La cosa
diventa ancora più singolare valutandola da un ulteriore punto di
vista, cioè se si considera (come continuamente ci viene ripetuto da
sociologi e psicologi) che il “nostro mondo” sembra indissolubilmente
legato all’apparenza e all’esteriorità. L’apparenza contemporanea,
però, si mostra, indistintamente a tutte le età, più come desiderio di
appartenere a un gruppo (il club alla moda piuttosto che la banda
metropolitana di ragazzini), di riconoscersi in esso e da esso trarre
una sorta di legittimazione, piuttosto che una sincera volontà di
praticare uno stile di vita ove la forma tenda a essere lo specchio di
una sostanza buona e positiva. Addirittura il mezzo di comunicazione
per eccellenza di questi anni, internet, ha un suo codice
comportamentale a cui i fruitori sono invitati ad attenersi: la
netiquette (parola formata da net, rete ed etiquette, buona
educazione).
Il paradosso è palese: nel mondo incorporeo
della rete, regno dell’apparenza, dell’individualismo più sfrenato e
della massima libertà, si è sentito il bisogno di una norma attraverso
la quale il navigatore si “autoriconosca” come appartenente alla
comunità di internet. La netiquette prescrive alcune semplicissime
regole che ognuno può, in libera coscienza, decidere di rispettare o
non rispettare (ma se non lo fa rischia d’incorrere nelle ire degli
altri “naviganti”): fra esse quelle di non inviare email spamming, di
disturbo (tipo pubblicità o catena di Sant’Antonio), di non violare
spazi privati, di navigare in rete senza danneggiare i siti visitati.
Tali regole sono nate anche per prendere ideologicamente le distanze
dai crackers (i pirati informatici) che, presi da una sorta di furore
luddistico, in nome di una anarchica libertà infestano e distruggono,
con le loro “imprese”, i siti e la rete.
Bello e buono contro brutto e cattivo
Ma la questione va forse analizzata più a fondo. Praticare uno stile di
vita, con tratti superficiali ma facilmente riconoscibili, far parte di
una comunità e quindi rispettarne le regole, non sono le condizioni
essenziali per dirsi “cortesi”. La buona educazione non è una sterile
riproposizione del bon ton ottocentesco ma qualcosa di ben più
profondo, un fattore di civiltà. La forma non è formalismo ma è
espressione della sostanza, reciproca compenetrazione, ragione di
esistenza e di percezione dell’una e dell’altra. Non a caso,
nell’antica Grecia, c’era il kalos kai agathos (bello e buono) perché
si percepiva, almeno a livello teorico, come dono divino, la bellezza
come bontà, e viceversa. Quest’idea è poi passata nella civiltà
occidentale a più livelli: è bello e buono Dio quanto è brutto e
cattivo il diavolo, è bello e buono il principe delle fiabe quanto è
brutto e cattivo l’orco che tiene prigioniera la principessa, è bello e
buono il sovrano quanto brutti e cattivi sono i nemici della corona. La
forma, e quindi la sostanza, sono sempre percepiti come eleganza ed
equilibrio: non può esistere una forma, degna di tale nome, che non
risponda a tali requisiti.
Ammaestramenti di vita
Ma la questione è ancora più profonda: le buone maniere sono una
visione molto “ristretta” della cortesia. Essere cortesi significa
empaticamente accettare e rispettare, e in ogni momento sublimare, le
regole della società civile e del vivere in comunità, non tanto come
atto di rispetto verso gli altri quanto piuttosto come atto di
deferenza verso se stessi e la propria umana individualità. A tracciare
le regole basilari (ma a tutt’oggi valide) della cortesia è uno dei
personaggi più celebri del Rinascimento italiano: Baldesar Castiglione.
Quando, nel 1528, il conte mantovano finalmente pubblica, dopo numerosi
ripensamenti e riscritture, il suo Cortegiano, dà alle stampe un
trattato che narra la vita alla corte, sofisticata e a tratti
rarefatta, dei Montefeltro di Urbino, che è anche opera di letteratura
e di politica, ma soprattutto è una summa di ammaestramento di vita e
di cortesia individuale. Il Cortegiano è anche un’opera che trascende
il suo tempo, una commossa rievocazione: quasi tutti i protagonisti del
libro sono già morti. Da quel lontano autunno 1506 alla corte di
Urbino, molte cose sono cambiate. Sono ormai venuti meno tutti i
presupposti di stabilità sociale e politica che, a partire dalla pace
di Lodi (1454), avevano consentito il prosperare in Italia della
società cortigiana. Le invasioni francesi e spagnole e il terribile
sacco di Roma a opera dei Lanzichenecchi imperiali hanno “violentato”
la civiltà italiana.
Ma Castiglione, nonostante le avversità e
le sconfitte, ripropone, con misurato orgoglio, la cortesia (la forma,
la stabilità, l’equilibrio, la misura, la riflessione, la cultura) come
unico mezzo per salvarsi dal crollo della società italiana (o perlomeno
per non parteciparvi). L’insegnamento di Castiglione è che la forma è
la sostanza, in una comunione sincera e profonda di essere e apparire,
di sentire e mostrare. Nel Cortegiano «tra modello ideale e pratica –
nota Giorgio Patrizi – si compone in una costruzione allegorica: se il
mondo è lo specchio dell’armonia universale, il comportamento si pone
come figura dell’armonia del mondo e il gesto come figura della misura
del comportamento».
