di Giorgio Stracquadanio
Dopo la scuola, l’università. Così Mariastella Gelmini ha condotto in porto in soli otto mesi due iniziative che tutti giudicavano impossibili, soprattutto per un giovane ministro alla sua prima esperienza di governo e alla guida di un dicastero che ne ha riuniti tre (Scuola, Università e Ricerca) e in cui lavorano, complessivamente, un milione e trecentomila persone. Il provvedimento sull’università non è – contrariamente a quanto è stato impropriamente scritto – una riforma. Di sicuro, però, aggredendo alcuni nodi cruciali e urgenti, rappresenta una svolta di metodo e di merito. È grazie a questo decreto se gli italiani hanno discusso, nelle famiglie, nelle università, nei programmi televisivi, dei grandi mali che affliggono gli studi superiori in Italia. In poche settimane si è discusso a fondo su un mondo, l’università, che viveva separato dalla realtà degli italiani e che godeva di privilegi di casta che si inizia ad intaccare in nome della meritocrazia, rovesciando la subcultura “dei diritti” dominante dal 1968.
Una subcultura che chiama “diritto allo studio” la possibilità di ottenere, senza fatica e in modo pressoché automatico, un titolo di studio (il “pezzo di carta”) da esibire come ornamento sociale o da impiegare nei pubblici concorsi. Una subcultura secondo la quale la valutazione, meglio se espressa con un voto numerico, andava annegata nell’ambiguità di un “giudizio articolato”, secondo il presupposto per cui – siccome siamo tutti uguali – non si debba nemmeno poter dire che Tizia è più brava di Caio. Una subcultura per la quale conta il numero di iscritti all’università e non le ricerche di successo che vengono compiute o il numero di laureati che trovano un lavoro di qualità entro un anno dalla laurea. Una subcultura che ha trasformato la scuola in un ammortizzatore sociale e il ministero in una fabbrica di posti di lavoro spesso inutili (si pensi al modulo dei tre insegnanti della scuola elementare al posto del maestro, o al numero spropositato di docenti universitari – quasi 40mila – distribuiti per un numero di sedi quasi pari a quello delle province).
Una subcultura che ha fatto dell’università un’istituzione in cui si iscrivono burocraticamente circa un milione e quattrocentomila studenti, ma che viene frequentata da circa la metà, mentre l’altra metà non sostiene nemmeno un esame all’anno. Oggi tutto questo – grazie a Gelmini uno e due – sta diventando un ricordo del passato e il Paese comincia a riconoscere alla giovane deputata di Brescia un talento politico non comune, come ha scritto in una lettera al Corriere della Sera uno dei più eminenti professori universitari italiani, non certo sospettabile di simpatie berlusconiane, Victor Uckmar: «Come professore emerito e quindi senza diritto di voto, plaudo al provvedimento del ministro Gelmini sui criteri per la nomina dei membri delle commissioni per concorsi universitari. Ricordo l’esperienza personalmente vissuta nel 1980, allorquando vigevano i criteri opportunamente reintrodotti: nel concorso di Diritto Tributario furono vincitori sedici candidati tutti di ottimo livello fra i quali il professor Giulio Tremonti».
Mariastella, dunque, è riuscita – si potrebbe dire paradossalmente – dove Letizia ha fallito. Perché non c’è dubbio alcuno che, nei cinque anni di governo Berlusconi, dal 2001 al 2006, nessuno dei nodi veri di scuola e università sia stato affrontato dal ministro Moratti, che invece ha compiuto la scelta di concentrarsi sui cicli scolastici, che sicuramente non erano la priorità. E sull’università ha proseguito nella direzione di quello spezzettamento dello studio magistrale che ha avuto nelle lauree brevi (e nel cosiddetto tre+due, tre anni di base e due facoltativi) e nella moltiplicazione delle sedi universitarie gli aspetti più macroscopici. Anche il ministro Moratti aveva dovuto subire, ai suoi tempi, contestazioni feroci e spesso menzognere. Ma l’impostazione che diede allora non produsse un cambiamento di mentalità e di cultura. Paradossalmente la grande manager che veniva dal mondo del privato e aveva gestito un’azienda pubblica difficile come la Rai, si è dimostrata più facilmente assoggettabile allo status quo della trentacinquenne Gelmini, avvocato con appena due anni di esperienza parlamentare.
E il motivo è forse proprio questo: Letizia Moratti, in linea con la propria estrazione dalla classe dirigente del Paese, si è affidata ai pedagogisti, ai burocrati ministeriali, ai professori universitari. Ha preso idee, comportamenti, abitudini mentali di un coté elitario che certo non produce rotture rivoluzionarie, ma anzi scivola nel politically correct. Mariastella Gelmini, invece, forte della sua distanza generazionale dai santuari dei poteri consolidati e più propensa a schierarsi a favore della sua generazione, più vicina a chi i danni della scuola e dell’università li ha subiti, più determinata nell’usare il potere per produrre cambiamento, meno assoggettata al metus dei grandi nomi, ha rotto gli schemi e non ha ceduto alla “tirannia dello status quo”.
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