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n° 26 - sabato 26 giugno 2004
Il manifesto dell'Actual, di Matteo G. Brega
Tecnologia evasiva, di Giuseppe Romano
Internet, la nuova mappa dell'impero, di Stefania Garassini


Il manifesto dell'Actual

Nell’era della Rete e della connessione totale, le vecchie categorie sopra e sotto, destra e sinistra, est e ovest, sono obsolete. Il nuovo mondo digitale è compreso tra Actual e Waste. Ciò che sarà di moda tra breve e quello che non lo è già più

La nottola di Minerva si alza in volo sempre per ultima. Infatti l’actual c’è già da tempo, solo che non ce n’eravamo ancora resi conto. L’actual è presente in ogni manifestazione contemporanea, riposa nell’“imminenza del reale”.
Actual non è ciò che è “attuale”. Non è nemmeno ciò che Pierre Lévy teorizza come risultato di un’“attualizzazione” contrapposta alla “virtualizzazione”.

Actual è il momento del passaggio estremo. Lo spazio dove il digitale mostra il suo link con la realtà. Se tutto è alla portata di tutti – qui sta la peculiarità dell’utilizzo multimediale della tecnologia digitale, nella sua velocità –, è in atto una rivoluzione nel concetto di percezione, di elaborazione, di analisi del dato reale in quanto tale. La profezia del “villaggio globale” si avvera, seppure non negli esiti previsti da Marshall McLuhan. Abbiamo, sì, la globalità. Ma la paghiamo perdendo la “tangibilità” dei dati. Per capire l’actual dobbiamo guardare quale straordinaria, sostanziale ridefinizione abbiano ricevuto le categorie proprie della globalità. Sì, il villaggio è globale, ma ad abitarlo si è affollata una globalità di early users, di trend setters, di cool hunters: e cioè una globalità potenziale, una globalità d’élite, limitata a chi ha le keys per interagire con il mondo. Tutta gente che si dedica a profetizzare, ad anticipare, a individuare quel che non c’è ancora ma presto ci sarà. Gente che entra in conflitto con le nuove forme della stratificazione del messaggio, di ciò che è “inarrivabile”, “inavvicinabile” ma soltanto momentaneamente. Che presto sarà detto, usato, fruito e poi passato, vecchio, abbandonato.

Superato l’eterno scarto tra essere e dover essere, ecco che ciò che l’individuo aspira a divenire e ad avere si riduce a essere semplicemente fruibile in virtù della propria intrinseca ed estrema possibilità di essere fruito-da-tutti. è la legge della società di massa, dei mass media. Sull’orlo di quella possibilità non ancora realizzata, e solo allora, potrà esserci l’actual. Per un lasso limitato di tempo, beninteso, giacché nulla è sempre actual ma tutto lo può ancora diventare e tutto lo è già stato in un’altra dimensione – culturale, spaziale, temporale. È il momento di una metamorfosi spengleriana grazie alla quale, come le “trasformazioni” dell’Agente Smith in Matrix, si riesce a cogliere il momento di passaggio di ciò che sta per trasformarsi da oggetto misconosciuto a meta del desiderio collettivo, da elemento sparso nella Rete a qualcosa di actual.

Il trendy è un’altra cosa
Ciò che è actual non è necessariamente trendy e viceversa. I dolori del giovane Werther fu un libro senza dubbio prima actual e poi trendy, così come le sedute spiritiche furono trendy alla fine dell’Ottocento, quando divennero vera e propria moda diffusa in tutta Europa. Vermeer fu trendy a inizio Novecento, ma colpì soltanto un “segmento alto” d’interesse. Furono invece gli impressionisti a essere assolutamente actual nel momento in cui resero superata, con la loro stessa esistenza-persistenza, tutta la critica a loro avversa ridefinendone i criteri in base ai propri canoni estetici. Diciamo tutto ciò, sia ben chiaro, tentando un ipotetico esercizio di scuola, cercando, cioè, di applicare categorie nuove a momenti storici a cui tali categorie non sono applicabili se non all’interno di quella che Nietzsche chiamerebbe una «concezione monumentale della storia». Concedendoci dunque di essere storicisti soltanto a fini esplicativi, per cercare di far intendere meglio ciò che prima della rivoluzione multimediale digitale era vero ma soltanto implicitamente, e cercando di dimostrare la validità universale del concetto di “imminenza” applicato alle tendenze culturali: entro questa cornice possiamo pensare che già Matthew Arnold nel suo Cultura e Anarchia (1869) ragionò in termini di «cultura alta» e «cultura bassa», evidenziando i cortocircuiti tra i due ambiti che solo oggi deflagrano in tutto il loro interesse.

