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Quinto Orazio Flacco
(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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n° 42 - sabato 16 ottobre 2004
La Storia incantata, di Giuseppe Romano
Le bufale de "Il codice Da Vinci", di Marco Respinti
Ma quel King Arthur è Re Artù? Un kolossal brutto e infedele, di Alberto Leoni
Hollywood e la storia, matrimonio d’amore e di interesse


La Storia incantata

Romanzi, film, documentari, fiction e reality show. Una cosa in comune: la verità dei fatti – eventi, personaggi, date – non conta più. La narrazione si piega a esigenze ideologiche o commerciali. E il pubblico abbozza, ammaliato dall’Immaginario Digitale

C’era una volta il romanzo storico. A proposito del quale Alessandro Manzoni si tormentò nel contrasto tra “vero” e “verosimile”, cioè di un intreccio di eventi e di invenzioni concepito in maniera che i personaggi avrebbero potuto esistere e agire ai tempi narrati senza tema di contraddizione. Ma fu tale la sofferenza dell’uomo e dello scrittore per la fatica di sanare il contrasto tra fantasia e memoria, che alla fine l’irrisolto dissidio gl’impose addirittura il silenzio creativo. Cecidere manus, cadde la stanca mano.

Altri tempi. Oggi s’impone un “racconto sulla storia” che miscela fatti e invenzione in modo assai diverso. Approfitta della digitalizzazione dell’immaginario, conseguente alla rialfabetizzazione cinematografica e televisiva imposta dai nuovi modelli narrativi del grande e del piccolo schermo. Film come Titanic, Il gladiatore, Troy, King Arthur, ma anche sceneggiati come La meglio gioventù e Il giovane Hitler, e format televisivi come i reality da Grande Fratello ad Amici e a L’isola dei famosi, propongono un’immagine del reale artefatta ma “in diretta”, finta ma “veridica”. La ri-costruzione dei fatti è affrontata come una ri-creazione:  un’operazione non fine a sé stessa, bensì orientata e sottoposta a ragioni artistiche o (assai più spesso) di marketing, sia esso intellettuale oppure culturale. Casi come i documentari di Michael Moore, sui quali abbiamo già speso molte parole, e il best seller Il Codice Da Vinci di Dan Brown (8 milioni di copie vendute, un anno e più in testa alle classifiche) sprezzano entrambi la veridicità dei riferimenti storici, anzi costruiscono la propria sfida narrativa sull’asserire aprioristicamente l’attendibilità di prove addotte come storiche ma invece tutte da verificare, quando non assolutamente infondate. Ne risultano dei pastiche che hanno la suggestione di un algoritmo matematico: date quelle formule, quali che siano i valori inseriti il risultato è immancabilmente certo. Alchimie del genere fanno gongolare i sensitivi del marketing: un filmone come Troy – lo raccontava Luisa Cotta Ramosino sul Dom del 29 maggio 2004 scorso– è stato architettato ancorando alle tenui basi del fatto storico i canoni figurativi dettati da specialisti della pubblicità e da piloti del trendy. E in un blockbuster come Il gladiatore la qualità della ricostruzione è discutibile sul lato storico ma inoppugnabile su quello psicologico, nel senso che il gladiatore Massimo obbedisce fedelmente e dimostrabilmente a una precisa idea di eroe americano.

Che c’è di male? E perché, quando si tratta di fiction, dovremmo rimproverare agli autori le loro eventuali arbitrarietà? Lungi da noi (benché insorga qualche dubbio sul vecchio binomio raccontare-ammaestrare, condito con energiche spruzzate di propaganda politica, di lobbysmo culturale e di persuasione occulta).
Il problema è un altro. Come mai Fahrenheit 9/11 di Moore è un sedicente documentario? Come mai Bowling for Columbine, dello stesso regista, ha vinto l’Oscar nella sezione “documentari”? Come mai Il Codice Da Vinci passa per una ricostruzione storica rivoluzionaria ma fedele? E, soprattutto, come mai pubblico e critica lasciano che operazioni del genere vengano attuate senza farsene un problema? Il fenomeno è così ampio e indiscriminato da trasparire come una nuova abitudine sociale, una sorta di pregiudizio ambientale. Vivesse in questo clima, Manzoni si sentirebbe libero di sfornare un best seller dietro l’altro e dormirebbe tranquillo.

Un esempio concreto. Il Codice Da Vinci potrebbe essere letto come un romanzo abile e provocatorio, mirato a criticare l’esistenza della Chiesa cattolica e il suo diritto a un magistero. Sotto il profilo culturale è indubbiamente questo il suo proposito. Ventiquattro anni fa Umberto Eco fece altrettanto con Il nome della rosa, anche quello un romanzo “storico”, anche quello un best seller mondiale. Ma quanta differenza, fra i due: Eco aveva robustamente (ancorché tendenziosamente) tessuto la sua trama nel contesto della storia e della filosofia medievali. Brown invece affastella notizie, suggestioni, assonanze e invenzioni per dare al suo scritto una patina di aderenza superficiale e funzionale alla trama.
Eppure, quel che è davvero sorprendente, pochi sembrano cogliere la provocazione di Brown per quello che è. Essa non suscita alcun dibattito riguardo all’attendibilità storica (peraltro così precaria che nessuno studioso serio si sognerebbe di sostenerne l’impalcatura). Se s’indagano i giudizi della gente (la “gente comune”, quella che si conta a milioni e decreta il successo di un best seller), per esempio spigolando fra i pareri che si trovano nelle librerie virtuali della Rete, si riscontra che in stragrande maggioranza l’apprezzamento per il libro non contiene alcun distinguo fra interesse della trama, fondatezza dei riferimenti,  messaggio culturale e qualità della scrittura. Bensì riguarda l’opera nella sua integralità, presa alla lettera: come se tutto ciò che vi è contenuto fosse oro colato.

