In Italia un vero potere editorial-letterario, cioè figure-chiave, salotti o consorterie così autorevoli e influenti da poter cambiare le sorti di un autore o imporre un titolo, non esiste. Poiché il libro non è un bene particolarmente richiesto di questi tempi, e visto che il mercato culturale ormai si governa malissimo da solo, alla fine coloro che hanno a che fare con editoria, giornali e letteratura, si trova in mano lo stesso potere di un vecchio bibliotecario a riposo o di un professore delle medie in pensione. Cioè nulla. Le casematte dell’intellighenzia si sono sgretolate: tramontata l’epoca dell’Einaudi faro intellettuale del Paese. I baroni della critica si sono estinti: finiti i tempi in cui bastava un elzeviro di Borgese per lanciare un giovane Moravia. Passata l’età dell’oro della Terza: quando i direttori corteggiavano scrittori e poeti pur di avere una Grande Firma in pagina.
I centri di potere oggi sono gli ufficietti pettegoli di case editrici alla disperata ricerca del “caso dell’anno”, i mammasantissima delle lettere sono giornalisti-poetastri che in cambio di una collaborazione sulle loro pagine ti chiedono una recensione della loro ultima plaquette, i sacerdoti della critica sono marchettari che scrivono bene del libro del direttore del festival che poi li invita a parlare dell’amico scrittore il quale poi la settimana dopo elogerà il loro saggio. Il Potere con la “P” maiuscola, quello bello, quello vero, quello autoritario, quello che non ammette No, che può decidere ciò che la gente deve leggere non esiste più, purtroppo. E al posto di Gramsci ci siano trovati Faletti.
Invece il potere con la “p” minuscola, quello brutto, quello falso, quello untuoso, quello che va avanti a “forse sì, mandami il libro, magari riesco a fare qualcosa, poi vediamo”, quel potere invece esiste, eccome. Anzi, esistono, perché i poteri sono tanti, diversificati, incrociati, ramificati, cornificati. Sono così tanti, che se ne può quasi tracciare un mappa. La “mappa dei micro-poteri”, dove micro sta per micragnoso. Anzi, al “mappa delle macro-amicizie”, dove macro sta per macrò.
Mica siamo un gruppo di poterePartendo dal fondo, si può citare il giro del “carrierino del piccolo” del mai abbastanza compianto Enzo Siciliano, signore-padrone di Nuovi Argomenti, attorno alla quale ancora ruotano le stelle più belle del firmamento letterario. I nomi – che poi per dirla tutta, presi singolarmente, ci piacciono anche: sui prossimi numeri usciranno estratti dei futuri romanzi di Michelangelo Zizzi e di Pippo Russo – sono quelli conosciutissimi, miracolati dal Gran Cerimoniere Antonio D’Orrico: Alessandro Piperno, Roberto Saviano, Leonardo Colombati, Mario Desiati. Sono i “romani” ospitati di recente nell’Officina milanese di Alessandro Bertante e Antonio Scurati, uno che senza che nessuno glielo chiedesse, ha detto: «Non siamo un gruppo di potere». E magari uno poi pensa che volesse pararsi il culo, tanto per dirla alla francese. Sono bravissimi scrittori, ma così ipnotizzati dalla ribalta mediatica da farci diventare simpatici i Cannibali di una volta, al confronto. Comunque sono molto amici, si leggono, si scrivono, si parlano, dominano le classifiche, si dividono le pagine dei giornali, vanno tutti insieme in pizzeria e non danno interviste a un quotidiano che li ha criticati. E be’, che c’è di male?
