|
|
 |
Torna all'elenco |
 |
|
 |
 |
| n° 3 - sabato 17 gennaio 2004 |
 |
Siamo tutti sorvegliati, di Giuseppe Romano Videogames: bandiera nera e tibie in croce, di Giuseppe Romano |
 |
Siamo tutti sorvegliati La
diffusione di tecnologie capaci di controllare qualsiasi attività umana
pervade la vita civile. Ovunque nel mondo si afferma un nuovo “statuto
biopolitico” del cittadino. È nata la biometria, forse è morta la
democrazia Quella
che qui comincia è una storia lunga, singolare e soprattutto vera. È la
storia di una civiltà che sta compattamente incamminandosi verso quello
che potremmo definire il “controllo totale”. Non è un problema di
luoghi geografici o di regimi politici, tant’è vero che nel
raccontarla, questa storia, incontreremo terre e popoli di ogni parte
del globo. Soprattutto incontreremo le due nazioni, diversissime fra
loro, che a vario titolo possiamo considerare predominanti sul pianeta.
L’una, gli Stati Uniti, è considerata da molti il campione della
democrazia, della libertà d’opinione e d’informazione. L’altra, la
Cina, incarna il passato che forse vuol passare, la dittatura che si
ammorbidisce e si avvicina al consorzio civile (così dicono tutti gli
esponenti diplomatici e politici che, di questi tempi, fanno a gara per
allacciare e mantenere buoni rapporti con l’ex Celeste Impero).
Difficile immaginare stili di governo e di vita più distanti fra loro
da quelli americano e cinese. Eppure una vera e propria raffica di
avvenimenti e di provvedimenti rischia di accomunarne i destini e
soprattutto di sottomettere i cittadini di entrambi gli universi
sociopolitici a regole restrittive in materia di produzione e gestione
dell’informazione, nonché di libera circolazione delle idee e delle
persone. E siccome nell’universo occidentale, assieme agli
statunitensi, orbitiamo anche noi europei, il discorso ci riguarda
direttamente. La Cina è vicina?
Facile cominciare dalla Cina. La nuova, moderna Repubblica popolare che
viene accolta cordialmente in pressoché tutte le sedi dell’Occidente –
quella che a fine dicembre ha annunciato l’emendamento della propria
Costituzione per garantire finalmente l’inviolabilità della proprietà
privata, sia pure delegando al Partito comunista l’autorità su quali
diritti di proprietà considerare «legali» e «legalmente acquisiti» – ha
deciso la chiusura di 673 quotidiani di Stato, ritenuti inutili e «non
in grado di garantire profitto economico»; altri 87 sono stati
privatizzati (è stato The Guardian a riportarlo, il 25 novembre 2003).
La decisione è stata resa pubblica come parte del «cruciale sforzo di
riforma». Liu Yunshan, capo della propaganda del partito comunista, ha
dichiarato che la chiusura dei suddetti giornali sarà anche un sollievo
per la popolazione, che – si apprende – finora era stata tenuta a
pagare i relativi abbonamenti obbligatori. Sembra un buon
segnale, ma accanto eccone uno meno buono: più o meno in contemporanea,
nello stesso mese di novembre 2003, un centinaio di personalità cinesi
della cultura, artisti, docenti e accademici ha inoltrato una lettera
aperta al premier Wen Jiabao affinché cessassero immediatamente gli
“assurdi” e “illegali” arresti che nelle settimane precedenti avevano
visto scomparire dalle loro case nove studenti colpevoli di aver
utilizzato Internet per esprimere il loro pensiero. Tutto
aveva avuto inizio tre anni prima, col signor Huang Qi. Questi è un
ingegnere informatico e detiene un triste record: è il primo cinese a
essere andato sotto processo per crimini commessi in Internet. Il
delitto per cui fu arrestato il 3 giugno 2000 – e per cui nel maggio
scorso è stato condannato a cinque anni di carcere – consisteva
nell’aver ospitato nel suo sito web un “post” (cioè un intervento) che,
a undici anni esatti dalla repressione tragicamente celebre avvenuta in
piazza Tien-an-men, ipotizzava che si dovessero perseguirne i
repressori. È da notare che quel post non era stato scritto da Huang,
bensì da un visitatore del suo sito. Human right watch (www.hrw.org),
in un’ampia informazione dedicata a Freedom of Expression and the
Internet in China, ci informa che almeno tredici persone erano state
