Il manifesto dell'Actual
Nell’era della Rete e della
connessione totale, le vecchie categorie sopra e sotto, destra e
sinistra, est e ovest, sono obsolete. Il nuovo mondo digitale è
compreso tra Actual e Waste. Ciò che sarà di moda tra breve e quello
che non lo è già più
La nottola di Minerva si alza in volo
sempre per ultima. Infatti l’actual c’è già da tempo, solo che non ce
n’eravamo ancora resi conto. L’actual è presente in ogni manifestazione
contemporanea, riposa nell’“imminenza del reale”.
Actual non è ciò che è “attuale”. Non è nemmeno ciò che Pierre Lévy
teorizza come risultato di un’“attualizzazione” contrapposta alla
“virtualizzazione”.
Actual è il momento del passaggio estremo. Lo spazio dove il digitale
mostra il suo link con la realtà. Se tutto è alla portata di tutti –
qui sta la peculiarità dell’utilizzo multimediale della tecnologia
digitale, nella sua velocità –, è in atto una rivoluzione nel concetto
di percezione, di elaborazione, di analisi del dato reale in quanto
tale. La profezia del “villaggio globale” si avvera, seppure non negli
esiti previsti da Marshall McLuhan. Abbiamo, sì, la globalità. Ma la
paghiamo perdendo la “tangibilità” dei dati. Per capire l’actual
dobbiamo guardare quale straordinaria, sostanziale ridefinizione
abbiano ricevuto le categorie proprie della globalità. Sì, il villaggio
è globale, ma ad abitarlo si è affollata una globalità di early users,
di trend setters, di cool hunters: e cioè una globalità potenziale, una
globalità d’élite, limitata a chi ha le keys per interagire con il
mondo. Tutta gente che si dedica a profetizzare, ad anticipare, a
individuare quel che non c’è ancora ma presto ci sarà. Gente che entra
in conflitto con le nuove forme della stratificazione del messaggio, di
ciò che è “inarrivabile”, “inavvicinabile” ma soltanto momentaneamente.
Che presto sarà detto, usato, fruito e poi passato, vecchio,
abbandonato.
Superato l’eterno scarto tra essere e dover essere, ecco che ciò che
l’individuo aspira a divenire e ad avere si riduce a essere
semplicemente fruibile in virtù della propria intrinseca ed estrema
possibilità di essere fruito-da-tutti. è la legge della società di
massa, dei mass media. Sull’orlo di quella possibilità non ancora
realizzata, e solo allora, potrà esserci l’actual. Per un lasso
limitato di tempo, beninteso, giacché nulla è sempre actual ma tutto lo
può ancora diventare e tutto lo è già stato in un’altra dimensione –
culturale, spaziale, temporale. È il momento di una metamorfosi
spengleriana grazie alla quale, come le “trasformazioni” dell’Agente
Smith in Matrix, si riesce a cogliere il momento di passaggio di ciò
che sta per trasformarsi da oggetto misconosciuto a meta del desiderio
collettivo, da elemento sparso nella Rete a qualcosa di actual.
Il trendy è un’altra cosa
Ciò che è actual non è necessariamente trendy e viceversa. I dolori del
giovane Werther fu un libro senza dubbio prima actual e poi trendy,
così come le sedute spiritiche furono trendy alla fine dell’Ottocento,
quando divennero vera e propria moda diffusa in tutta Europa. Vermeer
fu trendy a inizio Novecento, ma colpì soltanto un “segmento alto”
d’interesse. Furono invece gli impressionisti a essere assolutamente
actual nel momento in cui resero superata, con la loro stessa
esistenza-persistenza, tutta la critica a loro avversa ridefinendone i
criteri in base ai propri canoni estetici. Diciamo tutto ciò, sia ben
chiaro, tentando un ipotetico esercizio di scuola, cercando, cioè, di
applicare categorie nuove a momenti storici a cui tali categorie non
sono applicabili se non all’interno di quella che Nietzsche chiamerebbe
una «concezione monumentale della storia». Concedendoci dunque di
essere storicisti soltanto a fini esplicativi, per cercare di far
intendere meglio ciò che prima della rivoluzione multimediale digitale
era vero ma soltanto implicitamente, e cercando di dimostrare la
validità universale del concetto di “imminenza” applicato alle tendenze
culturali: entro questa cornice possiamo pensare che già Matthew Arnold
nel suo Cultura e Anarchia (1869) ragionò in termini di «cultura alta»
e «cultura bassa», evidenziando i cortocircuiti tra i due ambiti che
solo oggi deflagrano in tutto il loro interesse.
