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| n° 42 - sabato 16 ottobre 2004 |
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La Storia incantata, di Giuseppe Romano Le bufale de "Il codice Da Vinci", di Marco Respinti Ma quel King Arthur è Re Artù? Un kolossal brutto e infedele, di Alberto Leoni Hollywood e la storia, matrimonio d’amore e di interesse |
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La Storia incantata
Romanzi, film, documentari, fiction e
reality show. Una cosa in comune: la verità dei fatti – eventi,
personaggi, date – non conta più. La narrazione si piega a esigenze
ideologiche o commerciali. E il pubblico abbozza, ammaliato
dall’Immaginario Digitale
C’era una volta il romanzo storico. A
proposito del quale Alessandro Manzoni si tormentò nel contrasto tra
“vero” e “verosimile”, cioè di un intreccio di eventi e di invenzioni
concepito in maniera che i personaggi avrebbero potuto esistere e agire
ai tempi narrati senza tema di contraddizione. Ma fu tale la sofferenza
dell’uomo e dello scrittore per la fatica di sanare il contrasto tra
fantasia e memoria, che alla fine l’irrisolto dissidio gl’impose
addirittura il silenzio creativo. Cecidere manus, cadde la stanca mano.
Altri tempi. Oggi s’impone un “racconto sulla storia” che miscela fatti
e invenzione in modo assai diverso. Approfitta della digitalizzazione
dell’immaginario, conseguente alla rialfabetizzazione cinematografica e
televisiva imposta dai nuovi modelli narrativi del grande e del piccolo
schermo. Film come Titanic, Il gladiatore, Troy, King Arthur, ma anche
sceneggiati come La meglio gioventù e Il giovane Hitler, e format
televisivi come i reality da Grande Fratello ad Amici e a L’isola dei
famosi, propongono un’immagine del reale artefatta ma “in diretta”,
finta ma “veridica”. La ri-costruzione dei fatti è affrontata come una
ri-creazione: un’operazione non fine a sé stessa, bensì orientata
e sottoposta a ragioni artistiche o (assai più spesso) di marketing,
sia esso intellettuale oppure culturale. Casi come i documentari di
Michael Moore, sui quali abbiamo già speso molte parole, e il best
seller Il Codice Da Vinci di Dan Brown (8 milioni di copie vendute, un
anno e più in testa alle classifiche) sprezzano entrambi la veridicità
dei riferimenti storici, anzi costruiscono la propria sfida narrativa
sull’asserire aprioristicamente l’attendibilità di prove addotte come
storiche ma invece tutte da verificare, quando non assolutamente
infondate. Ne risultano dei pastiche che hanno la suggestione di un
algoritmo matematico: date quelle formule, quali che siano i valori
inseriti il risultato è immancabilmente certo. Alchimie del genere
fanno gongolare i sensitivi del marketing: un filmone come Troy – lo
raccontava Luisa Cotta Ramosino sul Dom del 29 maggio 2004 scorso– è
stato architettato ancorando alle tenui basi del fatto storico i canoni
figurativi dettati da specialisti della pubblicità e da piloti del
trendy. E in un blockbuster come Il gladiatore la qualità della
ricostruzione è discutibile sul lato storico ma inoppugnabile su quello
psicologico, nel senso che il gladiatore Massimo obbedisce fedelmente e
dimostrabilmente a una precisa idea di eroe americano.
Che c’è di male? E perché, quando si tratta di fiction, dovremmo
rimproverare agli autori le loro eventuali arbitrarietà? Lungi da noi
(benché insorga qualche dubbio sul vecchio binomio
raccontare-ammaestrare, condito con energiche spruzzate di propaganda
politica, di lobbysmo culturale e di persuasione occulta).
Il problema è un altro. Come mai Fahrenheit 9/11 di Moore è un
sedicente documentario? Come mai Bowling for Columbine, dello stesso
regista, ha vinto l’Oscar nella sezione “documentari”? Come mai Il
Codice Da Vinci passa per una ricostruzione storica rivoluzionaria ma
fedele? E, soprattutto, come mai pubblico e critica lasciano che
operazioni del genere vengano attuate senza farsene un problema? Il
fenomeno è così ampio e indiscriminato da trasparire come una nuova
abitudine sociale, una sorta di pregiudizio ambientale. Vivesse in
questo clima, Manzoni si sentirebbe libero di sfornare un best seller
dietro l’altro e dormirebbe tranquillo.
Un esempio concreto. Il Codice Da Vinci potrebbe essere letto come un
romanzo abile e provocatorio, mirato a criticare l’esistenza della
Chiesa cattolica e il suo diritto a un magistero. Sotto il profilo
culturale è indubbiamente questo il suo proposito. Ventiquattro anni fa
Umberto Eco fece altrettanto con Il nome della rosa, anche quello un
romanzo “storico”, anche quello un best seller mondiale. Ma quanta
differenza, fra i due: Eco aveva robustamente (ancorché
tendenziosamente) tessuto la sua trama nel contesto della storia e
della filosofia medievali. Brown invece affastella notizie,
suggestioni, assonanze e invenzioni per dare al suo scritto una patina
di aderenza superficiale e funzionale alla trama.
Eppure, quel che è davvero sorprendente, pochi sembrano cogliere la
provocazione di Brown per quello che è. Essa non suscita alcun
dibattito riguardo all’attendibilità storica (peraltro così precaria
che nessuno studioso serio si sognerebbe di sostenerne l’impalcatura).
Se s’indagano i giudizi della gente (la “gente comune”, quella che si
conta a milioni e decreta il successo di un best seller), per esempio
spigolando fra i pareri che si trovano nelle librerie virtuali della
Rete, si riscontra che in stragrande maggioranza l’apprezzamento per il
libro non contiene alcun distinguo fra interesse della trama,
fondatezza dei riferimenti, messaggio culturale e qualità della
scrittura. Bensì riguarda l’opera nella sua integralità, presa alla
lettera: come se tutto ciò che vi è contenuto fosse oro colato.
