Viva il mondo dell’Ottimo. Pardon, dell’Ottimizzato
La tecnicizzazione, paradigma
postmoderno, elimina le anomalie del mondo col metodo riduttivo. Ma il
genio dell’uomo vive di anomalie...
Un cervo pascola in una radura del
bosco. Improvvisamente un ruggito e un forte odore di selvatico gli
annunciano l’approssimarsi di un predatore. La sua reazione è
immediata: fugge in direzione opposta. Semplice, no?
No, niente affatto. La rapida descrizione della frase precedente dà
infatti per scontate molte cose. Anzitutto il cervo non ha “sentito”
quei rumori, quegli odori. Ha invece “distinto” quei particolari
segnali come informazioni di pericolo in mezzo a una quantità di altri
eventi che non erano significativi. Ronzii, cinguettii, foglie che
stormivano, profumi, sapori. è stata la capacità di distinguere tra
l’inutile rumore di fondo e le informazioni significative a fare, in
quel momento, la differenza tra la vita e la morte.
In secondo luogo, anche la mia descrizione è stata semplice e lineare
soltanto perché a mia volta ho dato per scontata la stessa distinzione
tra rumori e segnali. Altrimenti avrei riempito il racconto di dettagli
minuziosi e di fatto inutili, perché ininfluenti. Sia il cervo
protagonista sia io narratore abbiamo dunque agito selezionando le
informazioni dai rumori.
E da questa distinzione parte, appunto, la teoria della conoscenza oggi
più accreditata. Se è vero che la conoscenza è una costruzione del
senso che avviene nell’ambiente, possiamo infatti descriverla come il
processo grazie al quale si riesce a cogliere un significato nella
complessità originariamente indifferenziata del mondo. È quanto fanno
abitualmente tutti gli esseri viventi, in maniera più o meno
sofisticata. Ma l’abilità specifica dell’uomo, com’è stato
abbondantemente dimostrato, consiste nel trascendere incessantemente
gli schemi che distinguono il “rumore” dal “segnale”. Mentre il cervo e
gli altri animali basano la loro capacità di riconoscimento su un
istinto innato e standardizzato, che segue riferimenti precisi e non ne
sa prescindere, l’animale-uomo possiede invece, come suo specifico
principio innato, la capacità unica di discernere e interpretare
“rumori” significativi in qualsiasi ambiente. Impara, sviluppa
competenze originali e abilità nuove. Familiarizza di continuo con
contesti estranei. Inventa codici e dizionari per capire l’ignoto. La
capacità di definire un contesto denso di informazioni riassume, forse
meglio di ogni altra, la specificità dell’uomo. È la sua “capacità
culturale”, la sua creatività.
Il riduttivismo come paradigma
La distinzione fra rumore e segnale informativo è un paradigma – una
teoria completata da un versante applicativo e metodologico – che si
colloca nell’ambito dei “riduttivismi”. Il riduttivismo, a sua volta, è
un abito epistemologico che ci mette a confronto col mondo promettendo
di colmare tutto lo spettro della verità e della conoscenza. Afferma,
in altre parole, che tutto ciò che conta è “dentro” il suo sistema,
previsto, misurabile e misurato. Tutte le filosofie – specie le
epistemologie – e le visioni del mondo che si dicono globali sono in
qualche modo “riduttive”: perfino la Bibbia traccia un confine del
genere quando afferma che «non avrai altro Dio fuori di me».
Il “riduttivismo”, in generale, è un buon metodo di lavoro. Bisogna pur
decidere che cosa serve e che cosa non serve. I suoi e nostri guai
cominciano quando questo procedimento diventa esclusivo; cioè,
letteralmente, quando esclude un “fuori” che non dovrebbe escludere.
Per il riduttivismo il “fuori” è imponderabile: non pesa rispetto
all’esame della realtà, è espunto come “rumore”. E allora è chiaro che
la “qualità” di un riduttivismo – così come la sopravvivenza del cervo
nel bosco – si misura da ciò che esclude non meno che da ciò che
include, tant’è vero che c’è tutta una scala di riduttivismi neganti la
specificità, la libertà, la creaturalità, la spiritualità, la
trascendenza dell’uomo (di riflesso, mettono in discussione
l’antropologia, l’etica, la cosmologia, la metafisica, la teologia in
quanto scienze dell’uomo e della natura).