Giunti al termine del processo di distacco tra pubblico e fruizione
dell’opera d’arte, giunti quindi all’esito finale del processo
innescato dalle Avanguardie del Novecento, ci troviamo immersi in un
nuovo tipo di rapporto tra artista, opera e pubblico dove ogni vertice
della triade non può più essere pensato se non in contemporaneità
digitale con gli altri due. È addirittura ovvio pensare a Maurizio
Cattelan come a un simbolo del cortocircuito tra arte e pubblico. Ma
dove il percorso e la riflessione dell’opera di Cattelan non giungono,
e cioè nelle stratificazioni di massa soltanto lambite dall’eco
multimediale della sua opera, rimane un immenso spazio dove i rapporti
tra pubblico di massa e opera seguono criteri di “riconoscibilità
implicita”: l’actual.
Nell’epoca dell’arte di massa è la massa stessa a essere l’arte. Quando
una mostra monografica su Van Gogh, su Monet, su Renoir attira
duecentomila visitatori segnando con ciò la reale entità dell’evento in
sé; quando il concetto di “bene rifugio” si estende a una tela di
Fontana o a una litografia di Schifano, ecco che la vera performance,
la vera “forma d’arte” diviene la massa stessa nel suo accostarsi
all’arte. Sono i duecentomila in visita a essere l’“installazione
vivente” e Vincent Van Gogh soltanto il pretesto accidentale, il
supporto strutturale affinché la massa assuma i connotati di una vera e
propria opera. L’oggetto nell’arte di Vanessa Beecroft non è la
performance in sé, non lo sono le comparse delle situazioni che
l’artista mette in scena, non lo sono nemmeno i filmati o le fotografie
che vengono poi venduti a testimonianza dell’avvenuto. L’oggetto
dell’opera della Beecroft sono le masse di spettatori che accorrono a
osservare l’installazione-evento. È il fiume di persone, prima alla
cassa, poi nella sala, poi di fronte all’evento che, pur non essendo
raccolto in nessun “alveo”, costituisce la reale dimensione dell’opera
che fa esistere assistendovi.
L’esistere e l’assistere si compenetrano nella dimensione del
multimediale digitale – vero paradigma interpretativo dominante – nel
momento in cui l’individuo accetta di essere connesso alla rete
culturale che lo “salva”, seppure quasi mai “con nome”. La vera
metafora della “rete” di Internet, infatti, non è quella di tipo
marino, così come la “navigazione” in Internet non va intesa come a
bordo di un virtuale vascello. La Rete – the Net – cui si fa
riferimento è più verosimilmente quella degli acrobati, è la Rete “di
sicurezza” senza la quale chiunque si sfracellerebbe dopo un salto così
ampio e spericolato. Una volta connessi è necessaria una rete che ci
salvi da una rovinosa caduta.
Ecco dunque intravedere alcuni oggetti, alcuni momenti, alcune
situazioni dove tutto ciò si rende manifesto e dove tutto ciò ci
appare, seppur per un instante di imminenza, chiarificato nell’actual.
La Google-epistemologia
Primo requisito fondamentale per poter distinguere l’actual è il
ricondurre le capacità analitiche individuali allo schema del “motore
di ricerca”. Ogni tipo di conoscenza, nell’epoca del multimediale
digitale, è riconducibile allo schema esplorativo del motore di ricerca.
L’actual non corrisponde generalmente al proprio gusto, ma è il gusto
ad uniformarsi all’actual: ecco spiegata la costante sensazione di
trovarsi di fronte a qualcosa “che si stava cercando” ma di cui non si
aveva cognizione precisa. Esattamente come di fronte al lettore mp3
delle dimensioni di una carta di credito oppure al robot della Sony che
pulisce la casa, ci si accorge di avere sempre desiderato ciò che solo
in quel momento si apprende esistere.
L’actual è il canale attraverso il quale il gusto diviene autonomo
dall’indirizzo della tendenza (che informa invece il trendy) e si
trasforma in personalizzazione estrema: le elaborazioni dei propri
oggetti tecnologici, di cui il raffreddamento ad acqua per i PC è il
simbolo estremo di questo momento, sino ad arrivare alla domotica in
tutte le sue declinazioni ipertecnologiche. È la definitiva
consacrazione delle tendenze nate in strada per divenire poi trend
consolidato e riconosciuto. È l’aspirazione giovanile generalizzata di
divenire tutti cool hunters senza scadere nell’eccentricità, ma
semplicemente cogliendo l’imminenza un attimo prima degli altri. È il
definitivo superamento del viaggio a Londra o a New York in quanto
“centri del mondo” visto che ormai la main street in cui si creano le
nuove tendenze è raggiungibile tramite connessione telematica e la
presenza in loco è accessibile sempre e comunque nell’asettica e
rassicurante dimensione della webcam o della videofonia urbana.
