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| n° 5 - sabato 31 gennaio 2004 |
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C'era una volta la cultura dei giornali, di Lucio Lami Grazie Macintosh, ci hai insegnato a vedere, di Stefania Garassini DVD: la nuova lingua del cinema, di Giuseppe Romano |
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C’era una volta la cultura dei giornali Se,
nella frenetica rincorsa dettata dal marketing, il giornale è diventato
un gadget dei suoi gadget, le pagine culturali sono l’acme
dell’innecessarietà. Ed è così che tra favori e ignoranze, tra ossequi
e rancori, trionfano le “schedine” e le vere recensioni muoiono Da
oltre un trentennio la cultura nell’editoria italiana è governata da
tre regole: il postulato, l’ortodossia (detta “politically correct”) e
il mercantilismo. Insomma, è in continuo degrado. «Il “postulato”,
leggo nel dizionario, è «una proposizione non dimostrata che si chiede
di ammettere come vera». Uno dei postulati più pesanti del giornalismo
culturale fu lanciato negli anni Settanta e Ottanta e recitava così:
«La cultura e l’estero non interessano ai lettori». Nessun sondaggio ha
mai confermato questo diktat, arrivato dagli editori tramite gli
obbedienti direttori di testata, ma esso ha assunto subito valore di
legge. La Terza Pagina è diventata quindicesima, ha perso per strada
l’elzeviro, la critica letteraria, il gran reportage. Si è trasformata,
in quasi tutti i giornali, in sezione di “Cultura e spettacolo”,
all’insegna del motto: «Tutto è kultura». Qualsiasi menestrello ha
avuto diritto a più spazio di Ezra Pound, perché il menestrello ha un
pubblico più vasto. Sul servizio esteri citerò solo, a
memoria, una vecchia osservazione di Max Gallo su Le Monde: «Tutto
viene insaccato alla rinfusa, livellato: un terremoto con migliaia di
morti, i risultati sportivi, la riunificazione delle Germanie».
L’“ortodossia”, ossia l’immortale regola fascista, mantenuta in vita
nel dopoguerra non tramite la censura, ma attraverso l’autocensura, il
servilismo, il lobbysmo ideologico, trasformatosi oggi in
monetizzazione dei salti della quaglia, è stata uno degli elementi
fondamentali della decadenza culturale nei giornali e nelle case
editrici. Rimando, per chi volesse approfondire il tema, al mio libro
Giornalismo all’italiana (Edizioni Ares, Milano 1997). Citerò solo un
episodio, per chiarirne la pesantezza. Una volta, parlando con
Rosellina Balbi, responsabile culturale a La Repubblica mi sentii dire:
«Non citerò mai sul mio giornale un libro di Montanelli o di qualche
montanelliano: è una questione di principio». Ecco la cultura
ortodossa, vista come hortus clausus politico, con la sua kapò
all’ingresso. Pagine senza idee
Il “mercantilismo” è il frutto più recente della fine delle ideologie:
chi non ha più trovato rifugio sotto di esse, sotto la monocultura di
sinistra, ha trovato comoda ospitalità nei contenitori di pubblicità
della nuova “editoria di mercato”. Così, da un lato il giornalismo
scritto si fa pilotare da quello televisivo, dall’altro, in nome
dell’audience, scopre che il marketing gli impone la ricetta
gossip-sport-scoop con lo stesso accanimento con il quale i successi
televisivi sono realizzati grazie alle natiche delle onnipresenti
ballerine. Se in Tv i libri vengono goffamente veicolati o
attraverso rare trasmissioni fortemente politicizzate o, nella Tv
privata, grazie a giovani scollate che parlano stentatamente
l’italiano, sui giornali la cultura è ridotta al pettegolezzo, si
trasforma penosamente in cassa di risonanza del gadget (il Corriere
dedica ogni giorno una pagina intera al libro messo in vendita a prezzo
scontato col giornale), i libri segnalati sono quelli che l’editore (lo
stesso del giornale) vuole promuovere, o che gli amici degli amici
piazzano quando possono. Le classifiche dei libri sono il vangelo della
promozione e i bestseller di origine televisiva sono le collezioni di
barzellette raccolte dai calciatori o dai comici del teleschermo. Il
mercato incombe, i bilanci quadrano con le spy stories. Le
pagine culturali non hanno più un programma a lungo raggio né un
indirizzo preciso. Piovene, quando volle nel neonato Giornale di
Montanelli “la pagina delle idee”, ci diceva che la cultura era lo
zoccolo duro sul quale si reggeva tutto l’impianto della pubblicazione.
