Addomesticare la Rete
Oltre
l’e-commerce è arrivato l’info-commerce: ben dieci milioni di italiani
svolgono questa attività, probabilmente senza conoscerne il nome. Ed è
uno dei più interessanti segnali di crescita
Internet ormai la usano in molti: il
10% della popolazione mondiale, secondo le cifre pubblicate dall’indice
della globalizzazione di A.T. Kearney. Dati che testimoniano una
straordinaria crescita di connessioni fra il 2001 e il 2002, tale da
portare il numero totale di utenti a superare i 600 milioni e i
contenuti sul web a un volume di informazioni 17 volte più grande della
Biblioteca del Congresso americana. La crescita di navigatori della
rete è stata vertiginosa nei Paesi in via di sviluppo: 136% in India e
78% in Brasile, per citare i casi più significativi. Anche la Cina ha
visto un considerevole balzo in avanti, con un incremento del 75%. Ma a
quest’aumento non corrisponde una maggior diffusione delle
infrastrutture e dei computer, che nei Paesi del terzo Mondo restano il
10% del totale. Più persone connesse, meno macchine. Al di là delle
aride cifre – buone per evidenziare i trend
economici – c’è materia per qualche riflessione. Sta forse nascendo un
nuovo modo di usare la Rete, anche nei Paesi industrializzati. Se c’è
un pubblico che direttamente pigia i tasti e impugna il mouse per
cercare quanto di suo interesse su Internet (23 milioni di persone in
Italia, secondo il rapporto Eito), è vero anche che c’è un pubblico,
ben più ampio, che sa che la Rete esiste e sa che può essere utile per
trovare informazioni e fare acquisti a prezzi scontati, ma non la sa
usare, forse non ha nemmeno mai utilizzato un computer. Come arrivare a
quel pubblico è il problema che si è posto fin dagli albori del World
Wide Web.
Qualche anno fa, intorno al 2000, in pieno boom da new economy,
sembrava che la soluzione fosse rendere Internet simile ai media più
utilizzati, primo fra tutti la televisione. Da qui il proliferare di
siti “portali” generalisti, per attrarre un pubblico dagli interessi
vaghi, assimilabile a quello del piccolo schermo. Obbiettivo finale:
indurre il visitatore non solo a sorbirsi banner pubblicitari in
quantità, ma anche a comprare direttamente online i prodotti.
«Acquistare qualcosa online deve diventare semplice quanto cambiare
canale», sosteneva il responsabile di un’azienda specializzata in
e-commerce a fine anni ’90, tradendo il goffo tentativo di assimilare
due mezzi totalmente diversi. La strategia si rivelò perdente, anche se
resta vero che la facilità d’uso è una delle chiavi del successo della
Rete. Gli incontri e le combinazioni fra Internet e tv sono ben più
complessi, sia dal punto di vista tecnologico che di linguaggio (si
pensi al nascente mercato della tv interattiva), di quanto lasciassero
presagire quei primi tentativi di dare un volto familiare alla Rete.
È in corso un processo che i teorici della comunicazione chiamano
«domestication»: ovvero la trasformazione di un mezzo di comunicazione
da oggetto alieno e complesso in uno strumento che fa parte della vita
di tutti i giorni, come si spiega nel recente volume Consumare la rete,
curato da Francesca Pasquali e Barbara Scifo (Vita e Pensiero, Milano
2004, pp. 278, e15,00). Internet dunque viene “addomesticata”. Ormai
chiunque accetta che per pianificare un viaggio o per confrontare i
prezzi di diversi fornitori sia opportuna una navigazione online. Si
afferma così una tendenza che è stata definita “info-commerce”,
l’utilizzo del web come fonte di informazione su prodotti e servizi che
saranno poi acquistati direttamente online, o, nella maggior parte dei
casi, in un negozio che si trova nel mondo reale.
A concentrarsi sull’info-commerce
è l’ultimo osservatorio di Anee, la commissione servizi e contenuti
multimediali di Assinform, che rileva, in base a un’analisi statistica,
significativi cambiamenti nel modo di usare Internet. Emergono figure
nuove, nello studio definite “web-assistenti” – oltre 15 milioni
soltanto in Italia – che fanno da riferimento per un pubblico ampio
(intorno ai sei milioni di persone, sempre secondo lo studio Anee), per
le attività di ricerca di informazioni sul web. Si tratta di
un’attività destinata a cambiare radicalmente le abitudini di acquisto.
Il paradosso per cui questa generazione è la prima nella quale sono i
giovani a spiegare il mondo (digitale) agli anziani si concretizza
proprio in questo fenomeno. Sempre più spesso la nonna, o anche il
genitore, poco incline alla navigazione, chiede al figlio o nipote di
fare per suo conto una ricerca sul web e, sulla base dei risultati
trovati, pianifica il suo acquisto. Dallo studio si deduce che la
maggior parte di questi web-assistenti (l’83, 3%) ha come pubblico di
riferimento quello della propria famiglia. E non è cosa da poco. Forse
si trova qui la chiave per togliere a Internet quell’alone di
passatempo per giovani fanatici di computer e farla diventare uno
strumento condiviso da tutto il nucleo familiare. Forse il gran parlare
di alfabetizzazione informatica che si è fatto in questi anni nel
tentativo di avvicinare alla Rete genitori e insegnanti dovrebbe
tradursi in un semplice, quotidiano uso di questo mezzo.