Fra i riduttivismi dei nostri giorni, quello che sembra prevalere, al
punto da risultare paradigmatico nella definizione più recente e
attendibile di “postmodernità”, è la tecnicizzazione. Essa riduce il
problema della conoscenza alle sue componenti formalizzabili e afferma
che risolverlo coincide col descrivere il mondo in termini che
producano risultati controllabili. «Dal momento in cui si rivolgono
alle facoltà specifiche dell’uomo», spiega il filosofo Massimo De
Carolis – in un volume (La vita nell’epoca della sua riproducibilità
tecnica, Bollati Boringhieri, Torino 2004, pp.272, e20,00) magistrale
anche per la rara apertura di spirito –, «le pratiche di
tecnicizzazione penetrano di fatto in una zona in cui natura umana e
condizione umana non sono più distinguibili in un modo perentorio»
(p.10). Se ciò che apprendo non serve, semplicemente non metteva conto
di apprenderlo: infatti «conoscere veramente qualcosa vuol dire essere
in grado di produrla tecnicamente» (p.12). La natura si compenetra
nella cultura sicché non c’è più alcun “dato”, ma soltanto “prodotti”,
per giunta “ri-producibili”.
Sono gli stessi criteri che sovrintendono al software, il linguaggio
che fa funzionare i computer. è un “linguaggio scritto”, che descrive e
rappresenta. Ma – insieme – è un codice che a un certo punto si aziona,
funziona, produce un risultato. Il programma Microsoft Word è al
contempo la descrizione linguistica di una videoscrittura per computer
(un listato compilato in “linguaggio-macchina”), e anche un testo (un
meccanismo testuale) che può essere “lanciato”, che si mette in
funzione e diventa uno strumento adoperabile (un tool di Windows). I
due aspetti coincidono al punto che finché il testo non sarà “ben
scritto” – cioè fin quando conterrà errori di programmazione – non sarà
in grado di funzionare.
E infatti la teoria della “tecnicizzazione” postula un’equivalenza fra
uomo e computer, anzi addirittura si formalizza in teoria dell’“uomo
come computer” e della conoscenza come informazione, intesa come
capacità analitica e combinatoria capace di produrre risultati sempre
netti e quantificabili. In un mondo tutto calcolabile, non ci sono
confini lineari a ciò che possiamo sapere, comprendere, definire e
maneggiare. Il resto è “fuori”.
Può sembrare una tematica per addetti ai lavori, un bizantinismo che ha
poche probabilità di interessare e coinvolgere la gente. Ma non è così,
quantomeno perché alle ricerche sull’intelligenza artificiale negli
ultimi quarant’anni sono state devolute montagne di denaro. Queste
ricerche, in apparenza astruse ed elitarie, hanno lasciato durevoli
retaggi in molte aree della cultura divulgativa. Sotto un altro e
concreto profilo l’orientamento della ricerca scientifica e delle sue
applicazioni tecnologiche ne è stato a sua volta profondamente
influenzato. Un ricorrente atteggiamento “scientifico” che ne risulta
era stato preconizzato ed emblematizzato nel celebre romanzo
Frankenstein (1818) di Mary Shelley: l’esperimento dello scienziato che
si avventura oltre le frontiere della sua disciplina e dell’etica
pubblica per condurre a ogni costo l’esperimento che lui solo può
(tecnicamente ne è in grado) e sa (è abile abbastanza) eseguire con
successo.
Il punto focale, per lo scienziato che affronta l’“esperimento
frankensteiniano”, è se sia possibile prelevare pezzi di cadavere,
metterli assieme e animarli con successo. Ma per il povero
Frankenstein, chiamato alla vita in quel modo atrocemente “tecnico”, i
problemi cominceranno nel punto esatto in cui finiscono quelli dello
scienziato. Al quale non importa proprio niente di ciò che sarà e di
ciò che farà il “risultato” del suo esperimento, una volta che il
medesimo sia stato concluso con successo; di come vivrà, nel senso oggi
diffuso di “qualità della vita”. Tutto questo è “fuori” dai parametri.
Allo scienziato importa solo che l’esperimento abbia avuto successo
(sarà costretto a cambiare idea quando il mostro minaccerà la sua
esistenza). Per lo scienziato la vita di Frankenstein, sotto il profilo
dell’identità, è “rumore”. Quando egli nasce, il senso dell’esperimento
si è esaurito.
Io, computer?
De Carolis mette in crisi la coerenza dei riduttivismi tecnicizzanti.