Sempre a Roma. Mentre c’è gente che frequenta pizzeria, ci sono persone che invece continuano a preferire i salotti, ormai con i divani un po’ lisi. Uno ancora molto ospitale è quello dei “furbetti dell’adelphino”, frequentato da Paolo Mauri, navigatissimo editor-in-chief delle pagine culturali di Repubblica, il fido Antonio Gnoli, braccio gnostico del quotidiano in Adelphi (una casa editrice che grazie alla forza del marchio, proprio come il suo ufficio stampa, può permettersi di non chiedere nulla a nessuno), il lunatico, economista pentito e mai pentito antiamericanista, Elido Fazi (che qualche libro buono però lo azzecca) e quel fenomeno di Paolo Repetti, l’uomo che riesce a vendere in contemporanea più anteprime ai giornali di chiunque altro, la mente che insieme a Severino Cesari da dieci anni si scervella sui titoli della collana “Stile Libero” di Einaudi, la sigla di frontiera più discussa e discutibile della casa editrice torinese.
Si trovano tutti a bere qualcosa al mercoledì sera: al giovedì esce su Repubblica un’articolessa di Citati su saggio Adelphi curato da un professore che è consulente di Einaudi, il giorno dopo esce Venerdì con un servizio su un libro Fazi firmata da un giornalista che pubblica per “Stile Libero”, al sabato il paginone centrale di Repubblica con l’anteprima del libro di Calasso e alla domenica una doppia pagina sull’ultimo libro dei Wu Ming con l’intervista a Repetti. Al lunedì Loredana Lipperini, l'ufficio stampa online dell’Einaudi, mette ogni cosa su Lipperatura e al martedì vanno tutti a giocare a pinnacola a casa di Fanucci, che pubblicando solo fantascienza lo prendono sempre per il culo (Castelvecchi, invece, non lo fanno neppure entrare).
Giovani, giovani, giovani!Poi però, a Torino, c’è l’altra Einaudi, quella vera, che considera “Stile Libero” l’album delle figurine di famiglia, quella che non ti manda mai i libri sempre convinta che il marchio tanto si impone da solo, l’Einaudi dei giovani torinesi ancora connessi alla vecchia guardia degli allievi di Bobbio, l’Einaudi di Andrea Romano, storico dell’Europa contemporanea, già direttore scientifico della fondazione “Italianieuropei” di Massimo D’Alema e Giuliano Amato e ora potentissimo editor della saggistica (pardon, non-fiction editor) nonché autore Mondadori e editorialista di punta della Stampa. Ormai si dice che conti più dello stesso Ernesto Franco, che di Einaudi è direttore editoriale. Insieme al sociologo Luca Ricolfi, altro insigne notista della Stampa, autore di Longanesi e del Mulino e direttore dell’Osservatorio del Nord Ovest, l’intellettuale che conta di più oggi a Torino&dintorni.
Per il resto, Ernesto Ferrero al massimo ti può invitare al Salone del Libro a parlare nello stand a fianco di Enrico Brizzi e Giuliano Soria, se ti va bene, a un viaggio-stampa in Sudamerica per il “Grinzane Cavour”, in cambio di un paio di pezzi in cultura. Nient’altro.
Giovani, giovani, ci vogliono i giovani! Ci sono anche quelli: Andrea Cortellessa, meno di 40 anni e più di dieci pagine di curriculum. Il ruolo di ricercatore in Italianistica alla “Sapienza” di Roma è solo la prima delle sue poliedriche attività che lo rendono uno tra più influenti sacerdoti delle Lettere Moderne. Già cavalier servente di Sua Maestà Franco Cordelli, Cortellessa è curatore e antologizzatore per Bruno Mondadori, autore per Einaudi, curatore per Adelphi, collaboratore per Fazi, critico letterario su Alias, L’Indice, l’Unità e Tuttolibri, presenzia convegni, è giurato in un paio di premi, ha un programma di poesia in radio su Rai3, è amico di Gabriele Pedullà (figlio di tanto padre, anche lui italianista, anche lui collaboratore di Einaudi, anche lui firma di Alias) ma anche di Emanuele Trevi, di Raffaele Manica, di Massimo Onofri, di Arnaldo Colasanti e di Rosaria Carpinelli, ex editor-vestale della Rizzoli e ora – con molta meno fortuna – della baricchiana Fandango. Rispetto alla taglia extra-large dell’onnivoro Cortellessa, i fratellini di minimux fax, altro centro nevralgico dell’intellighenzia romana, Marco Cassini&soci, fanno la figura degli anoressici.
