Un verme rode la Rete
Il suo nome è Rbot-GR, ma lo chiamano Spybot. È un virus informatico, tecnicamente un worm,
un programma che s’infiltra di soppiatto nei computer e nelle reti. Ha
una peculiarità: si impadronisce di sistemi video e audio e li mette al
servizio del suo “padrone occulto”. In altre parole s’introduce negli
apparati di telecamere e registratori per consentirne il controllo a
chi l’ha inoculato. Visto che, oltre a questo, è in grado di eseguire
altre manovre silenziose ed efficaci come riconoscere e copiare numeri
di carte di credito e catturare ciò che viene digitato sulle tastiere,
Rbot-GR è potenzialmente un brutto cliente. D’altra parte, l’agenzia
Punto informatico (http://punto-informatico.it, 25 agosto) informa che
questo virus è poco diffuso; il pericolo potrebbe venire dal suo
eventuale utilizzo per lo spionaggio industriale.
Viviamo in mezzo a una nuova generazione di strumenti che non erano
elettronici in origine, ma lo sono diventati adesso. Gli esempi si
sprecano, dall’automobile al forno a microonde. Li abbiamo anche
collegati quasi tutti in Rete: l’automobile col sistema di
posizionamento satellitare, il microonde con il distributore di
ricette. Questa evoluzione ha i suoi vantaggi e le sue convenienze, ma
comporta problemi e rischi di tipo nuovo. Il telefono di casa mia a
prima vista è identico a quello di vent’anni fa, salvo i tasti al
posto della ruota. Ma l’interruttore che interrompe la linea non è più
meccanico come allora, bensì elettronico: per aprire o chiudere il
circuito, anziché spostarsi fisicamente, emette un segnale elettrico.
Un virus, per ipotesi, potrebbe lanciare quel segnale e riattivare la
linea senza che io lo sappia, trasformando il mio soggiorno in una sala
di registrazione...
Panico dentro e fuori
Bill
Gates brevetta il corpo umano come cavo della Rete. Le città si
innalzano senza elevarsi. Il vuoto trionfa sul pieno. L’arte fa coppia
col terrorismo
Doveva arrivare ed è arrivato. Dovevamo superare l’estremo limite e
l’abbiamo varcato. Dovevamo andare fino in fondo e l’abbiamo toccato.
L’uomo-massa si era addentrato nella Rete a passo sempre più rapido:
soltanto lì avrebbe trovato – pensava: lo pensavano in tanti – la
risposta personalizzata sul proprio destino. Nella rete telematica che
avvolge e imbozzola il pianeta, che abolisce distanze e riformula
identità, che istituisce link e relazioni senza più preoccuparsi del tempo e dello spazio.
Dentro la Rete era andato, l’uomo, come davanti a un oracolo: a
domandare un responso che orientasse o almeno giustificasse quella
corsa sempre più affrettata, inarrestabile. Dicci questo, Sibilla: che
ne sarà di noi? Ci accontenteremmo fors’anche di un ambiguo ibis
redibis / non / morieris in bello rammodernato, se almeno tu fossi così
rapida da risponderci prima che i nostri passi inarrestabili ci portino
lontano da te. Agli antichi guerrieri bastava, quando partivano per la pugna.
«Andrai, tornerai-non-morirai in battaglia» era un misero responso
buono per tutti gli usi, ma loro se lo facevano bastare. Parlaci,
oracolo.
L’oracolo ha parlato. L’ha fatto nell’unico modo che conosce; l’unico,
anche, che potesse consentire alla risposta di giungere in tempo a
destinazione. La Rete ha replicato col suo linguaggio: facendoci parte
di sé. Noi eravamo andati dentro di lei, lei è venuta dentro di noi.
Giunge infatti notizia che Microsoft ha brevettato un principio che
consentirà al corpo umano di diventare esso stesso terminale e veicolo
di segnali elettrici: cavo, antenna, rete organica. Sembra che alla
base vi sia la conduttività elettrica abitualmente contenuta nel nostro
corpo. La nota d’agenzia che abbiamo letto cita il titolo del progetto,
Metodi e apparati per trasmettere energia elettrica e dati utilizzando
il corpo umano, e afferma che esso «descrive un sistema per connettere
al corpo di una persona una sorgente elettrica che, se opportunamente
modulata, può essere usata per codificare la trasmissione di dati. Lo
scopo è quello di trasformare il corpo umano in una sorta di bus di
comunicazione a cui collegare, attraverso degli elettrodi, uno o più
dispositivi: questi possono eventualmente attingere a un’unica fonte di
alimentazione (una batteria)».
È parecchio tempo, ormai, che si parlava di evoluzione della tecnologia
verso soglie sempre più vicine – fisicamente vicine – all’uomo.
Sarebbero i wearable
computer, la tecnologia che s’indossa come vestiti. Cioè dissimulata
negli indumenti o addirittura immersa nel corpo, come ha ideato una
discoteca catalana: da quest’estate 2004 i suoi clienti più vip e più
abituali (o, meglio, i volontari fra costoro) hanno inserito sottopelle
un chip che consentiva loro di saltare le code all’ingresso e di
vedersi automaticamente addebitate le consumazioni. Si innesta
ambulatorialmente e non si nota in alcun modo.