incarcerate fra il 2000 e il 2001 per reati di opinione commessi via
Internet, atti sovversivi che vanno dalla rivendicazione della libertà
di parola alla diffusione di “materiale religioso”. I recenti arresti
sembrano annunciare un nuovo giro di vite. Al di là delle tragiche
vicende individuali, preoccupa l’atteggiamento progressivamente più
rigido assunto dalle autorità cinesi. È noto che Internet viene
ritenuta dal governo di Pechino un veicolo indispensabile per
l’auspicato sviluppo economico: l’espansione nazionale della Rete è
stata consentita e promossa fin dal 1993, tanto che oggi, secondo le
ultime dichiarazioni governative, gli utenti cinesi di Internet
sarebbero oltre 78 milioni, la seconda nazione al mondo per numero di
utenze dopo gli Stati Uniti. Eppure in Cina l’uso di
Internet è sottoposto a vincoli rigidi e a gravi limitazioni, non
soltanto quanto all’ubicazione delle connessioni, in gran parte
pubbliche, ma anche tramite la sorveglianza elettronica e il controllo
delle comunicazioni private. È pure noto che sotto questo profilo il
governo cinese sta sviluppando una vera e propria abilità paramilitare,
utilizzando tecnologie sofisticate non soltanto a scopo di controllo ma
probabilmente anche a fini di aggressione: proprio da non meglio
identificati “pirati cinesi” provenne l’attacco col virus “SQ Hell” che
nel gennaio 2003 rischiò di mettere in ginocchio l’intera Corea del
Sud, e qualche settimana fa il mite governo tibetano in esilio (quello
del Dalai Lama) ha denunciato un’aggressione alla sua rete di computer
indicando esplicitamente nella Cina l’invasore telematico. Il governo
di Pechino naturalmente ha smentito. Sul fronte interno, comunque,
la scelta modernizzatrice dei cinesi potrebbe risultare difficile da
controllare. È forse per questo che, benché la normativa sulla gestione
e sull’uso di Internet fosse assai severa già alle origini, alla fine
di novembre il regime ha emanato ulteriori disposizioni tese a
cancellare, letteralmente, qualsiasi margine di dissenso. Infatti,
oltre a introdurre pesanti vincoli economici e tecnologici, il
ministero dell’Informazione (www.mii.gov.cn) adesso attribuisce ai
provider la totale responsabilità penale sui contenuti che ospitano:
come se da noi si decidesse che Virgilio.it, Libero.it e gli altri
fornitori di accesso sulla rete digitale sono responsabili per i
contenuti di qualsiasi email che transiti dai loro server. Nel mondo
tutto questo è passato sotto silenzio: da noi ne ha parlato l’agenzia
Punto informatico (il 24 novembre 2003, www.punto-informatico.it), che
ironizza sul rilievo mondiale dato invece negli stessi giorni alle
dichiarazioni di Guo Ling, vicedirettore del Centro di ricerca per lo
sviluppo sociale dell’Accademia cinese delle scienze sociali
(naturalmente un organismo governativo). Ling aveva affermato: «Non
dirò che in Cina oggi c’è la democrazia, ma di certo le informazioni
non possono più essere controllate come in passato». C’è da sperare che
controllare la sterminata piazza di Internet risulti comunque più
difficile e meno sanguinoso di quanto lo fu arginare le ribellioni che
nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989, in piazza Tien-an-men,
portarono all’atroce repressione di cui il mondo ancora inorridisce. Altrove in Oriente
Se in Cina si piange, altrove non si ride. Il controllo sulle
tecnologie della comunicazione sta diffondendosi ovunque, con
motivazioni diverse e spesso opposte rispetto a quelle cinesi, ma con
modalità e risultati alla fin fine non dissimili. Per esempio il
governo della Corea del Sud ha appena imposto per legge che i cellulari
in grado di scattare fotografie emettano un bip ben udibile e non
disattivabile. All’origine del provvedimento – dice il Corriere della
Sera che il 13 novembre ha riportato l’informazione – c’è la
preoccupazione del governo di Seul per la privacy dei suoi cittadini,
che potrebbe essere violata nel caso fossero immortalati in situazioni
compromettenti. Era infatti accaduto che una donna ne fotografasse
altre in una sauna, vendendo poi le immagini a un sito Internet.
