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2 agosto 2008
Chi protegge 51 milioni di bimbi senza identità?

di Giuseppe Romano

La proposta di prendere le impronte digitali ai bambini rom aveva suscitato proteste. è finita nel dimenticatoio davanti alla salomonica decisione di prenderle proprio a tutti, le impronte, senza distinzione di età, di cittadinanza, di etnia.
In effetti più che di una soluzione in questo caso si è trattato di una constatazione: lo fanno tutti, lo fanno ovunque, dobbiamo farlo pure noi. Dal 1° gennaio 2010, dunque, le impronte compariranno sulle carte d’identità. Le tecnologie utili per accertare e proteggere l’identità personale – di questo infatti si tratta – sono oggi indispensabili, dal momento in cui l’era digitale ha fatto irruzione nei nostri orizzonti sociali. Sotto questo profilo le impronte digitali sono comunque un elemento minimo rispetto ad altre scelte: ciò che qui da noi è sembrato eccessivo e incivile, prelevare le impronte ai bambini rom, nella civile Gran Bretagna viene proposto a livello di Dna, prelievo forzoso già oggi applicato ai cittadini che si macchiano di infrazioni e reati, e che si medita di estendere ai cosiddetti “bambini difficili” fin dalla più tenera età, a scopo preventivo.

Davanti a proposte politiche di questo genere si può rimanere stupiti, perplessi, indignati: benché tutti ormai ci siamo resi conto che l’epoca del terrorismo globale e delle guerre asimmetriche richiede un prezzo in termini di privacy, non è detto che nel concreto siamo pronti e disponibili a pagarlo con la nostra stessa identità.
Appunto, si tratta della nostra identità. Che deve trovare tutela intangibile nei confronti dei suoi nemici più concreti: coloro che per ragioni di lucro, di odio, di convenienze a qualsiasi titolo potrebbero desiderare di intrufolarsi nei nostri dati personali (per conoscere le nostre convinzioni, i nostri redditi, le nostre opzioni su temi concreti, i nostri fattori di rischio sociosanitari), oppure di utilizzarli a nome nostro o, ancora, di falsificarli. Il “furto d’identità” è reato diffuso ovunque in Occidente, e si prospettano problemi seri riguardo a ciò che eventualmente qualcuno potrebbe tramare se s’impadronisse delle banche dati contenenti i riscontri biometrici dei singoli cittadini.

Noi siamo il nostro corpo, e la biologia dice sulla nostra identità qualcosa di originale e insostituibile. Per questa ragione abbiamo il diritto che il “bagaglio genetico” di ciascuno sia conosciuto, adeguatamente custodito, protetto da interferenze.
Tornando a parlare di bambini, conoscere la loro identità serve a proteggerli: uno studio della Commissione europea, HIDE (Homeland Security, Biometric Identification & Personal Detection Ethics), sta elaborando un progetto che riguarda 51 milioni i bambini, ossia il 41% delle nascite che avvengono ogni anno nel mondo: tanti sono gli infanti non registrati alla nascita (in Europa il 2%, soprattutto rom e immigrati clandestini), perciò esposti a rischi di ogni tipo, dal ratto allo sfruttamento, dalla schiavitù alla pedofilia, a diventare bambini-soldato o comunque a perdersi. Il progetto vede la partecipazione di 11 enti europei, statunitensi e asiatici (info: www.hideproject.org).
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