Cattolici&CompagniLa figura dei bulimici la fanno invece i cattolici, di cui è nota la capacità tentacolare dentro il mondo editorial-letterario. E la parte piovra, da questo punto di vista, la fa C.L., un “mostro” che dal Meeting di Rimini muove migliaia di libri venduti, s’infiltra nelle case editrici, nei giornali, nel centri-studi. E un bel polipone, in questo senso, è Davide Rondoni, poeta appena over-quaranta, uno che fa moltissimo per gli altri (e parecchio per sé): già direttore di Tracce e fondatore della rivista clanDestino, è editorialista di Avvenire, autore per Guanda (e non solo), curatore di collana per Il Saggiatore e Marietti, direttore del centro di poesia Contemporanea di Bologna, responsabile della collana “I libri dello spirito cristiano” della Bur. Quel poco che rimane sulla mensa, se lo dividono evangelicamente gli altri fratelli.
Tra gli “ortodossi”, un posto di primo piano per autorevolezza e aplomb spetta a Cesare Cavalleri, direttore di Studi cattolici e della casa editrice Ares, gran firma di Avvenire e temutissimo stroncatore; tra gli “eretici”, il priore della Comunità di Bose Enzo Bianchi, notista della Stampa, collaboratore di Mondadori, fine apologeta su Tuttolibri, ascoltatissimo ospite nel salotto-tivù di Gad Lerner. Sopra a tutti, però, l’ubiquo mons. Gianfranco Ravasi, la cui produzione giornalistico-editoriale ha del miracoloso. Per il resto, sul fronte squisitamente letterario, appannatosi il “potere” di due grandi vecchi catto-intellettuali come Raffaele Crovi e Ferruccio Parazzoli, il vero referente oggi è Fulvio Panzeri, cinquantenne critico di Avvenire e Famiglia cristiana e “testoriano” di ferro. Anche se, va detto, per far “muovere un libro”, in questo settore, basta una citazione in diretta di padre Livio Fanzaga, storica voce di “Radio Maria”.
A proposito di radio e tivù. Una volta, ancora fino a qualche anno fa, il modo più semplice e naturale per far parlare di un libro era scriverne nelle pagine culturali dei giornali. Oggi è il modo migliore per ucciderlo. Gli uffici stampa lo sanno bene, e infatti cercano di far passare i loro titoli in qualsiasi altra pagina, dalla cronaca agli spettacoli, dal costume agli esteri. “Ma scusa, perché non fai fare una recensione in cultura? No, grazie, non la legge nessuno: non è che lo puoi intervistare per le pagine del week-end?”. Oltre, c’è solo la televisione. Ieri era il Maurizio Costanzo Show che con un’inquadratura di cinque secondi della copertina faceva vendere 1.500 copie di qualsiasi libro. Oggi è Fabio Fazio che in questo senso fa il bello e cattivo tempo. Caso a sé, come in tutte le altre cose, Giuliano Ferrara il quale sia a Otto e mezzo che sul suo Foglio è capace di trasformare in oro tutto ciò che legge, come insegnano i casi di Mordecai Richler, Cormac McCarthy e dello stesso Buttafuoco. Con dei limiti: Maurizio Milani, nonostante gli sforzi di Mariarosa Mancuso e foglianti vari, rimane quello che è.
Poi ci sono gli editor, gli agenti e gli uffici stampa. Tra i primi, saltando a piè pari gli ex ragazzini prodigio Benedetta Centovalli (la cui parabola discendente è speculare al livello delle case editrici nelle quali è passata: prima Rizzoli, poi Alet e ora Cairo) e Sergio Claudio Perroni (editor straordinario, inappuntabile traduttore e splendido critico di poesia che da quando i romanzi invece che correggerli si è messo a scriverli non conta più nulla), la più potente, una donna alla quale non si può dire di no, un po’ per il nome che porta, un po’ per il suo carattere, un po’ perché magari dopo non ti invita alla Milanesiana, è Elisabetta Sgarbi, signora della narrativa Bompiani folgorata sulla via della regia, ormai abbondantemente più potente del fratello, elegante, stakanovista e onnipresente. Se lei alza il telefono, tu abbassi la testa.