Restiamo in Oriente. La libera Singapore il 12 novembre ha varato una
legge che, per combattere il terrorismo informatico, offre
all’esecutivo un’enorme quantità di poteri preventivi. In concreto il
Computer Misure Act abilita le forze dell’ordine a perseguire coloro
che si ritiene potranno minacciare l’integrità delle strutture
informatiche e mettere a rischio la sicurezza nazionale, la difesa, i
rapporti internazionali e la fornitura dei servizi essenziali. Non si
fatica a scorgere forti analogie con la PreCrime, la polizia preventiva
immaginata da Steven Spielberg (sulla scorta di un racconto di Philip
K. Dick) nel film Minority Report (2002), tanto più che fra le
prerogative attribuite alla polizia governativa di Singapore è prevista
quella di arrestare i presunti nemici dello Stato sulla sola base di
«sospetti considerati credibili» e di valutare liberamente le misure da
adottare. Per quale motivo? L’evoluzione tecnologica – si legge nel
comunicato delle autorità locali – è così rapida che «non sarebbe
possibile per il Governo dover attendere il via libera del Parlamento
ogni volta che deve modificare le proprie strategie». La vicina Inghilterra (e l’Italia)
Misure del genere forse possono stupirci, ma facciamo presto a
tranquillizzarci pensando che in fondo provengono da mondi geografici e
culturali piuttosto distanti da noi. È però una tranquillità destinata
a non durare: vicinissimo per esempio è il mondo dell’Inghilterra,
membro dell’Unione europea e, così dicono, culla della democrazia
occidentale e del liberalismo. Ebbene, proprio dal Regno Unito arrivano
possenti mazzate alla libertà di movimento. Un decreto approvato alla
Camera dei Lord a metà novembre impone che in Inghilterra tutti i
fornitori di comunicazione conservino e su richiesta consegnino a un
vasto elenco di autorità – statali o locali, giudiziarie e
amministrative – i numeri chiamati da un loro utente, gli intestatari
dei numeri che hanno chiamato l’utente, la localizzazione dell’utente
offerta dal telefono cellulare (per un anno), i testi di tutte le email
inviate o ricevute (per sei mesi) e l’elenco di tutti i siti web
visitati (per quattro giorni). «Tutti questi dati – commenta Punto
informatico che riprende la notizia citando informazioni
dell’associazione Privacy international – dovranno essere conservati a
spese degli operatori e consegnati senza bisogno di intervento da parte
di alcun magistrato». Il decreto, ribattezzato dalla stampa Snooper
Charter («licenza di ficcare il naso»), è stato approvato dal
Parlamento britannico dopo un iter tumultuoso. Sebbene alcuni
emendamenti ne abbiano stemperato il contenuto (niente testi delle
email), getta una luce sinistra sul concetto di data retention. È ora
probabile che vi sia un ricorso europeo, dato che agli oppositori
questa nuova normativa sembra una palese violazione alla Convenzione
sui diritti umani. Intanto il 3 gennaio il segretario dell’associazione
dei fornitori di accesso a Internet britannici ha scritto al ministro
dell’Interno inglese esprimendo a nome della categoria seri dubbi
sull’efficacia della misura. Anche il governo italiano ha
provveduto ad adeguarsi in materia: con un decreto legge prenatalizio
(n. 354, approvato il 23 dicembre, datato 24 dicembre e pubblicato
sulla Gazzetta ufficiale del 29 dicembre 2003) ha raddoppiato,