Ma qual è l’utilizzo prevalente di Internet? Secondo lo studio Anee il
55% dei navigatori ricerca informazioni di ogni genere, dalle notizie
di cronaca o economia ai risultati sportivi. Soltanto il 20% si
concentra direttamente sulla comparazione dei prezzi fra venditori
diversi. Prevale dunque un’attività di documentazione in senso lato,
alla quale possono far seguito acquisti, che però, nell’oltre 80% dei
casi, sono effettuati nel mondo reale. Sono circa 16 milioni gli
italiani che comprano online; di questi, oltre 10 milioni svolgono
attività di info-commerce: oltre 8 milioni, al termine della loro ricerca sulla Rete, acquistano il prodotto in un punto vendita tradizionale.
Questo complesso gioco di reale e virtuale è un altro elemento
importante nel processo di familiarizzazione con Internet. Abbandonato
il progetto di un web rutilante in grado di assorbire tutti gli altri
media e di qualificarsi come uno spazio virtuale radicalmente
alternativo al reale, si fa avanti un concetto diverso di Internet,
integrato con gli altri media. In nome di una convergenza che non va
intesa soltanto in senso tecnologico. A convergere sono anche i nostri
interessi, le nostre relazioni, che sempre più spesso trovano proprio
nella Rete un elemento unificante. Potremmo chiamarla “convergenza
umana”, o, per stare ai termini utilizzati nel volume Consumare la Rete,
di funzione “aggregativa”. «Internet costituisce una sorta di ponte
generazionale capace di radunare intorno allo stesso Pc genitori e
figli», un formidabile strumento di dialogo e di condivisione. Lo
spazio davanti al monitor, anziché luogo di isolamento, si trasforma
così in un punto di aggregazione che orienta e integra le forme di
socializzazione del mondo online (chat, forum ecc).
In questo processo di domestication
gioca un ruolo determinante la funzione ludica che sempre più spesso la
Rete ricopre. La navigazione dev’essere divertente, invitare anche a
una spensierata esplorazione di siti senza scopo particolare, simile, e
qui il paragone ci sta, allo zapping
televisivo. Puro relax, senz’obbligo di trovare qualcosa di
interessante. Perché tale uso si affermi dovranno però cambiare le
modalità di accesso alla Rete. Sarà decisiva la diffusione, già in
corso, degli abbonamenti always on,
caratteristici delle connessioni a banda larga, in cui il collegamento
è sempre attivo a fronte di una quota fissa mensile, che sostituiranno
i collegamenti telefonici in cui il costo della navigazione è in
funzione del tempo.
Le ripercussioni sul commercio elettronico non mancheranno. La ricerca
Anee sottolinea che il valore dell’info-commerce si stima quattro volte
superiore a quello dell’e-commerce vero e proprio (l’acquisto di beni e
servizi online). Da sempre lo shopping è anche un’attività sociale ed è
legato all’emotività molto più che alla reale necessità di un prodotto.
Se tutto ciò si può trasferire efficacemente online, come sembrerebbero
garantire le esperienze di siti di successo (Amazon ed eBay per citare
i più noti), si può scommettere su un futuro roseo per il commercio
elettronico. Forse non è un caso che nei Paesi anglosassoni si usi il
termine browse (letteralmente “curiosare”) per invitare i passanti a entrare in negozio a dare un’occhiata. Browser
è anche il nome del programma che usiamo per navigare in Rete. I due
mondi non sono poi così lontani. Anche qui è all’opera la convergenza.
Stefania Garassin
Retori irretiti da reti?
Tutto iniziò con l’arpa. Statunitense, però non birmana. Era infatti l’ ARPA, la US Advanced Research Project Agency, che alla fine dei Sixties
cercò il modo per collegare assieme una serie eterogenea di computer
(quelli che ai tempi occupavano una stanza intera ognuno) disseminati
nelle località più disparate. Nacque così ARPANET. Poi arrivò la
Defense Communications Agency e fu il boom.
Seguì la popolarizzazione di cui tutti siamo, volenti o nolenti,
protagonisti, comparse o succubi, tanto che non ci si ricorda più come
si viveva ai tempi, remoti, in cui niente e-mail e il telefonino nisba,
quello per cui se uno non ti trova entro 30 secondi dallo squillo dà di
matto. Questa è l’origine della Rete secondo la vulgata. Ma non è vero.
Internet nacque molto prima, mai progettata ma di fatto realizzata da
un tranquillo signore degli altopiani che lavorava giorno e notte come
un certosino a vergare montagne su montagne di commenti, postille e
note a margine, senza mai vergognarsi di dirsi reazionario. Un tale
così pacato e intento solo al proprio lavoro che, nonostante le sue
opere siano di gran mole e pubblicate nell’ edición nacional del
suo Paese, la Colombia, là (ma anche qua, fino a ieri) nessuno
sapeva nemmeno chi fosse il signor Nicolás Gómez Dávila, colui che ha
percorso e perlustrato il canone (filosofico, etico, letterario,
storico...) occidentale trattandolo da ipertesto, con tutto che rimanda
a tutto.
Trionfo del relativismo, come si dice per Internet? No, perché il testo
sempre implicito che è oggetto delle sue glosse c’è e batte colpi.
Rispetto all’approccio storico manca della vettorialità, ma certo
non della direzione (e della sua univocità). E così l’ipertesto
del canone si è fatto intelaiatura e non solo rete.
Antonomasia Romanov
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