I quindici minuti di notorietà di cui parlò Andy Warhol si sono
realizzati nei quindici minuti attraverso i quali si dilata l’imminenza
dell’actual prima di divenire trendy o cool o vintage o glamour, per
poi fuoriuscire dall’imminenza e perdere il suo valore aggiunto. E
farsi superare.
Un elemento di fondamentale rilevanza e cifra distintiva dell’actual,
sia dal punto di vista genetico che della sua “riconoscibilità”,
consiste nella distanza. Distanza, beninteso, concepita come
evidenziazione di una mancanza, di un’inadeguatezza, di un’assenza da
colmare, di un punto “ulteriore” da raggiungere. Di un momento estetico
che affascina per la sua impensabilità, per la sua alterità mai troppo
“altra” da provocare, mai troppo consueta da passare inosservata.
Esattamente come i quadri di Mark Ryden, pittore actual per eccellenza.
Questo tipo di distanza è esattamente il luogo attraverso il quale si
rende visibile, seppure per un istante, la metamorfosi tra arte e
massa, tra reale e digitale, tra virtuale e oggettuale. Si palesa nelle
forme dell’interesse non ancora di massa ma inesorabilmente destinato a
essere tale. Un interesse situato nell’imminenza del divenire di massa,
cioè dotato di una riconoscibilità tempestiva, efficace, acuta, che
attesta in chi la sa mettere in atto una capacità, una propensione a
comprendere i processi del multimediale digitale e quindi
un’appartenenza del soggetto all’actual. Appartenenza che,
paradossalmente, si manifesta grazie alla presa d’atto della distanza
tra sé e ciò che è actual e nel conseguente tentativo di avvicinarvisi
per quanto possibile.
Giacché possedere l’actual è l’unico canale per essere actual, occorre
saperlo riconoscere prima e più acutamente degli altri. Infatti tutto
ciò che è actual è limitato nella quantità ma soprattutto nel tempo,
visto che ogni possesso prelude a un altro ulteriore sempre più
esclusivo e sempre più spostato, nell’asse ideale che ha per vertici
“la massa” e “l’arte”, verso la polarità dell’arte, senza che ciò
precluda in maniera definitiva (senza cioè indugiare troppo nei
criptici territori del concettualismo) l’imminente passaggio nella
parte della massa.
L’actual non si descrive ma si indica. Quindi, non si capisce ma si
percepisce. In ciò non si differenzia dai flussi multimediali
polisensoriali che investono l’individuo sollecitandone reazioni
multiple e di diversa soglia attentiva. Semplicemente, si avvicina più
a una sorta di tacita capacità critica piuttosto che a una dispersiva
elaborazione dialettica. Ancora una volta il tempo digitale – tempo
reale – informa il processo.
Infine, il discrimine tra actual e waste: la qualità. Il multimediale
digitale universalizza la ricerca della qualità intesa come qualità
della vita, benessere, fruizione di beni sempre più specializzati. In
questo senso ciò che rende qualcosa actual all’interno di un’offerta
talmente estesa da essere virtualmente incontrollabile (e dunque
inconoscibile nelle sue reali possibilità di soddisfacimento del
singolo gusto iperspecializzato) è la sua elaborazione qualitativa. In
questo senso ciò è il trionfo del processo di massificazione del gusto
che ha contraddistinto il Novecento. È l’esito finale di ciò che Proust
nella Recherche indicò come tratto distintivo del “saper vivere”:
conoscere gli “indirizzi giusti” cioè sapere come procurarsi gli
oggetti di qualità, in quali negozi, da quali sarti, in quali
pasticcerie recarsi per avere ciò che il “gran mondo” ritiene
“all’altezza”. Ma quando il “gran mondo” diviene il “mondo grande”
della Rete che tutto contiene e ovunque arriva, ecco che la possibilità
concessa ai pochi bon vivants di inizio Novecento diviene oggi dominio
universale limitato soltanto dalla nuova unica vera barriera sociale:
il digital divide.