elevandolo a cinque anni, il tempo obbligatorio di archiviazione da
parte dei provider delle “tracce” telefoniche e telematiche di ogni
utente italiano. Le ragioni addotte sono le solite: sicurezza e
antiterrorismo. Benché il provvedimento non riguardi, come è stato
precisato, i contenuti delle email e delle telefonate ma soltanto i
nomi dei mittenti e dei destinatari, si tratta comunque di una
innovazione importante, cui probabilmente la distrazione festiva del
Paese ha impedito che si desse pieno rilievo. Lo stesso 23 dicembre il
Garante per la protezione dei dati personali ha emesso una nota, fatto
assolutamente inconsueto, in cui – questo è il testo completo – «nella
sua piena collegialità (Stefano Rodotà, Giuseppe Santaniello, Gaetano
Rasi e Mauro Paissan) prende atto con preoccupazione del decreto legge
approvato oggi dal Governo sulla conservazione dei dati del traffico
telefonico e su Internet. In particolare, la nuova disciplina sui dati
relativi alle comunicazioni elettroniche e alle utilizzazioni di
Internet può anche entrare in conflitto con le norme costituzionali
sulla libertà e segretezza delle comunicazioni e sulla libertà di
manifestazione del pensiero. Il Garante confida in un attento esame del
decreto da parte del Parlamento». «La posta elettronica e i dati sulla
navigazione di Internet – ha precisato Rodotà – contengono informazioni
sensibili attraverso cui è possibile ricostruire le preferenze delle
persone, conoscere qual è il loro stato di salute o credo politico, e
addirittura indagare sulle loro relazioni sociali. Basta analizzare
quali siti frequento o a chi scrivo email con maggiore frequenza per
tracciare un mio profilo di base. In questo modo si trasformano i
cittadini in potenziali sospetti». Di tutt’altro parere il ministro
dell’Innovazione tecnologica Lucio Stanca, secondo il quale la nuova
normativa è una «soluzione bilanciata tra l’esigenza prioritaria della
libertà e della privacy individuale e i problemi della sicurezza che,
in alcuni momenti critici, è funzionale all’esercizio della libertà».
Torniamo in Gran Bretagna. Da quelle parti più di una compagnia
telefonica offre a pagamento (bastano 5 sterline al mese) la
possibilità di rintracciare tramite computer i movimenti fisici di
singoli telefoni cellulari con cinquanta metri di approssimazione:
basandosi appunto sulla tecnologia delle “celle” (i ripetitori di
segnale in cui è suddiviso il territorio), è facile verificare
costantemente l’ubicazione sul territorio dell’apparecchio e del suo
possessore. Infuriano le polemiche sulla privacy, anche se i gestori
sostengono di pretendere sempre il consenso del “controllato” e
sottolineano come sia utile, per una madre preoccupata, sincerarsi su
dove davvero sia il figlioletto in libera uscita. Il responsabile
dell’associazione Liberty ha tuonato che «la semplice esistenza di
questa tecnologia incoraggerà una cultura da guardoni». E in effetti,
benché il servizio si chiami Friend tracking, a temere di essere
localizzati potrebbero essere soprattutto mariti e mogli fedifraghi. Su
questo punto in Italia abbiamo ferme dichiarazioni del Garante per la
privacy, nella persona di Stefano Rodotà, che proclama il diritto a
«non essere localizzati». Peraltro da noi il 1° gennaio 2004 in Italia
è entrato in vigore il Codice di protezione dei dati personali (dl n.