Giunti al termine del processo di distacco tra pubblico e fruizione dell’opera d’arte, giunti quindi all’esito finale del processo innescato dalle Avanguardie del Novecento, ci troviamo immersi in un nuovo tipo di rapporto tra artista, opera e pubblico dove ogni vertice della triade non può più essere pensato se non in contemporaneità digitale con gli altri due. È addirittura ovvio pensare a Maurizio Cattelan come a un simbolo del cortocircuito tra arte e pubblico. Ma dove il percorso e la riflessione dell’opera di Cattelan non giungono, e cioè nelle stratificazioni di massa soltanto lambite dall’eco multimediale della sua opera, rimane un immenso spazio dove i rapporti tra pubblico di massa e opera seguono criteri di “riconoscibilità implicita”: l’actual.

Nell’epoca dell’arte di massa è la massa stessa a essere l’arte. Quando una mostra monografica su Van Gogh, su Monet, su Renoir attira duecentomila visitatori segnando con ciò la reale entità dell’evento in sé; quando il concetto di “bene rifugio” si estende a una tela di Fontana o a una litografia di Schifano, ecco che la vera performance, la vera “forma d’arte” diviene la massa stessa nel suo accostarsi all’arte. Sono i duecentomila in visita a essere l’“installazione vivente” e Vincent Van Gogh soltanto il pretesto accidentale, il supporto strutturale affinché la massa assuma i connotati di una vera e propria opera. L’oggetto nell’arte di Vanessa Beecroft non è la performance in sé, non lo sono le comparse delle situazioni che l’artista mette in scena, non lo sono nemmeno i filmati o le fotografie che vengono poi venduti a testimonianza dell’avvenuto. L’oggetto dell’opera della Beecroft sono le masse di spettatori che accorrono a osservare l’installazione-evento. È il fiume di persone, prima alla cassa, poi nella sala, poi di fronte all’evento che, pur non essendo raccolto in nessun “alveo”, costituisce la reale dimensione dell’opera che fa esistere assistendovi.

L’esistere e l’assistere si compenetrano nella dimensione del multimediale digitale – vero paradigma interpretativo dominante – nel momento in cui l’individuo accetta di essere connesso alla rete culturale che lo “salva”, seppure quasi mai “con nome”. La vera metafora della “rete” di Internet, infatti, non è quella di tipo marino, così come la “navigazione” in Internet non va intesa come a bordo di un virtuale vascello. La Rete – the Net – cui si fa riferimento è più verosimilmente quella degli acrobati, è la Rete “di sicurezza” senza la quale chiunque si sfracellerebbe dopo un salto così ampio e spericolato. Una volta connessi è necessaria una rete che ci salvi da una rovinosa caduta.
Ecco dunque intravedere alcuni oggetti, alcuni momenti, alcune situazioni dove tutto ciò si rende manifesto e dove tutto ciò ci appare, seppur per un instante di imminenza, chiarificato nell’actual.

La Google-epistemologia
Primo requisito fondamentale per poter distinguere l’actual è il ricondurre le capacità analitiche individuali allo schema del “motore di ricerca”. Ogni tipo di conoscenza, nell’epoca del multimediale digitale, è riconducibile allo schema esplorativo del motore di ricerca.
L’actual non corrisponde generalmente al proprio gusto, ma è il gusto ad uniformarsi all’actual: ecco spiegata la costante sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa “che si stava cercando” ma di cui non si aveva cognizione precisa. Esattamente come di fronte al lettore mp3 delle dimensioni di una carta di credito oppure al robot della Sony che pulisce la casa, ci si accorge di avere sempre desiderato ciò che solo in quel momento si apprende esistere.

