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(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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Nozze con i fichi secchi
Con i DiCo si mette a repentaglio la famiglia favorendo unioni di serie B in cui non ci sono più doveri e i desideri sono trasformati in diritti
di Alfredo Mantovano, Marco Respinti, Giuseppe Romano
Tutti i Di.Co. secondo Bindi, Bonino e Luxuria

«Non abbiamo inventato nessuna formula giuridica nuova, ma ci siamo limitati a riconoscere diritti e doveri a persone che vivono in una situazione di fatto […]. Questa situazione di fatto non viene riconosciuta, ma semplicemente certificata applicando il vigente regolamento anagrafico», così il ministro Rosy Bindi, intervistata da Famiglia cristiana (18 febbraio), ha tentato di minimizzare la portata dei Di.Co.
Ma è così? Basta leggere il regolamento anagrafico: il quale, all’art. 4, definisce «famiglia» agli effetti anagrafici «un insieme di persone» legate da vincoli qualsiasi: matrimonio, parentela, adozione… Interessa sapere solo qual è il recapito di più persone che coabitino abitualmente: così si viene iscritti nell’apposita scheda.

Al contrario, l’iscrizione all’anagrafe dei Di.Co ha almeno tre differenze: intanto è una iscrizione mirata, riguarda solo due persone, che debbono avere determinate caratteristiche (maggiorenni, capaci, con reciproci vincoli di affetto, «anche dello stesso sesso»), stabilmente conviventi e non legate da parentela o matrimonio. Poi i conviventi sono chiamati a rendere dichiarazione in forma contestuale (o, in alternativa, con una raccomandata R.R.). C’è quindi una modalità particolare, che permette ai conviventi di sostenere di essersi comunque recati al Comune per formalizzare l’unione. Dunque la dichiarazione contestuale coincide con una sorta di cerimonia d’inizio convivenza.

Infine, da questa dichiarazione derivano effetti giuridici anche su materie delicate, come successioni e pensioni. Che ciò sia qualcosa di diverso dalla mera comunicazione all’anagrafe lo conferma del resto l’on. Vlamidir Luxuria, che su Liberazione del 10 febbraio scrive: «un punto fondamentale è che i conviventi non andranno da un notaio per fare un atto privatistico, ma si recheranno all’anagrafe del comune per dichiarare la propria convivenza […]. Avevamo ragione noi a dire che diritti e doveri non potevano prescindere da un riconoscimento pubblico e l’ufficio dell’anagrafe è comunque un ufficio pubblico».

Chiaro? L’elenco dei “diritti individuali” riconosciuti ai componenti della coppia di fatto potrà sempre essere integrato: il punto nodale è aver «messo una buona locomotiva sul binario giusto», come ha aggiunto la Bindi nell’intervista succitata (senza peraltro avere precisato quanti e quali vagoni seguiranno).
Altrettanto cruciale è che la convivenza di fatto includa le coppie omosessuali: per chiudere con le citazioni, non a caso il ministro Emma Bonino ha definito l’inciso «anche dello stesso sesso» come la “frase più significativa” dell’intero ddl (il Messaggero, 10 febbraio).
Chi è contento di questa famiglia alternativa l’appoggi pure.  
Alfredo Mantovano
Ecce omo. L’antifamiglia è una lobby invadente

Prima premessa. Il pontefice di Santa Romana Chiesa, nella fattispecie oggi Papa Benedetto XVI, non è un signor Rossi qualunque. La sua voce è autorevole. Oggettivamente. Anche per chi non perde occasione per sputargli in faccia un giorno sì e l’altro pure. Altrimenti non ci si darebbe da fare con tanta alacrità per stigmatizzarne ogni gesto, parola, intervento. Si può – appunto – dissentire vistosamente e rumorosamente dal magistero del pontefice, ma nessuno osa pensare che conti nulla.
Seconda premessa. Nonostante le tinte fosche con cui lo si dipinge, Papa Benedetto XVI tutto è tranne che un fanatico che butta lì pensieri infondati, parole ambigue, frasi non soppesate. Ciò che contraddistingue il suo pensiero è la tradizionale cautela tipica della Chiesa, una prudenza e una ponderatezza che talora sembra apparire persino “troppa”.