Dagli umanisti ai manieristi
L’ideale della società cortigiana è un assoluto: nel Cortegiano il
modello è l’autorappresentazione, «l’uomo di corte costruisce la
propria immagine esibendola (esibendosi) come su un palcoscenico, in
una rappresentazione che sembra trascendere qualsiasi concreto
referente, assolutizzando teatralmente il piano del significante».
Ultimo prodotto della cultura umanistica, ma già proiettato verso la
Maniera, il Cortegiano, deve molto ad alcune opere, sui medesimi temi,
che lo hanno preceduto, come il De optimo cive del Platina, Il libro
della vita civile di Matteo Palmieri, il De Iciarchia di Leon Battista
Alberti e il Tractato dello cortesano di Diomede Carafa.
La
trattatistica sul comportamento che segue il Cortegiano inaugura il
sentire del Cinquecento. Non più complesse architetture di vita, ma più
semplici precetti di comportamento, secondo una logica più pragmatica e
meno teorica, nella consapevolezza del nuovo corso storico, delle
difficoltà di rapportarsi a un potere ogni giorno più autoritario e
autoreferenziale. Già nel De Cardinalatu (1510 ca.) di Paolo Cortese la
normativa minuta diventa il tratto peculiare, a cui poi si adeguano
Alvise Cornaro con i Discorsi intorno alla vita sobria (1558), Girolamo
Muzio con Il cavaliero (1569) e il Gentilhuomo (1571), fino alla
trattatistica sul segretario inaugurata da Giovan Battista Pigna e da
Francesco Sansovino e proseguita poi da Giulio Cesare Capaccio, da
Tasso, da Battista Guarini, Angelo Ingegneri fino a chiudersi con il
famoso Proteo segretario di Michele Benvegna. Ma il testo giustamente
più celebre (e sempre a sproposito citato) è Galateo di monsignor
Giovanni Della Casa, pubblicato a Venezia nel 1558, due anni dopo la
morte dell’autore.
L’opera ebbe una immediata fortuna con ben
quaranta edizioni già prima della fine del secolo, venne tradotta nelle
principali lingue e divenne un topos della cultura europea. Simbolo di
civiltà e cortesia, buona educazione e savoir faire, nasconde fra le
pieghe delle sue pagine il messaggio della riforma cattolica. Con la
scusa di insegnare i modi pratici del vivere sociale, il Galateo è
l’opera politica per eccellenza del Cinquecento: più spregiudicata del
Principe di Machiavelli, ammantata da un’aurea burberamente bonaria e a
tratti ironica, l’opera di Della Casa si presenta come un trattato
precettistico ma è, al fondo sostanziale, il codice di vita dell’uomo
nell’epoca del Concilio di Trento.
L’individuo tratteggiato da
Della Casa si interessa solo agli aspetti sociali, non ha alcuna
opinione su se stesso, «si comporta – scrive Ruggero Romano – in modo
da non disturbare, da non dare fastidio, da non turbare l’ordine
esistente». Con la sua precettistica, tuttavia, il prelato veneto si
schiera decisamente dalla parte delle forme fini a se stesse:
attraverso «la sua straordinaria lezione di conformismo, di ipocrisia,
di accettazione», fissa un (falso) buon senso che nient’altro è che il
riconoscimento del consenso altrui e l’integrazione dell’individuale
nel generale: è dalla «consapevolezza della durezza della vita sociale
che deriva la necessità, una volta tramontate le utopie cortigiane, di
praticare la dissimulazione come autocensura e come occultamento del
privato». La chiave di volta del Galateo è la medietas, il “giusto
mezzo”, valore che chiaramente si ispira all’Etica Nicomachea di
Aristotele.
La trasformazione della cortesia in formalismo
conformista viene poi portata a termine da altri due trattati: la Civil
Conversazione (1574) di Stefano Guazzo e Della dissimulazione onesta
(1641) di Torquato Accetto. Se il primo ebbe un successo clamoroso, con
decine di edizioni, traduzioni e riscritture, il secondo fu invece
subito dimenticato e riesumato, come testimonianza di un’epoca, e in
polemica col fascismo, da Benedetto Croce nel 1928.
Nascondersi dietro un inchino
La proposta di Guazzo è quella di elaborare una generale strategia
delle relazioni interpersonali fissata, come già per il Galateo,
sull’apparenza e sull’esteriorità, fondando quindi una socialità fatta
di discrezione, di ordine e di adeguamento all’opinione dei più. Questo
perché non esiste più il palcoscenico privilegiato della corte ove
sarebbe stato invece possibile esibire il comportamento eccellente
tratteggiato dal Cortegiano. È poi Accetto a chiudere il cerchio
scrivendo che «è amator di pace chi dissimula», nasconde i propri
pensieri e percorre una strada di “mediocrità”.
Questo insegnamento
sembra purtroppo sopravvivere ai nostri giorni: buone maniere che
confondono piuttosto che cortesia che distingue. La libertà individuale
non ha bisogno di vincoli formali ma di un comportamento vero e
sincero: meno precetti, più savoir faire.
Gianluca Montinaro