Ecco un sunto di opinioni dal sito di IBS, www.internetbookshop.it (desunte dalla prima fra le 25 “pagine” web che raccolgono 573 pareri di lettori, cifra record in un sito pur prolifico di interventi): «Chi non può affermare che dopo aver letto questo libro non ha sviluppato dubbi su tutto quello che gira intorno alla chiesa?!?», domanda un Tommaso. «È il libro più affascinante e bello che io abbia mai letto», riassume un Francesco. Greta si spinge alle confessioni personali: «Questo libro mette finalmente in discussione la metamorfosi che ha subito la nostra religione negli ultimi secoli, ho letto critiche riguardo ai riferimenti storici citati... forse sarebbe utile che ognuno di noi imparasse ad essere razionale. Ho sempre avuto forti perplessità sull’operato del Vaticano, sugli intrighi economici che lo circondano. Questo libro è per me una conferma, forse ho capito perché non sono mai riuscita a dare un senso ai riti di preghiera, di confessione o di penitenza... e finalmente non mi sento più in colpa!». «Quale sia poi il confine tra fantasia e realtà», sentenzia Virgilio, «beh poi spetta ad ognuno di noi dirlo, magari tramite approfondimenti e ricerche». «Io trovo che sia una storia bellissima, un modo di interpretare la storia diverso dal solito, che, comunque per me, resta quello reale. Ma lo stesso il libro ti fa uscire dai confini della realtà ed ogni tanto ci vuole uno stacco da tutto ciò che ci circonda, facendoci entrare in un mondo diverso, dove niente è quello che sembra», conclude Samantha. Insomma, come se apprezzare il Signore degli Anelli implicasse convincersi dell’esistenza degli hobbit.

Montalbano fuorilegge
Non sono casi isolati. Parecchi autori che imbastiscono narrativa o che mettono a punto sceneggiature lo hanno capito e contano su questo, sbilanciandosi a inventare in tutta tranquillità gli “anelli mancanti” che la realtà e la storia non propongono e che però servono a rendere credibili le loro invenzioni. O allestiscono eventi fantasiosi che mettono in crisi precisi contesti storici. Difficile non ritenere premeditata la damnatio che Andrea Camilleri predispone e perpetua nei confronti del candidato immaginario di un partito politico reale, tratteggiandolo con lineamenti talmente vergognosi che il commissario Montalbano si sente autorizzato a far giustizia al di fuori della legge nel nome di un qualcosa che egli stesso non sa definire meglio che col termine “speranza”. Accade nel più recente dei suoi romanzi, La pazienza del ragno (Sellerio, Palermo 2004, pp.252, e10,00) – guardacaso, tutto incentrato sul condizionamento emozionale dell’opinione pubblica –, la cui Nota finale è un capolavoro di sarcasmo quando sostiene che «questo è un romanzo inventato di radica, almeno lo spero»: sì, certo, salvi i connotati del partito di maggioranza e di governo inviso all’autore, il cui innominato capo si  fa volentieri ritrarre in tuta da jogging eccetera.

E chi acquista i romanzi di Richard North Patterson dovrebbe tener conto del fatto che l’autore è anche un uomo politico, dirigente di gruppi di pressione, addirittura esperto nelle lobby che sostengono il candidato Kerry. Nel suo ultimo romanzo, Scelta obbligata, appena pubblicato in Italia (Longanesi, Milano 2004, pp.684, e18, 50), protagonista è un presidente statunitense in carica che milita fra i Democratici, casualmente si chiama Kerry di nome proprio e il suo nome completo è abbreviato in KFK con esplicito rinvio al kennedysmo (il The Washington Post ha affermato che «la tentazione di associare i suoi protagonisti a personaggi reali è forte»). Innamorato e appena sposato, deve combattere una dura battaglia contro le aziende produttrici di armi e a favore delle vittime della violenza armata. Battaglia straziante, anche perché suo fratello maggiore è morto in un attentato, lui stesso è sopravvissuto a un altro, infine la famiglia della neomoglie viene sterminata a colpi di pistola il giorno dopo le nozze.

Il tema è presentato in modo così coinvolgente e manicheo che nessuna persona di buon senso potrebbe stare con la controparte: coloro che sono a favore dell’uso delle armi (fra cui tutti i membri Repubblicani del Senato USA) vengono relegati al ruolo di farabutti che subiscono pressioni mercantili e adottano metodi più che discutibili per imporre le loro idee. Già che c’è, la requisitoria romanzesca contro l’abuso delle armi apre la pista ad altri temi che meriterebbero una trattazione più equilibrata. Per dirne uno, l’aborto. Il Kerry eroe-presidente è abortista convinto e attivo, ma nel suo scontro globale il tema irrompe in quanto qualcuno sfodera un infame ricatto alla libera azione del leader, ingiungendogli di cessare la battaglia contro le armi pena la divulgazione dell’aborto cui l’allora amante segreta di Kerry, oggi sua moglie, aveva scelto di sottoporsi nei primi tempi della loro relazione. Ovvio che il lettore s’indigni contro un simile “antiabortismo”.

Un “bel” romanzo come questo equivale a mille comizi. Se ne rendono conto i lettori? Chissà. Uno che si è così immedesimato da firmarsi Kerry, come il protagonista, dà spazio su IBS alle sue personali conclusioni: «Questo romanzo fa pensare non solo per la parte legata al controllo delle armi, ma soprattutto al reale atteggiamento dei politici, di qualunque nazione, legati solo ad atteggiamenti utilitaristici davvero aberranti. I repubblicani americani sono taaaaanto simili a parecchi politici nostrani».

Incredulità addio
Indignarsi contro questi  procedimenti, per ciò che hanno di surrettizio, non serve e non basta. Chi fa fiction ha tutto il diritto di proporre il suo racconto senza rendere conto a priori degli ingredienti e della miscela che ha usato. Umberto Eco (su L’Espresso del 9 settembre 2004), ritiene che «il cinema sembra un’arte “popolare” ma in realtà è singolarmente classista (e se ne avvantaggia commercialmente): retribuisce cognitivamente lo spettatore che pensa e consola in ogni caso quello che non pensa (ma paga lo stesso)». Il discorso non fa una grinza, nemmeno se (come Eco non vorrebbe) lo applichiamo anche alla narrativa scritta d’intrattenimento e d’evasione.