Ecco un sunto di opinioni dal sito di IBS, www.internetbookshop.it
(desunte dalla prima fra le 25 “pagine” web che raccolgono 573 pareri
di lettori, cifra record in un sito pur prolifico di interventi): «Chi
non può affermare che dopo aver letto questo libro non ha sviluppato
dubbi su tutto quello che gira intorno alla chiesa?!?», domanda un
Tommaso. «È il libro più affascinante e bello che io abbia mai letto»,
riassume un Francesco. Greta si spinge alle confessioni personali:
«Questo libro mette finalmente in discussione la metamorfosi che ha
subito la nostra religione negli ultimi secoli, ho letto critiche
riguardo ai riferimenti storici citati... forse sarebbe utile che
ognuno di noi imparasse ad essere razionale. Ho sempre avuto forti
perplessità sull’operato del Vaticano, sugli intrighi economici che lo
circondano. Questo libro è per me una conferma, forse ho capito perché
non sono mai riuscita a dare un senso ai riti di preghiera, di
confessione o di penitenza... e finalmente non mi sento più in colpa!».
«Quale sia poi il confine tra fantasia e realtà», sentenzia Virgilio,
«beh poi spetta ad ognuno di noi dirlo, magari tramite approfondimenti
e ricerche». «Io trovo che sia una storia bellissima, un modo di
interpretare la storia diverso dal solito, che, comunque per me, resta
quello reale. Ma lo stesso il libro ti fa uscire dai confini della
realtà ed ogni tanto ci vuole uno stacco da tutto ciò che ci circonda,
facendoci entrare in un mondo diverso, dove niente è quello che
sembra», conclude Samantha. Insomma, come se apprezzare il Signore
degli Anelli implicasse convincersi dell’esistenza degli hobbit.
Montalbano fuorilegge
Non sono casi isolati. Parecchi autori che imbastiscono narrativa o che
mettono a punto sceneggiature lo hanno capito e contano su questo,
sbilanciandosi a inventare in tutta tranquillità gli “anelli mancanti”
che la realtà e la storia non propongono e che però servono a rendere
credibili le loro invenzioni. O allestiscono eventi fantasiosi che
mettono in crisi precisi contesti storici. Difficile non ritenere
premeditata la damnatio che Andrea Camilleri predispone e perpetua nei
confronti del candidato immaginario di un partito politico reale,
tratteggiandolo con lineamenti talmente vergognosi che il commissario
Montalbano si sente autorizzato a far giustizia al di fuori della legge
nel nome di un qualcosa che egli stesso non sa definire meglio che col
termine “speranza”. Accade nel più recente dei suoi romanzi, La
pazienza del ragno (Sellerio, Palermo 2004, pp.252, e10,00) –
guardacaso, tutto incentrato sul condizionamento emozionale
dell’opinione pubblica –, la cui Nota finale è un capolavoro di
sarcasmo quando sostiene che «questo è un romanzo inventato di radica,
almeno lo spero»: sì, certo, salvi i connotati del partito di
maggioranza e di governo inviso all’autore, il cui innominato capo
si fa volentieri ritrarre in tuta da jogging eccetera.
E chi acquista i romanzi di Richard North Patterson dovrebbe tener
conto del fatto che l’autore è anche un uomo politico, dirigente di
gruppi di pressione, addirittura esperto nelle lobby che sostengono il
candidato Kerry. Nel suo ultimo romanzo, Scelta obbligata, appena
pubblicato in Italia (Longanesi, Milano 2004, pp.684, e18, 50),
protagonista è un presidente statunitense in carica che milita fra i
Democratici, casualmente si chiama Kerry di nome proprio e il suo nome
completo è abbreviato in KFK con esplicito rinvio al kennedysmo (il The
Washington Post ha affermato che «la tentazione di associare i suoi
protagonisti a personaggi reali è forte»). Innamorato e appena sposato,
deve combattere una dura battaglia contro le aziende produttrici di
armi e a favore delle vittime della violenza armata. Battaglia
straziante, anche perché suo fratello maggiore è morto in un attentato,
lui stesso è sopravvissuto a un altro, infine la famiglia della
neomoglie viene sterminata a colpi di pistola il giorno dopo le nozze.
Il tema è presentato in modo così coinvolgente e manicheo che nessuna
persona di buon senso potrebbe stare con la controparte: coloro che
sono a favore dell’uso delle armi (fra cui tutti i membri Repubblicani
del Senato USA) vengono relegati al ruolo di farabutti che subiscono
pressioni mercantili e adottano metodi più che discutibili per imporre
le loro idee. Già che c’è, la requisitoria romanzesca contro l’abuso
delle armi apre la pista ad altri temi che meriterebbero una
trattazione più equilibrata. Per dirne uno, l’aborto. Il Kerry
eroe-presidente è abortista convinto e attivo, ma nel suo scontro
globale il tema irrompe in quanto qualcuno sfodera un infame ricatto
alla libera azione del leader, ingiungendogli di cessare la battaglia
contro le armi pena la divulgazione dell’aborto cui l’allora amante
segreta di Kerry, oggi sua moglie, aveva scelto di sottoporsi nei primi
tempi della loro relazione. Ovvio che il lettore s’indigni contro un
simile “antiabortismo”.
Un “bel” romanzo come questo equivale a mille comizi. Se ne rendono
conto i lettori? Chissà. Uno che si è così immedesimato da firmarsi
Kerry, come il protagonista, dà spazio su IBS alle sue personali
conclusioni: «Questo romanzo fa pensare non solo per la parte legata al
controllo delle armi, ma soprattutto al reale atteggiamento dei
politici, di qualunque nazione, legati solo ad atteggiamenti
utilitaristici davvero aberranti. I repubblicani americani sono
taaaaanto simili a parecchi politici nostrani».
Incredulità addio
Indignarsi contro questi procedimenti, per ciò che hanno di
surrettizio, non serve e non basta. Chi fa fiction ha tutto il diritto
di proporre il suo racconto senza rendere conto a priori degli
ingredienti e della miscela che ha usato. Umberto Eco (su L’Espresso
del 9 settembre 2004), ritiene che «il cinema sembra un’arte “popolare”
ma in realtà è singolarmente classista (e se ne avvantaggia
commercialmente): retribuisce cognitivamente lo spettatore che pensa e
consola in ogni caso quello che non pensa (ma paga lo stesso)». Il
discorso non fa una grinza, nemmeno se (come Eco non vorrebbe) lo
applichiamo anche alla narrativa scritta d’intrattenimento e
d’evasione.
