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n° 5 - sabato 31 gennaio 2004
C'era una volta la cultura dei giornali, di Lucio Lami
Grazie Macintosh, ci hai insegnato a vedere, di Stefania Garassini
DVD: la nuova lingua del cinema, di Giuseppe Romano


C’era una volta la cultura dei giornali

Se, nella frenetica rincorsa dettata dal marketing, il giornale è diventato un gadget dei suoi gadget, le pagine culturali sono l’acme dell’innecessarietà. Ed è così che tra favori e ignoranze, tra ossequi e rancori, trionfano le “schedine” e le vere recensioni muoiono

Da oltre un trentennio la cultura nell’editoria italiana è governata da tre regole: il postulato, l’ortodossia (detta “politically correct”) e il mercantilismo. Insomma, è in continuo degrado.
«Il “postulato”, leggo nel dizionario, è «una proposizione non dimostrata che si chiede di ammettere come vera». Uno dei postulati più pesanti del giornalismo culturale fu lanciato negli anni Settanta e Ottanta e recitava così: «La cultura e l’estero non interessano ai lettori». Nessun sondaggio ha mai confermato questo diktat, arrivato dagli editori tramite gli obbedienti direttori di testata, ma esso ha assunto subito valore di legge. La Terza Pagina è diventata quindicesima, ha perso per strada l’elzeviro, la critica letteraria, il gran reportage. Si è trasformata, in quasi tutti i giornali, in sezione di “Cultura e spettacolo”, all’insegna del motto: «Tutto è kultura». Qualsiasi menestrello ha avuto diritto a più spazio di Ezra Pound, perché il menestrello ha un pubblico più vasto.

Sul servizio esteri citerò solo, a memoria, una vecchia osservazione di Max Gallo su Le Monde: «Tutto viene insaccato alla rinfusa, livellato: un terremoto con migliaia di morti, i risultati sportivi, la riunificazione delle Germanie».
L’“ortodossia”, ossia l’immortale regola fascista, mantenuta in vita nel dopoguerra non tramite la censura, ma attraverso l’autocensura, il servilismo, il lobbysmo ideologico, trasformatosi oggi in monetizzazione dei salti della quaglia, è stata uno degli elementi fondamentali della decadenza culturale nei giornali e nelle case editrici. Rimando, per chi volesse approfondire il tema, al mio libro Giornalismo all’italiana (Edizioni Ares, Milano 1997). Citerò solo un episodio, per chiarirne la pesantezza. Una volta, parlando con Rosellina Balbi, responsabile culturale a La Repubblica mi sentii dire: «Non citerò mai sul mio giornale un libro di Montanelli o di qualche montanelliano: è una questione di principio». Ecco la cultura ortodossa, vista come hortus clausus politico, con la sua kapò all’ingresso.

Pagine senza idee
Il “mercantilismo” è il frutto più recente della fine delle ideologie: chi non ha più trovato rifugio sotto di esse, sotto la monocultura di sinistra, ha trovato comoda ospitalità nei contenitori di pubblicità della nuova “editoria di mercato”. Così, da un lato il giornalismo scritto si fa pilotare da quello televisivo, dall’altro, in nome dell’audience, scopre che il marketing gli impone la ricetta gossip-sport-scoop con lo stesso accanimento con il quale i successi televisivi sono realizzati grazie alle natiche delle onnipresenti ballerine.
Se in Tv i libri vengono goffamente veicolati o attraverso rare trasmissioni fortemente politicizzate o, nella Tv privata, grazie a giovani scollate che parlano stentatamente l’italiano, sui giornali la cultura è ridotta al pettegolezzo, si trasforma penosamente in cassa di risonanza del gadget (il Corriere dedica ogni giorno una pagina intera al libro messo in vendita a prezzo scontato col giornale), i libri segnalati sono quelli che l’editore (lo stesso del giornale) vuole promuovere, o che gli amici degli amici piazzano quando possono. Le classifiche dei libri sono il vangelo della promozione e i bestseller di origine televisiva sono le collezioni di barzellette raccolte dai calciatori o dai comici del teleschermo. Il mercato incombe, i bilanci quadrano con le spy stories.

