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n° 44 - sabato 30 ottobre 2004
Viva il mondo dell’Ottimo. Pardon, dell'Ottimizzato, di Giuseppe Romano
AAA apprendista miliardario cercasi, di Luisa Cotta Ramosino


Viva il mondo dell’Ottimo. Pardon, dell’Ottimizzato

La tecnicizzazione, paradigma postmoderno, elimina le anomalie del mondo col metodo riduttivo. Ma il genio dell’uomo vive di anomalie...

Un cervo pascola in una radura del bosco. Improvvisamente un ruggito e un forte odore di selvatico gli annunciano l’approssimarsi di un predatore. La sua reazione è immediata: fugge in direzione opposta. Semplice, no?
No, niente affatto. La rapida descrizione della frase precedente dà infatti per scontate molte cose. Anzitutto il cervo non ha “sentito” quei rumori, quegli odori. Ha invece “distinto” quei particolari segnali come informazioni di pericolo in mezzo a una quantità di altri eventi che non erano significativi. Ronzii, cinguettii, foglie che stormivano, profumi, sapori. è stata la capacità di distinguere tra l’inutile rumore di fondo e le informazioni significative a fare, in quel momento, la differenza tra la vita e la morte.
In secondo luogo, anche la mia descrizione è stata semplice e lineare soltanto perché a mia volta ho dato per scontata la stessa distinzione tra rumori e segnali. Altrimenti avrei riempito il racconto di dettagli minuziosi e di fatto inutili, perché ininfluenti. Sia il cervo protagonista sia io narratore abbiamo dunque agito selezionando le informazioni dai rumori.

E da questa distinzione parte, appunto, la teoria della conoscenza oggi più accreditata. Se è vero che la conoscenza è una costruzione del senso che avviene nell’ambiente, possiamo infatti descriverla come il processo grazie al quale si riesce a cogliere un significato nella complessità originariamente indifferenziata del mondo. È quanto fanno abitualmente tutti gli esseri viventi, in maniera più o meno sofisticata. Ma l’abilità specifica dell’uomo, com’è stato abbondantemente dimostrato, consiste nel trascendere incessantemente gli schemi che distinguono il “rumore” dal “segnale”. Mentre il cervo e gli altri animali basano la loro capacità di riconoscimento su un istinto innato e standardizzato, che segue riferimenti precisi e non ne sa prescindere, l’animale-uomo possiede invece, come suo specifico principio innato, la capacità unica di discernere e interpretare “rumori” significativi in qualsiasi ambiente. Impara, sviluppa competenze originali e abilità nuove. Familiarizza di continuo con contesti estranei. Inventa codici e dizionari per capire l’ignoto. La capacità di definire un contesto denso di informazioni riassume, forse meglio di ogni altra, la specificità dell’uomo. È la sua “capacità culturale”, la sua creatività.

Il riduttivismo come paradigma
La distinzione fra rumore e segnale informativo è un paradigma – una teoria completata da un versante applicativo e metodologico – che si colloca nell’ambito dei “riduttivismi”. Il riduttivismo, a sua volta, è un abito epistemologico che ci mette a confronto col mondo promettendo di colmare tutto lo spettro della verità e della conoscenza. Afferma, in altre parole, che tutto ciò che conta è “dentro” il suo sistema, previsto, misurabile e misurato. Tutte le filosofie – specie le epistemologie – e le visioni del mondo che si dicono globali sono in qualche modo “riduttive”: perfino la Bibbia traccia un confine del genere quando afferma che «non avrai altro Dio fuori di me».
Il “riduttivismo”, in generale, è un buon metodo di lavoro. Bisogna pur decidere che cosa serve e che cosa non serve. I suoi e nostri guai cominciano quando questo procedimento diventa esclusivo; cioè, letteralmente, quando esclude un “fuori” che non dovrebbe escludere. Per il riduttivismo il “fuori” è imponderabile: non pesa rispetto all’esame della realtà, è espunto come “rumore”. E allora è chiaro che la “qualità” di un riduttivismo – così come la sopravvivenza del cervo nel bosco – si misura da ciò che esclude non meno che da ciò che include, tant’è vero che c’è tutta una scala di riduttivismi neganti la specificità, la libertà, la creaturalità, la spiritualità, la trascendenza dell’uomo (di riflesso, mettono in discussione l’antropologia, l’etica, la cosmologia, la metafisica, la teologia in quanto scienze dell’uomo e della natura).

