Home
giovedì 9 settembre 2010
 Home  Settimanale  Direttore  Redazione  Abbonamenti  Archivio  Links  Contatti
In edicola
 Il sommario dell'ultimo numero
 L'archivio
Prima Pagina
 Scarica il PDF
In Libreria
 Tutte le novità
delle Edizioni

      
Le rubriche
 Le Recensioni
 Contraltare
 Fantascienza, fantasy ...
Approfondimenti
Architettura: c'era una volta il bello
Bellezza al centro della politica
La fine del 25 Aprile
Abolire il liberalismo
Dan Brown & altre panzane
"Gramscismo liberale"
Che razza di Illuminismo!
Darwin a-dieu
A morte i critici e i giovani scrittori
L'Arte nata morta
Un ambiente economicamente sostenibile
L'altra America
L' era digitale
La Grande Tradizione
Polematica
Neocon files
Mailing List
 Iscriviti alla
Mailing List de
Il Domenicale
L'aforisma della settimana
Dulce et decorum est
pro patria mori

Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
Vai all'archivio >>
Torna all'elenco 
 
n° 36 - sabato 4 settembre 2004
Un verme rode la Rete
Panico dentro e fuori, di Giuseppe Romano


Un verme rode la Rete

Il suo nome è Rbot-GR, ma lo chiamano Spybot. È un virus informatico, tecnicamente un worm, un programma che s’infiltra di soppiatto nei computer e nelle reti. Ha una peculiarità: si impadronisce di sistemi video e audio e li mette al servizio del suo “padrone occulto”. In altre parole s’introduce negli apparati di telecamere e registratori per consentirne il controllo a chi l’ha inoculato. Visto che, oltre a questo, è in grado di eseguire altre manovre silenziose ed efficaci come riconoscere e copiare numeri di carte di credito e catturare ciò che viene digitato sulle tastiere, Rbot-GR è potenzialmente un brutto cliente. D’altra parte, l’agenzia Punto informatico (http://punto-informatico.it, 25 agosto) informa che questo virus è poco diffuso; il pericolo potrebbe venire dal suo eventuale utilizzo per lo spionaggio industriale.

Viviamo in mezzo a una nuova generazione di strumenti che non erano elettronici in origine, ma lo sono diventati adesso. Gli esempi si sprecano, dall’automobile al forno a microonde. Li abbiamo anche collegati quasi tutti in Rete: l’automobile col sistema di posizionamento satellitare, il microonde con il distributore di ricette. Questa evoluzione ha i suoi vantaggi e le sue convenienze, ma comporta problemi e rischi di tipo nuovo. Il telefono di casa mia a prima vista è identico  a quello di vent’anni fa, salvo i tasti al posto della ruota. Ma l’interruttore che interrompe la linea non è più meccanico come allora, bensì elettronico: per aprire o chiudere il circuito, anziché spostarsi fisicamente, emette un segnale elettrico. Un virus, per ipotesi, potrebbe lanciare quel segnale e riattivare la linea senza che io lo sappia, trasformando il mio soggiorno in una sala di registrazione...  


Panico dentro e fuori

Bill Gates brevetta il corpo umano come cavo della Rete. Le città si innalzano senza elevarsi. Il vuoto trionfa sul pieno. L’arte fa coppia col terrorismo

Doveva arrivare ed è arrivato. Dovevamo superare l’estremo limite e l’abbiamo varcato. Dovevamo andare fino in fondo e l’abbiamo toccato.
L’uomo-massa si era addentrato nella Rete a passo sempre più rapido: soltanto lì avrebbe trovato – pensava: lo pensavano in tanti – la risposta personalizzata sul proprio destino. Nella rete telematica che avvolge e imbozzola il pianeta, che abolisce distanze e riformula identità, che istituisce link e relazioni senza più preoccuparsi del tempo e dello spazio.