Le pagine culturali non hanno più un programma a lungo raggio né un indirizzo preciso. Piovene, quando volle nel neonato Giornale di Montanelli “la pagina delle idee”, ci diceva che la cultura era lo zoccolo duro sul quale si reggeva tutto l’impianto della pubblicazione. Oggi una simile enunciazione butterebbe nello sgomento le redazioni culturali, diventate rifugi pericolanti di giornalisti che non leggono, non decidono, non scelgono, ma insaccano secondo le disposizioni venute dall’alto, riservandosi qualche piè di pagina per alimentare la catena del “io ti recensisco perché tu poi mi recensisca”.
La pagina della cultura dovrebbe essere il condensato di quanto si agita e si produce nel mondo culturale, con particolare attenzione alla produzione dei libri. Non è più così. Qualche tempo fa, Ferdinando Camon invitò gli scrittori del PEN Club Italiano a dire che fine aveva fatto la recensione sui giornali. Risposero 29 scrittori, per la rivista del PEN Letture, e tutti parlarono di “morte della recensione”. Qualche citazione di quell’inchiesta aiuta a capire.

Inchiesta fra gli scrittori
Giorgio Calcagno: «Il libro, nella dittatura dei numeri, non ha bisogno di inviti alla conoscenza, ma di fanfare per il lancio; lo stesso autore è diventato un ingranaggio secondario di una macchina dove il motore è il marketing».
Giorgio Barberi Squarotti: «Le case editrici vogliono che il libro sia di brevissima durata... perché possano essere pubblicati altri libri. [Nei giornali] i recensori sono quasi tutti spariti. La recensione è sostituita dalle interviste agli autori, per lo più stolte per autocelebrazione, oppure vane, banali, sciocche... Chi non mira ad altro che al rapido guadagno non merita che disprezzo (editori e recensori e ministri che siano, ma anche insegnanti e genitori)».
Giuseppe Bonura: «I killer sono: 1) Il capitalismo energumeno che preferisce la cultura della pubblicità e della televisione, che fanno guardare senza pensare. 2) I maggiori quotidiani che sono in mano a questi manovratori e che vedono le recensioni serie come il fumo negli occhi. 3) I moltissimi critici che per quieto vivere accettano di produrre la recensione mondano-salottiera, senza accorgersi di tradire la letteratura e di adulare i potenti».
Antonio Debenedetti: «Una delle cause principali della crisi va ricercata nella scomparsa del titolare di rubrica. I giornali non si affidano più a collaudati lettori di professione, come Cecchi, Pancrazi o Paolo Milano, tanto per fare degli esempi. Adesso tutti recensiscono, tutti sono responsabili e nessuno è responsabile».
Gian Carlo Ferretti: «La stampa quotidiana e settimanale per lo più tende a trattare il libro secondo sue formule: come pretesto, associandolo all’uscita di un film, all’occasione di un convegno o alla ricorrenza di un anniversario, nell’ambito di questa o quella disciplina. O come “caso” letterario o extraletterario, attraverso la scoperta spettacolare di un testo, la proposta di una tesi provocatoria, la curiosità di un personaggio, la ricerca di una polemica. Per contro la vera informazione e critica libraria e letteraria è ridotta e casuale».
Nico Naldini: «Alla Società delle Lettere di un tempo (criticabile se si vuole, ma di indubbia consistenza) oggi si è sostituita la Società degli editori con i loro prevalenti problemi di mercato. All’autorevolezza del giudizio critico si è sostituito lo scoop e la creazione attraverso i mass media dei best seller (parola che a Gertrude Stein ricordava il rumore di un sassolino lasciato cadere nella tazza del cesso). Alcuni costruiti a tavolino nelle redazioni editoriali. E poiché l’apparizione di uno scrittore nel salotto di Bruno Vespa basta a creare il successo di un suo libro, per quale ragione dare spazio alle recensioni difficili e noiose? E poiché non esiste più una gerarchia della consistenza, votiamoci pure all’inconsistenza e plaudiamo il successo degli scalzacani».
Renzo Rossetti: «Oggi i grandi giornali hanno le stanze stracolme di libri che nessuno legge e che poi vengono regalati a enti vari o, più spesso, rivenduti per finire sulle bancarelle... Pensare che i giornali di oggi possano suggerire una buona lettura è un’illusione. Se non c’è scontro, polemica, invettiva, insulto, il giornale rimane indifferente».
Paolo Ruffilli: «La morte della recensione è un altro segno dell’imbarbarimento italiano che anche etimologicamente è un decadimento culturale, col trionfo dell’analfabetismo di ritorno assunto e fatto proprio dai presunti intellettuali che occupano le alte poltrone dei giornali, delle testate radiofoniche e televisive e che sono appannati dalla frenesia dell’intrattenimento e dello spettacolo per ragioni di audience e di cassetta».
Ferdinando Camon: «Finché erano vivi i grandi critici succedeva che il libro andava per la sua strada, incontrava il grande critico che lo riconosceva e lo consacrava, conferendogli l’immortalità. Il libro aveva così la sua durata che prescindeva dal successo…Gli editori erano sensibilissimi a questi incontri. Quell’epoca è finita. La durata di un libro diventa oggi la sua disgrazia. Avere in catalogo un libro che vende sempre poco ma non muore mai è come avere in casa un malato di malattia cronica che non lavora, non produce, ma non esce mai dalla vita. In Occidente, la peggior disgrazia che possa capitare a una famiglia».