Fra i riduttivismi dei nostri giorni, quello che sembra prevalere, al punto da risultare paradigmatico nella definizione più recente e attendibile di “postmodernità”, è la tecnicizzazione. Essa riduce il problema della conoscenza alle sue componenti formalizzabili e afferma che risolverlo coincide col descrivere il mondo in termini che producano risultati controllabili. «Dal momento in cui si rivolgono alle facoltà specifiche dell’uomo», spiega il filosofo Massimo De Carolis – in un volume (La vita nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp.272, e20,00) magistrale anche per la rara apertura di spirito –, «le pratiche di tecnicizzazione penetrano di fatto in una zona in cui natura umana e condizione umana non sono più distinguibili in un modo perentorio» (p.10). Se ciò che apprendo non serve, semplicemente non metteva conto di apprenderlo: infatti «conoscere veramente qualcosa vuol dire essere in grado di produrla tecnicamente» (p.12). La natura si compenetra nella cultura sicché non c’è più alcun “dato”, ma soltanto “prodotti”, per giunta “ri-producibili”.

Sono gli stessi criteri che sovrintendono al software, il linguaggio che fa funzionare i computer. è un “linguaggio scritto”, che descrive e rappresenta. Ma – insieme – è un codice che a un certo punto si aziona, funziona, produce un risultato. Il programma Microsoft Word è al contempo la descrizione linguistica di una videoscrittura per computer (un listato compilato in “linguaggio-macchina”), e anche un testo (un meccanismo testuale) che può essere “lanciato”, che si mette in funzione e diventa uno strumento adoperabile (un tool di Windows). I due aspetti coincidono al punto che finché il testo non sarà “ben scritto” – cioè fin quando conterrà errori di programmazione – non sarà in grado di funzionare.
E infatti la teoria della “tecnicizzazione” postula un’equivalenza fra uomo e computer, anzi addirittura si formalizza in teoria dell’“uomo come computer” e della conoscenza come informazione, intesa come capacità analitica e combinatoria capace di produrre risultati sempre netti e quantificabili. In un mondo tutto calcolabile, non ci sono confini lineari a ciò che possiamo sapere, comprendere, definire e maneggiare. Il resto è “fuori”.

Può sembrare una tematica per addetti ai lavori, un bizantinismo che ha poche probabilità di interessare e coinvolgere la gente. Ma non è così, quantomeno perché alle ricerche sull’intelligenza artificiale negli ultimi quarant’anni sono state devolute montagne di denaro. Queste ricerche, in apparenza astruse ed elitarie, hanno lasciato durevoli retaggi in molte aree della cultura divulgativa. Sotto un altro e concreto profilo l’orientamento della ricerca scientifica e delle sue applicazioni tecnologiche ne è stato a sua volta profondamente influenzato. Un ricorrente atteggiamento “scientifico” che ne risulta era stato preconizzato ed emblematizzato nel celebre romanzo Frankenstein (1818) di Mary Shelley: l’esperimento dello scienziato che si avventura oltre le frontiere della sua disciplina e dell’etica pubblica per condurre a ogni costo l’esperimento che lui solo può (tecnicamente ne è in grado) e sa (è abile abbastanza) eseguire con successo.

Il punto focale, per  lo scienziato che affronta l’“esperimento frankensteiniano”, è se sia possibile prelevare pezzi di cadavere, metterli assieme e animarli con successo. Ma per il povero Frankenstein, chiamato alla vita in quel modo atrocemente “tecnico”, i problemi cominceranno nel punto esatto in cui finiscono quelli dello scienziato. Al quale non importa proprio niente di ciò che sarà e di ciò che farà il “risultato” del suo esperimento, una volta che il medesimo sia stato concluso con successo; di come vivrà, nel senso oggi diffuso di “qualità della vita”. Tutto questo è “fuori” dai parametri. Allo scienziato importa solo che l’esperimento abbia avuto successo (sarà costretto a cambiare idea quando il mostro minaccerà la sua esistenza). Per lo scienziato la vita di Frankenstein, sotto il profilo dell’identità, è “rumore”. Quando egli nasce, il senso dell’esperimento si è esaurito.

