di Daniele Capezzone
C’è qualcosa di cupo e di definitivo nelle dispute che stanno scuotendo il corpo martoriato del Partito socialista francese. I fatti più recenti sono noti: la Aubry ha prevalso per pochi voti su Ségolène Royal nella corsa alla segreteria, e quest’ultima non ci sta, contesta, parla di irregolarità e brogli. Risultato: un partito a pezzi. In Italia, questo ultimo stadio di decomposizione è – per ora – stato risparmiato al Pd: ma non è affatto detto che, prima o poi, non si determini qualcosa di analogo. Si può addirittura pensare che i tempi della resa dei conti siano anticipati rispetto a quanto sarebbe razionale (cioè attendere le Europee): e, se – come è assolutamente probabile – Veltroni dovesse subire, dopo lo smacco della Vigilanza, anche un tracollo in Abruzzo, sarebbero in molti a chiedergli di fare le valigie senza neanche mangiare il panettone. Detto questo, gli elementi in comune tra il “caso italiano” e il “caso francese” sono numerosi e perfino impressionanti. Due leader di carta velina, campioni dell’effimero; un loro sistematico posizionamento immobilista, fatto per rassicurare la parte più vecchia e conservatrice del proprio blocco sociale di riferimento; l’incapacità di misurarsi con il dinamismo dei propri avversari Sarkozy e Berlusconi; una scarsa attitudine a sintonizzarsi sulla lunghezza d’onda dei cittadini, rimanendo invece intrappolati in logiche e dinamiche di palazzo.
Ma la cosa più grave è una sconcertante mancanza di proposte: alzi la mano chi conosce tre-proposte-tre, tre idee forza, tre cose concrete efficacemente messe in campo da Ségolène o da Walter. Su queste basi e con questi presupposti, non solo si perde e si fa perdere il proprio partito, ma lo si trascina in un caos in cui esistono solo lotte tribali e antichi odi. Se manca la materia del contendere politico, resta solo una sfida belluina e lacerante per il potere interno, una lotta in cui tutto è permesso. è così che sta implodendo il Ps, ed è così che rischia di deflagrare, tra qualche settimana, anche il Pd. A ben vedere, non è una buona notizia né per Sarkozy né per Berlusconi: un Paese politicamente affidabile ha bisogno di un’opposizione solida e di due partiti entrambi credibili per candidarsi al Governo, Oggi, in Francia come in Italia, le cose non stanno così, di tutta evidenza.
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