Buon viso a cattiva sorte
Il discorso, qualunque strada prenda, arriva sempre al mercantilismo imposto come regola sostitutiva di qualsiasi input culturale dagli editori e avallato dai giornali. I giovani scrittori lo hanno capito da tempo e sembrano più rassegnati degli autori stagionati. Filippo Tuena sostiene con freddo realismo che «una buona serie di recensioni fa vendere oggi soltanto dalle 200 alle 250 copie in più e tocca lo 0,001 per cento dei lettori di giornali».Tuena prende atto e spera nel tamtam di Internet. Altri puntano su un ritorno delle riviste letterarie specializzate. Certo, si fa buon viso a cattiva sorte ma questo ridursi dei giornali al solo mercato resta deprimente e culturalmente regressivo. Alcuni giornali hanno da tempo tentato di sopperire a questa mancanza di informazione culturale con un inserto settimanale destinato a catalizzare l’attenzione di chi non è ancora stato standardizzato dalla cultura televisiva, ma anche questo tentativo ha dovuto scontrarsi con i tutori dei bilanci e con gli uomini del marketing. Risultato: il “Mercurio” di Repubblica è stato soppresso, “Tuttolibri” di La Stampa è diventato “Tuttolibri-Tempo Libero”. L’inserto del Sole 24 Ore, per anni giudicato il migliore in Italia, ha perso il suo uomo-guida, Armando Torno, il quale, dopo essere stato chiamato al Corriere della Sera per rinforzarne il settore culturale, è stato presto dirottato altrove, probabilmente perché insensibile alle regole del politically correct.

Da questa ottundente normalizzazione sembrano meno colpiti i giornali regionali. Sono i soli a curare l’orto della produzione locale e a segnalare con tempestività gli eventi culturali e i libri degli autori concittadini. Ma anche qui si sente gelido il soffio del marketing: lo spazio dedicato alla cultura “non paga” in termini di denaro e di pubblicità. I tentativi di ridurre i costi non giovano al prodotto. Tipico il caso dei giornali di Riffeser (Nazione, Carlino, Giorno) che per la cultura hanno una sede unica, presso La Nazione, perciò per segnalare un evento culturale milanese occorre appellarsi, non senza fatica, alla redazione fiorentina.

Invalicabili redazioni
E qui si apre la stravagante storia delle redazioni culturali, le quali, tutte, si sono trasformate nella fortezza Bastiani. Vegliate da quelle mura invalicabili che sono le segreterie telefoniche, esse vivono in un isolamento totale. In nome della difesa dagli assalti degli uffici stampa, i redattori culturali sono praticamente irraggiungibili: la cultura vive su fronti separati, incomunicanti, dentro e fuori dei giornali. Arriva alle redazioni solo tramite sponsor: l’editore, l’ufficio pubblicità, gli amici, gli amici degli amici. Unico messaggero con salvacondotto è Internet, con le sue e-mail, ma è un messaggero che non garantisce risposte: il messaggio arriva ma non si sa se verrà letto e da chi. Esattamente coma accade ai messaggi telefonici sepolti nelle segreterie automatiche.
Se dall’esterno queste redazioni appaiono come indolenti centri di disorganizzazione, dall’interno appaiono vivaci come campi di Agramante sui quali si scontrano le fazioni divise dal credo politico, dall’appartenenza a questa o quella lobby, dalle sorde lotte per le carriere interne.