Ma riguardo alla plausibilità o implausibilità di una storia dovrebbe
comunque contare il principio di “sospensione volontaria
dell’incredulità” che (precisato da J.R.R. Tolkien) è entrato nella
comune opinione critica sulle opere d’invenzione. Quando condivide la
finzione stabilita dall’autore, il lettore sospende la propria
incredulità e accetta di credere alla “verità” di quel mondo, finché
dura la lettura o la visione. Anche negli elementi palesemente
irrealistici: se gli uomini in quel mondo creativo hanno le ali o fanno
incantesimi, nessun problema. Ma i racconti a un certo punto finiscono
e la realtà torna a imperare. O così pensavamo: stiamo invece
constatando che l’incredulità rimane sospesa permanentemente e a tutto
campo. A furor di popolo. Un popolo che quindi vive in una fiaba
perenne dove tutto può accadere o essere accaduto, in un film che un
regista birichino non smette di farcire con improbabili effetti
speciali. Lobotomizzati dalla “digitalizzazione dell’immaginario”?
Lecito domandarcelo, così com’è opportuno indagare a quali e quanti
altri campi si allarghi, questa piaga.
Ha fatto notare Ernesto Galli Della Loggia che alcuni accesi dibattiti
odierni, su argomenti essenziali della nostra società, sono minati da
una singolare miopia (Corriere della Sera, 17.9.2004). Il “diritto a
volere un figlio sano” confligge con altri diritti essenziali
dell’uomo, più nascosti ma anche più basilari. E pretendere la libertà
di eutanasia, sostituire l’ineluttabilità della morte che ci investirà
con la scelta della morte che ci diamo da soli, è un’illusione davvero
paradossale: darsi la morte per sfuggire alla morte. Alterare questo
appuntamento non ne cambia la trascendenza, è una ritirata che ha il
sapore di un “non voglio saperne”, piuttosto che di “ne so di più”. La
vita andrebbe accettata a tutto campo: anche soffrire, morire, ci dice
qualcosa di noi stessi e ci definisce oggettivamente.
Tutto si tiene. Mentre la scomparsa delle religioni fa posto alle
superstizioni, sul versante opposto (ma speculare) la morte delle
ideologie genera nuovi e più provinciali sofismi. È anche così che il
circo industriale dell’evasione e dello spettacolo coinvolge e travolge
tutto ciò che era arte e cultura. L’assenso preventivo è divenuto legge
generale, imperiosa, balza fuori dalle pagine e dagli schermi per
dilagare nelle nostre esistenze.
“C’era una volta”, si diceva all’inizio delle fiabe. C’eravamo una volta, si dice alla fine della Storia.
Giuseppe Romano
Le bufale de "Il codice Da Vinci"
Il popolarissimo romanzo di Dan Brown
racconta una storia già mille volte raccontata e già mille volte
sbugiardata. E dove innova, sbaglia. Né verosimile né storico, non
convince nemmeno come fantasy. Leggete un altro libro
«Ho scritto 12 libri di saggistica
sinora, e ho deciso di smettere. [...] Credo che la verità si possa
diffondere meglio attraverso i romanzi». Lo dice – in una intervista
rilasciata a Francesco Garufi nel libro Rennes le Château:
un’inchiesta (Edizioni Hera, Roma 2004) – Michael Baigent, colui
che assieme a Richard Leigh e a Henry Lincoln ha dato il la alla storia
dei figli di Gesù attraverso best-seller fortunati quali Il Santo
Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni del 1982 (trad. it.
Mondadori, Milano 2004) e L’eredità messianica del 1996 (trad. it.
Tropea, Milano 1999). Lo dice lui e ne ha ben donde, giacché Il Codice
Da Vinci di Dan Brown (trad. it. Mondadori 2003, oggi alla 31a
ristampa) racconta le stesse storie dell’oggi disciolto trio
britannico, salvo però non dirlo (l’ultimo reprint de Il Santo Graal
strilla invece dalla fascetta: «Il libro che ha ispirato “Il Codice da
Vinci” di Dan Brown»).
Ora, i libri di Baigent, Leigh e Lincoln sono saggi che inventano una
storia, mentre il “giallo” di Brown è un romanzo che si crede un libro
di storia. Anzi, che fa credere ai lettori di essere storicamente
fededegno – magari proprio perché tacitamente si basa su Il Santo Graal
e L’eredità messianica –, mentre invece è fiction, quanto pura è da
vedere. Infatti, la primissima edizione italiana del libro di Brown
recava (come del resto l’originale inglese) una paginetta intitolata
Informazioni storiche in cui si dava per vero quello che nel romanzo
non è nemmeno verosimile; ma, nelle ristampe, la paginetta e le
informazioni sono rimaste, mentre quel titolo a dir poco imbarazzante è
scomparso (resta invece nella versione inglese).
Così, quello che continua a essere sempre e solo un romanzo dà da bere
al lettore che nel 1099 sia stato davvero fondato quel Priorato di
Sion, il quale, sia nei saggi di Baigent, Leigh e Lincoln sia nel
thriller di Brown, custodisce la “sacra coppa” e la verità segreta
sulla storia del mondo. Mentre non è affatto vero.
Immaginiamo Buddha...
«Immaginiamo questo scenario», scrive Massimo Introvigne, fondatore del
Centro Studi sulle Nuove Religioni di Torino in un articolo di critica
pubblicato sul sito della sua istituzione (cesnur.org). «Esce un
romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha
condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie
e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i
diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per
nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno
assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista
scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966)
– era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama
e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le
menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso
l’omicidio». E prosegue: «Pubblicato, il romanzo non passa inosservato.
Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa
mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le
religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli
applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una
versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e
considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto.
Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale.
Solo che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità
buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine
zen ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui
fondata; non del Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II».