Ma riguardo alla plausibilità o implausibilità di una storia dovrebbe comunque contare il principio di “sospensione volontaria dell’incredulità” che (precisato da J.R.R. Tolkien) è entrato nella comune opinione critica sulle opere d’invenzione. Quando condivide la finzione stabilita dall’autore, il lettore sospende la propria incredulità e accetta di credere alla “verità” di quel mondo, finché dura la lettura o la visione. Anche negli elementi palesemente irrealistici: se gli uomini in quel mondo creativo hanno le ali o fanno incantesimi, nessun problema. Ma i racconti a un certo punto finiscono e la realtà torna a imperare. O così pensavamo: stiamo invece constatando che l’incredulità rimane sospesa permanentemente e a tutto campo. A furor di popolo. Un popolo che quindi vive in una fiaba perenne dove tutto può accadere o essere accaduto, in un film che un regista birichino non smette di farcire con improbabili effetti speciali. Lobotomizzati dalla “digitalizzazione dell’immaginario”? Lecito domandarcelo, così com’è opportuno indagare a quali e quanti altri campi si allarghi, questa piaga.

Ha fatto notare Ernesto Galli Della Loggia che alcuni accesi dibattiti odierni, su argomenti essenziali della nostra società, sono minati da una singolare miopia (Corriere della Sera, 17.9.2004). Il “diritto a volere un figlio sano” confligge con altri diritti essenziali dell’uomo, più nascosti ma anche più basilari. E pretendere la libertà di eutanasia, sostituire l’ineluttabilità della morte che ci investirà con la scelta della morte che ci diamo da soli, è un’illusione davvero paradossale: darsi la morte per sfuggire alla morte. Alterare questo appuntamento non ne cambia la trascendenza, è una ritirata che ha il sapore di un “non voglio saperne”, piuttosto che di “ne so di più”. La vita andrebbe accettata a tutto campo: anche soffrire, morire, ci dice qualcosa di noi stessi e ci definisce oggettivamente.

Tutto si tiene. Mentre la scomparsa delle religioni fa posto alle superstizioni, sul versante opposto (ma speculare) la morte delle ideologie genera nuovi e più provinciali sofismi. È anche così che il circo industriale dell’evasione e dello spettacolo coinvolge e travolge tutto ciò che era arte e cultura. L’assenso preventivo è divenuto legge generale, imperiosa, balza fuori dalle pagine e dagli schermi per dilagare nelle nostre esistenze.
“C’era una volta”, si diceva all’inizio delle fiabe. C’eravamo una volta, si dice alla fine della Storia.

Giuseppe Romano


Le bufale de "Il codice Da Vinci"

Il popolarissimo romanzo di Dan Brown racconta una storia già mille volte raccontata e già mille volte sbugiardata. E dove innova, sbaglia. Né verosimile né storico, non convince nemmeno come fantasy. Leggete un altro libro

«Ho scritto 12 libri di saggistica sinora, e ho deciso di smettere. [...] Credo che la verità si possa diffondere meglio attraverso i romanzi». Lo dice – in una intervista rilasciata a Francesco Garufi nel libro Rennes le Château: un’inchiesta  (Edizioni Hera, Roma 2004) – Michael Baigent, colui che assieme a Richard Leigh e a Henry Lincoln ha dato il la alla storia dei figli di Gesù attraverso best-seller fortunati quali Il Santo Graal. Una catena di misteri lunga duemila anni del 1982 (trad. it. Mondadori, Milano 2004) e L’eredità messianica del 1996 (trad. it. Tropea, Milano 1999). Lo dice lui e ne ha ben donde, giacché Il Codice Da Vinci di Dan Brown (trad. it. Mondadori 2003, oggi alla 31a ristampa) racconta le stesse storie dell’oggi disciolto trio britannico, salvo però non dirlo (l’ultimo reprint de Il Santo Graal strilla invece dalla fascetta: «Il libro che ha ispirato “Il Codice da Vinci” di Dan Brown»).

Ora, i libri di Baigent, Leigh e Lincoln sono saggi che inventano una storia, mentre il “giallo” di Brown è un romanzo che si crede un libro di storia. Anzi, che fa credere ai lettori di essere storicamente fededegno – magari proprio perché tacitamente si basa su Il Santo Graal e L’eredità messianica –, mentre invece è fiction, quanto pura è da vedere. Infatti, la primissima edizione italiana del libro di Brown recava (come del resto l’originale inglese) una paginetta intitolata Informazioni storiche in cui si dava per vero quello che nel romanzo non è nemmeno verosimile; ma, nelle ristampe, la paginetta e le informazioni sono rimaste, mentre quel titolo a dir poco imbarazzante è scomparso (resta invece nella versione inglese).
Così, quello che continua a essere sempre e solo un romanzo dà da bere al lettore che nel 1099 sia stato davvero fondato quel Priorato di Sion, il quale, sia nei saggi di Baigent, Leigh e Lincoln sia nel thriller di Brown, custodisce la “sacra coppa” e la verità segreta sulla storia del mondo. Mentre non è affatto vero.

Immaginiamo Buddha...
«Immaginiamo questo scenario», scrive Massimo Introvigne, fondatore del Centro Studi sulle Nuove Religioni di Torino in un articolo di critica pubblicato sul sito della sua istituzione (cesnur.org). «Esce un romanzo in cui si afferma che il Buddha, dopo l’illuminazione, non ha condotto la vita di castità che gli si attribuisce, ma ha avuto moglie e figli. Che la comunità buddhista dopo la sua morte ha violato i diritti della moglie, che avrebbe dovuto essere la sua erede. Che per nascondere questa verità i buddhisti nel corso della loro storia hanno assassinato migliaia, anzi milioni di persone. Che un santo buddhista scomparso da pochi anni – che so, un Daisetz Teitaro Suzuki (1870-1966) – era in realtà il capo di una banda di delinquenti. Che il Dalai Lama e altre autorità del buddhismo internazionale operano per mantenere le menzogne sul Buddha servendosi di qualunque mezzo, compreso l’omicidio». E prosegue: «Pubblicato, il romanzo non passa inosservato. Autorità di tutte le religioni lo denunciano come un’odiosa mistificazione anti-buddhista e un incitamento allo scontro fra le religioni. In diversi paesi la sua pubblicazione è vietata, fra gli applausi della stampa. Le case cinematografiche, cui è proposta una versione per il grande schermo, cacciano a pedate l’autore e considerano l’intero progetto uno scherzo di cattivo gusto.
Lo scenario non è vero, ma ce n’è uno simile che è del tutto reale. Solo che non si parla di Buddha, ma di Gesù Cristo; non della comunità buddhista, ma della Chiesa cattolica; non di Suzuki e del suo ordine zen ma di san Josemaría Escrivá (1902-1975) e dell’Opus Dei da lui fondata; non del Dalai Lama ma di Papa Giovanni Paolo II».