Oggi una simile enunciazione butterebbe nello sgomento le redazioni
culturali, diventate rifugi pericolanti di giornalisti che non leggono,
non decidono, non scelgono, ma insaccano secondo le disposizioni venute
dall’alto, riservandosi qualche piè di pagina per alimentare la catena
del “io ti recensisco perché tu poi mi recensisca”. La pagina della
cultura dovrebbe essere il condensato di quanto si agita e si produce
nel mondo culturale, con particolare attenzione alla produzione dei
libri. Non è più così. Qualche tempo fa, Ferdinando Camon invitò gli
scrittori del PEN Club Italiano a dire che fine aveva fatto la
recensione sui giornali. Risposero 29 scrittori, per la rivista del PEN
Letture, e tutti parlarono di “morte della recensione”. Qualche
citazione di quell’inchiesta aiuta a capire. Inchiesta fra gli scrittori
Giorgio Calcagno: «Il libro, nella dittatura dei numeri, non ha bisogno
di inviti alla conoscenza, ma di fanfare per il lancio; lo stesso
autore è diventato un ingranaggio secondario di una macchina dove il
motore è il marketing». Giorgio Barberi Squarotti: «Le case
editrici vogliono che il libro sia di brevissima durata... perché
possano essere pubblicati altri libri. [Nei giornali] i recensori sono
quasi tutti spariti. La recensione è sostituita dalle interviste agli
autori, per lo più stolte per autocelebrazione, oppure vane, banali,
sciocche... Chi non mira ad altro che al rapido guadagno non merita che
disprezzo (editori e recensori e ministri che siano, ma anche
insegnanti e genitori)». Giuseppe Bonura: «I killer sono: 1) Il
capitalismo energumeno che preferisce la cultura della pubblicità e
della televisione, che fanno guardare senza pensare. 2) I maggiori
quotidiani che sono in mano a questi manovratori e che vedono le
recensioni serie come il fumo negli occhi. 3) I moltissimi critici che
per quieto vivere accettano di produrre la recensione
mondano-salottiera, senza accorgersi di tradire la letteratura e di
adulare i potenti». Antonio Debenedetti: «Una delle cause
principali della crisi va ricercata nella scomparsa del titolare di
rubrica. I giornali non si affidano più a collaudati lettori di
professione, come Cecchi, Pancrazi o Paolo Milano, tanto per fare degli
esempi. Adesso tutti recensiscono, tutti sono responsabili e nessuno è
responsabile». Gian Carlo Ferretti: «La stampa quotidiana e
settimanale per lo più tende a trattare il libro secondo sue formule:
come pretesto, associandolo all’uscita di un film, all’occasione di un
convegno o alla ricorrenza di un anniversario, nell’ambito di questa o
quella disciplina. O come “caso” letterario o extraletterario,
attraverso la scoperta spettacolare di un testo, la proposta di una
tesi provocatoria, la curiosità di un personaggio, la ricerca di una
polemica. Per contro la vera informazione e critica libraria e
letteraria è ridotta e casuale». Nico Naldini: «Alla Società delle
Lettere di un tempo (criticabile se si vuole, ma di indubbia
consistenza) oggi si è sostituita la Società degli editori con i loro
prevalenti problemi di mercato. All’autorevolezza del giudizio critico
si è sostituito lo scoop e la creazione attraverso i mass media dei
best seller (parola che a Gertrude Stein ricordava il rumore di un
sassolino lasciato cadere nella tazza del cesso). Alcuni costruiti a
tavolino nelle redazioni editoriali. E poiché l’apparizione di uno
scrittore nel salotto di Bruno Vespa basta a creare il successo di un
suo libro, per quale ragione dare spazio alle recensioni difficili e
noiose? E poiché non esiste più una gerarchia della consistenza,
votiamoci pure all’inconsistenza e plaudiamo il successo degli
scalzacani». Renzo Rossetti: «Oggi i grandi giornali hanno le
stanze stracolme di libri che nessuno legge e che poi vengono regalati
a enti vari o, più spesso, rivenduti per finire sulle bancarelle...