Suor Germana batte SavianoTra gli agenti letterari, invece, l’unico davvero degno di nota è Marco Vigevani, altro figlio di cotanto padre, già talent scout della Mondadori e ora professionista in proprio con un cospicuo portafoglio clienti (tra i quali, cosa che male non fa, diversi giornalisti). Tra gli uffici stampa, infine, preferiamo scegliere qualcuno della vecchia guardia, quando non ti vendevano di tutto solo per la foga di venderti qualcosa, ma selezionavano la merce a seconda di chi avevano di fronte. Nomi professionalmente strutturati, corretti, autorevoli, al confronto dei quali la maggior parte dei giovani – peraltro gambizzati nelle grandi case editrici da un turn over vorticoso – sono diligenti compilatori di comunicati stampa. Esempi? La storica capa di Rizzoli Anna Drugman, figura che sfiora la leggenda (già «il volto umano della Garzanti», come diceva Arpino), front-woman dei più bei nomi della nostra narrativa e oggi consulente per alcuni grandi nomi della maison Rizzoli, una donna che quando si annuncia al telefono incute lo stesso panico timore del “direttore Totale, l’Ing. Gran Mascalzon. di Gran Croc. Visconte Cobram” con l’eco che rimbalzava per la redazione.
Poi la supervisor del gruppo Longanesi, Valentina Fortichiari: un’intellettuale prestata alle pubbliche relazioni che forse memore delle vicende dell’amato e studiato Guido Morselli ci pensa due volte prima di dire di no a qualcuno, molto elegante nei rapporti e che personalmente si muove pochissimo, ma quando lo fa, pesa. Infine, Piera Cusani, cugina di tanto cugino, oggi massimo responsabile della relazioni esterne della Mondadori, molta classe e simpatia; e Ida Meneghello, padrona di casa del Mulino, ineccepibile, preparatissima, autorevole quanto la sigla che rappresenta. Caso a sé Mara Vitali, dell’omonimo studio di comunicazione, forse più potente ieri rispetto a oggi, ottima stratega pur con qualche infortunio (il lancio dell’ultima Tamaro non è andato troppo bene, però sarà lei a curare il prossimo libro di Scurati) che gestisce un portafoglio piuttosto gonfio di autori, eventi e case editrici. Parla solo coi giornalisti che abbiano come grado quello dal vicedirettore in su, lasciando le altre incombenze alla sua numerosa truppa.
Alla fine, comunque, i best-seller ormai si fanno da soli. Non ci sono salotti, santuari di carta o potentati che tengano. Vorremmo averlo, eccome, un dominus del panorama letterario. Purtroppo i (pochi) lettori, che non si fidano più dei consigli dei critici, i libri oggi se li scelgono da soli al supermercato dove la varietà dei titoli è inversamente proporzionale a quella dei gusti dello yogurt e neppure Gian Arturo Ferrari può fargli cambiare idea. La televisione parla solo di libri di giornalisti, e quindi fa soldi ma non fa testo, le classifiche di vendita pubblicate dai grandi giornali, lo sanno tutti, sono pesantemetne taroccate (altrimenti ai primi posti ci sarebbero solo libri religiosi o per bambini: è noto che un solo titolo della Famiglia Orsetti batte Ammaniti sette a zero e un qualsiasi ricettario di Suor Germana a uno come Saviano non dà solo la pappa, ma primo, secondo, frutta, dolce e caffè); i festival, i Saloni del libro e i grandi reading sono importanti per gli autori e le case editrici, ma non servono a far vendere copie (al confronto paga molto di più una presentazione nella biblioteca rionale con parenti, amici e colleghi d’ufficio), qualcosa in più, semmai, possono farlo una dotta articolessa di Pietro Citati su Repubblica (una scrittrice come Marta Morazzoni, sostanzialmente, l’ha creata lui) o un lectio magistralis di Claudio Magris sul Corriere della sera (un paio di anni fa ha portato per mano Pino Roveredo al Campiello). E comunque sono casi rarissimi, come i romanzi buoni della Mondadori.