L’evento culturale o arriva in redazione per le strade anomale sopra indicate o non arriva. Un esempio classico è rappresentato dai premi letterari. Ogni anno, in apertura di stagione, non c’è giornale che non pubblichi un articolo a sfottere sui grandi premi letterari oggetto di volgare mercimonio tra organizzatori e editori. Ma quando quei premi o quelle fiere aprono i battenti, ecco le redazioni, così critiche pochi giorni prima, accorrere in massa al rito mondano che serve all’editore per lanciare i suoi prodotti, indipendentemente dal loro valore contenutistico. Per contro, le poche manifestazioni indipendenti dal mercato editoriale e dal patrocinio politico e dedite alle scelte qualitative si vedranno disertate dai cosiddetti redattori culturali perché l’editore è interessato ad altro, il direttore del giornale considera la cultura non remunerante, il politico della zona dove avviene l’evento non è abbastanza potente da coinvolgere la televisione, senza la quale, per i giornali, un evento, per culturalmente importante che sia, non è un evento.

Il modello è la tv
È attraverso questo meccanismo perverso che la cultura viene annegata in quella specie di cocktail letale, formato dal mondo politico e da quello mercantile dell’editoria, apparentemente ostili ma di fatto complici. Stabilito che la cultura dei giornali è succube del mercantilismo editoriale e del diktat televisivo, si arriva presto alle conclusioni a cui è arrivato da tempo Armando Torno: non c’è nulla di culturale che emerga dal caos delle centomila iniziative promosse dagli enti pubblici o privati se non interviene la televisione. Ma la televisione interviene solo – a-culturalmente – o per favorire il mercato degli editori o per obbedire agli input politici. È così che ogni anno vediamo spacciare per cultura certe esibizioni di mondanità (politici e damazze in primo piano), premiare libri sponsorizzati dai partiti e non ancora conosciuti dal grande pubblico, creare dal nulla risibili appuntamenti culturali in centri di provincia dove il dominus politico, a caccia di consensi elettorali, provvede a ottenere “la diretta” o “la differita” televisiva, mentre i pochi avvenimenti seri restano spesso ignorati dalle telecamere e quindi dai giornali.

Se è vero, come è vero, che è la televisione a fare da modello ai giornali, anche per la cultura, allora si spiega perché la stampa in generale si sia ridotta alla pubblicazione delle schedine (sette righe a libro, copiate dal risvolto). Sui nostri teleschermi, una rubrica fissa e intelligente come la francese Apostrophe è irreperibile. C’è qualche trasmissione fortemente impegnata politicamente e poco adatta a informare e nulla più. Per il resto, ogni volta che si parla del libro lo si fa con la “schedina” affidata agli NN della cultura o a qualche siparietto ludico per i pupi.
Mezzo secolo fa la Rai aveva Il convegno dei cinque, trasmissione altamente culturale. Ma erano altri tempi e infatti anche i quotidiani vendevano due milioni di copie più di oggi. Oggi le tirature vengono gonfiate dai gadget. Il quotidiano è diventato il gadget del suo gadget. E quando il gadget finisce, la tiratura ridiscende.
Lucio Lami



Grazie Macintosh, ci hai insegnato a vedere

Vent’anni dopo l’apparizione del primo PC “user fiendly” della Apple, siamo in grado di capire che il salto non è stato tecnologico ma culturale e sociale