Dentro la Rete era andato, l’uomo, come davanti a un oracolo: a domandare un responso che orientasse o almeno giustificasse quella corsa sempre più affrettata, inarrestabile. Dicci questo, Sibilla: che ne sarà di noi? Ci accontenteremmo fors’anche di un ambiguo ibis redibis / non / morieris in bello rammodernato, se almeno tu fossi così rapida da risponderci prima che i nostri passi inarrestabili ci portino lontano da te. Agli antichi guerrieri bastava, quando partivano per la pugna. «Andrai, tornerai-non-morirai in battaglia» era un misero responso buono per tutti gli usi, ma loro se lo facevano bastare. Parlaci, oracolo.

L’oracolo ha parlato. L’ha fatto nell’unico modo che conosce; l’unico, anche, che potesse consentire alla risposta di giungere in tempo a destinazione. La Rete ha replicato col suo linguaggio: facendoci parte di sé. Noi eravamo andati dentro di lei, lei è venuta dentro di noi.
Giunge infatti notizia che Microsoft ha brevettato un principio che consentirà al corpo umano di diventare esso stesso terminale e veicolo di segnali elettrici: cavo, antenna, rete organica. Sembra che alla base vi sia la conduttività elettrica abitualmente contenuta nel nostro corpo. La nota d’agenzia che abbiamo letto cita il titolo del progetto, Metodi e apparati per trasmettere energia elettrica e dati utilizzando il corpo umano, e afferma che esso «descrive un sistema per connettere al corpo di una persona una sorgente elettrica che, se opportunamente modulata, può essere usata per codificare la trasmissione di dati. Lo scopo è quello di trasformare il corpo umano in una sorta di bus di comunicazione a cui collegare, attraverso degli elettrodi, uno o più dispositivi: questi possono eventualmente attingere a un’unica fonte di alimentazione (una batteria)».
È parecchio tempo, ormai, che si parlava di evoluzione della tecnologia verso soglie sempre più vicine – fisicamente vicine – all’uomo. Sarebbero i wearable computer, la tecnologia che s’indossa come vestiti. Cioè dissimulata negli indumenti o addirittura immersa nel corpo, come ha ideato una discoteca catalana: da quest’estate 2004 i suoi clienti più vip e più abituali (o, meglio, i volontari fra costoro) hanno inserito sottopelle un chip che consentiva loro di saltare le code all’ingresso e di vedersi automaticamente addebitate le consumazioni. Si innesta ambulatorialmente e non si nota in alcun modo.

La memoria nelle cellule
Più o meno negli stessi giorni ci giunge notizia che tenere il cellulare nelle tasche dei pantaloni forse incide negativamente sulla fertilità maschile. È un guaio. Soprattutto perché quella era già l’alternativa di ripiego davanti all’altro problema, annunciato anni addietro, per cui tenere il telefonino nella tasca interna della giacca indebolirebbe il ritmo cardiaco. E visto che, parlare con l’apparecchio accostato all’orecchio probabilmente induce il cancro al cervello, ecco che siamo pronti per nuovi e aggiornati manuali di anatomia patologica.
Il problema, quando si corre avanti al massimo della velocità, è che non si fa a tempo a calcolare i prossimi passi. Né a prevedere uno spazio utile di frenata davanti a emergenze impreviste. Da una parte c’è la gioia, l’ebbrezza del saettare attraverso l’orizzonte. Dall’altra c’è la preoccupazione di mantenere il controllo, con la relativa concentrazione. Non resta tempo per riflettere sugli imprevisti.
Diventeremo antenne di noi stessi, canali e sensori ed emittenti di dati. Comunicheremo anche col corpo ciò che comunichiamo già con la voce. Avremo dentro di noi infiniti canali che si diramano attraverso i nostri precordi e si sparpagliano provenendo non si sa da dove, andando non si sa verso dove. A pensarci è naturale. Qualcuno dirà che è addirittura ovvio: poiché la comunicazione è un fatto umano, era logico che si scoprisse una via per immagazzinarla definitivamente dentro di noi. Non è il manifesto dell’eterno ritorno? Il cerchio dell’Uomo di Leonardo finalmente quadrato. Dalla memoria umana fisica – limitata per natura e insufficiente, e perciò sempre disertata a vantaggio di protesi esterne ognora più sofisticate – alla memoria umana digitalizzata ma reinteriorizzata, riappropriata. Magari arriveremo a utilizzare le cellule come se fossero altrettanti cassetti mnemonici, dove incidere e reperire ogni ricordo. Sarebbe il trionfo della memoria tornata umana: interamente antropica e non più soltanto digitale.