Luigi Mascheroni
Se vuoi pubblicare i tuoi papiri nel cassetto leggi qui sotto. Ti passerà il grilloSe sei un aspirante poeta è bene che ci pensi bene. Indubbiamente ciò che hai scritto andrà meglio lì dov’è, sulla scrivania o nel cassetto o sul desktop, che altrove, ma quand’anche fossi un Dante o un Montale redivivo, mettiti una mano sul cuore e una sul portafogli: pubblicare sarà per te pressoché impossibile. La poesia è monopolizzata dai leccaculo e dai sultani. O hai la fama del portaborse e del venditore, o hai qualche sacca di dindi, o la poesia non fa per te.
Cerchiamo di mettere le cose lucidamente in chiaro: in Italia la poesia non conta una foglia di fico. Vabbè, questo lo san tutti. Rincaro: in Italia gli editori che contano se ne sbattono della poesia. Feltrinelli non ha una collana di poesia italiana contemporanea, Rizzoli neppure, Bur neppure, Bompiani neppure, Il Saggiatore neppure, Adelphi neppure, Longanesi neppure, Garzanti sì e no, nel senso che “Gli Elefanti” pubblicano i poeti nella fossa o con un piede nella fossa e la cosiddetta collana “verde” idem, a meno che non ti chiami Antonio Riccardi, gran khan della Mondadori.
Le collane più importanti in Italia, non tanto per la qualità che propongono, quanto perché sono le sole oasi per poeti in via di glorificazione, sono “Lo Specchio” Mondadori e la “bianca” Einaudi, che in realtà si chiama “Collezione di poesia”. Chiarite le idee, buttatevi dal fosso. Su quei transatlantici non viaggerete mai. Se è vero che la “bianca” ha avuto il coraggio di pubblicare giovani rampanti come Andrea Temporelli ed Elisa Biagini, d’altro lato commette lo sgarro di mescolare l’acqua limpida con quella melmosa, cioè pubblica Aldo Nove e Marcello Fois e Michele Mari e chi più ne ha più ne metta, pur di risalire la china del baratro.
Meglio fare il vallettoNon è meglio alla Mondadori, dove si pubblicano sì i maggiori poeti italiani (ultimissimo è un volume di Franco Loi, che segue quello di Antonella Anedda e a cui seguirà quello di Roberto Mussapi), che son quelli che sono, ma esaltando il già noto, senza spinta di novità. Così che a scorrere la lista di quel catalogo, sembra di attraversare un greto secco. Pubblicare con lo “Specchio” è l’anticamera della fine, una sorta di prepensionamento. E poi, c’è la questione delle liste d’attesa. Sai quanti favori codesti lancillotto debbono a uno e all’altro? Prima di pubblicarti passeranno cinque, dieci, forse vent’anni, quand’anche fossi tra gli eletti.
Non va molto meglio per gli editori di “seconda fascia”, se così si può dire. Guanda, Marcos y Marcos e Donzelli hanno un catalogo di tutto rispetto (l’editore di Parma con i “Poeti della Fenice” ha costruito un pezzo della nostra storia letteraria), ma è impossibile sbarcarci così, su due piedi, senza altro bagaglio che il proprio genio. Vecchia solfa: se non hai padri o “padrini” non vai da nessuna parte. Meglio giungerci dall’alto. Ergo: se fai il giornalista, o meglio, il calciatore o il valletto o lo show-man, son disposti a perdonarti e a pubblicarti tutto. Oppure, devi sfoderare una faccia da deretano. Segui i poeti per ogni dove, lamentati assieme a loro per ogni piazza, fatti invitare a mangiare la pizza, e dopo, chessò, un decennio di apprendistato, un librino te lo fanno, magari per un editore “ruota di scorta”. Ma non credere che ciò non contamini la tua scrittura, la sola cosa che devi avere presente. La regola aurea è che non si pubblica per nessuno se non per i morti o per i nascituri, e che la parola poetica penetra il mondo pur essendo fuori del mondo. Ragion per cui, per la letteratura, un taccuino equivale allo “Specchio” Mondadori.