La memoria nelle cellule
Più o meno negli stessi giorni ci giunge notizia che tenere il
cellulare nelle tasche dei pantaloni forse incide negativamente sulla
fertilità maschile. È un guaio. Soprattutto perché quella era già
l’alternativa di ripiego davanti all’altro problema, annunciato anni
addietro, per cui tenere il telefonino nella tasca interna della giacca
indebolirebbe il ritmo cardiaco. E visto che, parlare con l’apparecchio
accostato all’orecchio probabilmente induce il cancro al cervello, ecco
che siamo pronti per nuovi e aggiornati manuali di anatomia patologica.
Il problema, quando si corre avanti al massimo della velocità, è che
non si fa a tempo a calcolare i prossimi passi. Né a prevedere uno
spazio utile di frenata davanti a emergenze impreviste. Da una parte
c’è la gioia, l’ebbrezza del saettare attraverso l’orizzonte.
Dall’altra c’è la preoccupazione di mantenere il controllo, con la
relativa concentrazione. Non resta tempo per riflettere sugli
imprevisti.
Diventeremo antenne di noi stessi, canali e sensori ed emittenti di
dati. Comunicheremo anche col corpo ciò che comunichiamo già con la
voce. Avremo dentro di noi infiniti canali che si diramano attraverso i
nostri precordi e si sparpagliano provenendo non si sa da dove, andando
non si sa verso dove. A pensarci è naturale. Qualcuno dirà che è
addirittura ovvio: poiché la comunicazione è un fatto umano, era logico
che si scoprisse una via per immagazzinarla definitivamente dentro di
noi. Non è il manifesto dell’eterno ritorno? Il cerchio dell’Uomo di
Leonardo finalmente quadrato. Dalla memoria umana fisica – limitata per
natura e insufficiente, e perciò sempre disertata a vantaggio di
protesi esterne ognora più sofisticate – alla memoria umana
digitalizzata ma reinteriorizzata, riappropriata. Magari arriveremo a
utilizzare le cellule come se fossero altrettanti cassetti mnemonici,
dove incidere e reperire ogni ricordo. Sarebbe il trionfo della memoria
tornata umana: interamente antropica e non più soltanto digitale.
«Quando si aprono certe porte, poi passa di tutto», ha scritto un
autore contemporaneo. È interessante studiare la dinamica di alcune
malattie. Il tumore indotto dal fumo della pipa, per esempio – che può
comparire sulla lingua, sulle labbra, nel tessuto della bocca o della
gola – sembra sia provocato non tanto dalla nicotina o da altre
sostanze contenute nel tabacco, bensì dal calore del fumo: per quanto
lieve, la presenza di aria calda per alcune ore al giorno (i veri
fumatori vivono con la pipa in bocca) altera il clima delle cellule
orali e in certi casi può avviare un processo di neoplasia. Che cosa
potrebbe fare, allora, l’utilizzo dell’elettricità attraverso di noi?
Che so, variare lievissimamente la temperatura corporea, rendere
irrequiete cellule che prima ronfavano tranquille, deteriorare enzimi,
sostanze, atomi di cui ci serviamo abitualmente. Non è detto che
accadrà. Non è detto neppure che se accadrà saremo capaci di
accorgercene, di rimediare.
Le lamentazioni antitecnologiche sono inutili e stupide. Dobbiamo ben
disporci a varcare soglie importanti e suggestive come quelle che ci
vengono prospettate. Gli antichi definivano curiositas
quell’atteggiamento indagatore, gratuito e a tutto tondo, da cui
scaturiscono poi la conoscenza e la scienza. Ben vengano, se possono,
le reti umane, la tecnologia immedesimata: la fusione fra l’homo faber e l’homo machina
colmerebbe una lacerazione che ci fa soffrire almeno da cinque secoli.
E tuttavia non abbiamo intenzione di ingurgitare la sbobba senza averci
girato dentro il cucchiaio: vogliamo il beneficio d’inventario, la
possibilità di dire «no, grazie» alle conseguenze indesiderate. E, se
non si può, di rinunciare all’eredità.