Pensare che i giornali di oggi possano suggerire una buona lettura è
un’illusione. Se non c’è scontro, polemica, invettiva, insulto, il
giornale rimane indifferente». Paolo Ruffilli: «La morte della
recensione è un altro segno dell’imbarbarimento italiano che anche
etimologicamente è un decadimento culturale, col trionfo
dell’analfabetismo di ritorno assunto e fatto proprio dai presunti
intellettuali che occupano le alte poltrone dei giornali, delle testate
radiofoniche e televisive e che sono appannati dalla frenesia
dell’intrattenimento e dello spettacolo per ragioni di audience e di
cassetta». Ferdinando Camon: «Finché erano vivi i grandi critici
succedeva che il libro andava per la sua strada, incontrava il grande
critico che lo riconosceva e lo consacrava, conferendogli
l’immortalità. Il libro aveva così la sua durata che prescindeva dal
successo…Gli editori erano sensibilissimi a questi incontri.
Quell’epoca è finita. La durata di un libro diventa oggi la sua
disgrazia. Avere in catalogo un libro che vende sempre poco ma non
muore mai è come avere in casa un malato di malattia cronica che non
lavora, non produce, ma non esce mai dalla vita. In Occidente, la
peggior disgrazia che possa capitare a una famiglia». Buon viso a cattiva sorte
Il discorso, qualunque strada prenda, arriva sempre al mercantilismo
imposto come regola sostitutiva di qualsiasi input culturale dagli
editori e avallato dai giornali. I giovani scrittori lo hanno capito da
tempo e sembrano più rassegnati degli autori stagionati. Filippo Tuena
sostiene con freddo realismo che «una buona serie di recensioni fa
vendere oggi soltanto dalle 200 alle 250 copie in più e tocca lo 0,001
per cento dei lettori di giornali».Tuena prende atto e spera nel tamtam
di Internet. Altri puntano su un ritorno delle riviste letterarie
specializzate. Certo, si fa buon viso a cattiva sorte ma questo ridursi
dei giornali al solo mercato resta deprimente e culturalmente
regressivo. Alcuni giornali hanno da tempo tentato di sopperire a
questa mancanza di informazione culturale con un inserto settimanale
destinato a catalizzare l’attenzione di chi non è ancora stato
standardizzato dalla cultura televisiva, ma anche questo tentativo ha
dovuto scontrarsi con i tutori dei bilanci e con gli uomini del
marketing. Risultato: il “Mercurio” di Repubblica è stato soppresso,
“Tuttolibri” di La Stampa è diventato “Tuttolibri-Tempo Libero”.
