipica della
Chiesa, una prudenza e una ponderatezza che talora sembra apparire
persino “troppa”.
Dopo le premesse, ecco allora la considerazione.
Che Papa Benedetto XVI, cogliendo l’occasione del discorso rivolto ai
rappresentanti pontifici in America Latina riuniti nella Sala del
Concistoro, in Vaticano il 17 febbraio – il giorno, peraltro, in cui il
Corriere della Sera pubblicizzava un presunto e mai scoperto “gene
dell’omosessualità” –, abbia espressamente detto che «un’attenzione
prioritaria merita proprio la famiglia, che mostra segni di cedimento
sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui
processi legislativi», elencando subito dopo «divorzi e unioni libere»,
«che sono in aumento», dunque «l’adulterio», che «è guardato con
ingiustificabile tolleranza» è un fatto rilevantissimo.
Esiste cioè, dice il pontefice, una cultura organizzata che fa
dell’antifamiglia un corpo contundente con cui percuotere le strutture
istituzionali e politiche degli Stati, conscia della grande forza
“pedagogica” che le legislazioni hanno (la legge crea costume) e quindi
disposta a battaglie campali, brandite la bandiera e la spada di
rivendicazioni del tutto minoritarie e infondate onde svellere le
barriere che ancora nelle nostre società arginano lo sfascismo più
completo.
Ora, dire che determinate leggi minano la struttura di quella società
che tutti (minoranze comprese) tutela e difende è già grave. Dire che
esiste una organizzazione scientifica di questo è gravissimo. Che lo
dica il Papa è un allarme rosso.
Le persone omosessuali in quanto tali c’entrano cioè fino a un certo
punto. La questione è la “cultura dello sfascio” che di quelle usa per
ricattare la politica. E la politica che si fa ricattare. L’ingerenza,
insomma, della potente lobby antifamiglia nelle nostre
vite.
Marco Respinti
Gli accoppiamenti privati attaccano il cuore dello Stato
Tutto questo rumore distrae l’attenzione da ciò che conta.
Ci hanno indotti a pensare che il punto sia la famiglia. Che si voglia
modificare la tipologia della famiglia italiana: rimpiazzare il
“modello cattolico”, anche nella versione attenuata dal rito civile ma
comunque improntata all’eccellenza dello schema stabile
padre-madre-figli, con un modello multipolare e multiculturale in cui
c’è posto per unioni senza pretese né biologiche né spirituali né
preferenziali ope legis. Una vittoria dell’amore libero.
Ci hanno fatto credere, anche, che la faccenda si riduca a un
battibecco tra clero polveroso e cittadini moderni, quasi fosse una
questione di privilegi, rispettivamente, da mantenere o da conquistare.
Dunque, Ruini simbolo di un Vaticano cesaropapista e intruso.
Ma non è così. Il punto, nella faccenda dei Pacs o Dico o come sia, è
l’attacco al cuore dello Stato. Letteralmente: al muscolo che consente
allo Stato di vivere e di agire come tale. E che – per motivi
ovviamente sociali, prima ancora che per legittimazione costituzionale
– è appunto la famiglia matrimoniale. Non c’è altro motivo al
mondo per cui essa debba essere (laicamente!) protetta, se non questo:
il suo rilievo pubblico garantisce i cittadini che certi legami
terranno, non s’infrangeranno, non verranno mai meno senza tener conto
di tutti gli interessati. Che siamo noi e non solo i coniugi: i figli,
ma anche i colleghi, i condomini, i clienti, i passanti, i connazionali.
è per questo che c’è grande verità in quel detto ironico dei nostri
giorni che recita come, nell’epoca delle nozze ormai dissolubili,
almeno “il divorzio è per sempre”. Da rimedio precario ma comunque
concreto a un male grave come lo scioglimento del patto nuziale, il
divorzio veglia sul fatto che due persone che s’erano sposate l’avevano
fatto impegnandosi davanti a noi tutti.
Dicono sia un progresso istituire patti surrogati di diritto privato.
Senza tener conto del fatto che non è mai vero che due persone possono
accoppiarsi per conto loro. Lo fanno sempre e comunque nel contesto
sociale che forma lo Stato, il popolo italiano. Rompere le uova in
materia così delicata genera una frittata dove non esiste più quella
responsabilità costruttiva nei confronti della collettività ch’è
tipicamente la famiglia. Sopravvivranno interessi privati, indistinti,
momentanei. E unioni approssimative.
è brutto che in questa progressiva eutanasia nazionale si faccia finta
che il problema siano i preti. Pressoché unici a difendere interessi
non solo loro perché ancora credono nell’uomo animale sociale.
è questione di vita o di morte civile, non di religione.
Giuseppe Romano
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