Questo è Il Codice da Vinci. Esiste insomma un complotto ruotante
attorno all’Opus Dei che, a Parigi, mira a impedire all’ultimo Gran
Maestro del Priorato di Sion, Jacques Saunière, curatore del
Museo del Louvre, di rivelare al mondo la verità sottaciuta e repressa
da sempre dalla Chiesa. Vale a dire che Gesù non fondò su Pietro la
vera Chiesa, ma che il Messia diede origine a una stirpe nata dal
grembo di Maria Maddalena, moglie sua ma per bieco maschilismo relegata
alla subalternità. Questa progenie è la linea del sang réal
così che il Santo Graal altro non è se non la nascosta tomba di Maria
Maddalena. Fra intrighi polizieschi, assassinii e accuse incrociate, lo
studioso statunitense di simbologia Robert Langdon e la criptologa
Sophie Neuve, nipote di Saunière, arrivano addirittura all’ex
presidente francese François Mitterrand, “noto” esoterista e massone
che volle la piramide del Louvre per celarvi agli occhi del mondo
nientemeno che la tomba-Graal della Maddalena.
La povera, infatti, attendeva da tempo la “liberazione”. Depositaria
della priorità del principio femmineo su quello maschile, ella sposò
quel tale Gesù che mai peraltro pretese di essere Dio. Costantino, poi,
padre-padrone di quell’impero che andava divenendo cristiano, s’inventò
una storia e una teologia nuove che potessero fare da instrumenta
regni. Via le donne, su gli uomini, ed ecco inventato il primato di
Pietro. Ma ci voleva una proclamazione solenne: ecco dunque il Concilio
di Nicea del 325, autoritario e antifemminista.
Qui, fra i molti ricchi, belli e simbolici che esistevano, la Chiesa
petrino-roman-costantinian-maschilista-cattolica scelse come canonici
quattro vangeletti innocui che non dicono alcunché di toccante,
pungente o piccante. Gli altri vennero reietti dal club dei
presentabili e bollati verboten giacché “eretici” o “gnostici”.
Quindi, scese in campo il suggello di quest’alleanza fra Trono &
Altare usurpatori. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine la
dinastia dei merovingi venne fatta fuori dai carolingi, poi capetingi.
Dagoberto II, l’ultimo dei mohicani-merovingi, fu infatti anche
l’ultimo sovrano legittimo della stirpe maddaleniana del sang réal
fatta fuori dal potere costantiniano. E dal papa, il quale benedisse il
Cielo il giorno in cui un Carlo dei franchi un po’ carlone gli chiese
di essere incoronato imperatore sacro e romano, in realtà cavalier
servente dei Successori di Pietro.
Fu quel dì il trionfo della menzogna, la vittoria contro tutto ciò che
per la Chiesa cattolica era “maddalenume”. Ma il “maddalenume” è un
lumicino che ancora fumiga e così organizza la resistenza nel Priorato
di Sion, di cui sono Gran Maestri certi luminari del genere umano,
tedofori segreti della fiamma della verità vera, perseguitati
dall’alleanza menzognera fra Trono & Altare. Fra questi vi è anche
Leonardo da Vinci, che ha lasciato molti indizi della verità vera nelle
proprie opere.
Il potere iniziatico di una nipote
Sembra un po’ Il senso della vita di Monty Python mescolato a Brian di
Nazareth? In effetti... È una storia già sentita? Certo. È infatti
quella di Rennes le Château, peraltro più volte demistificata (in
ultimo dal citato libro di Francesco Garufi, recensito sul “Dom” n.
41). Addirittura i nomi sono gli stessi: Jacques Saunière richiama don
Bérenger Saunière (1852-1917), parroco di quel paesino dei Pirenei. Nel
romanzo, i cognomi Plantard e Saint Claire, “tipici” degli ultimi
discendenti merovingi di Gesù e della Maddalena, appartenevano agli
antenati di Sophie Neuve prima che, per paura, essi lo cambiassero: ma
è una citazione di Pierre Plantard (1920-2000) – il truffatore ben noto
alla giustizia francese che fondò il Priorato di Sion, non nel 1099, ma
nel 1956, davanti a un notaio – il quale rivendicò per sé il sacro
lignaggio iniziatico (lo stesso che nel romanzo porta a Sophie)
inventandosi un’aura merovingia con la creazione del nomignolo
falsamente nobile «Plantard de Saint-Claire». Un’altra citazione,
questa volta dal famoso “trio britannico”, è il personaggio di Sir
Leigh Teabing, nel romanzo un «ex storico reale britannico», che
ammicca a Richard Leigh.
E siccome chi di cabalismo di quart’ordine ferisce, di esso pure
perisce, si potrebbe anche insinuare che qualcosa di arcano, di magico
e d’iniziatico celi addirittura la scelta browniana di dare a Sophie il
cognome che ha, Neuve, termine francese per “nipote” ma maschio: ne Il
Codice Da Vinci, dove l’ambiguità regna merovingicamente sovrana,
Sophie è invece evidentemente una femmina, nipote, nièce, di un
Saunière, l’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, che però è il
cognome di un prete dei Pirenei che per definizione non figlia, che
però aveva una perpetua chiacchierona e faccendiera, che giocava
volentieri con la stirpe maddaleniana, che...
Cosa vorranno mai dirci, insomma, gli astri di Brown con questo
gioco di androginie linguistiche? Probabilmente un bel nulla, come
l’intero suo tentar romanzescamente le improbabili essenze di una
storia autenticamente fasulla.
Uno scherzo da prete
Dunque la stoffa del romanzo di Brown è la storia falsa del tesoro
inesistente di Rennes le Château, il cui poco misterioso parroco, lungi
dall’essere un massone o un iniziato che trovò le prove della
genealogia maddaleniana in una cripta della propria chiesetta, era un
trafficone che venne sospeso a divinis perché vendeva lucrose Messe.
Eppure se non fosse stato per la sua perpetua, Marie Denarnaud
(1868-1953), la storia sarebbe finita lì, una solenne e simoniaca
figuraccia. Don Saunière, infatti, la nominò intestataria di tutti i
propri beni e questo per impedire al suo vescovo di entrarne in
possesso.