L’inserto del Sole 24 Ore, per anni giudicato il migliore in Italia, ha
perso il suo uomo-guida, Armando Torno, il quale, dopo essere stato
chiamato al Corriere della Sera per rinforzarne il settore culturale, è
stato presto dirottato altrove, probabilmente perché insensibile alle
regole del politically correct. Da questa ottundente
normalizzazione sembrano meno colpiti i giornali regionali. Sono i soli
a curare l’orto della produzione locale e a segnalare con tempestività
gli eventi culturali e i libri degli autori concittadini. Ma anche qui
si sente gelido il soffio del marketing: lo spazio dedicato alla
cultura “non paga” in termini di denaro e di pubblicità. I tentativi di
ridurre i costi non giovano al prodotto. Tipico il caso dei giornali di
Riffeser (Nazione, Carlino, Giorno) che per la cultura hanno una sede
unica, presso La Nazione, perciò per segnalare un evento culturale
milanese occorre appellarsi, non senza fatica, alla redazione
fiorentina. Invalicabili redazioni
E qui si apre la stravagante storia delle redazioni culturali, le
quali, tutte, si sono trasformate nella fortezza Bastiani. Vegliate da
quelle mura invalicabili che sono le segreterie telefoniche, esse
vivono in un isolamento totale. In nome della difesa dagli assalti
degli uffici stampa, i redattori culturali sono praticamente
irraggiungibili: la cultura vive su fronti separati, incomunicanti,
dentro e fuori dei giornali. Arriva alle redazioni solo tramite
sponsor: l’editore, l’ufficio pubblicità, gli amici, gli amici degli
amici. Unico messaggero con salvacondotto è Internet, con le sue
e-mail, ma è un messaggero che non garantisce risposte: il messaggio
arriva ma non si sa se verrà letto e da chi. Esattamente coma accade ai
messaggi telefonici sepolti nelle segreterie automatiche. Se
dall’esterno queste redazioni appaiono come indolenti centri di
disorganizzazione, dall’interno appaiono vivaci come campi di Agramante
sui quali si scontrano le fazioni divise dal credo politico,
dall’appartenenza a questa o quella lobby, dalle sorde lotte per le
carriere interne. L’evento culturale o arriva in redazione per
le strade anomale sopra indicate o non arriva. Un esempio classico è
rappresentato dai premi letterari. Ogni anno, in apertura di stagione,
non c’è giornale che non pubblichi un articolo a sfottere sui grandi
premi letterari oggetto di volgare mercimonio tra organizzatori e
editori. Ma quando quei premi o quelle fiere aprono i battenti, ecco le
redazioni, così critiche pochi giorni prima, accorrere in massa al rito
mondano che serve all’editore per lanciare i suoi prodotti,
indipendentemente dal loro valore contenutistico. Per contro, le poche
manifestazioni indipendenti dal mercato editoriale e dal patrocinio
politico e dedite alle scelte qualitative si vedranno disertate dai
cosiddetti redattori culturali perché l’editore è interessato ad altro,
il direttore del giornale considera la cultura non remunerante, il
politico della zona dove avviene l’evento non è abbastanza potente da
coinvolgere la televisione, senza la quale, per i giornali, un evento,
per culturalmente importante che sia, non è un evento. Il modello è la tv
È attraverso questo meccanismo perverso che la cultura viene annegata
in quella specie di cocktail letale, formato dal mondo politico e da
quello mercantile dell’editoria, apparentemente ostili ma di fatto
complici. Stabilito che la cultura dei giornali è succube del
mercantilismo editoriale e del diktat televisivo, si arriva presto alle
conclusioni a cui è arrivato da tempo Armando Torno: non c’è nulla di
culturale che emerga dal caos delle centomila iniziative promosse dagli
enti pubblici o privati se non interviene la televisione. Ma la
televisione interviene solo – a-culturalmente – o per favorire il
mercato degli editori o per obbedire agli input politici. È così che
ogni anno vediamo spacciare per cultura certe esibizioni di mondanità
(politici e damazze in primo piano), premiare libri sponsorizzati dai
partiti e non ancora conosciuti dal grande pubblico, creare dal nulla
risibili appuntamenti culturali in centri di provincia dove il dominus
politico, a caccia di consensi elettorali, provvede a ottenere “la
diretta” o “la differita” televisiva, mentre i pochi avvenimenti seri
restano spesso ignorati dalle telecamere e quindi dai giornali.