196, 30 giugno 2003), con cui il Garante ha, come afferma, dato vita al
«primo tentativo al mondo di comporre in maniera organica le
innumerevoli disposizioni relative, anche in via indiretta, alla
privacy». Per quanto riguarda Internet e altri àmbiti definiti
«delicati», come la videosorveglianza, si annunciano codici specifici. Biometria & so on
E veniamo agli Stati Uniti. Ciò che altrove accade occasionalmente, lì
fa parte di un sistema che è comunque più avanzato e capillare, dato
che quasi tutte le tecnologie dell’informazione nascono e vengono
sperimentate oltre Atlantico. Per esempio la compagnia aerea Southeast
Airlines ha appena deciso di installare a bordo di tutte le proprie
aeromobili almeno sedici telecamere puntate sui posti a sedere: motivi
di sicurezza, naturalmente, per tenere sotto controllo le azioni dei
passeggeri in volo. La lotta contro il crimine e il terrorismo ne
trarrebbe indubbi vantaggi, tanto più se – come è nei progetti – le
immagini così riprese potessero essere automaticamente inserite nella
rete di computer della Difesa e quindi rientrare nel “progetto
biometrico” che si sta mettendo a punto. (Ma che ne è della libertà di
fare le boccacce o, non visti, di mettersi le dita nel naso?) La
biometria è la scienza del riconoscimento del volto umano tramite
tecnologie elettroniche: l’identificazione di un individuo tramite
quelle caratteristiche uniche che baveri alzati, occhiali scuri, barbe
finte, travestimenti più sofisticati e plastiche estetiche possono
dissimulare agli occhi, ma che il computer invece sarebbe sempre e
comunque in grado di riconoscere. L’ipotesi del progetto biometrico è
che disseminando queste tecnologie nei luoghi pubblici sia più facile
individuare terroristi e malviventi. Fra i vari esperimenti del genere
il più noto è quello svolto a Tampa, in Florida, nell’estate 2001. Con
risultati controversi; l’ACLU, organizzazione che negli Stati Uniti si
batte per i diritti civili, ha rinfacciato alle autorità che nei tre
mesi – da giugno ad agosto 2001 – in cui le trentasei telecamere del
sistema di identificazione sono rimaste attive, non hanno identificato
alcun criminale; in compenso hanno provocato guai a parecchi onesti
cittadini, segnalando come sospettabili persone che non lo erano
affatto. Lapidario il giudizio di Howard Simon, direttore ACLU per la
Florida: «Se ci dirigiamo verso una società a controllo totale,
dovremmo almeno assicurarci che ne valga la pena, che porti qualche
beneficio». Il progetto biometrico, comunque, mira a
universalizzare la tecnologia del controllo. Associando una rete di
computer con un numero sterminato di telecamere sparse con discrezione
sul territorio – in tutti i luoghi di transito e di riunione – si
dovrebbero riuscire a confrontare continuamente tutte le immagini
recepite con un database di volti sospetti: identikit di criminali,
fotografie di ricercati, ritratti di latitanti. Quel che più importa
per noi è che il governo americano vorrebbe esportare questa strategia
in Europa: lo ha annunciato nello scorso ottobre il segretario della US
Homeland Security, Tom Ridge. Questi ha proposto l’elaborazione di uno
standard biometrico internazionale che estenda a tutto il mondo civile
il sistema di prevenzione basato sulla biometria, associando l’Unione
Europea al progetto degli Stati Uniti. Il primo passo da compiere
sarà quello di inserire nei documenti personali di identificazione –
passaporti e carte d’identità – alcune informazioni biometriche. Su
questo punto il governo Bush ha trovato porte socchiuse in Europa: nel
maggio scorso a Parigi i membri del G8 avevano già raggiunto un accordo
per la realizzazione di un nuovo tipo di passaporto col duplice scopo
di renderne più difficile la falsificazione e di agevolare il
riconoscimento di chi lo esibisce. Questo si otterrà con l’inserimento
di un microchip che contenga alcune forme di identificazione
biometrica. Per il momento saranno una immagine del viso ad alta
risoluzione e le impronte digitali di due dita della mano.
La diversità di vedute stava nei tempi: mentre altri membri del G8
prospettavano di attivare il “passaporto biometrico” nel medio periodo,
gli Stati Uniti hanno già deciso di introdurlo dal 26 ottobre 2004 (in
un primo tempo l’entrata in vigore era prevista addirittura a fine
2003). Ciò significa che chiunque desideri entrare in territorio USA
dopo quella data dovrà essere munito dei nuovi passaporti; tutti gli
altri dovranno richiedere un visto di immigrazione ai consolati
statunitensi, nonché sottoporsi al prelievo delle impronte digitali.
