di Lorenzo Montanari
WASHINGTON. Non c’era giorno migliore del Columbus Day per un incontro tra i governi di Italia e Stati Uniti. Alle prime luci dell’alba, i viali contigui alla Casa Bianca erano avvolti da una moltitudine di tricolori e bandiere a stelle e strisce. Sulla facciata dell’Old Executive Building, dietro la residenza presidenziale svettano due enormi bandiere, una americana, l’altra italiana. La cerimonia di benvenuto è iniziata verso le 8,45 sul South Lawn della Casa Bianca. L’atmosfera era, ovvio, quella dei grandi eventi. L’incontro tra Berlusconi e un Bush a fine mandato è stato l’ultimo, in veste ufficiale. Fra i numerosissimi italoamericani presenti c’era curiosità e orgoglio sia per l’ospite italiano sia per quanto egli rappresenta. Più volte ex ufficiali della Marina si sono rivolti a noi italiani per ringraziarci dell’amicizia che lega i nostri due Paesi e per ricordare gli anni di servizio passati nella Penisola. Non c’era retorica nelle loro parole, lo si leggeva sui loro volti e nei loro occhi. È in occasioni così che noi italiani possiamo smettere l’abito del vittimismo e dell’autodenigrazione per rivestirci, per un attimo almeno, di orgoglio. Bush ha del resto ricordato più volte l’immenso contributo dato dalla comunità italoamericana alla costruzione degli Stati Uniti. Riconoscenza e amicizia tra i popoli: questa è la realtà che vince sul kalashnikov dell’antiamericanismo.
«Buongioorno...»: George W. ha aperto così, con una parola tipicamente italiana. Il suo è stato un discorso importante, rivolto in primo luogo all’amico Berlusconi. «È un onore averlo dalla nostra parte, è uno statista di una grande nazione», ha poi aggiunto. «Con lui», ha detto Bush, «ho un rapporto eccellente, e un genuino rispetto. Ne ho apprezzato l’amicizia e la saggezza. È un uomo sincero, capace di parole chiare e leali, capace di mantenere la parola data e mi piace il suo ottimismo senza limiti. Sono orgoglioso dell’alleanza dell’Italia». Risale fino a Cristoforo Colombo, il presidente USA, a «un esploratore che con tre sole piccole caravelle ha attraversato l’oceano e ha inrodotto il Vecchio Mondo al Nuovo». Berlusconi, con il suo stile inconfondibile, ha subito rotto il protocollo mandando in soffitta il discorso scritto: «perché tutte le cose belle tra l’Italia e gli Stati Uniti le hai già dette tu, George!». Poi ha sottolineato l’importanza del lavoro congiunto tra i due Paesi: la battaglia per la difesa della libertà e della democrazia contro le barbarie dei dispotismi e del terrorismo.
Per il premier italiano la crisi finanziaria è peraltro solo l’occasione di una nuova sfida internazionale che dev’essere affrontata assieme, Nuovo e Vecchio Mondo. «La storia», ha proseguito Berlusconi, «dirà che George W. Bush è stato un grande, grandissimo presidente degli Stati Uniti». Ha ragione, da vendere. Alla fine arrivano i ricordi del liceo, quando Berlusconi accompagnò il padre in visita al cimitero di Anzio. Là, tra le croci bianche dei giovani soldati americani caduti nella Seconda guerra mondiale, giurò di essere sempre riconoscente verso gli USA. Il pubblico scoppia in un applauso. Un ex ufficiale di Marina, uno degli invitati d’onore, si gira verso noi italiani e con occhi lucidi dice: «Thanks! Grazie, grazie Italia!».
|