«Quando si aprono certe porte, poi passa di tutto», ha scritto un autore contemporaneo. È interessante studiare la dinamica di alcune malattie. Il tumore indotto dal fumo della pipa, per esempio – che può comparire sulla lingua, sulle labbra, nel tessuto della bocca o della gola – sembra sia provocato non tanto dalla nicotina o da altre sostanze contenute nel tabacco, bensì dal calore del fumo: per quanto lieve, la presenza di aria calda per alcune ore al giorno (i veri fumatori vivono con la pipa in bocca) altera il clima delle cellule orali e in certi casi può avviare un processo di neoplasia. Che cosa potrebbe fare, allora, l’utilizzo dell’elettricità attraverso di noi? Che so, variare lievissimamente la temperatura corporea, rendere irrequiete cellule che prima ronfavano tranquille, deteriorare enzimi, sostanze, atomi di cui ci serviamo abitualmente. Non è detto che accadrà. Non è detto neppure che se accadrà saremo capaci di accorgercene, di rimediare.
Le lamentazioni antitecnologiche sono inutili e stupide. Dobbiamo ben disporci a varcare soglie importanti e suggestive come quelle che ci vengono prospettate. Gli antichi definivano curiositas quell’atteggiamento indagatore, gratuito e a tutto tondo, da cui scaturiscono poi la conoscenza e la scienza. Ben vengano, se possono, le reti umane, la tecnologia immedesimata: la fusione fra l’homo faber e l’homo machina colmerebbe una lacerazione che ci fa soffrire almeno da cinque secoli. E tuttavia non abbiamo intenzione di ingurgitare la sbobba senza averci girato dentro il cucchiaio: vogliamo il beneficio d’inventario, la possibilità di dire «no, grazie» alle conseguenze indesiderate. E, se non si può, di rinunciare all’eredità.

Le nuove estetiche del vuoto
Perché in effetti, mentre onde impercettibili ma realissime si apprestano a circolare frettolose dentro di noi, attorno a noi si diffonde un clima che ha portato Paul Virilio, filosofo e urbanista, a titolare un suo libro Città panico. L’altrove comincia qui (Raffaello Cortina Editore, Milano 2004, pp.130, €9,80). Lo preoccupano i riflessi interiori della nostra espansione esteriore. Lo preoccupano i grattacieli, frecce verso l’alto che sono conati di astronavi e vicoli ciechi dell’evoluzione sociale (Le Corbusier definiva New York «un cataclisma al rallentatore»). Lo preoccupano gli spazi urbani squadrati e digitalizzati e mappati e sovrapposti al reale con una tensione simbolica sovraccarica e priva di scopo. Lo preoccupano le nuove estetiche in cui il vuoto conta più del pieno, distruggere più che costruire, le teorie dell’arte secondo cui arte oggi non è più l’opera bensì l’evento e l’occasione, come dire lo schiaffo dell’onda piuttosto che il miracolo del mare. Dopo l’arte sacra delle origini e l’arte profana della modernità, annota Virilio, è giunta l’ora dell’arte profanata, quella che si celebra tramite l’evento distruttivo inteso come «dovere di spopolamento del mondo» e che fa coincidere, tramite un sapiente uso dei tempi e dei media, l’arma della distruzione di massa con quella della comunicazione di massa. Il bello in diretta, non c’è che dire.