Non è da meno il Regno Unito, che dall’anno scorso ha avviato un
esperimento con lo Sri Lanka per imporre il passaporto biometrico a
tutti coloro che hanno bisogno del visto per attraversare i suoi
confini. La misura è esplicitamente rivolta ad arginare gli ingressi
illegali dai Paesi più poveri. L’Italia si adegua
L’Italia sta adeguandosi: è già in circolazione il passaporto a lettura
ottica (sufficiente per evitare la richiesta del visto USA) e l’11
dicembre scorso a Fiumicino è avvenuta la presentazione del prototipo
del nuovo passaporto elettronico, dotato di un microchip con i dati
biometrici del proprietario, alla presenza del ministro degli Interni
Giuseppe Pisanu e di Christopher Cox, presidente della Commissione
sicurezza interna della Camera dei rappresentanti USA. Sarà disponibile
entro l’anno in corso grazie a quello che il medesimo Cox ha definito
uno «sforzo eroico». (Uno sforzo altrettanto “eroico” il nostro
ministero dell’Interno si è peraltro impegnato a farlo per fornire dal
maggio 2004 a tutti i cittadini maggiori di 15 anni la nuova CIE, carta
di identità elettronica che servirà sia per identificarsi sia per
accedere ai servizi pubblici: circa 40 milioni di carte da distribuire
entro il 2009). All’imposizione delle tecnologie biometriche su
scala internazionale ostano ancora diversi fattori. In primo luogo c’è
un problema commerciale, perché chi in Europa produce strumentazioni in
questo campo teme assai il predominio nordamericano, che potrebbe
tradursi in un vero e proprio monopolio: aziende come la Iridian
Technologies (www.iridiantech.com), pienamente appoggiate dal governo
statunitense, possono vantare anni di vantaggio. Per questa precisa
ragione il riconoscimento dell’iride come identificatore biometrico è
stato scartato dall’UE: «Si è deciso di non adottare il riconoscimento
dell’iride come identificatore biometrico, in quanto si tratta di una
tecnologia brevettata appartenente a un’unica società statunitense», si
legge nella Proposta di Regolamento presentata dalla Commissione delle
Comunità Europee il 24 settembre 2003. In secondo luogo è in
ballo la questione della privacy, su cui di qua e di là dell’Atlantico
ci sono idee non sempre identiche: l’UE, per esempio, è riluttante ad
accettare che le autorità doganali USA conservino per almeno sette
anni– come hanno da poco annunciato – i dati personali di ciascun
viaggiatore europeo che si sia recato negli Stati Uniti. Ma su questo
come su altri punti c’è poco di concreto che l’Unione possa fare o
vietare: si tratta di decisioni di politica interna che il governo Bush
adotta, com’è ovvio, autonomamente. D’altra parte, a proposito di “usi
politici”, non si è ancora spenta l’eco del “caso Echelon”, la rete di
intercettazione e spionaggio individuata alla fine degli anni Novanta.
Il suo scopo consisteva nel favorire le operazioni finanziarie e
commerciali dei Paesi che facevano parte del sistema, intercettando e
decrittando le comunicazioni via satellite delle altre nazioni. Ad
architettarlo non erano stati regimi totalitari, tutt’altro: «Non si
può nutrire più alcun dubbio in merito all’esistenza di un sistema di
intercettazione delle comunicazioni a livello mondiale, cui cooperano
in proporzione gli Stati Uniti, il Regno Unito, il Canada, l’Australia
e la Nuova Zelanda nel quadro del patto UK-USA [...] il sistema non è
destinato all’intercettazione delle comunicazioni di carattere militare
bensì di quelle private ed economiche», recita una relazione al
Parlamento europeo del 18 maggio 2001. Sorprende soltanto fino a un
certo punto – vista l’origine marcatamente economica dell’Unione
europea – il fatto che poi il Parlamento di Strasburgo si sia
preoccupato più dei risvolti commerciali che di quelli personali.