Come fa un riduttivismo elevato a norma, in cui lo schema è tutto e la
regola è d’obbligo, a capire e a catalogare la maestria umana, che è
proprio libertà in presenza del “rumore”, vanificazione di schemi
predeterminati, rivoluzione assidua, incessante spalancamento di
orizzonti? Proprio il contrario dell’ottimizzazione. Quello che il
determinismo riduttivista, ottimizzando, vorrebbe fare con le anomalie,
è eliminarle. A ciò occorre ribattere che fra le anomalie si contano,
per definizione, tutti gli atteggiamenti umani creativi. L’uomo, in un
certo senso, è conferma vivente del teorema di Gödel, secondo cui
all’interno di qualsiasi sistema esiste sempre una proposizione non
dimostrabile con le leggi del sistema stesso: l’uomo, appunto, è
l’essere capace di trascendere continuamente qualsiasi regola e
qualsiasi sistema chiuso. Ovviamente, il teorema di Gödel si applica
alla matematica e non alla teoria generale della conoscenza, ma è
significativo che proprio da Gödel traggano linfa le argomentazioni di
Alan Turing, padre del computer, quando riflette sul dubbio che «ci
sono alcune cose che la macchina non può fare».
La tecnicizzazione è un atteggiamento filosofico-scientifico che
vorrebbe fondere natura e cultura (concetto e oggetto, psiche e cosmo,
res cogitans e res extensa) nel segno di una affinità produttiva
paragonabile a quella che governa il software informatico. Ci sta
riuscendo. Esiste, oggi, un’ingegneria cognitiva che si ritiene
soddisfatta se i suoi prodotti “funzionano”; esiste una medicina
“performativa”, cioè non tanto preoccupata di curare le carenze
dell’uomo quanto di condizionarne e di esaltarne i comportamenti (il
benessere fisico-estetico e quello mentale-psicologico). E infinite
implicazioni delicate si stiano profilando sui versanti della genetica
e della bioetica.
L’altro pilastro della tecnicizzazione consiste nel porre
un’equivalenza fra mondo e informazione. Ciò implica, a sua volta, la
retrocessione a “rumore” di tutto quello che non “informa”. Si basa
sull’efficacia produttiva dell’informazione, ancora una volta sulla sua
ottimizzazione. Una società tecnicizzata si regge su comunicazioni
efficaci. Fa coincidere ciò che importa con ciò che funziona: è il
“consenso sociale” – l’Auditel, i sondaggi, gli applausi – a misurare
il valore.
Discorsi non nuovi, ma che impressiona vedere riformulati dentro una
cornice così precisa. E che conducono, da una parte, a osservare che
«in un sistema sociale pienamente tecnicizzato, è inevitabile che la
continua selezione fra segnale e rumore coincida con le pratiche
ordinarie, perché il credito sociale che premia o sanziona anche le
operazioni più elementari è riferito al loro valore comunicativo, a ciò
che possono significare più che a ciò che realizzano nei fatti» (p.
235). Il peso dei discorsi fini a sé stessi, indipendenti dalla
successiva conferma; l’efficacia affidata non alla realizzazione
effettiva delle promesse, ma al loro fascino sociale preventivo. Id est
informazione-spettacolo.
Dall’altra parte, «un dispositivo tecnico globale è ingovernabile per
definizione», perché, tutto volendo comprendere e “ridurre”, ingloba
dentro di sé tanto i propri processi quanto le procedure di controllo
che dovrebbero regolarli. Sicché al suo interno «ogni norma ha la
precarietà di un provvedimento di eccezione e la vita sociale nel suo
insieme è collocata sempre di più in uno spazio d’eccezione, che non
consente distinzioni fra violenza e diritto» (p.242). Evidenti e
immediati i rimandi alla vita politica, nella sua dimensione
esistenziale di prassi, oltre le appartenenze e le divisioni di partito.
Siamo nel cuore del pensiero contemporaneo. Alle più ardite
speculazioni teoretiche si affiancano evidenti constatazioni
sociologiche. Per fortuna, al di là delle teorie – anche di quelle che
vorrebbero ingabbiarci – sopravvive l’insopprimibile capacità
rivoluzionaria della creatività umana. Garanzia, speriamo, che anche il
riduttivismo tecnicista finirà nell’archivio degli schemi scardinati e
delle ideologie fuori uso.
Giuseppe Romano
AAA apprendista miliardario cercasi
Naviga nelle alte sfere dell’audience
il reality USA ideato e condotto dal magnate Donald Trump, dove i
concorrenti devono dimostrare le loro doti di manager. E il business si
fa show
È iniziata da poche settimane, ma la
febbre è già alta e negli USA la gente, per le strade e davanti agli
apparecchi televisivi, è pronta a schierarsi. Non si tratta della
combattutissima finale di World Series tra New York Yankees e Red Sox,
né dell’ultima fase delle elezioni presidenziali, ma della nuova
stagione (la seconda) di The Apprentice, il reality show ideato da Mark
Burnett che ha come principale attrazione, al di là del meccanismo a
eliminazione, il multimiliardario Donald Trump. Mentre sui nostri
schermi nuovi (vecchi) volti popolano l’ennesima casa/prigione, al di
là dell’oceano si gioca sul serio a fare gli uomini d’affari.