Questo è Il Codice da Vinci. Esiste insomma un complotto ruotante attorno all’Opus Dei che, a Parigi, mira a impedire all’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, Jacques Saunière,  curatore del Museo del Louvre, di rivelare al mondo la verità sottaciuta e repressa da sempre dalla Chiesa. Vale a dire che Gesù non fondò su Pietro la vera Chiesa, ma che il Messia diede origine a una stirpe nata dal grembo di Maria Maddalena, moglie sua ma per bieco maschilismo relegata alla subalternità.  Questa progenie  è la linea del sang réal così che il Santo Graal altro non è se non la nascosta tomba di Maria Maddalena. Fra intrighi polizieschi, assassinii e accuse incrociate, lo studioso statunitense di simbologia Robert Langdon e la criptologa Sophie Neuve, nipote di Saunière, arrivano addirittura all’ex presidente francese François Mitterrand, “noto” esoterista e massone che volle la piramide del Louvre per celarvi agli occhi del mondo nientemeno che la tomba-Graal della Maddalena.

La povera, infatti, attendeva da tempo la “liberazione”. Depositaria della priorità del principio femmineo su quello maschile, ella sposò quel tale Gesù che mai peraltro pretese di essere Dio. Costantino, poi, padre-padrone di quell’impero che andava divenendo cristiano, s’inventò una storia e una teologia nuove che potessero fare da instrumenta regni. Via le donne, su gli uomini, ed ecco inventato il primato di Pietro. Ma ci voleva una proclamazione solenne: ecco dunque il Concilio di Nicea del 325, autoritario e antifemminista.
Qui, fra i molti ricchi, belli e simbolici che esistevano, la Chiesa petrino-roman-costantinian-maschilista-cattolica scelse come canonici quattro vangeletti innocui che non dicono alcunché di toccante, pungente o piccante. Gli altri vennero reietti dal club dei presentabili e bollati verboten giacché “eretici” o “gnostici”.

Quindi, scese in campo il suggello di quest’alleanza fra Trono & Altare usurpatori. Ci volle un po’ più di tempo, ma alla fine la dinastia dei merovingi venne fatta fuori dai carolingi, poi capetingi. Dagoberto II, l’ultimo dei mohicani-merovingi, fu infatti anche l’ultimo sovrano legittimo della stirpe maddaleniana del sang réal fatta fuori dal potere costantiniano. E dal papa, il quale benedisse il Cielo il giorno in cui un Carlo dei franchi un po’ carlone gli chiese di essere incoronato imperatore sacro e romano, in realtà cavalier servente dei Successori di Pietro.
Fu quel dì il trionfo della menzogna, la vittoria contro tutto ciò che per la Chiesa cattolica era “maddalenume”. Ma il “maddalenume” è un lumicino che ancora fumiga e così organizza la resistenza nel Priorato di Sion, di cui sono Gran Maestri certi luminari del genere umano, tedofori segreti della fiamma della verità vera, perseguitati dall’alleanza menzognera fra Trono & Altare. Fra questi vi è anche Leonardo da Vinci, che ha lasciato molti indizi della verità vera nelle proprie opere.

Il potere iniziatico di una nipote
Sembra un po’ Il senso della vita di Monty Python mescolato a Brian di Nazareth? In effetti... È una storia già sentita? Certo. È infatti quella di Rennes le Château, peraltro più volte demistificata (in ultimo dal citato libro di Francesco Garufi, recensito sul “Dom” n. 41). Addirittura i nomi sono gli stessi: Jacques Saunière richiama don Bérenger Saunière (1852-1917), parroco di quel paesino dei Pirenei. Nel romanzo, i cognomi Plantard e Saint Claire, “tipici” degli ultimi discendenti merovingi di Gesù e della Maddalena, appartenevano agli antenati di Sophie Neuve prima che, per paura, essi lo cambiassero: ma è una citazione di Pierre Plantard (1920-2000) – il truffatore ben noto alla giustizia francese che fondò il Priorato di Sion, non nel 1099, ma nel 1956, davanti a un notaio – il quale rivendicò per sé il sacro lignaggio iniziatico (lo stesso che nel romanzo porta a Sophie) inventandosi un’aura merovingia con la creazione del nomignolo falsamente nobile «Plantard de Saint-Claire». Un’altra citazione, questa volta dal famoso “trio britannico”, è il personaggio di Sir Leigh Teabing, nel romanzo un «ex storico reale britannico», che ammicca a Richard Leigh.

E siccome chi di cabalismo di quart’ordine ferisce, di esso pure perisce, si potrebbe anche insinuare che qualcosa di arcano, di magico e d’iniziatico celi addirittura la scelta browniana di dare a Sophie il cognome che ha, Neuve, termine francese per “nipote” ma maschio: ne Il Codice Da Vinci, dove l’ambiguità regna merovingicamente sovrana, Sophie è invece evidentemente una femmina, nipote, nièce, di un Saunière, l’ultimo Gran Maestro del Priorato di Sion, che però è il cognome di un prete dei Pirenei che per definizione non figlia, che però aveva una perpetua chiacchierona e faccendiera, che giocava volentieri con la stirpe maddaleniana, che...
Cosa vorranno mai dirci, insomma,  gli astri di Brown con questo gioco di androginie linguistiche? Probabilmente un bel nulla, come l’intero suo tentar romanzescamente le improbabili essenze di una storia autenticamente fasulla.