Dopo le premesse, ecco allora la considerazione.
Che Papa Benedetto XVI, cogliendo l’occasione del discorso rivolto ai rappresentanti pontifici in America Latina riuniti nella Sala del Concistoro, in Vaticano il 17 febbraio – il giorno, peraltro, in cui il Corriere della Sera pubblicizzava un presunto e mai scoperto “gene dell’omosessualità” –, abbia espressamente detto che «un’attenzione prioritaria merita proprio la famiglia, che mostra segni di cedimento sotto le pressioni di lobbies capaci di incidere negativamente sui processi legislativi», elencando subito dopo «divorzi e unioni libere», «che sono in aumento», dunque «l’adulterio», che «è guardato con ingiustificabile tolleranza» è un fatto rilevantissimo.
Esiste cioè, dice il pontefice, una cultura organizzata che fa dell’antifamiglia un corpo contundente con cui percuotere le strutture istituzionali e politiche degli Stati, conscia della grande forza “pedagogica” che le legislazioni hanno (la legge crea costume) e quindi disposta a battaglie campali, brandite la bandiera e la spada di rivendicazioni del tutto minoritarie e infondate onde svellere le barriere che ancora nelle nostre società arginano lo sfascismo più completo.

Ora, dire che determinate leggi minano la struttura di quella società che tutti (minoranze comprese) tutela e difende è già grave. Dire che esiste una organizzazione scientifica di questo è gravissimo. Che lo dica il Papa è un allarme rosso.
Le persone omosessuali in quanto tali c’entrano cioè fino a un certo punto. La questione è la “cultura dello sfascio” che di quelle usa per ricattare la politica. E la politica che si fa ricattare. L’ingerenza, insomma, della potente lobby antifamiglia nelle nostre vite.  
Marco Respinti

Gli accoppiamenti privati attaccano il cuore dello Stato

Tutto questo rumore distrae l’attenzione da ciò che conta.
Ci hanno indotti a pensare che il punto sia la famiglia. Che si voglia modificare la tipologia della famiglia italiana: rimpiazzare il “modello cattolico”, anche nella versione attenuata dal rito civile ma comunque improntata all’eccellenza dello schema stabile padre-madre-figli, con un modello multipolare e multiculturale in cui c’è posto per unioni senza pretese né biologiche né spirituali né preferenziali ope legis. Una vittoria dell’amore libero.
Ci hanno fatto credere, anche, che la faccenda si riduca a un battibecco tra clero polveroso e cittadini moderni, quasi fosse una questione di privilegi, rispettivamente, da mantenere o da conquistare. Dunque, Ruini simbolo di un Vaticano cesaropapista e intruso.
Ma non è così. Il punto, nella faccenda dei Pacs o Dico o come sia, è l’attacco al cuore dello Stato. Letteralmente: al muscolo che consente allo Stato di vivere e di agire come tale. E che – per motivi ovviamente sociali, prima ancora che per legittimazione costituzionale – è appunto la famiglia matrimoniale. Non c’è  altro motivo al mondo per cui essa debba essere (laicamente!) protetta, se non questo: il suo rilievo pubblico garantisce i cittadini che certi legami terranno, non s’infrangeranno, non verranno mai meno senza tener conto di tutti gli interessati. Che siamo noi e non solo i coniugi: i figli, ma anche i colleghi, i condomini, i clienti, i passanti, i connazionali.
è per questo che c’è grande verità in quel detto ironico dei nostri giorni che recita come, nell’epoca delle nozze ormai dissolubili, almeno “il divorzio è per sempre”. Da rimedio precario ma comunque concreto a un male grave come lo scioglimento del patto nuziale, il divorzio veglia sul fatto che due persone che s’erano sposate l’avevano fatto impegnandosi davanti a noi tutti.
Dicono sia un progresso istituire patti surrogati di diritto privato. Senza tener conto del fatto che non è mai vero che due persone possono accoppiarsi per conto loro. Lo fanno sempre e comunque nel contesto sociale che forma lo Stato, il popolo italiano. Rompere le uova in materia così delicata genera una frittata dove non esiste più quella responsabilità costruttiva nei confronti della collettività ch’è tipicamente la famiglia. Sopravvivranno interessi privati, indistinti, momentanei. E unioni approssimative.
è brutto che in questa progressiva eutanasia nazionale si faccia finta che il problema siano i preti. Pressoché unici a difendere interessi non solo loro perché ancora credono nell’uomo animale sociale.
è questione di vita o di morte civile, non di religione.
Giuseppe Romano
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