Le nuove estetiche del vuoto
Perché in effetti, mentre onde impercettibili ma realissime si
apprestano a circolare frettolose dentro di noi, attorno a noi si
diffonde un clima che ha portato Paul Virilio, filosofo e urbanista, a
titolare un suo libro Città panico. L’altrove comincia qui (Raffaello
Cortina Editore, Milano 2004, pp.130, €9,80). Lo preoccupano i riflessi
interiori della nostra espansione esteriore. Lo preoccupano i
grattacieli, frecce verso l’alto che sono conati di astronavi e vicoli
ciechi dell’evoluzione sociale (Le Corbusier definiva New York «un
cataclisma al rallentatore»). Lo preoccupano gli spazi urbani squadrati
e digitalizzati e mappati e sovrapposti al reale con una tensione
simbolica sovraccarica e priva di scopo. Lo preoccupano le nuove
estetiche in cui il vuoto conta più del pieno, distruggere più che
costruire, le teorie dell’arte secondo cui arte oggi non è più l’opera
bensì l’evento e l’occasione, come dire lo schiaffo dell’onda piuttosto
che il miracolo del mare. Dopo l’arte sacra delle origini e l’arte
profana della modernità, annota Virilio, è giunta l’ora dell’arte
profanata, quella che si celebra tramite l’evento distruttivo inteso
come «dovere di spopolamento del mondo» e che fa coincidere, tramite un
sapiente uso dei tempi e dei media, l’arma della distruzione di massa
con quella della comunicazione di massa. Il bello in diretta, non c’è
che dire.
Ne consegue uno strano matrimonio fra cittadinanza, arte e terrorismo,
ipostatizzato dalla tragedia dell’Undici Settembre in una voragine che,
nullificando insieme attentatori, vittime e tessuto civile, grida che
nulla vale la pena. Grida, sì; ma quel grido non resta nessuno ad
ascoltarlo. E Virilio sancisce il principio: «Che lo si voglia o no,
l’arte fa dunque ormai parte della SCENA TERRORISTA. Senza questa
tragica constatazione, non si può comprendere nulla di questa “crisi
dell’arte contemporanea”, degli eccessi di una cosiddetta “libertà di
espressione” che altro non è se non la liberazione dell’attentato non
solo al pudore ma anche al valore, a tutti i valori etici o estetici
che davano senso, finora, alla scena artistica» (pp. 57-58).
Il tessuto della cittadinanza, come quello ricamato dall’arte e quello
trapuntato dalla cultura, sono assolutamente indispensabili all’uomo:
gli consentono di respirare e di muoversi senza paura. Sono i confini
della casa-mondo. Fuori dalla casa ci sono le tenebre, c’è pianto e
stridor di denti. C’è, appunto, il panico.
La menzogna come un’arma
Altri contributi ci vengono da Maria Bettetini, che con Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale (Einaudi,
Torino 2004, pp.162, €15,00) sembra abbordare un argomento per addetti
ai lavori e invece fa la storia di una delle metafore più pregnanti e
presenti della storia occidentale: quella che, dalla finzione
letteraria alla fictio iuris, fino alla fiction
del cinema contemporaneo e della digitalizzazione, ha fatto da spina
dorsale al rapporto fra l’uomo e la rappresentazione della realtà. E
apprendiamo che fin dall’inizio c’è stato chi distingueva fra la
finzione e la menzogna, e che qualcuno fingendo voleva costruire, che
addirittura la nostra civiltà occidentale si fonda sul parallelismo fra
diritto civile e diritto canonico (corrispondente a quello fra
società-Stato e società-Chiesa) e che a ciò dobbiamo la
finzione/costruzione della persona giuridica come titolare di diritti e
doveri. Per questa strada si arriva addirittura a riconoscere un
caposaldo della cultura europea nella capacità di imporre la finzione
al diritto, quando è il caso, vale a dire quando lo richiede il bene
dell’uomo. L’ha fatto la Chiesa, dissociando tempestivamente la
severità verso il peccato e la comprensione verso i peccatori
(sbagliano i cristiani che invece, temendo di perdere terreno, si
irrigidiscono a rischio di spezzarsi: il binomio Mater et Magistra,
in quest’ordine, è stato millenaria garanzia di rispetto). E l’ha fatto
lo Stato, distinguendo fra gli uomini – i sovrani – e le cariche, in
modo che la cittadinanza sopravvivesse agli abusi e ai personalismi.
Questa strada, iniziata praticando le virtù del buonsenso e della
genialità, ultimamente sembra essere incappata in una serie di curve
faticose. «Fingere è dipingere un affresco, raccontare una storia,
farsi passare per un’altra persona, lavorare per ipotesi: dare di sé o
del mondo un’immagine, con parole o gesti o pensieri» (p. 4): che
panorama stiamo fingendo/costruendo, tramite i media e tramite le arti?
Dovremmo chiedercelo una volta per tutte: saremo infatti debitori ai
nostri figli delle immagini culturali che stiamo delineando. E, nel
chiedercelo, terremo presente – la parola torna a Virilio, ma Bettetini
ha scritto molto sulla storia e sulla filosofia della menzogna – che
«la bugia è un’arma di distruzione di massa della realtà dei fatti» (p.
44).
Che cos’hanno, infine, in comune i tre elementi che abbiamo messo in
sequenza? Che c’entra la fisiologia comunicativa della Rete con il
panico urbano e con la finzione/costruzione? Moltissimo. Occupavano
posti contigui in cima alla torre di Babele, sono esplosi insieme alle
Twin Towers. Se non facciamo qualcosa per capire e per rimediare,
devasteranno il procedere dei nostri giorni globalizzati.
Giuseppe Romano
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