Uno scherzo da prete
Dunque la stoffa del romanzo di Brown è la storia falsa del tesoro inesistente di Rennes le Château, il cui poco misterioso parroco, lungi dall’essere un massone o un iniziato che trovò le prove della genealogia maddaleniana in una cripta della propria chiesetta, era un trafficone che venne sospeso a divinis perché vendeva lucrose Messe.
Eppure se non fosse stato per la sua perpetua, Marie Denarnaud (1868-1953), la storia sarebbe finita lì, una solenne e simoniaca figuraccia. Don Saunière, infatti, la nominò intestataria di tutti i propri beni e questo per impedire al suo vescovo di entrarne in possesso.

Fu poi la Denarnaud che alimentò le leggende del tesoro da Mille e una notte. Quindi giunse Noël Corbu (1868-1953), il personaggio che, collaborazionista ai tempi della Seconda guerra mondiale, fornisce il link con il nazismo magico alla ricerca di Graal, lance di Longino e verità nascoste in Tibet. Corbu acquistò dall’ex perpetua il complesso di don Saunière per farne un ristorante, ma poi ci prese gusto e, a partire dal 1956, cominciò a pubblicare sulla stampa locale vaneggiamenti di preti misteriosamente miliardari. Se ne interessarono allora gli esoteristi e i giornalisti. Fra i primi spicca Pierre Plantard, già animatore del gruppo Alpha Galates; fra i secondi Gérard de Sède, autore, nel 1967, de L’or de Rennes ou la vie insolite de Bérenger Saunière, curé de Rennes-le-Château.

La consacrazione arrivò però nella seconda metà degli anni Settanta quando Baigent, Leigh e Lincoln s’interessarono alla vicenda, pubblicando poi Holy Blood, Holy Grail, da noi Il Santo Graal. Scoppiò insomma la mania per l’esoterismo fatto in casa e a caso, e così la “storia maddaleniana” diventa il “segreto” più pubblicizzato del mondo, grazie anche (nota Introvigne) «alla BBC, che batte la grancassa». Che il Santo Graal sia il sang réal dei figli di Cristo lo si afferma peraltro solo a partire da Plantard, pure lui già amico dei nazisti.
Detto questo – che non ammonta certo a plagio, ma a riciclaggio sì –, il numero delle sciocchezze e dei falsi di cui è irto il romanzo di Brown è legione.

Antichissimo, anzi nuovo
Partiamo dal Priorato di Sion, che esiste solo perché è stato fondato a metà del secolo scorso. La famosa nota sulle Informazioni storiche de Il Codice da Vinci oramai orbata di titolo, parla di documenti di quell’ordine ritrovati nel 1975 alla Biblioteca Nazionale di Parigi: ma lì stavano perché lì ce li aveva in precedenza messi Plantard. Philippe de Chérisey, morto nel 1985, ha più volte confessato di esserne stato il principale autore, per altro non pagato e quindi costretto (vi sono delle lettere, questa volta autentiche) a ricorrere agli avvocati. Nel Medioevo esistette sì un piccolo ordine religioso denominato Priorato di Sion, ma ebbe vita brevissima e nessuna connessione con Maddalena, il Graal, i merovingi e i Pirenei.
Ma, una volta in più,  anche lasciando da parte la vicenda di Rennes le Château, l’attendibilità delle notizie contenute ne Il Codice Da Vinci non aumenta. Anzi. Anzi, proprio un libro come The Da Vinci Hoax: Exposing the Errors in “The Da Vinci Code”, pubblicato quest’anno per la Ignatius Press di San Francisco da Carl E. Olson e Sandra Miesel, che ignorano completamente la vicenda di Rennes le Château, rincara la dose.

Stando al romanzo, Gesù non era di natura divina né mai lo proclamò: fu solo al Concilio di Nicea che, con un colpo di mano petrino da parte dell’imperatore Costantino che lo convocò, si stabilì quel falso dogma. Olson e la Miesel rispondono citando un classico, il fondamentale Early Christian Doctrines, di John Norman Davidson Kelly del 1958, la cui seconda edizione riveduta uscì nel 1978 (viene costantemente ripubblicato: ultimamente nel 2000, dalla Continuum International Publishing Group di Londra e New York) e che in italiano è stato tradotto come Il pensiero cristiano delle origini (Dehoniane, Bologna 1984). Già nei secoli precedenti Nicea, la natura sia divina sia umana di Gesù era universalmente riconosciuta, con il «Gesù è il Signore» della Lettera ai romani (10,9) e il «Gesù Cristo è il Signore» della Lettera ai filippesi (2,11) quali prime e più antiche confessioni di fede. A Nicea, del resto, non si stabilì affatto che Gesù, il Figlio di Dio, fosse divino, giacché questo era appunto creduto: ci si occupò invece di quale fosse l’esatta relazione esistente fra il Figlio e il Padre. Uguali? Di un’unica sostanza? Due persone distinte? Il Concilio giudicò quindi eretica una dottrina all’epoca popolare, l’arianesimo, secondo cui il Figlio era una divinità inferiore, creata dal Padre a un certo momento del tempo e non esistente ab aeterno.

Inoltre, all’epoca del Canone Muratoriano (siamo attorno al 190), i quattro Vangeli “sempliciotti” sono già canonici e gli gnostici invece out, il tutto una novantina d’anni prima della nascita di Costantino. Del resto, se c’è una costante certa nella storia del cristianesimo, fra ortodossia, scismi e ed eresie, è proprio la canonicità dei Vangeli di Matteo, Marco, Luca e Giovanni.
Se Brown predilige lo gnostico Vangelo di Tomaso, va ricordato che si tratta del testo che fonda la grandezza della “moglie” di Gesù sul fatto che ella «[...] si fa maschio». Quello che quando Simon Pietro dice: «Maria deve andare via da noi! Perché le femmine non sono degne della Vita», Gesù replica: «Ecco, io la guiderò in modo da farne un maschio, affinché ella diventi uno spirito vivo uguale a voi maschi. Perché ogni femmina che si fa maschio entrerà nel Regno dei cieli».

Il romanziere afferma poi che i primi cristiani s’impadronirono dell’uomo Gesù ammantandolo di una falsa divinità onde legittimare ed espandere il potere della Chiesa romana. Il vero Gesù, carico di umanità, sarebbe infatti quello che restituiscono appunto solo i Vangeli gnostici. In realtà, i sinottici e Giovanni tratteggiano, spesso dettagliatamente, il Gesù falegname ebreo che diviene rabbi con molti riferimenti storici oggettivi e riscontrabili, e talora mostrano un attaccamento all’hic et nunc che ha pochi pari, laddove il “Gesù gnostico” appare un etereo conferenziere che tiene lunghi, complessi e criptici sermoni sugli “eoni” e su “gli arconti” adatti solo a una ristretta élite intellettuale.