Io, computer?
De Carolis mette in crisi la coerenza dei riduttivismi tecnicizzanti. Come fa un riduttivismo elevato a norma, in cui lo schema è tutto e la regola è d’obbligo, a capire e a catalogare la maestria umana, che è proprio libertà in presenza del “rumore”, vanificazione di schemi predeterminati, rivoluzione assidua, incessante spalancamento di orizzonti? Proprio il contrario dell’ottimizzazione. Quello che il determinismo riduttivista, ottimizzando, vorrebbe fare con le anomalie, è eliminarle. A ciò occorre ribattere che fra le anomalie si contano, per definizione, tutti gli atteggiamenti umani creativi. L’uomo, in un certo senso, è conferma vivente del teorema di Gödel, secondo cui all’interno di qualsiasi sistema esiste sempre una proposizione non dimostrabile con le leggi del sistema stesso: l’uomo, appunto, è l’essere capace di trascendere continuamente qualsiasi regola e qualsiasi sistema chiuso. Ovviamente, il teorema di Gödel si applica alla matematica e non alla teoria generale della conoscenza, ma è significativo che proprio da Gödel traggano linfa le argomentazioni di Alan Turing, padre del computer, quando riflette sul dubbio che «ci sono alcune cose che la macchina non può fare».

La tecnicizzazione è un atteggiamento filosofico-scientifico che vorrebbe fondere natura e cultura (concetto e oggetto, psiche e cosmo, res cogitans e res extensa) nel segno di una affinità produttiva paragonabile a quella che governa il software informatico. Ci sta riuscendo. Esiste, oggi, un’ingegneria cognitiva che si ritiene soddisfatta se i suoi prodotti “funzionano”; esiste una medicina “performativa”, cioè non tanto preoccupata di curare le carenze dell’uomo quanto di condizionarne e di esaltarne i comportamenti (il benessere fisico-estetico e quello mentale-psicologico). E infinite implicazioni delicate si stiano profilando sui versanti della genetica e della bioetica.

L’altro pilastro della tecnicizzazione consiste nel porre un’equivalenza fra mondo e informazione. Ciò implica, a sua volta, la retrocessione a “rumore” di tutto quello che non “informa”. Si basa sull’efficacia produttiva dell’informazione, ancora una volta sulla sua ottimizzazione. Una società tecnicizzata si regge su comunicazioni efficaci. Fa coincidere ciò che importa con ciò che funziona: è il “consenso sociale” – l’Auditel, i sondaggi, gli applausi – a misurare il valore.
Discorsi non nuovi, ma che impressiona vedere riformulati dentro una cornice così precisa. E che conducono, da una parte, a osservare che «in un sistema sociale pienamente tecnicizzato, è inevitabile che la continua selezione fra segnale e rumore coincida con le pratiche ordinarie, perché il credito sociale che premia o sanziona anche le operazioni più elementari è riferito al loro valore comunicativo, a ciò che possono significare più che a ciò che realizzano nei fatti» (p. 235). Il peso dei discorsi fini a sé stessi, indipendenti dalla successiva conferma; l’efficacia affidata non alla realizzazione effettiva delle promesse, ma al loro fascino sociale preventivo. Id est informazione-spettacolo.

Dall’altra parte, «un dispositivo tecnico globale è ingovernabile per definizione», perché, tutto volendo comprendere e “ridurre”, ingloba dentro di sé tanto i propri processi quanto le procedure di controllo che dovrebbero regolarli. Sicché al suo interno «ogni norma ha la precarietà di un provvedimento di eccezione e la vita sociale nel suo insieme è collocata sempre di più in uno spazio d’eccezione, che non consente distinzioni fra violenza e diritto» (p.242). Evidenti e immediati i rimandi alla vita politica, nella sua dimensione esistenziale di prassi, oltre le appartenenze e le divisioni di partito.
Siamo nel cuore del pensiero contemporaneo. Alle più ardite speculazioni teoretiche si affiancano evidenti constatazioni sociologiche. Per fortuna, al di là delle teorie – anche di quelle che vorrebbero ingabbiarci – sopravvive l’insopprimibile capacità rivoluzionaria della creatività umana. Garanzia, speriamo, che anche il riduttivismo tecnicista finirà nell’archivio degli schemi scardinati e delle ideologie fuori uso.

Giuseppe Romano

AAA apprendista miliardario cercasi

Naviga nelle alte sfere dell’audience il reality USA ideato e condotto dal magnate Donald Trump, dove i concorrenti devono dimostrare le loro doti di manager. E il business si fa show

È iniziata da poche settimane, ma la febbre è già alta e negli USA la gente, per le strade e davanti agli apparecchi televisivi, è pronta a schierarsi. Non si tratta della combattutissima finale di World Series tra New York Yankees e Red Sox, né dell’ultima fase delle elezioni presidenziali, ma della nuova stagione (la seconda) di The Apprentice, il reality show ideato da Mark Burnett che ha come principale attrazione, al di là del meccanismo a eliminazione, il multimiliardario Donald Trump. Mentre sui nostri schermi nuovi (vecchi) volti popolano l’ennesima casa/prigione, al di là dell’oceano si gioca sul serio a fare gli uomini d’affari.