Se è vero, come è vero, che è la televisione a fare da modello ai
giornali, anche per la cultura, allora si spiega perché la stampa in
generale si sia ridotta alla pubblicazione delle schedine (sette righe
a libro, copiate dal risvolto). Sui nostri teleschermi, una rubrica
fissa e intelligente come la francese Apostrophe è irreperibile. C’è
qualche trasmissione fortemente impegnata politicamente e poco adatta a
informare e nulla più. Per il resto, ogni volta che si parla del libro
lo si fa con la “schedina” affidata agli NN della cultura o a qualche
siparietto ludico per i pupi. Mezzo secolo fa la Rai aveva Il
convegno dei cinque, trasmissione altamente culturale. Ma erano altri
tempi e infatti anche i quotidiani vendevano due milioni di copie più
di oggi. Oggi le tirature vengono gonfiate dai gadget. Il quotidiano è
diventato il gadget del suo gadget. E quando il gadget finisce, la
tiratura ridiscende. Lucio Lami Grazie Macintosh, ci hai insegnato a vedere Vent’anni
dopo l’apparizione del primo PC “user fiendly” della Apple, siamo in
grado di capire che il salto non è stato tecnologico ma culturale e
sociale Un mondo
oscuro, impervio da esplorare, tutto stringhe di testo e simboli
vagamente esoterici. Un ambiente uniforme, noioso, privo di una sola
ombra di creatività. Così si presentava lo schermo del computer
all’inizio degli anni Ottanta. Nel 1981 l’IBM aveva lanciato sul
mercato il primo Personal Computer, utilizzando un testimonial
d’eccezione: Charlie Chaplin nei panni di Charlot, simbolo del
tentativo di avvicinare la macchina alla quotidianità dell’uomo comune.
Ma mancava ancora qualcosa. Certo, era già molto l’aver proposto sul
mercato un computer come oggetto “personale”, dunque potenzialmente
alla portata di tutti e non troneggiante nel chiuso di una stanza
accessibile soltanto a tecnici autorizzati. Il linguaggio di quella
macchina restava tuttavia pur sempre affare da iniziati, presupponeva
una serie di conoscenze per poter essere utilizzato in modo proficuo:
banalmente, occorreva sapere in modo esatto che cosa si voleva dal
computer e i termini precisi in cui formulare la propria richiesta per
vederla esaudita. Non era possibile guardarsi intorno e selezionare
oggetti con il mouse per interagire con lo schermo, come avviene
normalmente oggi. Mancava, in altri termini, il passo decisivo
per avvicinarsi all’utente: non soltanto un passo tecnico, tuttavia,
quanto piuttosto un radicale cambio di paradigma, che IBM non era forse
preparata a compiere. Bisognava essere disposti ad adattare davvero il
linguaggio della macchina a quello del suo utilizzatore e rendere
visibile il mondo interno al computer mettendo in questo modo la
macchina a disposizione di un pubblico indifferenziato. Così facendo,
l’identità del computer ne sarebbe risultata profondamente alterata: si
rischiava di trasformare questa straordinaria macchina, nata per
agevolare i calcoli balistici dell’esercito statunitense e per favorire
la corsa alla conquista dello spazio, in uno strumento di divertimento
e di evasione. «La maggior parte della gente – avrebbe detto in seguito
Douglas Engelbart, l’inventore del mouse – era convinta che i computer
servissero solo a far di conto: big brains to crunch numbers, grandi
cervelli che masticano numeri». Minacciare la sacralità della Macchina
per i Conti equivaleva a un’eresia: divertircisi, poi, non se ne
parlava nemmeno. E l’Utopia diventa manufatto
Fu proprio questa la principale accusa rivolta al Macintosh, il primo
computer “facile da usare” (“user friendly”) che debuttò il 24 gennaio
1984 e di cui in questi giorni ricorre dunque il ventesimo,
celebratissimo anniversario. «Le icone e il mouse non trasformano un
analfabeta in un letterato – si leggeva nella recensione di una delle
principali riviste informatiche americane –. Prima o poi dovremo
smettere di puntare e cliccare per cominciare a pensare e digitare».