L’Opus Dei, Geova e Asterix
Ma Dan Brown non si arrende e, sul proprio sito Internet (danbrown.com), crea una pagina specifica con un titolo che non ammette dubbi, Bizarre True Facts from “The Da Vinci Code”.
Uno di questi è il fatto che l’Opus Dei «ha recentemente terminato la costruzione di una sua sede centrale nazionale, del costo di quarantasette milioni di dollari, situata al numero 243 di Lexington Avenue, a New York City». Embè? A parte il fatto che l’Opus Dei è una prelatura personale e non una «chiesa», come talora viene scritto nel romanzo, la cosa più assurda è invece il personaggio di Silas, un «monaco» albino che ne Il Codice Da Vinci è un assassino dell’Opus Dei. Gli è però che l’Opus Dei non è un ordine religioso e che i suoi membri sono per la stragrande maggioranza laici; i sacerdoti sono meno del 2%. Ma, come notano Olson e la Miesel, l’Opus Dei assume nel romanzo di Brown il posto che già fu della Compagnia di Gesù, “notoriamente” un “truce” “corpo speciale” a cui la Chiesa ha sempre affidato i lavori sporchi. Un po’ come gl’inquisitori, insomma.

Poi il nome di Dio. Ne Il Codice Da Vinci, uno dei protagonisti, Robert Langdon, esperto statunitense di simbologia, spiega coram populo l’origine di YHWH (pronunciato Yahweh), ovvero il sacro nome di Dio che gli ebrei osservanti credono non si debba mai pronunciare. Per bocca di Langdon, il romanzo dice che YHWH deriva da Geova, il quale sarebbe l’unione androgina del maschile Jah e del femminile Havah, ossia il nome pre-ebraico di Eva. In realtà, qualsiasi enciclopedia seria informa sul fatto che “Geova” è un termine della lingua inglese (“Jehovah”) inesistente prima del secolo XIII e comunque poco usato fino al XVI. Fu creato artificialmente combinando le consonanti di YHWH (o JHVH) e le vocali di “Adonai” (“Signore”), che è il termine con cui, nell’Antico Testamento, gli ebrei sostituirono l’impronunciabile YHVH. Inoltre, il nome ebreo (e non pre-ebraico) di Eva è hawwâ (pronunciato “havah”), che significa «madre dei viventi». Nulla di tutto questo ha caratteristiche androgine.

E come potrebbero mancare i templari? Secondo Brown, Papa Clemente V ne bruciò centinaia, disperdendone le ceneri nel Tevere. Nel romanzo lo dice lo storico Sir Leigh Teabing. Il fatto è invece che i templari furono bruciati principalmente a Parigi, poi in misura molto minore in altre tre cittadine francesi e forse a Cipro. Traccia di roghi romani non ve n’è. E comunque Papa Clemente V avrebbe potuto giocare ben poco con le loro ceneri nel Tevere: si tratta infatti del pontefice che aprì la Cattività avignonese e che dunque non stava nell’Urbe, ma nell’entroterra della costa mediterranea francese. Né i templari, nonostante Brown, self-confessed edotto in storia dell’arte, ebbero alcunché a che fare con l’architettura gotica.
In ultimo, nel romanzo si dice che “tutti sanno” che i merovingi hanno fondato Parigi. No: la città era un villaggio gallico fondato con il nome di Lutetia Parisiorum dalla tribù di quelli che in latino suonavano celti parisii; un nome che fa probabilmente riferimento a Lug, il dio celtico del sole. Per Olson e la Miesel, nessun parigino colto avrebbe mai commesso l’errore. Ma certo nemmeno un lettore delle avventure di Asterix, tradotto pure nella lingua di Brown.

Ora, se fosse un romanzo storico, Il Codice Da Vinci andrebbe criticato sul piano di Sir Walter Scott e di Alessandro Manzoni. Non essendolo, va trattato come fantascienza; ma come fantasy è bruttino, più simile alla serializzazione delle abbazie cum delicto di Ellis Peters (1913-1995) che a Umberto Eco. Letterariamente, poi, un passo come: «Da allora aveva la fobia dei luoghi chiusi: ascensori, metropolitane, campi di squash» stronca anche i più volenterosi. 

Marco Respinti


Ma quel King Arthur è Re Artù? Un kolossal brutto e infedele

In principio fu Braveheart coi suoi numerosi sfondoni storici, annullati dalla possente regia di Mel Gibson. Venne poi Il gladiatore, dove la sceneggiatura di David Franzoni amplificava all’estremo l’ipotesi di un ritorno alla forma di governo repubblicano dopo la morte di Marco Aurelio, operando una serie di storture storiche ampiamente riscattate dalla regia di Ridley Scott, dall’epica colonna sonora di Zimmer e da un immenso Russell Crowe. Il concetto di storia “bella e infedele” è vecchio quanto il mondo e, tanto per fare un esempio, l’Iliade e la Chanson de Roland rientrano in tale categoria. Quanto a bellezza, poi, non sempre la realtà è più brutta della fantasia. Bisogna ammettere che la carica dei cavalieri di Rohan descritta da Tolkien, per quanto sia un capolavoro, non è più elettrizzante della cavalcata degli ussari alati polacchi a Vienna nel 1683; che la Chanson de Roland non regge il confronto con le imprese militari di Riccardo Cuor di Leone, e che tutti i romanzi del benemerito Salgari appaiono sbiaditi e noiosi a fronte della cronaca della battaglia di Lepanto o dell’assedio di Malta. Chi abbia letto La storia della guerra civile americana di Raimondo Luraghi tornerà a leggere le battaglie dell’Iliade con un certo distacco. 