La casa editrice Aragno di Torino possiede una collana, “Licenze poetiche”, diretta da Raffaele Corvi (un suo libro è di prossima pubblicazione per la “bianca” Einaudi) con gusto alterno, ma che ha dato spazio a un autore di stazza come Paolo Fabrizio Iacuzzi. La Jaca Book ha affidato al poeta Roberto Mussapi la collana “I poeti”, che ha avuto il merito di pubblicare il piccolo libro capolavoro di Alessandro Ceni, uno dei veri lirici del Belpaese, Mattoni per l’altare del fuoco. Si attende qualche nome portentoso tra i più giovani al di là di quello di Daniele Piccini. Marietti ha varato da qualche anno una collana, “La sabiana”, che vive grazie alla generosità di Davide Rondoni, il quale ha già pubblicato e messo in cantiere alcuni autori imberbi come Mariarita Stefanini, Roberta Castoldi e Valentino Fossati. Se la Libri Scheiwiller, poi, è malauguratamente finita in pessime mani, accogliamo con gioia la nascita di una novella collana di poesia per l’editore Avagliano. La coordinano i poeti Andrea Di Consoli e Claudio Damiani, che, tra i nomi nuovi, hanno da poco edito Mauro Fabi e pubblicheranno Daniele Mencarelli. Una ola infinita va infine a Nicola Crocetti, l’unico editore in Italia che punti alto sulla poesia. Tra i nuovi poeti di spicco lì residenti ricordiamo Maria Grazia Clandrone e Pierluigi Cappello, supereroi che resisteranno al tempo.
Viaggio in AmazzoniaDopodiché, inizia il sottobosco, l’Amazzonia. E il machete in questo caso sono bei fogli da cento, duecento, cinquecento euro in mazzette. Ergo: non è mai stato facile pubblicare i propri stracci quanto oggi, purché ti paghi la vanità. State attenti agli sbruffoni spilladobloni. Tra gli editori su cui mettere la mano sul fuoco La vita felice, supervisionata da Milo De Angelis, uno dei poeti più importanti in Italia, e dedicata espressamente alle voci di latte, Raffaelli, di cui si prende cura un lirico di valore come Gianfranco Lauretano, la Book Editore, in mano al poeta e critico letterario Alberto Bertoni, Archinto, i cui nomi vengono selezionati dal poeta Umberto Piersanti, Interlinea, Moretti&Vitali, Lietocolle… La lista degli editori buoni si allunga a dismisura. Ma la solfa non cambia: entrare tra i poeti d’Italia ti costa pur sempre un obolo di Caronte, foss’anche un numero imprecisato di copie del tuo capolavoro. Rimangono a lato fenomeni di volontariato poetico come le Edizioni Atelier, create dal talento critico di Marco Merlin, in cui non paghi in euro ma soltanto in sudore. Scrivi in modo eccellente e forse ti pubblicheranno.
Il fatto è che in Italia la poesia se la filano in quattro gatti, e questo va pur bene. Si compie il massimo sforzo per il risultato minimo. Altro che “Officina Italia”, qui si lavora in catena di montaggio e basta. Per cui oltre alla faccia nera della luna c’è quella luminosa. Fatti un librettino in casa, spediscilo a quei dieci nomi forti e il gioco è fatto. Un buon indirizzario serve più che un buon editore, in poesia. E i soldi è meglio investirli in posta e fotocopisteria che altrove. I geni incompresi non esistono, e sei sei bravo qualcuno se ne accorgerà e ti aprirà le porte del paradiso degli straccioni che è la poesia. Altrimenti, a convincere un poeta della tua bontà d’animo e di scrittura basta poco. Pensa a Maurizio Cucchi e a quanto potrà fare per te. Digli che la sua opera è fondamentale, superba. Invitalo a cena, e, ovviamente, pagagli la cena. Chissà cosa ne può saltar fuori.
Davide Brullo