Un mondo oscuro, impervio da esplorare, tutto stringhe di testo e simboli vagamente esoterici. Un ambiente uniforme, noioso, privo di una sola ombra di creatività. Così si presentava lo schermo del computer all’inizio degli anni Ottanta. Nel 1981 l’IBM aveva lanciato sul mercato il primo Personal Computer, utilizzando un testimonial d’eccezione: Charlie Chaplin nei panni di Charlot, simbolo del tentativo di avvicinare la macchina alla quotidianità dell’uomo comune. Ma mancava ancora qualcosa. Certo, era già molto l’aver proposto sul mercato un computer come oggetto “personale”, dunque potenzialmente alla portata di tutti e non troneggiante nel chiuso di una stanza accessibile soltanto a tecnici autorizzati. Il linguaggio di quella macchina restava tuttavia pur sempre affare da iniziati, presupponeva una serie di conoscenze per poter essere utilizzato in modo proficuo: banalmente, occorreva sapere in modo esatto che cosa si voleva dal computer e i termini precisi in cui formulare la propria richiesta per vederla esaudita. Non era possibile guardarsi intorno e selezionare oggetti con il mouse  per interagire con lo schermo, come avviene normalmente oggi.
Mancava, in altri termini, il passo decisivo per avvicinarsi all’utente: non soltanto un passo tecnico, tuttavia, quanto piuttosto un radicale cambio di paradigma, che IBM non era forse preparata a compiere. Bisognava essere disposti ad adattare davvero il linguaggio della macchina a quello del suo utilizzatore e rendere visibile il mondo interno al computer mettendo in questo modo la macchina a disposizione di un pubblico indifferenziato. Così facendo, l’identità del computer ne sarebbe risultata profondamente alterata: si rischiava di trasformare questa straordinaria macchina, nata per agevolare i calcoli balistici dell’esercito statunitense e per favorire la corsa alla conquista dello spazio, in uno strumento di divertimento e di evasione. «La maggior parte della gente – avrebbe detto in seguito Douglas Engelbart, l’inventore del mouse – era convinta che i computer servissero solo a far di conto: big brains to crunch numbers, grandi cervelli che masticano numeri». Minacciare la sacralità della Macchina per i Conti equivaleva a un’eresia: divertircisi, poi, non se ne parlava nemmeno.

E l’Utopia diventa manufatto
Fu proprio questa la principale accusa rivolta al Macintosh, il primo computer “facile da usare” (“user friendly”) che debuttò il 24 gennaio 1984 e di cui in questi giorni ricorre dunque il ventesimo, celebratissimo anniversario. «Le icone e il mouse non trasformano un analfabeta in un letterato – si leggeva nella recensione di una delle principali riviste informatiche americane –. Prima o poi dovremo smettere di puntare e cliccare per cominciare a pensare e digitare». Dal punto di vista tecnologico la novità del Macintosh consisteva infatti nell’uso dell’interfaccia grafica e del mouse, ovvero di una modalità completamente nuova di interazione con l’utente, basata su quanto si vedeva sullo schermo e non su istruzioni astratte da comunicare alla macchina. La metafora della scrivania, con i suoi documenti, le cartelle e finanche il cestino della spazzatura riproduceva una situazione di lavoro standard e trasformava lo schermo del computer in un mondo facile da esplorare, o, meglio, in una serie di mondi, rappresentati dalle varie finestre che si potevano aprire cliccando con quello strano oggetto da muovere sulla scrivania virtuale. Il significato di questa innovazione non era però soltanto tecnico. Lo spot che lanciò il Macintosh, diretto da Ridley Scott (il regista di Blade Runner) e trasmesso una sola volta, durante il seguitissimo Superbowl del 1984, inaugurava in modo del tutto inedito di considerare il computer, visto come un oggetto dotato del potere di trasformare il contesto sociale e non semplicemente una macchina per risolvere meglio e più velocemente alcuni problemi pratici. Un’ideologia in luogo di una prassi. Se ne faceva interprete proprio lo spot televisivo: una ragazza a colori irrompe in uno scenario orwelliano in bianco e nero popolato di individui cupi e vestiti di grigio che assistono impotenti al comizio di un Grande Fratello intento a decantare su uno schermo gigante i pregi dell’uniformità totale. Il Macintosh («the computer for the rest of us», il computer per tutti, come veniva definito nella prima campagna pubblicitaria), cioè il prodotto, non appariva per nulla, nuovo sberleffo al sistema commerciale-produttivo dominante (lo spot di Ridley Scott è stato riproposto tale e quale in questi giorni di anniversario, salvo l’unica significativa variante di un lettore digitale di musica IPod che la ragazza indossa  legato in vita, con tanto di cuffia alle orecchie; è visibile in rete all’indirizzo www.apple. com/hardware/ads/ 1984/).