Se King Arthur, ambiziosa storia cinematografica narrata da Antoine Fuqua e David Franzoni, mandante l’ineffabile Jerry Bruckeimer, fosse soltanto infedele, forse potremmo salvare le apparenze; ma è anche imperdonabilmente brutto. La tavola sinottica che abbiamo approntato mostra come il film sia un prodotto (ricco, frutto di forti investimenti) concepito con un duplice obiettivo: successo economico e missionarietà neopagana anticristiana. Obiettivi entrambi legittimi se solo la Storia non venisse falsata e resa indigesta da un simile polpettonazzo.

Artù eroe cristiano? Le cronache narrano che sul suo scudo era dipinta l’immagine della Vergine Maria, pelagiano o meno che fosse. Per quarant’anni i sassoni non riuscirono ad avanzare: una lasso di tempo bastante a far sì che essi fossero respinti «abbastanza a lungo perché diventassero coloni da invasori che erano». Sono parole di John Matthews, ossia del consulente storico del film. Singolarmente, abbiamo desunto tutti i contrasti e le contraddizioni del film proprio dalle opere storiche che Matthews ha firmato e e dalle interviste che ha rilasciato. Il film ha qualche pregio (battaglie spettacolari, costumi accurati) e tante, troppe debolezze: una sceneggiatura pasticciona, quella di Franzoni, riscritta da Lee Hancock, un cast mediocre nel quale si salva una grintosa Keyra Knightley, che combatte senza controfigura. Affonda miseramente Artù-Clive Owen, espressivo e attonito come un tonno appena pescato. Il punto principale è però quello sopra citato: com’è stato possibile che un John Matthews, che studia l’argomento da trent’anni, sia stato scavalcato dalla produzione e dalla sceneggiatura nella ricostruzione storica, mantenendo solo il suo anticattolicesimo?
Il tentativo, presente, più o meno, in tutti i romanzi arturiani degli ultimi anni, è quello di tornare a un paganesimo finto e volgarmente attualizzato per far fuori la spiacevole parentesi della Chiesa cattolica.

Ben altra cosa sarebbe stato descrivere le cose come probabilmente accaddero: la lotta dei romano-britanni che, abbandonati a loro stessi di fronte alla violenza dei barbari, trovano nella tradizione celto-romana la forza per resistere e due capi, Ambrosius e Artorius, che li guidano alla lotta. Il matrimonio tra Artorius e Guinevere sancisce l’alleanza tra le due stirpi e i trecento cavalieri della Tavola Rotonda conseguono la vittoria di Monte Badon. Non selvaggi pitti che manovrano catapulte complesse (i barbari non hanno mai saputo come maneggiare simili macchine da guerra), ma una battaglia descritta in modo più verosimile: la fanteria britanna resiste all’assalto sassone disponendosi in quadrato con la cavalleria all’interno poi, a un ordine di Artorius, i catafratti compiono una sortita e colgono i barbari in pieno caos, caricando il nemico con le insegne dei dragoni gonfiate dal vento. «La battaglia di Badon – ha raccontato il poeta gallese Cynddelw – si compì nel giorno della collera del vittorioso dragone; si vide un sentiero di scudi spezzati e frantumati e una scia di uomini abbattuti da spade rosseggianti».

Alberto Leoni


Hollywood e la storia, matrimonio d’amore e di interesse


Non c’è dubbio che l’epoca succeduta alla vittoria contro Annibale, in cui la Repubblica romana colse una serie continua di vittorie militari sui grandi regni ellenistici, gli eredi di Alessandro Magno, segnò l’inizio di un’espansione ininterrotta, che, nello stesso tempo, cambiò profondamente anche l’assetto della società romana al suo interno. È la cosiddetta “eredità di Annibale”, di cui parla il grande storico Toynbee. È anche l’inizio del cosiddetto “imperialismo romano”, un problema su cui i romani stessi iniziarono ben presto a interrogarsi, non sempre con risposte confortanti.
[...] I protagonisti della seconda guerra punica e quelli dell’età delle conquiste hanno comunque goduto di un grande appeal sulle menti dei moderni oltre che su quelle dei loro contemporanei: Fabio Massimo e Scipione l’Africano si sono conquistati una menzione d’onore anche da parte di Machiavelli.

Ma ancora più interessante è l’uso che del nome e dell’ispirazione di questi eroi è stato fatto in tempi più recenti. È curioso pensare, per esempio, che Fabio Massimo, senz’altro catalogabile agli occhi dei moderni come un “conservatore”, abbia dato il suo nome alla prima organizzazione di ispirazione socialista della Gran Bretagna, la Fabian Society, fondata nel 1884, che ebbe un ruolo fondamentale nella nascita del partito Laburista e di cui sono stati membri personaggi come Herbert George Wells e George Bernard Shaw, la suffragetta Emmeline Pankhurst ma, più recentemente, anche il primo ministro britannico Tony Blair e una buona parte del suo gabinetto. I fabiani si ispiravano, però, più che alle idee politiche, alla tattica temporeggiatrice di Fabio di fronte alle forze momentaneamente superiori dell’avversario: il loro simbolo è una testuggine con il motto «When I strike, I strike hard» (“Quando colpisco, colpisco duro”). Di fatto il socialismo riformista dei Fabiani è stato uno dei fattori più importanti dello sviluppo del welfare state britannico.

Ma anche il liberismo ha il suo “eroe” romano: il Cato Institute, fondato nel 1977 a Washington per iniziativa del miliardario Charles G. Koch, e guidato da Ed Crane, ancora oggi è uno dei centri culturali (i cosiddetti think tank) più attivi nell’ambito del pensiero liberale americano, tra gli ispiratori della politica del partito repubblicano, con le loro idee di Stato leggero e poco invadente, il sostegno al libero mercato e alla libertà individuale. Anche qui, del resto, il riferimento al mondo romano è mediato da quello dei padri fondatori della rivoluzione americana, che per primi avevano visto nella Repubblica romana un paradigma a cui ispirarsi. È chiaro, comunque, da questi due esempi, come lo spirito di questi riferimenti possa poi allontanarsi molto dai modelli su cui dichiara di fondarsi.
Ma nella cinematografia italiana e americana anche Annibale, che si era comunque ritagliato il non disprezzabile ruolo di Nemico Numero 1 (odiato, ma anche straordinariamente stimato e rispettato dagli antichi avversari) nella storiografia romana, ha goduto come minimo di rispetto, se non addirittura di grande simpatia.