Echelon non era, come all’inizio avevano strepitato i giornali, un
sistema onnisciente di controllo dell’informazione; operava soltanto
sui satelliti, e questo ne limitava parecchio il campo d’azione. Però
era una grave infrazione della lealtà internazionale, visto che diversi
Paesi europei vi avevano parte (oltre al Regno Unito: il “centro
d’ascolto” USA era in Germania, col permesso del locale governo, e pare
che anche la Francia non fosse estranea all’affare). Ciò conferma,
quantomeno, che quando la tecnologia lo consente c’è sempre chi ha
voglia di spingersi più in là dei limiti stabiliti dalla legge, si
tratti di associazioni per delinquere o di nazioni “amiche” e
“democratiche”. Tutti collegati
Altri eventi nel 2003 appena concluso mostrano però che le
installazioni biometriche non sono i soli sistemi di controllo in gioco
con l’evoluzione tecnologica. L’FBI, per esempio, ha preteso
ufficialmente che la Federal Communications Commission americana
garantisca uno standard tecnologico unico per i servizi di telefonia
via Internet, attualmente in forte sviluppo; il requisito fondamentale
dovrà essere l’accessibilità ai sistemi di controllo da parte della
polizia federale, che allo stato attuale non è in grado di ascoltare
quel tipo di telefonate. Frattanto la medesima FCC ha deciso che a
partire dal 2005 i produttori americani di televisori e personal
computer dovranno inserire nei propri modelli le tecnologie di DRM
(Digital Rights Management). Il provvedimento nasce in risposta alla
pirateria informatica e prevede che con questo mezzo, tramite appositi
codici digitali, si possa controllare o impedire la registrazione e la
copia illegale dei programmi. È invece della fine del 2002 l’avviamento
del programma TIA, Total Information Awareness, affidato al «discusso»
contrammiraglio John Pointdexter, «l’uomo dello scandalo Iran-contras»
(i virgolettati appartengono al Corriere della Sera, 28 novembre 2002),
che ha lo scopo di «far convergere tutte le banche dati del pianeta in
una sola, gigantesca biblioteca elettronica, capace di archiviare le
ricevute dei biglietti aerei, gli scontrini alla cassa del
supermercato, le telefonate fatte con cellulare o scheda, le pagelle
scolastiche, gli articoli dei giornali, gli itinerari ai caselli
autostradali, le ricette mediche, ogni transazione privata o di
lavoro». Tutto ciò, naturalmente, per la pubblica sicurezza, per la
lotta contro il terrorismo e contro la criminalità. Il progetto TIA
sarà molto agevolato dall’imminente implementazione del nuovo
protocollo Internet che promette «Mobile communication for everyone»,
mettendo in simbiosi ogni sorta di spostamento, di transazione, di
manufatto e di situazione: e, appunto, consentendo a chicchessia di
collegarsi sempre e con chiunque altro (lo sappia o non lo sappia, lo
voglia o non lo voglia). La litania delle informazioni
potrebbe protrarsi all’infinito: quelli che abbiamo citato sono
soltanto alcuni dei dati recenti pubblicamente disponibili. Concludiamo
la rassegna con due piccole notizie italiane, datate entrambe alla
vigilia del Natale 2003, che simboleggiano il nostro versante del
fenomeno. La prima viene da Varese, dove la locale azienda
municipalizzata di acquedotto, metano e rifiuti ha deciso di installare
telecamere di controllo fuori e dentro il proprio deposito principale.
Pronta la ribellione dei sindacati, che paventano infrazioni di
orwelliana memoria alla privacy dei dipendenti; “normali misure di
sicurezza”, replica serafico l’ente. Le controparti sono già state dal
giudice (l’accusa all’azienda era di “comportamento antisindacale”),
che per ora ha richiesto loro di accordarsi entro febbraio. A Vigevano,
invece, l’assessore alla Sicurezza ha fatto installare telecamere in
piazza Ducale e in altro quattro zone di interesse artistico, collegate
ventiquattr’ore al giorno con la polizia, per contrastare gli atti
vandalici. Le registrazioni verranno distrutte, di norma, allo scadere
del decimo giorno. Decisioni del genere – per monitorare la sicurezza,
il traffico, i luoghi di transito e di interesse pubblico – negli
ultimi mesi sono state prese un po’ dappertutto nella penisola.