Ma se a tutti – a tutti coloro che sono connessi – è data la
possibilità di accostarsi a ogni tipo di oggetto, s’impone la
necessaria capacità di discernere ciò che è desiderabile da ciò che è
da evitare in base a criteri squisitamente qualitativi. Ecco dunque
riaffermarsi il Made in Italy come luogo d’elezione dell’actual nel
mondo – anche se più actual all’estero che non in Italia – contrapposto
alla contraffazione cinese che, al contrario, rappresenta il waste nel
suo tentativo di replicare il desiderabile eliminandone per definizione
l’aspetto qualitativo e riproponendo un oggetto simbolico spogliato dei
suoi connotati di esclusività.
Una nuova “esclusività di massa” si sta delineando. Tutto sta nel
saperla cogliere un attimo dopo che è stata immessa nella Rete e un
attimo primo che divenga definitivamente consacrata dalla massa. In
questo consiste l’actual.
Matteo G. Brega
Avviso ai naviganti - Tecnologia evasiva
Geniale, l’idea. In un Paese dove si
inviano cento milioni di SMS al giorno, per un importo di quattordici
milioni di euro (ponendo a 0,14 euro il costo unitario dei messaggi),
imporre una tassa su ciascuno: anche una piccolissima percentuale
garantirebbe all’erario un’entrata consistente.
Non è una battuta. Ci ha provato il governo delle Filippine, dov’è
dovuta intervenire la presidente Gloria Arroyo in persona per dissipare
i timori che si addensavano sulla popolazione. I filippini, infatti,
come dimostrano le cifre sopra riportate, sono utenti affezionati degli
SMS: al punto da aver incastrato con questa tecnologia nel 2001 – l’ha
ricordato Howard Rheingold in Smart Mobs
(Raffaello Cortina Editore, Milano 2003) – l’allora presidente Joseph
Estrada, radunando una gran folla davanti al Parlamento (ventimila
persone in venti minuti, un milione in quattro giorni) per
impedire che il procedimento di messa sotto accusa del presidente
medesimo fosse interrotto dai sodali dell’accusato, come stava
silenziosamente avvenendo.
Analoghi messaggi sembrano essere stati alla base della mobilitazione
che, alla vigilia delle elezioni spagnole del marzo scorso, ha indotto
centinaia di migliaia di cittadini a protestare contro il governo che –
come ripetevano implacabili gli sms che passavano da un cellulare
all’altro – aveva ingannato la nazione spagnola sui veri mandanti dei
terribili attentati avvenuti a Madrid il 13 marzo precedente.
E pensare che la tecnologia SMS era considerata accessoria e marginale
dagli inventori della telefonia cellulare. Il che conferma, per inciso,
che la tecnologia, oltre a essere invasiva, è sempre anche evasiva:
vale a dire, impossibile da condizionare.
Giuseppe Romano
Internet, la nuova mappa dell’Impero
Borges lo diceva che qualcuno prima o
dopo l’avrebbe disegnata, una carta grande e ricca come il mondo. Con
la Rete telematica, da New York possiamo sapere che film danno a
Canicattì e che notizie pubblica il quotidiano di Lubecca. La
geolocalizzazione sta per riservarci una realtà “aumentata” da
arricchire e riscrivere a piacere
Tra le profezie che hanno
accompagnato l’avvento della realtà virtuale e di Internet, le più
accreditate si riferivano alla radicale trasformazione del concetto di
“presenza”. Con le nuove tecnologie della comunicazione diventa
possibile essere virtualmente in luoghi lontani, viaggiare senza
muoversi dalla propria scrivania, trasferire la propria identità, ormai
ridotta a un nugolo di bit in transito velocissimo da un capo all’altro
del pianeta, ed eseguire le più svariate operazioni come se si fosse
realmente presenti. Le webcam diffuse ovunque consentono di monitorare
i luoghi più disparati (la prima, e più celebre fu attivata per
controllare a distanza una macchina per il caffè in un corridoio
dell’università di Cambridge). Ma esistono anche sistemi per attivare
robot che svolgono operazioni di ogni tipo: un artista di origini
australiane, Ken Goldberg, per esempio ha realizzato un giardino che è
possibile innaffiare e seminare a distanza collegandosi al sito
www.telegarden.aec.