Fu poi la Denarnaud che alimentò le leggende del tesoro da Mille e una
notte. Quindi giunse Noël Corbu (1868-1953), il personaggio che,
collaborazionista ai tempi della Seconda guerra mondiale, fornisce il
link con il nazismo magico alla ricerca di Graal, lance di Longino e
verità nascoste in Tibet. Corbu acquistò dall’ex perpetua il complesso
di don Saunière per farne un ristorante, ma poi ci prese gusto e, a
partire dal 1956, cominciò a pubblicare sulla stampa locale
vaneggiamenti di preti misteriosamente miliardari. Se ne interessarono
allora gli esoteristi e i giornalisti. Fra i primi spicca Pierre
Plantard, già animatore del gruppo Alpha Galates; fra i secondi Gérard
de Sède, autore, nel 1967, de L’or de Rennes ou la vie insolite de
Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château.
La consacrazione arrivò però nella seconda metà degli anni Settanta
quando Baigent, Leigh e Lincoln s’interessarono alla vicenda,
pubblicando poi Holy Blood, Holy Grail, da noi Il Santo Graal. Scoppiò
insomma la mania per l’esoterismo fatto in casa e a caso, e così la
“storia maddaleniana” diventa il “segreto” più pubblicizzato del mondo,
grazie anche (nota Introvigne) «alla BBC, che batte la grancassa». Che
il Santo Graal sia il sang réal dei figli di Cristo lo si afferma
peraltro solo a partire da Plantard, pure lui già amico dei nazisti.
Detto questo – che non ammonta certo a plagio, ma a riciclaggio sì –,
il numero delle sciocchezze e dei falsi di cui è irto il romanzo di
Brown è legione.
Antichissimo, anzi nuovo
Partiamo dal Priorato di Sion, che esiste solo perché è stato fondato a
metà del secolo scorso. La famosa nota sulle Informazioni storiche de
Il Codice da Vinci oramai orbata di titolo, parla di documenti di
quell’ordine ritrovati nel 1975 alla Biblioteca Nazionale di Parigi: ma
lì stavano perché lì ce li aveva in precedenza messi Plantard. Philippe
de Chérisey, morto nel 1985, ha più volte confessato di esserne stato
il principale autore, per altro non pagato e quindi costretto (vi sono
delle lettere, questa volta autentiche) a ricorrere agli avvocati. Nel
Medioevo esistette sì un piccolo ordine religioso denominato Priorato
di Sion, ma ebbe vita brevissima e nessuna connessione con Maddalena,
il Graal, i merovingi e i Pirenei.
Ma, una volta in più, anche lasciando da parte la vicenda di
Rennes le Château, l’attendibilità delle notizie contenute ne Il Codice
Da Vinci non aumenta. Anzi. Anzi, proprio un libro come The Da Vinci
Hoax: Exposing the Errors in “The Da Vinci Code”, pubblicato quest’anno
per la Ignatius Press di San Francisco da Carl E. Olson e Sandra
Miesel, che ignorano completamente la vicenda di Rennes le Château,
rincara la dose.
Stando al romanzo, Gesù non era di natura divina né mai lo proclamò: fu
solo al Concilio di Nicea che, con un colpo di mano petrino da parte
dell’imperatore Costantino che lo convocò, si stabilì quel falso dogma.
Olson e la Miesel rispondono citando un classico, il fondamentale Early
Christian Doctrines, di John Norman Davidson Kelly del 1958, la cui
seconda edizione riveduta uscì nel 1978 (viene costantemente
ripubblicato: ultimamente nel 2000, dalla Continuum International
Publishing Group di Londra e New York) e che in italiano è stato
tradotto come Il pensiero cristiano delle origini (Dehoniane, Bologna
1984). Già nei secoli precedenti Nicea, la natura sia divina sia umana
di Gesù era universalmente riconosciuta, con il «Gesù è il Signore»
della Lettera ai romani (10,9) e il «Gesù Cristo è il Signore» della
Lettera ai filippesi (2,11) quali prime e più antiche confessioni di
fede. A Nicea, del resto, non si stabilì affatto che Gesù, il Figlio di
Dio, fosse divino, giacché questo era appunto creduto: ci si occupò
invece di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il
Padre. Uguali? Di un’unica sostanza? Due persone distinte? Il Concilio
giudicò quindi eretica una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo,
secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un
certo momento del tempo e non esistente ab aeterno.
Inoltre, all’epoca del Canone Muratoriano (siamo attorno al 190), i
quattro Vangeli “sempliciotti” sono già canonici e gli gnostici invece
out, il tutto una novantina d’anni prima della nascita di Costantino.
Del resto, se c’è una costante certa nella storia del cristianesimo,
fra ortodossia, scismi e ed eresie, è proprio la canonicità dei Vangeli
di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Se Brown predilige lo gnostico Vangelo di Tomaso, va ricordato che si
tratta del testo che fonda la grandezza della “moglie” di Gesù sul
fatto che ella «[...] si fa maschio». Quello che quando Simon Pietro
dice: «Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne
della Vita», Gesù replica: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un
maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi.
Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli».
Il romanziere afferma poi che i primi cristiani s’impadronirono
dell’uomo Gesù ammantandolo di una falsa divinità onde legittimare ed
espandere il potere della Chiesa romana. Il vero Gesù, carico di
umanità, sarebbe infatti quello che restituiscono appunto solo i
Vangeli gnostici. In realtà, i sinottici e Giovanni tratteggiano,
spesso dettagliatamente, il Gesù falegname ebreo che diviene rabbi con
molti riferimenti storici oggettivi e riscontrabili, e talora mostrano
un attaccamento all’hic et nunc che ha pochi pari, laddove il “Gesù
gnostico” appare un etereo conferenziere che tiene lunghi, complessi e
criptici sermoni sugli “eoni” e su “gli arconti” adatti solo a una
ristretta élite intellettuale.
L’Opus Dei, Geova e Asterix
Ma Dan Brown non si arrende e, sul proprio sito Internet
(danbrown.com), crea una pagina specifica con un titolo che non ammette
dubbi, Bizarre True Facts from “The Da Vinci Code”.