A metà tra l’autocelebrazione e il cattivo gusto, un mix tipico di quasi tutto ciò che lo contraddistingue (compresa la Trump Tower dove si svolge lo show), il Donald, come lo chiamano negli Stati Uniti, nel prime time della NBC dà lezioni di business agli spettatori e ai concorrenti, tenendo la scena da attore consumato. Il gioco, che si potrebbe anche considerare un lunghissimo e crudele periodo di prova sul lavoro, in cui bisogna evitare a tutti i costi di farsi licenziare («You are fired», la frase pronunciata dal maestro di cerimonie Donald Trump, è l’equivalente del nostro «deve uscire dalla casa del grande Fratello»), è riuscito a battere la concorrenza di serie di successo come CSI, conquistandosi un pubblico di 20 milioni di spettatori a serata e il primato nella fascia più appetibile dell’audience, quella che comprende la fascia tra i 19 e i 49 anni.

La meccanica richiama quella dei vari Grandi Fratelli/Fattorie/Isole, ma è al contempo sostanzialmente diversa. Anche qui ci sono dei concorrenti, 18 (ma alle selezioni se ne sono presentate diverse migliaia), e delle prove, anche qui c’è di mezzo la convivenza (la logica, però, non è quella della reclusione), ma il problema non è certo quello di essere rinchiusi (la suite dove vivono i concorrenti è nella Trump Tower, giusto dietro Madison Avenue, cuore pubblicitario di Manhattan). Tra i partecipanti ci sono diplomati delle migliori università americane (con tanto di MBA), ma anche imprenditori senza laurea.

All’inizio dell’avventura vengono formati due gruppi che si confronteranno nell’esecuzione di prove assegnate da Trump. I compiti, però, non sono quelli imbarazzanti e a volte francamente idioti che siamo abituati a vedere da noi, né si risolvono in una più o meno valida performance artistica stile Amici. Qui la posta in gioco sono compagnie da dirigere, fusioni da amministrare, azioni da vendere e comprare, linee di abbigliamento da creare in collaborazione con stilisti emergenti per poi venderle ai grandi magazzini: roba grossa, roba vera, soprattutto se si pensa che tra le aziende coinvolte ce ne sono molte tra quelle indicate tra le prime 500 del mondo da Fortune. Alla fine di ogni settimana uno dei concorrenti della squadra perdente, a giudizio insindacabile dei giudici (Trump e due membri del suo staff), ma su proposta dei compagni di squadra e in base al contributo dato al lavoro settimanale, viene eliminato. In un crescere di tensioni e difficoltà il gruppo si assottiglia fino ad incoronare l’Apprendista, il cui premio sarà un lavoro alla corte del miliardario.

In un panorama televisivo, quello americano, in cui si mettono in cantiere ogni anno un centinaio di show (tra fiction, reality e similari), ne vanno in onda una ventina e se ne vedono fallire la quasi totalità, The Apprentice è riuscito a ridare carica a un genere ormai esausto. E lo ha fatto puntando su due fattori, distinti, ma convergenti: da una parte, e per molti è stata una sorpresa, la verve e il talento attoriale di Trump, diventato in poco tempo un volto televisivo di primo piano; dall’altra il mito del self made man, l’uomo capace di forgiare la propria fortuna grazie alla capacità di iniziativa e al talento (in questo caso quello per gli affari, spesso, anche se non sempre, indipendente da una canonica preparazione accademica). Per una volta, infatti, i concorrenti, non sono uomini e donne “senza qualità”; non si chiede loro di “essere semplicemente se stessi” e di intrattenere il pubblico con il racconto (noioso) delle loro vite o con i loro più o meno autentici intrecci sentimental-sessuali.

Qui i concorrenti non hanno tempo da perdere: devono dimostrare di saper “fare qualcosa”; occorrono personalità e talento per stare davanti alla macchina da presa, ma il resto è affidato a doti che non si possono definire “aria fritta”. E forse per questo il livello della tensione diventa ancora più alto. The Apprentice non è una scuola per giovani manager rampanti, ma non è neanche un pollaio per aspiranti ospiti di trasmissioni televisive; è lo spettacolo che incontra il business, o meglio il business, da sempre la spina dorsale dello spettacolo, che conquista per una volta il primo piano, orgoglioso di esibire la sua crudeltà, la sua eccellenza, il suo mito.

Luisa Cotta Ramosino
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