Ne consegue uno strano matrimonio fra cittadinanza, arte e terrorismo, ipostatizzato dalla tragedia dell’Undici Settembre in una voragine che, nullificando insieme attentatori, vittime e tessuto civile, grida che nulla vale la pena. Grida, sì; ma quel grido non resta nessuno ad ascoltarlo. E Virilio sancisce il principio: «Che lo si voglia o no, l’arte fa dunque ormai parte della SCENA TERRORISTA. Senza questa tragica constatazione, non si può comprendere nulla di questa “crisi dell’arte contemporanea”, degli eccessi di una cosiddetta “libertà di espressione” che altro non è se non la liberazione dell’attentato non solo al pudore ma anche al valore, a tutti i valori etici o estetici che davano senso, finora, alla scena artistica» (pp. 57-58).
Il tessuto della cittadinanza, come quello ricamato dall’arte e quello trapuntato dalla cultura, sono assolutamente indispensabili all’uomo: gli consentono di respirare e di muoversi senza paura. Sono i confini della casa-mondo. Fuori dalla casa ci sono le tenebre, c’è pianto e stridor di denti. C’è, appunto, il panico.

La menzogna come un’arma
Altri contributi ci vengono da Maria Bettetini, che con Figure di verità. La finzione nel Medioevo occidentale (Einaudi, Torino 2004, pp.162, €15,00) sembra abbordare un argomento per addetti ai lavori e invece fa la storia di una delle metafore più pregnanti e presenti della storia occidentale: quella che, dalla finzione letteraria alla fictio iuris, fino alla fiction del cinema contemporaneo e della digitalizzazione, ha fatto da spina dorsale al rapporto fra l’uomo e la rappresentazione della realtà. E apprendiamo che fin dall’inizio c’è stato chi distingueva fra la finzione e la menzogna, e che qualcuno fingendo voleva costruire, che addirittura la nostra civiltà occidentale si fonda sul parallelismo fra diritto civile e diritto canonico (corrispondente a quello fra società-Stato e società-Chiesa) e che a ciò dobbiamo la finzione/costruzione della persona giuridica come titolare di diritti e doveri. Per questa strada si arriva addirittura a riconoscere un caposaldo della cultura europea nella capacità di imporre la finzione al diritto, quando è il caso, vale a dire quando lo richiede il bene dell’uomo. L’ha fatto la Chiesa, dissociando tempestivamente la severità verso il peccato e la comprensione verso i peccatori (sbagliano i cristiani che invece, temendo di perdere terreno, si irrigidiscono a rischio di spezzarsi: il binomio Mater et Magistra, in quest’ordine, è stato millenaria garanzia di rispetto). E l’ha fatto lo Stato, distinguendo fra gli uomini – i sovrani – e le cariche, in modo che la cittadinanza sopravvivesse agli abusi e ai personalismi.

Questa strada, iniziata praticando le virtù del buonsenso e della genialità, ultimamente sembra essere incappata in una serie di curve faticose. «Fingere è dipingere un affresco, raccontare una storia, farsi passare per un’altra persona, lavorare per ipotesi: dare di sé o del mondo un’immagine, con parole o gesti o pensieri» (p. 4): che panorama stiamo fingendo/costruendo, tramite i media e tramite le arti? Dovremmo chiedercelo una volta per tutte: saremo infatti debitori ai nostri figli delle immagini culturali che stiamo delineando. E, nel chiedercelo, terremo presente – la parola torna a Virilio, ma Bettetini ha scritto molto sulla storia e sulla filosofia della menzogna – che «la bugia è un’arma di distruzione di massa della realtà dei fatti» (p. 44).
Che cos’hanno, infine, in comune i tre elementi che abbiamo messo in sequenza? Che c’entra la fisiologia comunicativa della Rete con il panico urbano e con la finzione/costruzione? Moltissimo. Occupavano posti contigui in cima alla torre di Babele, sono esplosi insieme alle Twin Towers. Se non facciamo qualcosa per capire e per rimediare, devasteranno il procedere dei nostri giorni globalizzati.

Giuseppe Romano

Home Settimanale Direttore Redazione Abbonamenti Archivio Links Contatti
P.IVA 03542350966