Per la prima volta si traduceva in un manufatto l’“Utopia californiana”, quel fenomeno culturale nato negli anni Sessanta nei garage della Silicon Valley intorno al sogno di un computer davvero “personale”, che fosse uno strumento di accesso diffuso all’informazione e quindi favorisse l’avvento di un’autentica eguaglianza sociale. Il Macintosh questo sogno lo incarnava pienamente, essendo il risultato della collaborazione e della strenua volontà di due giovani patiti di informatica convinti di poter cambiare il mondo: Steve Jobs e Steve Wozniak. 
Per la prima volta il computer, o meglio la sua interfaccia, si qualificava come un autentico medium, il prodotto di una cultura, destinato a influenzare in profondità i fenomeni culturali e i nostri stessi modelli di pensiero. «Se il personal computer è un medium, allora il suo uso potrebbe davvero cambiare gli schemi mentali di intere generazioni», scriveva Alan Kay, pioniere nello studio dell’interazione uomo-macchina. Douglas Engelbart, ideatore oltre che del mouse di un sistema basato sull’interfaccia grafica già alla fine degli anni Sessanta, proponeva le sue innovazioni come strumenti per accrescere le capacità mentali di un individuo: dal rapporto tra uomo e macchina dovevano svilupparsi nuove potenzialità di comprendere e descrivere il mondo. «Ero convinto del fatto che il modo in cui utilizzavamo i simboli per rappresentare concetti astratti fosse completamente obsoleto», ha spiegato Engelbart in una recente intervista al mensile americano Wired.

Dal PC alla Rete mondiale
A riempire questa lacuna ha pensato il Pc: i suoi simboli, le sue convenzioni caratterizzano in profondità il nostro modo di pensare. «In sostanza non ci stiamo più rapportando con un computer, ma con una cultura codificata in forma digitale», scrive Lev Manovich in Il linguaggio dei nuovi media (Edizioni Olivares, Milano 2002). Se dal punto di vista sociale le potenzialità di impatto del Pc si sono affievolite e hanno finito per identificarsi per lo più con le attività di una controcultura, legata al fenomeno degli hacker e coalizzata intorno a battaglie come quella a favore del software libero (il cosiddetto movimento Open Source), per quanto riguarda il suo influsso profondo sulle categorie stesse di interpretazione delle realtà il ruolo del computer attende ancora di essere pienamente indagato e valorizzato.
Ne è prova un secondo evento decisivo per la nostra storia recente, sempre più chiaramente intrecciata alla vicenda evolutiva delle tecnologie informatiche e delle forme nelle quali esse si sono proposte alla società occidentale di fine millennio. La parabola del Macintosh ci aiuta infatti a capire la nascita e lo sviluppo di un’altra innovazione che affonda le sue radici negli anni Sessanta: quella rete Internet nata nei laboratori del Pentagono (dove aveva sede l’ARPA, il centro di ricerca che avviò il progetto) e divenuta poi un mezzo di comunicazione in grado di riassumere e ridefinire tutti gli altri.

Anche in questa storia di puramente tecnico c’è ben poco, e non è quello che ci interessa. La mera innovazione tecnologica è sempre intrisa di una volontà di cambiamento più ampia, che, anche quando riguarda astratte formule e schemi ingegneristici, ha come referente l’uomo. Così si narra che Larry Roberts, il padre dell’architettura della Rete, abbia tracciato le prime rudimentali rappresentazioni della struttura di Internet (il suo impianto radicalmente decentralizzato e dunque potenzialmente egualitaristico) su tovaglioli di carta usati nelle sue frequenti conversazioni al bar con i propri collaboratori. Anche Internet, come il personal computer, rimase oggetto di studio e sperimentazione per una comunità ristretta lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta, per incontrare una relativa diffusione negli anni Ottanta e un’autentica esplosione dopo la metà degli anni Novanta. Ma anche qui a determinarne la consacrazione come medium fu necessaria una radicale innovazione, che, come nel caso del Macintosh, si basava in buona parte sugli aspetti visivi. Ai suoi albori, e fino ai primi anni Novanta, il contenuto della Rete restava invisibile: i dati fluttuavano in un buio inaccessibile. Soltanto precise istruzioni digitate in modo inequivoco sulla tastiera potevano andare a scovarli. A trasformare le cose arrivò il World Wide Web, introdotto dall’inglese Tim Berners Lee all’inizio degli anni Novanta, e in particolare il primo programma (il browser Mosaic, che poi sarebbe stato ribattezzato Netscape) per esplorare la Rete in modo visivo, passando da un link all’altro sulla base di quanto appariva sullo schermo. Fu come se un riflettore avesse squarciato l’oscurità per rendere visibile il mondo della Rete, quell’oceano sconfinato di dati e informazioni che finalmente risultavano a portata di mano di qualsiasi utente di personal computer. Anche in questo caso l’interfaccia rendeva possibile un nuovo sguardo sugli oggetti di sempre e si qualificava come un medium. Non può sfuggire come la radice di quest’altra rivoluzione sia la stessa che portò all’irruzione del Macintosh sulla scena tecnologica.