A metà tra l’autocelebrazione e il cattivo gusto, un mix tipico di
quasi tutto ciò che lo contraddistingue (compresa la Trump Tower dove
si svolge lo show), il Donald, come lo chiamano negli Stati Uniti, nel
prime time della NBC dà lezioni di business agli spettatori e ai
concorrenti, tenendo la scena da attore consumato. Il gioco, che si
potrebbe anche considerare un lunghissimo e crudele periodo di prova
sul lavoro, in cui bisogna evitare a tutti i costi di farsi licenziare
(«You are fired», la frase pronunciata dal maestro di cerimonie Donald
Trump, è l’equivalente del nostro «deve uscire dalla casa del grande
Fratello»), è riuscito a battere la concorrenza di serie di successo
come CSI, conquistandosi un pubblico di 20 milioni di spettatori a
serata e il primato nella fascia più appetibile dell’audience, quella
che comprende la fascia tra i 19 e i 49 anni.
La meccanica richiama quella dei vari Grandi Fratelli/Fattorie/Isole,
ma è al contempo sostanzialmente diversa. Anche qui ci sono dei
concorrenti, 18 (ma alle selezioni se ne sono presentate diverse
migliaia), e delle prove, anche qui c’è di mezzo la convivenza (la
logica, però, non è quella della reclusione), ma il problema non è
certo quello di essere rinchiusi (la suite dove vivono i concorrenti è
nella Trump Tower, giusto dietro Madison Avenue, cuore pubblicitario di
Manhattan). Tra i partecipanti ci sono diplomati delle migliori
università americane (con tanto di MBA), ma anche imprenditori senza
laurea.
All’inizio dell’avventura vengono formati due gruppi che si
confronteranno nell’esecuzione di prove assegnate da Trump. I compiti,
però, non sono quelli imbarazzanti e a volte francamente idioti che
siamo abituati a vedere da noi, né si risolvono in una più o meno
valida performance artistica stile Amici. Qui la posta in gioco sono
compagnie da dirigere, fusioni da amministrare, azioni da vendere e
comprare, linee di abbigliamento da creare in collaborazione con
stilisti emergenti per poi venderle ai grandi magazzini: roba grossa,
roba vera, soprattutto se si pensa che tra le aziende coinvolte ce ne
sono molte tra quelle indicate tra le prime 500 del mondo da Fortune.
Alla fine di ogni settimana uno dei concorrenti della squadra perdente,
a giudizio insindacabile dei giudici (Trump e due membri del suo
staff), ma su proposta dei compagni di squadra e in base al contributo
dato al lavoro settimanale, viene eliminato. In un crescere di tensioni
e difficoltà il gruppo si assottiglia fino ad incoronare l’Apprendista,
il cui premio sarà un lavoro alla corte del miliardario.
In un panorama televisivo, quello americano, in cui si mettono in
cantiere ogni anno un centinaio di show (tra fiction, reality e
similari), ne vanno in onda una ventina e se ne vedono fallire la quasi
totalità, The Apprentice è riuscito a ridare carica a un genere ormai
esausto. E lo ha fatto puntando su due fattori, distinti, ma
convergenti: da una parte, e per molti è stata una sorpresa, la verve e
il talento attoriale di Trump, diventato in poco tempo un volto
televisivo di primo piano; dall’altra il mito del self made man, l’uomo
capace di forgiare la propria fortuna grazie alla capacità di
iniziativa e al talento (in questo caso quello per gli affari, spesso,
anche se non sempre, indipendente da una canonica preparazione
accademica). Per una volta, infatti, i concorrenti, non sono uomini e
donne “senza qualità”; non si chiede loro di “essere semplicemente se
stessi” e di intrattenere il pubblico con il racconto (noioso) delle
loro vite o con i loro più o meno autentici intrecci
sentimental-sessuali.
Qui i concorrenti non hanno tempo da perdere: devono dimostrare di
saper “fare qualcosa”; occorrono personalità e talento per stare
davanti alla macchina da presa, ma il resto è affidato a doti che non
si possono definire “aria fritta”. E forse per questo il livello della
tensione diventa ancora più alto. The Apprentice non è una scuola per
giovani manager rampanti, ma non è neanche un pollaio per aspiranti
ospiti di trasmissioni televisive; è lo spettacolo che incontra il
business, o meglio il business, da sempre la spina dorsale dello
spettacolo, che conquista per una volta il primo piano, orgoglioso di
esibire la sua crudeltà, la sua eccellenza, il suo mito.
Luisa Cotta Ramosino
|