Tecnicamente queste sperimentazioni fanno parte di un settore
ribattezzato “telepresenza” e che ha portato a rimettere in seria
discussione il concetto di distanza. Alla metà degli anni Novanta Paul
Virilio ipotizzava l’avvento di una società di “viaggiatori virtuali”,
immobili osservatori di schermi, ormai incapaci di spostarsi
autonomamente. Nello stesso periodo lo scrittore di fantascienza
Arthur C. Clarke (l’autore di 2001 Odissea nello spazio) delineava uno
scenario totalmente diverso: «La prossima grande rivoluzione? La
mobilità totale», riferendosi all’avvento delle tecnologie senza
fili. Due visioni apparentemente antitetiche, destinate a
incontrarsi su un punto, ormai assodato: immobile o in movimento, la
reale collocazione nello spazio di chi usa Internet è tutt’altro che
irrilevante. Il futuro di Internet passa anzi proprio attraverso questa
«rivincita della geografia», come l’ha chiamata l’Economist.
Geografia sul Web
Fra i sintomi di questa “rivincita” c’è l’interesse crescente verso le
rappresentazioni geografiche della Rete. Come si può rappresentare lo
spazio di Internet? Non basta più immaginarlo con l’aiuto di
descrizioni letterarie come la prima, celeberrima, di William Gibson
che nel suo Neuromante del 1984 spalancava le porte sull’inesplorato
“cyberspazio”: «Linee di luce allineate nel non spazio della
mente: ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città che
si allontano». Oggi ci chiediamo dove sono questi dati e perché sono lì
e non altrove. E che rappresentazione visiva possiamo dare di queste
costellazioni? Il bel sito www.cybergeography.org (che esiste anche in
versione italiana, a cura del Museo della scienza e della tecnologia di
Milano, all’indirizzo www.mappedellarete.it) contiene numerose risposte
nella forma di possibili mappe del cyberspace. Si va dalle
rappresentazioni geografiche sulla distribuzione delle dorsali, dei
server e dei domini Internet fino alle fantasiose raffigurazioni di
spazi di pura informazione.
Non basta immaginarla, la Rete. Ormai è un mondo che ci è familiare e,
com’è stato per i continenti, nell’era della loro scoperta vogliamo
delle mappe che ci aiutino a esplorarlo. Ma, certo, trattandosi di uno
spazio virtuale, che cambia a seconda del nostro approccio,
l’operazione è di gran lunga più complessa. Se guardiamo alla
distribuzione territoriale dell’hardware (computer, cavi, router), e
alla collocazione dei domini e dei luoghi di produzione dei contenuti
che circolano nella Rete, ci accorgiamo che l’intreccio fra spazio
reale e virtuale è molto più stretto di quanto si potesse immaginare
nei primi gloriosi anni dell’espansione di Internet, concepita come
mezzo democratico e di accesso consentito a tutti. Come spiega Manuel
Castells in Galassia Internet (Feltrinelli, Milano 2002) «la fornitura
di contenuti per Internet [...] è concentrata in pochi Paesi; è
localizzata in maniera decisa nelle aree metropolitane e in particolare
in alcune delle aree metropolitane più ricche del mondo». Internet si
amplia e progressivamente ridimensiona il ruolo centrale degli Stati
Uniti, ma la diffusione segue un modello spaziale «che frammenta la sua
geografia in base a ricchezza, tecnologia e forza. È la nuova geografia
dello sviluppo». Lo spazio delle informazioni che transitano
sulla rete, come spiega ancora lo studioso «ridefinisce la distanza, ma
non cancella la geografia». La collocazione geografica fuori e dentro
la rete è la nuova frontiera del Web. Altri segnali ci convincono della
validità di questa ipotesi.