Dal punto di vista tecnologico la novità del Macintosh consisteva
infatti nell’uso dell’interfaccia grafica e del mouse, ovvero di una
modalità completamente nuova di interazione con l’utente, basata su
quanto si vedeva sullo schermo e non su istruzioni astratte da
comunicare alla macchina. La metafora della scrivania, con i suoi
documenti, le cartelle e finanche il cestino della spazzatura
riproduceva una situazione di lavoro standard e trasformava lo schermo
del computer in un mondo facile da esplorare, o, meglio, in una serie
di mondi, rappresentati dalle varie finestre che si potevano aprire
cliccando con quello strano oggetto da muovere sulla scrivania
virtuale. Il significato di questa innovazione non era però soltanto
tecnico. Lo spot che lanciò il Macintosh, diretto da Ridley Scott (il
regista di Blade Runner) e trasmesso una sola volta, durante il
seguitissimo Superbowl del 1984, inaugurava in modo del tutto inedito
di considerare il computer, visto come un oggetto dotato del potere di
trasformare il contesto sociale e non semplicemente una macchina per
risolvere meglio e più velocemente alcuni problemi pratici.
Un’ideologia in luogo di una prassi. Se ne faceva interprete proprio lo
spot televisivo: una ragazza a colori irrompe in uno scenario
orwelliano in bianco e nero popolato di individui cupi e vestiti di
grigio che assistono impotenti al comizio di un Grande Fratello intento
a decantare su uno schermo gigante i pregi dell’uniformità totale. Il
Macintosh («the computer for the rest of us», il computer per tutti,
come veniva definito nella prima campagna pubblicitaria), cioè il
prodotto, non appariva per nulla, nuovo sberleffo al sistema
commerciale-produttivo dominante (lo spot di Ridley Scott è stato
riproposto tale e quale in questi giorni di anniversario, salvo l’unica
significativa variante di un lettore digitale di musica IPod che la
ragazza indossa legato in vita, con tanto di cuffia alle
orecchie; è visibile in rete all’indirizzo www.apple. com/hardware/ads/
1984/). Per la prima volta si traduceva in un manufatto
l’“Utopia californiana”, quel fenomeno culturale nato negli anni
Sessanta nei garage della Silicon Valley intorno al sogno di un
computer davvero “personale”, che fosse uno strumento di accesso
diffuso all’informazione e quindi favorisse l’avvento di un’autentica
eguaglianza sociale. Il Macintosh questo sogno lo incarnava pienamente,
essendo il risultato della collaborazione e della strenua volontà di
due giovani patiti di informatica convinti di poter cambiare il mondo:
Steve Jobs e Steve Wozniak. Per la prima volta il computer,
o meglio la sua interfaccia, si qualificava come un autentico medium,
il prodotto di una cultura, destinato a influenzare in profondità i
fenomeni culturali e i nostri stessi modelli di pensiero. «Se il
personal computer è un medium, allora il suo uso potrebbe davvero
cambiare gli schemi mentali di intere generazioni», scriveva Alan Kay,
pioniere nello studio dell’interazione uomo-macchina. Douglas
Engelbart, ideatore oltre che del mouse di un sistema basato
sull’interfaccia grafica già alla fine degli anni Sessanta, proponeva
le sue innovazioni come strumenti per accrescere le capacità mentali di
un individuo: dal rapporto tra uomo e macchina dovevano svilupparsi
nuove potenzialità di comprendere e descrivere il mondo. «Ero convinto
del fatto che il modo in cui utilizzavamo i simboli per rappresentare
concetti astratti fosse completamente obsoleto», ha spiegato Engelbart
in una recente intervista al mensile americano Wired. Dal PC alla Rete mondiale
A riempire questa lacuna ha pensato il Pc: i suoi simboli, le sue
convenzioni caratterizzano in profondità il nostro modo di pensare. «In
sostanza non ci stiamo più rapportando con un computer, ma con una
cultura codificata in forma digitale», scrive Lev Manovich in Il
linguaggio dei nuovi media (Edizioni Olivares, Milano 2002). Se dal
punto di vista sociale le potenzialità di impatto del Pc si sono