Uno di questi è il fatto che l’Opus Dei «ha recentemente terminato la
costruzione di una sua sede centrale nazionale, del costo di
quarantasette milioni di dollari, situata al numero 243 di Lexington
Avenue, a New York City». Embè? A parte il fatto che l’Opus Dei è una
prelatura personale e non una «chiesa», come talora viene scritto nel
romanzo, la cosa più assurda è invece il personaggio di Silas, un
«monaco» albino che ne Il Codice Da Vinci è un assassino dell’Opus Dei.
Gli è però che l’Opus Dei non è un ordine religioso e che i suoi membri
sono per la stragrande maggioranza laici; i sacerdoti sono meno del 2%.
Ma, come notano Olson e la Miesel, l’Opus Dei assume nel romanzo di
Brown il posto che già fu della Compagnia di Gesù, “notoriamente” un
“truce” “corpo speciale” a cui la Chiesa ha sempre affidato i lavori
sporchi. Un po’ come gl’inquisitori, insomma.
Poi il nome di Dio. Ne Il Codice Da Vinci, uno dei protagonisti, Robert
Langdon, esperto statunitense di simbologia, spiega coram populo
l’origine di YHWH (pronunciato Yahweh), ovvero il sacro nome di Dio che
gli ebrei osservanti credono non si debba mai pronunciare. Per bocca di
Langdon, il romanzo dice che YHWH deriva da Geova, il quale sarebbe
l’unione androgina del maschile Jah e del femminile Havah, ossia il
nome pre-ebraico di Eva. In realtà, qualsiasi enciclopedia seria
informa sul fatto che “Geova” è un termine della lingua inglese
(“Jehovah”) inesistente prima del secolo XIII e comunque poco usato
fino al XVI. Fu creato artificialmente combinando le consonanti di YHWH
(o JHVH) e le vocali di “Adonai” (“Signore”), che è il termine con cui,
nell’Antico Testamento, gli ebrei sostituirono l’impronunciabile YHVH.
Inoltre, il nome ebreo (e non pre-ebraico) di Eva è hawwâ (pronunciato
“havah”), che significa «madre dei viventi». Nulla di tutto questo ha
caratteristiche androgine.
E come potrebbero mancare i templari? Secondo Brown, Papa Clemente V ne
bruciò centinaia, disperdendone le ceneri nel Tevere. Nel romanzo lo
dice lo storico Sir Leigh Teabing. Il fatto è invece che i templari
furono bruciati principalmente a Parigi, poi in misura molto minore in
altre tre cittadine francesi e forse a Cipro. Traccia di roghi romani
non ve n’è. E comunque Papa Clemente V avrebbe potuto giocare ben poco
con le loro ceneri nel Tevere: si tratta infatti del pontefice che aprì
la Cattività avignonese e che dunque non stava nell’Urbe, ma
nell’entroterra della costa mediterranea francese. Né i templari,
nonostante Brown, self-confessed edotto in storia dell’arte, ebbero
alcunché a che fare con l’architettura gotica.
In ultimo, nel romanzo si dice che “tutti sanno” che i merovingi hanno
fondato Parigi. No: la città era un villaggio gallico fondato con il
nome di Lutetia Parisiorum dalla tribù di quelli che in latino
suonavano celti parisii; un nome che fa probabilmente riferimento a
Lug, il dio celtico del sole. Per Olson e la Miesel, nessun parigino
colto avrebbe mai commesso l’errore. Ma certo nemmeno un lettore delle
avventure di Asterix, tradotto pure nella lingua di Brown.
Ora, se fosse un romanzo storico, Il Codice Da Vinci andrebbe criticato
sul piano di Sir Walter Scott e di Alessandro Manzoni. Non essendolo,
va trattato come fantascienza; ma come fantasy è bruttino, più simile
alla serializzazione delle abbazie cum delicto di Ellis Peters
(1913-1995) che a Umberto Eco. Letterariamente, poi, un passo come: «Da
allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropolitane,
campi di squash» stronca anche i più volenterosi.
Marco Respinti
Ma quel King Arthur è Re Artù? Un kolossal brutto e infedele
In principio fu Braveheart coi suoi
numerosi sfondoni storici, annullati dalla possente regia di Mel
Gibson. Venne poi Il gladiatore, dove la sceneggiatura di David
Franzoni amplificava all’estremo l’ipotesi di un ritorno alla forma di
governo repubblicano dopo la morte di Marco Aurelio, operando una serie
di storture storiche ampiamente riscattate dalla regia di Ridley Scott,
dall’epica colonna sonora di Zimmer e da un immenso Russell Crowe. Il
concetto di storia “bella e infedele” è vecchio quanto il mondo e,
tanto per fare un esempio, l’Iliade e la Chanson de Roland rientrano in
tale categoria. Quanto a bellezza, poi, non sempre la realtà è più
brutta della fantasia. Bisogna ammettere che la carica dei cavalieri di
Rohan descritta da Tolkien, per quanto sia un capolavoro, non è più
elettrizzante della cavalcata degli ussari alati polacchi a Vienna nel
1683; che la Chanson de Roland non regge il confronto con le imprese
militari di Riccardo Cuor di Leone, e che tutti i romanzi del
benemerito Salgari appaiono sbiaditi e noiosi a fronte della cronaca
della battaglia di Lepanto o dell’assedio di Malta. Chi abbia letto La
storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi tornerà a
leggere le battaglie dell’Iliade con un certo distacco.
Se King Arthur, ambiziosa storia cinematografica narrata da Antoine
Fuqua e David Franzoni, mandante l’ineffabile Jerry Bruckeimer, fosse
soltanto infedele, forse potremmo salvare le apparenze; ma è anche
imperdonabilmente brutto. La tavola sinottica che abbiamo approntato
mostra come il film sia un prodotto (ricco, frutto di forti
investimenti) concepito con un duplice obiettivo: successo economico e
missionarietà neopagana anticristiana. Obiettivi entrambi legittimi se
solo la Storia non venisse falsata e resa indigesta da un simile
polpettonazzo.