L’actual è il canale attraverso il quale il gusto diviene autonomo dall’indirizzo della tendenza (che informa invece il trendy) e si trasforma in personalizzazione estrema: le elaborazioni dei propri oggetti tecnologici, di cui il raffreddamento ad acqua per i PC è il simbolo estremo di questo momento, sino ad arrivare alla domotica in tutte le sue declinazioni ipertecnologiche. È la definitiva consacrazione delle tendenze nate in strada per divenire poi trend consolidato e riconosciuto. È l’aspirazione giovanile generalizzata di divenire tutti cool hunters senza scadere nell’eccentricità, ma semplicemente cogliendo l’imminenza un attimo prima degli altri. È il definitivo superamento del viaggio a Londra o a New York in quanto “centri del mondo” visto che ormai la main street in cui si creano le nuove tendenze è raggiungibile tramite connessione telematica e la presenza in loco è accessibile sempre e comunque nell’asettica e rassicurante dimensione della webcam o della videofonia urbana.

I quindici minuti di notorietà di cui parlò Andy Warhol si sono realizzati nei quindici minuti attraverso i quali si dilata l’imminenza dell’actual prima di divenire trendy o cool o vintage o glamour, per poi fuoriuscire dall’imminenza e perdere il suo valore aggiunto. E farsi superare.
Un elemento di fondamentale rilevanza e cifra distintiva dell’actual, sia dal punto di vista genetico che della sua “riconoscibilità”, consiste nella distanza. Distanza, beninteso, concepita come evidenziazione di una mancanza, di un’inadeguatezza, di un’assenza da colmare, di un punto “ulteriore” da raggiungere. Di un momento estetico che affascina per la sua impensabilità, per la sua alterità mai troppo “altra” da provocare, mai troppo consueta da passare inosservata. Esattamente come i quadri di Mark Ryden, pittore actual per eccellenza. Questo tipo di distanza è esattamente il luogo attraverso il quale si rende visibile, seppure per un istante, la metamorfosi tra arte e massa, tra reale e digitale, tra virtuale e oggettuale. Si palesa nelle forme dell’interesse non ancora di massa ma inesorabilmente destinato a essere tale. Un interesse situato nell’imminenza del divenire di massa, cioè dotato di una riconoscibilità tempestiva, efficace, acuta, che attesta in chi la sa mettere in atto una capacità, una propensione a comprendere i processi del multimediale digitale e quindi un’appartenenza del soggetto all’actual. Appartenenza che, paradossalmente, si manifesta grazie alla presa d’atto della distanza tra sé e ciò che è actual e nel conseguente tentativo di avvicinarvisi per quanto possibile.

Giacché possedere l’actual è l’unico canale per essere actual, occorre saperlo riconoscere prima e più acutamente degli altri. Infatti tutto ciò che è actual è limitato nella quantità ma soprattutto nel tempo, visto che ogni possesso prelude a un altro ulteriore sempre più esclusivo e sempre più spostato, nell’asse ideale che ha per vertici “la massa” e “l’arte”, verso la polarità dell’arte, senza che ciò precluda in maniera definitiva (senza cioè indugiare troppo nei criptici territori del concettualismo) l’imminente passaggio nella parte della massa.

L’actual non si descrive ma si indica. Quindi, non si capisce ma si percepisce. In ciò non si differenzia dai flussi multimediali polisensoriali che investono l’individuo sollecitandone reazioni multiple e di diversa soglia attentiva. Semplicemente, si avvicina più a una sorta di tacita capacità critica piuttosto che a una dispersiva elaborazione dialettica. Ancora una volta il tempo digitale – tempo reale – informa il processo.

Infine, il discrimine tra actual e waste: la qualità. Il multimediale digitale universalizza la ricerca della qualità intesa come qualità della vita, benessere, fruizione di beni sempre più specializzati. In questo senso ciò che rende qualcosa actual all’interno di un’offerta talmente estesa da essere virtualmente incontrollabile (e dunque inconoscibile nelle sue reali possibilità di soddisfacimento del singolo gusto iperspecializzato) è la sua elaborazione qualitativa. In questo senso ciò è il trionfo del processo di massificazione del gusto che ha contraddistinto il Novecento. È l’esito finale di ciò che Proust nella Recherche indicò come tratto distintivo del “saper vivere”: conoscere gli “indirizzi giusti” cioè sapere come procurarsi gli oggetti di qualità, in quali negozi, da quali sarti, in quali pasticcerie recarsi per avere ciò che il “gran mondo” ritiene “all’altezza”. Ma quando il “gran mondo” diviene il “mondo grande” della Rete che tutto contiene e ovunque arriva, ecco che la possibilità concessa ai pochi bon vivants di inizio Novecento diviene oggi dominio universale limitato soltanto dalla nuova unica vera barriera sociale: il digital divide.