affievolite e hanno finito per identificarsi per lo più con le attività
di una controcultura, legata al fenomeno degli hacker e coalizzata
intorno a battaglie come quella a favore del software libero (il
cosiddetto movimento Open Source), per quanto riguarda il suo influsso
profondo sulle categorie stesse di interpretazione delle realtà il
ruolo del computer attende ancora di essere pienamente indagato e
valorizzato. Ne è prova un secondo evento decisivo per la nostra
storia recente, sempre più chiaramente intrecciata alla vicenda
evolutiva delle tecnologie informatiche e delle forme nelle quali esse
si sono proposte alla società occidentale di fine millennio. La
parabola del Macintosh ci aiuta infatti a capire la nascita e lo
sviluppo di un’altra innovazione che affonda le sue radici negli anni
Sessanta: quella rete Internet nata nei laboratori del Pentagono (dove
aveva sede l’ARPA, il centro di ricerca che avviò il progetto) e
divenuta poi un mezzo di comunicazione in grado di riassumere e
ridefinire tutti gli altri. Anche in questa storia di
puramente tecnico c’è ben poco, e non è quello che ci interessa. La
mera innovazione tecnologica è sempre intrisa di una volontà di
cambiamento più ampia, che, anche quando riguarda astratte formule e
schemi ingegneristici, ha come referente l’uomo. Così si narra che
Larry Roberts, il padre dell’architettura della Rete, abbia tracciato
le prime rudimentali rappresentazioni della struttura di Internet (il
suo impianto radicalmente decentralizzato e dunque potenzialmente
egualitaristico) su tovaglioli di carta usati nelle sue frequenti
conversazioni al bar con i propri collaboratori. Anche Internet, come
il personal computer, rimase oggetto di studio e sperimentazione per
una comunità ristretta lungo tutti gli anni Sessanta e Settanta, per
incontrare una relativa diffusione negli anni Ottanta e un’autentica
esplosione dopo la metà degli anni Novanta. Ma anche qui a determinarne
la consacrazione come medium fu necessaria una radicale innovazione,
che, come nel caso del Macintosh, si basava in buona parte sugli
aspetti visivi. Ai suoi albori, e fino ai primi anni Novanta, il
contenuto della Rete restava invisibile: i dati fluttuavano in un buio
inaccessibile. Soltanto precise istruzioni digitate in modo inequivoco
sulla tastiera potevano andare a scovarli. A trasformare le cose arrivò
il World Wide Web, introdotto dall’inglese Tim Berners Lee all’inizio
degli anni Novanta, e in particolare il primo programma (il browser
Mosaic, che poi sarebbe stato ribattezzato Netscape) per esplorare la
Rete in modo visivo, passando da un link all’altro sulla base di quanto
appariva sullo schermo. Fu come se un riflettore avesse squarciato
l’oscurità per rendere visibile il mondo della Rete, quell’oceano
sconfinato di dati e informazioni che finalmente risultavano a portata
di mano di qualsiasi utente di personal computer. Anche in questo caso
l’interfaccia rendeva possibile un nuovo sguardo sugli oggetti di
sempre e si qualificava come un medium. Non può sfuggire come la radice
di quest’altra rivoluzione sia la stessa che portò all’irruzione del
Macintosh sulla scena tecnologica. Certo, per l’avvento del
Web non si scomodarono le utopie egualitariste che caratterizzarono
invece i primordi di Internet: anzi, la comunità hacker dapprima vide
con una certa ostilità quest’innovazione, che rischiava di trasformare
la Rete in un gigantesco centro commerciale o in uno sconfinato parco a
tema (pronostico peraltro non del tutto disatteso). Resta il fatto che
fu proprio il www, basato sul concetto di “ipertesto” – anche questo un
oggetto teorico individuato già negli anni Sessanta – a mettere
Internet nelle mani del grande pubblico, con i rischi che ciò
comportava e che sono oggi sotto gli occhi di tutti, vale a dire il
proliferare di informazioni poco attendibili e di contenuti di qualità
discutibile se non proprio pessima. Internet e il personal
computer sono alla base dello sviluppo della rivoluzione digitale.
