di Marco Respinti
La pace, certo. Ma è pace la condizione di terrore in cui sono da sempre costretti a vivere i civili israeliani, circondati come sono da orde di fanatici votati all’annientamento fisico di un popolo intero? Davvero Hamas e il suo braccio armato, le Brigate Ezzedine al-Qassam, poi l’Hezbollah a nord, quindi i jihadisti inquadrati nelle brigate Al Aqsa dei “martiri” di Allah (al di là delle sanguinose faide che li dividono), persino le squadriglie di bambini armati (dai loro genitori) fino ai denti o imbarazzati in assurdi corpetti dinamitardi pronti all’uso, davvero minacce così possono essere considerate la normalità del vivere di un Paese civile, la regola sociale di uno Stato? No di certo. Eppure quando Israele decide di reagire alle minacce, ai soprusi e alle violenze l’opinione pubblica internazionale iscrive automaticamente lo Stato con la Stella di Davide nel registro dei felloni, anzi lo equipara, horribile auditu, ai sui carnefici di un tempo, i nazisti, con i palestinesi rivestiti prontamente e ipocritamente dei panni dei “nuovi ebrei” perseguitati (anche perché, si sa, fra antisemitismo islamico e alleanze fra muftì e Terzo Reich la storia racconta ben altro). Succede così dal 1948, succede così ancora adesso, mentre nella Striscia di Gaza è in corso l’offensiva militare di Tsahal.
Chiariamoci subito. La guerra è brutta, sporca e ci vanno sempre di mezzo degl'innocenti, da entrambe le parti contendenti. Così come la tragedia esalta la nobiltà degli spiriti eroici, essa sa scatenare sempre pure gli aspetti più turpi della natura umana. Ma questo, oltre che scontato, è un altro discorso. Nessun abuso (eventuale), nessuna esagerazione (da accertare) potrà mai infatti confondere l’aggressore con l’aggredito, la vittima con il boia, colui che si difende con colui che attacca proditoriamente. E questo perché di modi per scatenare una baruffa ve ne sono diversi, alcuni dei quali subdoli, meschini. Una guerra si può per esempio scatenare esasperando la vittima fino a provocarne la reazione anche violenta. Non sono, questi, pensieri originali, ma nemmeno vogliono esserlo. Sono piuttosto pensieri che, triti e ritriti, è necessario ripetere e ripetersi ogni qualvolta si apre da qualche parte nel mondo uno scenario di guerra, triste. Non esistono cioè due torti: esiste sempre uno che sbaglia e l’altro che ha ragione, per quanto questo possa comportare lacrime e sangue.
Di fronte all’odierna offensiva militare scatenata dalle forze armate israeliane nella Striscia di Gaza per colpire le basi e le strutture di Hamas (una delle più acuminate punte di lancia poste costantemente nel fianco degli ebrei della regione) il nostro primo pensiero va quindi alle vittime del conflitto, quale che sia la loro nazionalità, in specie se non combattenti, persino innocenti. Ma il secondo pensiero corre subito alla realtà dei fatti, quella che sempre si perde quasi per magia nel turbinare dei notiziari capaci di rendere conto di se stessi solo a se stessi. E questa realtà dei fatti dice che l’attacco d’Israele contro le centrali di Hamas a Gaza non è un raptus improvviso di follia omicida da parte di Gerusalemme. Dice che si tratta invece dell’ennesimo capitolo di una storia infinita, quella che da sempre contrappone due mondi inconciliabili, due prospettive antitetiche, due ansie agli antipodi. Una è l’ansia d’Israele di potere un giorno vivere in serenità dopo essere sopravvissuto alle aggressioni; l’altra è l’ansia dell’ultrafondamentalismo islamico che mira a cancellare la Stella di Davide dalla faccia del pianeta.
Chi oggi, come già a suo tempo Caifa, si straccia le vesti per ciò che di comunque tragico, nessun problema a dirlo, sta accadendo a Gaza per mano israeliana dovrebbe infatti prima di tutto pensare a cosa è davvero l’amministrazione di Hamas in quei territori; ricordare i razzi da lì a lungo scagliati contro Israele nei mesi scorsi mentre il mondo faceva di fatto spallucce; riflettere sul terrore quotidiano in cui vive l’inerme popolazione civile ebraica; rammentare che Gerusalemme lasciò unilateralmente Gaza ai palestinesi per volere del “falco” Ariel Sharon persino “deportando” i riottosi coloni ebrei dalla regione senza nulla chiedere né avere in cambio; osservare che l’attuale offensiva di Tsahal mira in primo luogo a colpire i leader dell’estremismo jihadista nella Striscia e a piegarne quel potere militare che da un lato foraggia il terrorismo e dall’altro tiene in ostaggio ogni altra eventuale espressione politica palestinese bloccando qualsiasi ipotetica soluzione pacificatrice. Ci si dovrebbe insomma mettere bene in testa che nello scenario mediorientale Israele non è affatto l’aggressore bensì l’aggredito. Che Israele combatte per difendere la propria esistenza, e che Hamas lo provoca per distruggerne la vita che lo anima.
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