Nello Scipione l’Africano del 1937 Annibale viene dipinto in modo molto fedele alla rappresentazione che ne dà Tito Livio: all’occorrenza crudele (come quando fa mettere a morte i soldati ribelli), ma geniale nella tattica, anche se destinato alla sconfitta di fronte al superiore genio di Scipione, Annibale non perde mai la sua dignità e anche la bella prigioniera romana Velia, che, novella Giuditta, si appresta a pugnalarlo nella sua tenda, rinuncia di fronte alle nobili parole del nemico. E tutto sommato il film, premiato al Festival di Venezia del 1937 con la Coppa Mussolini, pur con vistose allusioni al duce contemporaneo (Annibale Ninchi-Scipione, quando deve rivolgersi all’incerto alleato Massinissa, assume una posa decisamente mussoliniana), non tratta troppo male Annibale e se la prende di più con l’infido Senato punico (che, alla vigilia dell’approvazione delle leggi razziali anche in Italia, ha un aspetto “semita” assai sospetto), senza neppure tralasciare l’opposizione interna alla spedizione di Scipione in Africa.

Abbandonati i lidi italici, anche Hollywood si impadronisce della figura del generale cartaginese che, nel 1955, diventa addirittura l’eroe canterino di una commedia musicale interpretata nientedimeno che dalla “sirenetta” di Hollywood, Esther Williams, e intitolata Annibale e la vestale. Il film è tratto da una commedia teatrale vagamente pacifista, The Road to Rome, scritta nel 1927 da Robert Sherwood.
La Williams, di origine australiana e provetta nuotatrice, fu per alcuni anni protagonista di commedie a sfondo marino o comunque acquatico e anche qui non si smentisce, offrendo una performance degna più della leggendaria Clelia che di una vestale quale dovrebbe essere. Patrizia, ma di origine greca (forse questo dovrebbe giustificare la sua frivolezza un po’ continental e parigina agli occhi del pubblico anglosassone), Amytis è stata promessa dal padre morente a Quinto Fabio Massimo (anche se in effetti immaginare l’augusto dittatore nella parte del fiancé respinto è piuttosto esilarante), ma naturalmente, tra una nuotata nelle acque del Tevere e una canzone si innamorerà (ricambiata) di Annibale canterino (è l’Howard Keel di Sette spose per sette fratelli e Kiss me Kate!) e, dopo Canne, si offrirà a lui in cambio della salvezza dell’Urbe.

Nonostante le sue assurdità, questo improbabile musical hollywoodiano risponde a modo suo a una domanda che tormenta da secoli gli storici: perché Annibale, dopo una vittoria così schiacciante come quella ottenuta a Canne e avendo davanti una città scoraggiata e in preda al panico non colse l’occasione che gli si presentava per distruggere finalmente la nemica? E Plinio il Vecchio ricorda che Annibale si avvicinò tanto alle mura della città da poter scagliare una lancia al loro interno. [...] Pochi anni dopo anche il peplum all’italiana rese il suo omaggio al grande cartaginese con un Annibale interpretato da Victor Mature (che aveva già fatto La tunica e I gladiatori), in cui troviamo di nuovo il generale alle prese con una vestale, che questa volta è solamente nipote di Fabio Massimo (l’età, in effetti, è più adatta). Il risultato è un miscuglio molto confuso di notizie storiche e di melodramma inventato (manco a dirlo tra la vestale Silvia e Annibale scocca il colpo di fulmine, ma il generale è già dotato di moglie e figli e la love story, oltre che dalla Storia, è condannata anche dalle convenienze dell’epoca).

E per il 2005 (se la rinascita del film sull’antichità non subisce battute d’arresto) è previsto un nuovo Hannibal hollywoodiano. Erano anni che si sentiva parlare di questo progetto, ma ora sembrerebbe proprio che possa realizzarsi. Il protagonista, in origine, avrebbe dovuto essere Denzel Washington, ma gli anni sono passati anche per l’affascinante protagonista di Glory e de Il rapporto Pelikan e attualmente il nome più quotato pare quello del muscoloso Vin Diesel (reso famoso dall’horror fantascientifico Pitch Black e da altri rumorosi film d’azione). Le scelte definitive potrebbero essere anche altre, ma, per ora, è interessante soffermarsi su quella originale, Denzel Washington appunto.

Una scelta che significa almeno due cose. Innanzitutto che, con ogni probabilità, Annibale è inteso come un eroe sostanzialmente positivo (nonostante qualche parte da cattivo Washington è sostanzialmente un good guy, che se ricorre alla violenza lo fa solo per legittima difesa, sotto l’occhio benevolo della legge, o per altrettanto legittima vendetta), ma questa, come si è visto, non sarebbe poi una grossa novità. Tra l’altro (sarà un caso?) è già capitato due volte che Denzel Washington abbia ricoperto, in film tratti da romanzi o testi teatrali (Il collezionista di ossa e Molto rumore per nulla), ruoli assolutamente positivi e che originariamente erano stati pensati “in bianco”.

In secondo (ma non secondario) luogo, significa che per gli sceneggiatori americani Annibale è un eroe di colore, e di conseguenza è probabilmente percepito come il campione dell’Africa (oppressa?) contro la Roma europea e bianca. Il che, purtroppo, non è solo il frutto del delirio di qualche sceneggiatore in cerca di nuove idee, ma anche di recenti linee di pensiero e di insegnamento che, offuscate dalle preoccupazioni della political correctness, non tengono conto delle enormi differenze storiche tra il Mediterraneo del III secolo a.C. e quello dell’epoca del colonialismo. I cartaginesi, naturalmente, non erano affatto neri (al massimo un po’ abbronzati), dato che Cartagine stessa era in origine una colonia della fenicia Sidone e la guerra tra Roma e Cartagine fu certamente più simile allo scontro tra due superpotenze che tra un oppressore e un oppresso. Persino Eco, che di solito è più abile a sfuggire alle maglie della critica storica, è cascato su questo punto, quando, in un articolo divenuto poi celebre si è lasciato scappare un’analogia tra punici e bantù. 


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