Artù eroe cristiano? Le cronache narrano che sul suo scudo era dipinta
l’immagine della Vergine Maria, pelagiano o meno che fosse. Per
quarant’anni i sassoni non riuscirono ad avanzare: una lasso di tempo
bastante a far sì che essi fossero respinti «abbastanza a lungo perché
diventassero coloni da invasori che erano». Sono parole di John
Matthews, ossia del consulente storico del film. Singolarmente, abbiamo
desunto tutti i contrasti e le contraddizioni del film proprio dalle
opere storiche che Matthews ha firmato e e dalle interviste che ha
rilasciato. Il film ha qualche pregio (battaglie spettacolari, costumi
accurati) e tante, troppe debolezze: una sceneggiatura pasticciona,
quella di Franzoni, riscritta da Lee Hancock, un cast mediocre nel
quale si salva una grintosa Keyra Knightley, che combatte senza
controfigura. Affonda miseramente Artù-Clive Owen, espressivo e
attonito come un tonno appena pescato. Il punto principale è però
quello sopra citato: com’è stato possibile che un John Matthews, che
studia l’argomento da trent’anni, sia stato scavalcato dalla produzione
e dalla sceneggiatura nella ricostruzione storica, mantenendo solo il
suo anticattolicesimo?
Il tentativo, presente, più o meno, in tutti i romanzi arturiani degli
ultimi anni, è quello di tornare a un paganesimo finto e volgarmente
attualizzato per far fuori la spiacevole parentesi della Chiesa
cattolica.
Ben altra cosa sarebbe stato descrivere le cose come probabilmente
accaddero: la lotta dei romano-britanni che, abbandonati a loro stessi
di fronte alla violenza dei barbari, trovano nella tradizione
celto-romana la forza per resistere e due capi, Ambrosius e Artorius,
che li guidano alla lotta. Il matrimonio tra Artorius e Guinevere
sancisce l’alleanza tra le due stirpi e i trecento cavalieri della
Tavola Rotonda conseguono la vittoria di Monte Badon. Non selvaggi
pitti che manovrano catapulte complesse (i barbari non hanno mai saputo
come maneggiare simili macchine da guerra), ma una battaglia descritta
in modo più verosimile: la fanteria britanna resiste all’assalto
sassone disponendosi in quadrato con la cavalleria all’interno poi, a
un ordine di Artorius, i catafratti compiono una sortita e colgono i
barbari in pieno caos, caricando il nemico con le insegne dei dragoni
gonfiate dal vento. «La battaglia di Badon – ha raccontato il poeta
gallese Cynddelw – si compì nel giorno della collera del vittorioso
dragone; si vide un sentiero di scudi spezzati e frantumati e una scia
di uomini abbattuti da spade rosseggianti».
Alberto Leoni
Hollywood e la storia, matrimonio d’amore e di interesse
Non
c’è dubbio che l’epoca succeduta alla vittoria contro Annibale, in cui
la Repubblica romana colse una serie continua di vittorie militari sui
grandi regni ellenistici, gli eredi di Alessandro Magno, segnò l’inizio
di un’espansione ininterrotta, che, nello stesso tempo, cambiò
profondamente anche l’assetto della società romana al suo interno. È la
cosiddetta “eredità di Annibale”, di cui parla il grande storico
Toynbee. È anche l’inizio del cosiddetto “imperialismo romano”, un
problema su cui i romani stessi iniziarono ben presto a interrogarsi,
non sempre con risposte confortanti.
[...] I protagonisti della seconda guerra punica e quelli dell’età
delle conquiste hanno comunque goduto di un grande appeal sulle menti
dei moderni oltre che su quelle dei loro contemporanei: Fabio Massimo e
Scipione l’Africano si sono conquistati una menzione d’onore anche da
parte di Machiavelli.
Ma ancora più interessante è l’uso che del nome e dell’ispirazione di
questi eroi è stato fatto in tempi più recenti. È curioso pensare, per
esempio, che Fabio Massimo, senz’altro catalogabile agli occhi dei
moderni come un “conservatore”, abbia dato il suo nome alla prima
organizzazione di ispirazione socialista della Gran Bretagna, la Fabian
Society, fondata nel 1884, che ebbe un ruolo fondamentale nella nascita
del partito Laburista e di cui sono stati membri personaggi come
Herbert George Wells e George Bernard Shaw, la suffragetta Emmeline
Pankhurst ma, più recentemente, anche il primo ministro britannico Tony
Blair e una buona parte del suo gabinetto. I fabiani si ispiravano,
però, più che alle idee politiche, alla tattica temporeggiatrice di
Fabio di fronte alle forze momentaneamente superiori dell’avversario:
il loro simbolo è una testuggine con il motto «When I strike, I strike
hard» (“Quando colpisco, colpisco duro”). Di fatto il socialismo
riformista dei Fabiani è stato uno dei fattori più importanti dello
sviluppo del welfare state britannico.
Ma anche il liberismo ha il suo “eroe” romano: il Cato Institute,
fondato nel 1977 a Washington per iniziativa del miliardario Charles G.
Koch, e guidato da Ed Crane, ancora oggi è uno dei centri culturali (i
cosiddetti think tank) più attivi nell’ambito del pensiero liberale
americano, tra gli ispiratori della politica del partito repubblicano,
con le loro idee di Stato leggero e poco invadente, il sostegno al
libero mercato e alla libertà individuale. Anche qui, del resto, il
riferimento al mondo romano è mediato da quello dei padri fondatori
della rivoluzione americana, che per primi avevano visto nella
Repubblica romana un paradigma a cui ispirarsi. È chiaro, comunque, da
questi due esempi, come lo spirito di questi riferimenti possa poi
allontanarsi molto dai modelli su cui dichiara di fondarsi.
Ma nella cinematografia italiana e americana anche Annibale, che si era
comunque ritagliato il non disprezzabile ruolo di Nemico Numero 1
(odiato, ma anche straordinariamente stimato e rispettato dagli antichi
avversari) nella storiografia romana, ha goduto come minimo di
rispetto, se non addirittura di grande simpatia.