Entrambi nella loro evoluzione sono stati fortemente influenzati da
mutazioni dirompenti di prospettiva, non da semplici progressi
tecnologici. Come dirompente fu quel martello scagliato vent’anni fa da
un’atletica ragazza multicolore contro lo schermo del Grande Fratello. Stefania Garassini DVD - La nuova lingua del cinema È
stagione di cicli cinematografici, anzi di trilogie: si sono da poco
completate quelle del Signore degli Anelli e di Matrix. Frattanto,
dalla fine dell’anno scorso sono disponibili in DVD le tappe
precedenti: entrambe le serie – alle quali più testate hanno attribuito
in questi giorni la palma di miglior DVD del 2003 – hanno fatto
le cose in grande, allargando di parecchio il contesto rispetto a ciò
che lo spettatore aveva ricevuto nella visione cinematografica. Ne
parliamo per evidenziare un’operazione non soltanto commerciale ma
anche, in senso specifico, “linguistica”. Il DVD Le due torri (ma il discorso vale anche per il precedente su La Compagnia dell’Anello e varrà per Il ritorno del Re,
quando uscirà) è disponibile in due versioni: quella vista al cinema e
la extended edition, più lunga (di quaranta minuti), con scene inedite
e altre più ampie. Non si tratta di “extra” innecessari, bensì di un
montaggio diverso voluto dal regista, previsto al momento delle riprese
e pensato per chi vuole godersi con calma e dettagli un soggetto che
gli interessa. Oltre a ciò, quasi incontabili i contributi, oltre
cinque ore di visione in cui è imperdibile il lungo documentario
sull’animazione di Gollum, che giustifica la candidatura all’Oscar di
questo personaggio. Un discorso più limitato ma analogo vale per Matrix Reloaded.
Sebbene questo ciclo nel complesso risulti qualitativamente
imparagonabile al Signore degli anelli quanto a spessore culturale, e
sebbene il secondo Matrix sia meno equilibrato del primo, anche in
questo caso si trattava di una grande produzione: l’investimento
per la puntata è stato sui 250 milioni di dollari. E l’edizione DVD è
stata allestita con ampie aggiunte, dal “dietro le quinte” a una messe
di informazioni, di materiali, di giochi per intrattenere i fan. È
uno stile di commercializzazione che va diffondendosi, mentre, di pari
passo, vengono impoveriti i DVD destinati al noleggio. Altri casi
analoghi – il ciclo dedicato a Harry Potter o quello di Alien, per
esempio – confermano come ormai le grandi opere del cinema entrino
nelle case con tutto ciò che si può desiderare, sul versante della
qualità visiva e sonora, su quello della filologia e su quello della
curiosità. Giuseppe Romano Il Signore degli Anelli. Le due Torri, Platinum series special extended edition, Medusa Home Entertainment 2003, 4 DVD (Collector’s Edition, 5 DVD) Matrix reloaded, Warner Home Video 2003, 2 DVD |
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