Certo, per l’avvento del Web non si scomodarono le utopie egualitariste che caratterizzarono invece i primordi di Internet: anzi, la comunità hacker dapprima vide con una certa ostilità quest’innovazione, che rischiava di trasformare la Rete in un gigantesco centro commerciale o in uno sconfinato parco a tema (pronostico peraltro non del tutto disatteso). Resta il fatto che fu proprio il www, basato sul concetto di “ipertesto” – anche questo un oggetto teorico individuato già negli anni Sessanta – a mettere Internet nelle mani del grande pubblico, con i rischi che ciò comportava e che sono oggi sotto gli occhi di tutti, vale a dire il proliferare di informazioni poco attendibili e di contenuti di qualità discutibile se non proprio pessima.
Internet e il personal computer sono alla base dello sviluppo della rivoluzione digitale. Entrambi nella loro evoluzione sono stati fortemente influenzati da mutazioni dirompenti di prospettiva, non da semplici progressi tecnologici. Come dirompente fu quel martello scagliato vent’anni fa da un’atletica ragazza multicolore contro lo schermo del Grande Fratello.
Stefania Garassini



DVD - La nuova lingua del cinema

È stagione di cicli cinematografici, anzi di trilogie: si sono da poco completate quelle del Signore degli Anelli e di Matrix. Frattanto, dalla fine dell’anno scorso sono disponibili in DVD le tappe precedenti: entrambe le serie – alle quali più testate hanno attribuito in questi giorni la palma di miglior DVD del 2003 –  hanno fatto le cose in grande, allargando di parecchio il contesto rispetto a ciò che lo spettatore aveva ricevuto nella visione cinematografica. Ne parliamo per evidenziare un’operazione non soltanto commerciale ma anche, in senso specifico, “linguistica”. Il DVD Le due torri (ma il discorso vale anche per il precedente su La Compagnia dell’Anello e varrà per Il ritorno del Re, quando uscirà) è disponibile in due versioni: quella vista al cinema e la extended edition, più lunga (di quaranta minuti), con scene inedite e altre più ampie. Non si tratta di “extra” innecessari, bensì di un montaggio diverso voluto dal regista, previsto al momento delle riprese e pensato per chi vuole godersi con calma e dettagli un soggetto che gli interessa. Oltre a ciò, quasi incontabili i contributi, oltre cinque ore di visione in cui è imperdibile il lungo documentario sull’animazione di Gollum, che giustifica la candidatura all’Oscar di questo personaggio.

Un discorso più limitato ma analogo vale per Matrix Reloaded.  Sebbene questo ciclo nel complesso risulti qualitativamente  imparagonabile al Signore degli anelli quanto a spessore culturale, e sebbene il secondo Matrix sia meno equilibrato del primo, anche in questo caso si trattava di una grande produzione: l’investimento  per la puntata è stato sui 250 milioni di dollari. E l’edizione DVD è stata allestita con ampie aggiunte, dal “dietro le quinte” a una messe di informazioni, di materiali, di giochi per intrattenere i fan.
È uno stile di commercializzazione che va diffondendosi, mentre, di pari passo, vengono impoveriti i DVD destinati al noleggio. Altri casi analoghi – il ciclo dedicato a Harry Potter o quello di Alien, per esempio – confermano come ormai le grandi opere del cinema entrino nelle case con tutto ciò che si può desiderare, sul versante della qualità visiva e sonora, su quello della filologia e su quello della curiosità.
Giuseppe Romano

Il Signore degli Anelli. Le due Torri, Platinum series special extended edition, Medusa Home Entertainment 2003, 4 DVD (Collector’s Edition, 5 DVD)
Matrix reloaded, Warner Home Video 2003, 2 DVD
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