Ma se a tutti – a tutti coloro che sono connessi – è data la possibilità di accostarsi a ogni tipo di oggetto, s’impone la necessaria capacità di discernere ciò che è desiderabile da ciò che è da evitare in base a criteri squisitamente qualitativi. Ecco dunque riaffermarsi il Made in Italy come luogo d’elezione dell’actual nel mondo – anche se più actual all’estero che non in Italia – contrapposto alla contraffazione cinese che, al contrario, rappresenta il waste nel suo tentativo di replicare il desiderabile eliminandone per definizione l’aspetto qualitativo e riproponendo un oggetto simbolico spogliato dei suoi connotati di esclusività.
Una nuova “esclusività di massa” si sta delineando. Tutto sta nel saperla cogliere un attimo dopo che è stata immessa nella Rete e un attimo primo che divenga definitivamente consacrata dalla massa. In questo consiste l’actual.                                 
Matteo G. Brega



Avviso ai naviganti - Tecnologia evasiva

Geniale, l’idea. In un Paese dove si inviano cento milioni di SMS al giorno, per un importo di quattordici milioni di euro (ponendo a 0,14 euro il costo unitario dei messaggi), imporre una tassa su ciascuno: anche una piccolissima percentuale garantirebbe all’erario un’entrata consistente.
Non è una battuta. Ci ha provato il governo delle Filippine, dov’è dovuta intervenire la presidente Gloria Arroyo in persona per dissipare i timori che si addensavano sulla popolazione. I filippini, infatti, come dimostrano le cifre sopra riportate, sono utenti affezionati degli SMS: al punto da aver incastrato con questa tecnologia nel 2001 – l’ha ricordato Howard Rheingold in Smart Mobs (Raffaello Cortina Editore, Milano 2003) – l’allora presidente Joseph Estrada, radunando una gran folla davanti al Parlamento (ventimila persone in venti minuti, un milione in quattro giorni)  per impedire che il procedimento di messa sotto accusa del presidente medesimo fosse interrotto dai sodali dell’accusato, come stava silenziosamente avvenendo.

Analoghi messaggi sembrano essere stati alla base della mobilitazione che, alla vigilia delle elezioni spagnole del marzo scorso, ha indotto centinaia di migliaia di cittadini a protestare contro il governo che – come ripetevano implacabili gli sms che passavano da un cellulare all’altro – aveva ingannato la nazione spagnola sui veri mandanti dei terribili attentati avvenuti a Madrid il 13 marzo precedente.
E pensare che la tecnologia SMS era considerata accessoria e marginale dagli inventori della telefonia cellulare. Il che conferma, per inciso, che la tecnologia, oltre a essere invasiva, è sempre anche evasiva: vale a dire, impossibile da condizionare. 
Giuseppe Romano



Internet, la nuova mappa dell’Impero

Borges lo diceva che qualcuno prima o dopo l’avrebbe disegnata, una carta grande e ricca come il mondo. Con la Rete telematica, da New York possiamo sapere che film danno a Canicattì e che notizie pubblica il quotidiano di Lubecca. La geolocalizzazione sta per riservarci una realtà “aumentata” da arricchire e riscrivere a piacere

Tra le profezie che hanno accompagnato l’avvento della realtà virtuale e di Internet, le più accreditate si riferivano alla radicale trasformazione del concetto di “presenza”. Con le nuove tecnologie della comunicazione diventa possibile essere virtualmente in luoghi lontani, viaggiare senza muoversi dalla propria scrivania, trasferire la propria identità, ormai ridotta a un nugolo di bit in transito velocissimo da un capo all’altro del pianeta, ed eseguire le più svariate operazioni come se si fosse realmente presenti. Le webcam diffuse ovunque consentono di monitorare i luoghi più disparati (la prima, e più celebre fu attivata per controllare a distanza una macchina per il caffè in un corridoio dell’università di Cambridge). Ma esistono anche sistemi per attivare robot che svolgono operazioni di ogni tipo: un artista di origini australiane, Ken Goldberg, per esempio ha realizzato un giardino che è possibile innaffiare e seminare a distanza collegandosi al sito www.telegarden.aec.