Nello Scipione l’Africano del 1937 Annibale viene dipinto in modo molto
fedele alla rappresentazione che ne dà Tito Livio: all’occorrenza
crudele (come quando fa mettere a morte i soldati ribelli), ma geniale
nella tattica, anche se destinato alla sconfitta di fronte al superiore
genio di Scipione, Annibale non perde mai la sua dignità e anche la
bella prigioniera romana Velia, che, novella Giuditta, si appresta a
pugnalarlo nella sua tenda, rinuncia di fronte alle nobili parole del
nemico. E tutto sommato il film, premiato al Festival di Venezia del
1937 con la Coppa Mussolini, pur con vistose allusioni al duce
contemporaneo (Annibale Ninchi-Scipione, quando deve rivolgersi
all’incerto alleato Massinissa, assume una posa decisamente
mussoliniana), non tratta troppo male Annibale e se la prende di più
con l’infido Senato punico (che, alla vigilia dell’approvazione delle
leggi razziali anche in Italia, ha un aspetto “semita” assai sospetto),
senza neppure tralasciare l’opposizione interna alla spedizione di
Scipione in Africa.
Abbandonati i lidi italici, anche Hollywood si impadronisce della
figura del generale cartaginese che, nel 1955, diventa addirittura
l’eroe canterino di una commedia musicale interpretata nientedimeno che
dalla “sirenetta” di Hollywood, Esther Williams, e intitolata Annibale
e la vestale. Il film è tratto da una commedia teatrale vagamente
pacifista, The Road to Rome, scritta nel 1927 da Robert Sherwood.
La Williams, di origine australiana e provetta nuotatrice, fu per
alcuni anni protagonista di commedie a sfondo marino o comunque
acquatico e anche qui non si smentisce, offrendo una performance degna
più della leggendaria Clelia che di una vestale quale dovrebbe essere.
Patrizia, ma di origine greca (forse questo dovrebbe giustificare la
sua frivolezza un po’ continental e parigina agli occhi del pubblico
anglosassone), Amytis è stata promessa dal padre morente a Quinto Fabio
Massimo (anche se in effetti immaginare l’augusto dittatore nella parte
del fiancé respinto è piuttosto esilarante), ma naturalmente, tra una
nuotata nelle acque del Tevere e una canzone si innamorerà (ricambiata)
di Annibale canterino (è l’Howard Keel di Sette spose per sette
fratelli e Kiss me Kate!) e, dopo Canne, si offrirà a lui in cambio
della salvezza dell’Urbe.
Nonostante le sue assurdità, questo improbabile musical hollywoodiano
risponde a modo suo a una domanda che tormenta da secoli gli storici:
perché Annibale, dopo una vittoria così schiacciante come quella
ottenuta a Canne e avendo davanti una città scoraggiata e in preda al
panico non colse l’occasione che gli si presentava per distruggere
finalmente la nemica? E Plinio il Vecchio ricorda che Annibale si
avvicinò tanto alle mura della città da poter scagliare una lancia al
loro interno. [...] Pochi anni dopo anche il peplum all’italiana rese
il suo omaggio al grande cartaginese con un Annibale interpretato da
Victor Mature (che aveva già fatto La tunica e I gladiatori), in cui
troviamo di nuovo il generale alle prese con una vestale, che questa
volta è solamente nipote di Fabio Massimo (l’età, in effetti, è più
adatta). Il risultato è un miscuglio molto confuso di notizie storiche
e di melodramma inventato (manco a dirlo tra la vestale Silvia e
Annibale scocca il colpo di fulmine, ma il generale è già dotato di
moglie e figli e la love story, oltre che dalla Storia, è condannata
anche dalle convenienze dell’epoca).
E per il 2005 (se la rinascita del film sull’antichità non subisce
battute d’arresto) è previsto un nuovo Hannibal hollywoodiano. Erano
anni che si sentiva parlare di questo progetto, ma ora sembrerebbe
proprio che possa realizzarsi. Il protagonista, in origine, avrebbe
dovuto essere Denzel Washington, ma gli anni sono passati anche per
l’affascinante protagonista di Glory e de Il rapporto Pelikan e
attualmente il nome più quotato pare quello del muscoloso Vin Diesel
(reso famoso dall’horror fantascientifico Pitch Black e da altri
rumorosi film d’azione). Le scelte definitive potrebbero essere anche
altre, ma, per ora, è interessante soffermarsi su quella originale,
Denzel Washington appunto.
Una scelta che significa almeno due cose. Innanzitutto che, con ogni
probabilità, Annibale è inteso come un eroe sostanzialmente positivo
(nonostante qualche parte da cattivo Washington è sostanzialmente un
good guy, che se ricorre alla violenza lo fa solo per legittima difesa,
sotto l’occhio benevolo della legge, o per altrettanto legittima
vendetta), ma questa, come si è visto, non sarebbe poi una grossa
novità. Tra l’altro (sarà un caso?) è già capitato due volte che Denzel
Washington abbia ricoperto, in film tratti da romanzi o testi teatrali
(Il collezionista di ossa e Molto rumore per nulla), ruoli
assolutamente positivi e che originariamente erano stati pensati “in
bianco”.
In secondo (ma non secondario) luogo, significa che per gli
sceneggiatori americani Annibale è un eroe di colore, e di conseguenza
è probabilmente percepito come il campione dell’Africa (oppressa?)
contro la Roma europea e bianca. Il che, purtroppo, non è solo il
frutto del delirio di qualche sceneggiatore in cerca di nuove idee, ma
anche di recenti linee di pensiero e di insegnamento che, offuscate
dalle preoccupazioni della political correctness, non tengono conto
delle enormi differenze storiche tra il Mediterraneo del III secolo
a.C. e quello dell’epoca del colonialismo. I cartaginesi, naturalmente,
non erano affatto neri (al massimo un po’ abbronzati), dato che
Cartagine stessa era in origine una colonia della fenicia Sidone e la
guerra tra Roma e Cartagine fu certamente più simile allo scontro tra
due superpotenze che tra un oppressore e un oppresso. Persino Eco, che
di solito è più abile a sfuggire alle maglie della critica storica, è
cascato su questo punto, quando, in un articolo divenuto poi celebre si
è lasciato scappare un’analogia tra punici e bantù.
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