Prendiamo come esempio una notizia di queste ultime settimane: il
motore di ricerca Google ha lanciato un servizio di ricerche che
individuano la reale collocazione geografica di chi si collega. Attiva
per il momento soltanto negli Stati Uniti, la nuova funzionalità
permette per esempio a un utente che si trova a Dallas di individuare
il fioraio, il ristorante o il supermercato più vicino. Un
servizio analogo era stato lanciato qualche mese fa da Yahoo
(Smartview). Lo scopo ovviamente è mettere le mani sul lucroso mercato
della pubblicità locale, che può essere proposta ai navigatori in modo
molto più preciso. Le società che offrono funzionalità di
“geo-localizzazione” si stanno così moltiplicando. Il principio su cui
si basano è individuare il codice (il numero IP) che identifica il
computer connesso alla Rete e consultare un database all’interno del
quale i numeri sono collegati agli indirizzi geografici. Se vi
collegate per esempio al sito www.hostip.info, la prima informazione
che ottenete è la città da cui siete connessi. Ma esistono molte altre
società che sviluppano tecnologie di questo tipo (Quova e Digital Envoy
fra le altre). Le applicazioni sono molteplici: dalla scelta della
lingua corretta in cui presentare un certo sito sino al commercio
elettronico. In particolare, uno studio recente di ViaMichelin (la
versione online della celebre guida turistica) ha evidenziato un
comportamento frequente nei navigatori europei: utilizzano il web per
le ricerche, ma per gli acquisti si scollegano e cercano un punto
vendita nel mondo “reale”. Da qui l’esigenza di legare sempre più
strettamente lo spazio virtuale e quello reale, per esempio fornendo
informazioni sul punto vendita più vicino al termine della ricerca nel
web. Anche il mondo dei blog – le raccolte di link e i diari online in
vorticosa crescita – non resta indifferente alla possibilità di
collegare le proprie informazioni allo spazio reale: visitando il sito
www.blogmapper.com si può cliccare su vari punti della mappa di una
città e leggere i “graffiti” virtuali che hanno lasciato i precedenti
visitatori: con consigli su che cosa ordinare nel tal ristorante o su
un particolare architettonico che rischia di passare inosservato.
Una lavagna planetaria
Ma la commistione fra mondo reale e virtuale può spingersi fino alla
completa sovrapposizione dei due spazi, che arrivano a combaciare
perfettamente a partire dalla collocazione geografica di un utente. La
chiave per questa evoluzione è l’intreccio di tre tecnologie: telefonia
cellulare, collegamento senza fili a Internet e sistemi di
localizzazione satellitare GPS (Global Positioning System), gli stessi
che sono ormai presenti su molte auto per fornire indicazioni stradali.
Un passo interessante in questa direzione è il nuovo cellulare Alcatel
(disponibile in Italia da giugno) che offre la possibilità di
consultare mappe geografiche in collegamento diretto con il database De
Agostini. Il progetto più ambizioso a questo proposito è stato
intrapreso da IBM: si chiama World Board e ha l’obiettivo di
creare «una lavagna planetaria per gli studenti del ventunesimo secolo,
che permetta loro di affiggere e leggere messaggi associati a ogni
luogo del pianeta», come spiega l’ideatore, Jim Spohrer, citato da
Howard Rheingold nel suo ultimo libro Smart mobs
(Raffaello Cortina Editore, Milano 2003). In pratica si tratta di
considerare il mondo intero come una sorta di lavagna su cui scrivere
virtualmente annotazioni che altri troveranno. L’idea è venuta allo
studioso durante una gita in montagna: vedendo una pianta insolita si
trovò a rimpiangere di non poter consultare immediatamente uno
strumento in grado di individuarne nome e caratteristiche. Un computer
palmare con funzioni di telefono cellulare, un collegamento a Internet
e un GPS potrebbero costituire lo strumento adatto. In tal modo,
qualsiasi luogo potrebbe essere arricchito di informazioni, in grado di
rendersi visibili non appena l’utente del telefono cellulare vi si
trova.
Così, visitando i padiglioni di una fiera, un sistema del genere
potrebbe visualizzare nome e coordinate dell’espositore di un certo
stand proprio mentre il visitatore vi si sta avvicinando.
In un futuro non lontano le informazioni che amplificano lo scenario
reale non saranno visibili soltanto sullo schermo di un telefonino, ma
all’interno di un paio di occhiali dotati di schermi. L’effetto sarà
quello di una sorta di “visione a raggi x”, che ci mostrerà dati e
indicazioni sovrapposti alla realtà circostante.
Il mondo attorno a noi si arricchisce così di informazioni che
dovrebbero aiutarci a comprenderlo. La realtà non è più semplicemente
“reale”, è una realtà “aumentata” (secondo la terminologia tecnica
introdotta per descrivere queste ricerche). Sopra quello che vediamo si
stende una pellicola virtuale di informazioni, consigli,
approfondimenti che ce la fanno conoscere meglio: il nostro movimento
nello spazio attiva questa nuvola di informazioni pronte a fluttuare
davanti ai nostri occhi quando ci troviamo in un certo luogo.
Difficile non pensare ai celebri cartografi citati da Borges: essi
«fecero una Mappa dell’Impero che aveva l’Immensità dell’Impero e
coincideva perfettamente con esso». La mappa virtuale dovrebbe rendere
più comprensibile il mondo. Sempre che, viceversa, non serva a
nasconderlo, come nell’apologo borgesiano, e ad allontanarci ancora di
più dalla realtà.
Stefania Garassini
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