Tecnicamente queste sperimentazioni fanno parte di un settore ribattezzato “telepresenza” e che ha portato a rimettere in seria discussione il concetto di distanza. Alla metà degli anni Novanta Paul Virilio ipotizzava l’avvento di una società di “viaggiatori virtuali”, immobili osservatori di schermi, ormai incapaci di spostarsi autonomamente.  Nello stesso periodo lo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke (l’autore di 2001 Odissea nello spazio) delineava uno scenario totalmente diverso: «La prossima grande rivoluzione? La mobilità totale», riferendosi all’avvento delle tecnologie senza fili.  Due visioni apparentemente antitetiche, destinate a incontrarsi su un punto, ormai assodato: immobile o in movimento, la reale collocazione nello spazio di chi usa Internet è tutt’altro che irrilevante. Il futuro di Internet passa anzi proprio attraverso questa «rivincita della geografia», come l’ha chiamata l’Economist.

Geografia sul Web
Fra i sintomi di questa “rivincita” c’è l’interesse crescente verso le rappresentazioni geografiche della Rete. Come si può rappresentare lo spazio di Internet? Non basta più immaginarlo con l’aiuto di descrizioni letterarie come la prima, celeberrima, di William Gibson che nel suo Neuromante del 1984 spalancava le porte sull’inesplorato “cyberspazio”:  «Linee di luce allineate nel non spazio della mente: ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città che si allontano». Oggi ci chiediamo dove sono questi dati e perché sono lì e non altrove. E che rappresentazione visiva possiamo dare di queste costellazioni? Il bel sito www.cybergeography.org (che esiste anche in versione italiana, a cura del Museo della scienza e della tecnologia di Milano, all’indirizzo www.mappedellarete.it) contiene numerose risposte nella forma di possibili mappe del cyberspace. Si va dalle rappresentazioni geografiche sulla distribuzione delle dorsali, dei server e dei domini Internet fino alle fantasiose raffigurazioni di spazi di pura informazione.

Non basta immaginarla, la Rete. Ormai è un mondo che ci è familiare e, com’è stato per i continenti, nell’era della loro scoperta vogliamo delle mappe che ci aiutino a esplorarlo. Ma, certo, trattandosi di uno spazio virtuale, che cambia a seconda del nostro approccio, l’operazione è di gran lunga più complessa. Se guardiamo alla distribuzione territoriale dell’hardware (computer, cavi, router), e alla collocazione dei domini e dei luoghi di produzione dei contenuti che circolano nella Rete, ci accorgiamo che l’intreccio fra spazio reale e virtuale è molto più stretto di quanto si potesse immaginare nei primi gloriosi anni dell’espansione di Internet, concepita come mezzo democratico e di accesso consentito a tutti. Come spiega Manuel Castells in Galassia Internet (Feltrinelli, Milano 2002) «la fornitura di contenuti per Internet [...] è concentrata in pochi Paesi; è localizzata in maniera decisa nelle aree metropolitane e in particolare in alcune delle aree metropolitane più ricche del mondo». Internet si amplia e progressivamente ridimensiona il ruolo centrale degli Stati Uniti, ma la diffusione segue un modello spaziale «che frammenta la sua geografia in base a ricchezza, tecnologia e forza. È la nuova geografia dello sviluppo».  Lo spazio delle informazioni che transitano sulla rete, come spiega ancora lo studioso «ridefinisce la distanza, ma non cancella la geografia». La collocazione geografica fuori e dentro la rete è la nuova frontiera del Web. Altri segnali ci convincono della validità di questa ipotesi.