Se ci si attiene ai fatti è difficile non concludere che la
costellazione delle democrazie occidentali ha imboccato una deriva
sottilmente autoritaria, non dissimile nella sostanza e nei metodi, dai
più occhiuti regimi totalitari. Come ha argomentato Colin Crouch in
Postdemocrazia (Laterza, Bari 2003, pp. 148, e 14,00), si direbbe che
l’era delle democrazie rappresentative sia tramontata per cedere il
passo a interessi economici, gruppi di pressione e professionisti della
politica: del resto vicende come quelle di Enron, di Cirio e di
Parmalat confermano nella loro enormità che di questi tempi il problema
del controllo riguarda anzitutto i controllori. Crouch, che dopo aver
insegnato al Trinity College di Oxford oggi dirige il Department of
Political and Social Sciences presso l’Istituto Universitario Europeo
di Firenze, sostiene che «l’accontentarsi delle richieste minimali
della democrazia liberale produce un certo compiacimento rispetto
all’affermarsi di ciò che io chiamo “postdemocrazia”. [...] A parte lo
spettacolo della lotta elettorale, la politica viene decisa in privato
dall’interazione tra i governi eletti e le élite che rappresentano
quasi esclusivamente interessi economici» (p. 6). Nel concreto, come ha
sottolineato Giorgio Agamben, «vi sono soglie nel controllo e nella
manipolazione dei corpi, il cui superamento segna una nuova condizione
biopolitica globale, un passo ulteriore in quella che Foucault definiva
una sorta di progressiva animalizzazione dell’uomo attuata attraverso
le tecniche più sofisticate. [...] Ciò che qui è in questione è la
nuova relazione biopolitica “normale” fra i cittadini e lo Stato» (la
Repubblica, 8 gennaio 2004). Se le cose stanno davvero così, non
c’è soltanto da discutere se in un particolare momento storico sia
necessario adottare misure straordinarie per contrastare i “nemici del
sistema”. Né si possono giustificare tutte le scelte sostenendo che il
pegno da pagare per la sicurezza è quello di contrarre alcune libertà
personali. La questione più pressante, invece, è questa: chi, a che
titolo, perché e a che prezzo – in un mondo dove tutto sembra possibile
e moltissimo sembra lecito – davvero decide quali siano gli “amici” e i
“nemici” del sistema? Giuseppe Romano Videogames - Bandiera nera e tibie in croce C’è
un mondo in cui chiunque può provare l’ebbrezza di cominciare da zero e
costruirsi un impero, mattone dopo mattone. È il mondo dei videogames
strategici, quelli strutturati in maniera da accrescere via via le
risorse, il raggio d’azione e la competizione del giocatore. Ve ne sono
di tutti i tipi; anzi, no, i “tipi” sono tutto sommato pochi, mentre
variegatissime sono le ambientazioni, intercambiabili a piacimento come
i vestitini della Barbie. Ci sono giochi collocati nel passato, nel
futuro, nella storia, nella fantasia, nello sport, nell’urbanistica,
nella zoologia, nell’astrofisica, nel crimine, nei parchi gioco, nella
mitologia e in pressoché qualsiasi altro campo possa saltare in mente a
qualcuno. Patrician III – Impero dei mari ha
messo a tema il mondo dei pirati; o, meglio, quel mondo fra il Cinque e
il Seicento in cui le nazioni europee gareggiavano fra loro per
impadronirsi dei nuovi territori d’oltremare e per egemonizzare il
commercio, la politica e insomma la vita civile. Un’epoca interessante
(anche nel senso della maledizione cinese che augura di “vivere in
tempi interessanti”), dove certo non ci si annoiava. E quindi una
proposta di gioco oculata, perché è facile diversificare le strategie e
le alternative. Si può decidere di essere un imprenditore in cerca di
guadagno, inventando rotte commerciali e moltiplicando depositi,
magazzini e rivendite. Si può acquistare una nave e proporsi come
corrieri, come trasportatori, come esploratori, come scorta armata. Si
può preferire una prospettiva politica, governando città e allestendo
eserciti allo scopo di vivere nel benessere e di soggiogare qualsiasi
opposizione. Oppure – scelta allettante ma rischiosa – si abbraccerà la
carriera del corsaro, arrembando e rapinando nella speranza di non
essere ricambiati con gli interessi. In ogni caso la tecnica di gioco
non è difficile da apprendere, benché sia piuttosto complesso
manipolare le tante variabili che vanno tenute sotto controllo.
Fra le suggestioni del gioco – la cui lunga storia in svariate versioni
lo ha condotto oltre la soglia del milione di copie vendute – non è
secondaria la possibilità di condividere uno stesso scenario in varie
persone, collegando in rete più computer o connettendosi a Internet.
Allora sì che quello dei mari diventa un impero. G. R. Patrician III – L’Impero dei mari Formato di gioco: Pc Fx Planet |
|
 |
 |
|
|
|
 |