Prendiamo come esempio una notizia di queste ultime settimane: il motore di ricerca Google ha lanciato un servizio di ricerche che individuano la reale collocazione geografica di chi si collega. Attiva per il momento soltanto negli Stati Uniti, la nuova funzionalità permette per esempio a un utente che si trova a Dallas di individuare il fioraio, il ristorante o il supermercato più vicino.  Un servizio analogo era stato lanciato qualche mese fa da Yahoo (Smartview). Lo scopo ovviamente è mettere le mani sul lucroso mercato della pubblicità locale, che può essere proposta ai navigatori in modo molto più preciso. Le società che offrono funzionalità di “geo-localizzazione” si stanno così moltiplicando. Il principio su cui si basano è individuare il codice (il numero IP) che identifica il computer connesso alla Rete e consultare un database all’interno del quale i numeri sono collegati agli indirizzi geografici. Se vi collegate per esempio al sito www.hostip.info, la prima informazione che ottenete è la città da cui siete connessi. Ma esistono molte altre società che sviluppano tecnologie di questo tipo (Quova e Digital Envoy fra le altre). Le applicazioni sono molteplici: dalla scelta della lingua corretta in cui presentare un certo sito sino al commercio elettronico. In particolare, uno studio recente di ViaMichelin (la versione online della celebre guida turistica) ha evidenziato un comportamento frequente nei navigatori europei: utilizzano il web per le ricerche, ma per gli acquisti si scollegano e cercano un punto vendita nel mondo “reale”. Da qui l’esigenza di legare sempre più strettamente lo spazio virtuale e quello reale, per esempio fornendo informazioni sul punto vendita più vicino al termine della ricerca nel web. Anche il mondo dei blog – le raccolte di link e i diari online in vorticosa crescita – non resta indifferente alla possibilità di collegare le proprie informazioni allo spazio reale: visitando il sito www.blogmapper.com si può cliccare su vari punti della mappa di una città e leggere i “graffiti” virtuali che hanno lasciato i precedenti visitatori: con consigli su che cosa ordinare nel tal ristorante o su un particolare architettonico che rischia di passare inosservato.

Una lavagna planetaria
Ma la commistione fra mondo reale e virtuale può spingersi fino alla completa sovrapposizione dei due spazi, che arrivano a combaciare perfettamente a partire dalla collocazione geografica di un utente. La chiave per questa evoluzione è l’intreccio di tre tecnologie: telefonia cellulare, collegamento senza fili a Internet e  sistemi di localizzazione satellitare GPS (Global Positioning System), gli stessi che sono ormai presenti su molte auto per fornire indicazioni stradali. Un passo interessante in questa direzione è il nuovo cellulare Alcatel (disponibile in Italia da giugno) che offre la possibilità di consultare mappe geografiche in collegamento diretto con il database De Agostini. Il progetto più ambizioso a questo proposito è stato intrapreso da IBM: si chiama World Board e  ha l’obiettivo di creare «una lavagna planetaria per gli studenti del ventunesimo secolo, che permetta loro di affiggere e leggere messaggi associati a ogni luogo del pianeta», come spiega l’ideatore, Jim Spohrer, citato da Howard Rheingold nel suo ultimo libro Smart mobs (Raffaello Cortina Editore, Milano 2003). In pratica si tratta di considerare il mondo intero come una sorta di lavagna su cui scrivere virtualmente annotazioni che altri troveranno. L’idea è venuta allo studioso durante una gita in montagna: vedendo una pianta insolita si trovò a rimpiangere di non poter consultare immediatamente uno strumento in grado di individuarne nome e caratteristiche. Un computer palmare con funzioni di telefono cellulare, un collegamento a Internet e un GPS potrebbero costituire lo strumento adatto. In tal modo, qualsiasi luogo potrebbe essere arricchito di informazioni, in grado di rendersi visibili non appena l’utente del telefono cellulare vi si trova.

Così, visitando i padiglioni di una fiera, un sistema del genere potrebbe visualizzare nome e coordinate dell’espositore di un certo stand proprio mentre il visitatore vi si sta avvicinando.
In un futuro non lontano le informazioni che amplificano lo scenario reale non saranno visibili soltanto sullo schermo di un telefonino, ma all’interno di un paio di occhiali dotati di schermi. L’effetto sarà quello di una sorta di “visione a raggi x”, che ci mostrerà dati e indicazioni sovrapposti alla realtà circostante.

Il mondo attorno a noi si arricchisce così di informazioni che dovrebbero aiutarci a comprenderlo. La realtà non è più semplicemente “reale”, è una realtà “aumentata” (secondo la terminologia tecnica introdotta per descrivere queste ricerche). Sopra quello che vediamo si stende una pellicola virtuale di informazioni, consigli, approfondimenti che ce la fanno conoscere meglio: il nostro movimento nello spazio attiva questa nuvola di informazioni pronte a fluttuare davanti ai nostri occhi quando ci troviamo in un certo luogo.
Difficile non pensare ai celebri cartografi citati da Borges: essi «fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso». La mappa virtuale dovrebbe rendere più comprensibile il mondo. Sempre che, viceversa, non serva a nasconderlo, come nell’apologo borgesiano, e ad allontanarci ancora di più dalla realtà.
Stefania Garassini
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