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n° 45 - sabato 6 novembre 2004
Dal Cortegiano cortese alla netiquette, di Gianluca Montinaro


Dal Cortegiano cortese alla netiquette

Le buone maniere esprimevano il rispetto del gentiluomo per sé e per gli altri. Poi venne l’era del galateo e dei formalismi. E ora c’è Internet

Parlare di buone maniere sembra, al giorno d’oggi, un formalismo di retroguardia. La superficialità e la banalità sul bon ton imperano, dai salotti alla televisione, ove non mancano guru che dispensano consigli su come apparecchiare una tavola o fare un baciamano.
La cosa diventa ancora più singolare valutandola da un ulteriore punto di vista, cioè se si considera (come continuamente ci viene ripetuto da sociologi e psicologi) che il “nostro mondo” sembra indissolubilmente legato all’apparenza e all’esteriorità. L’apparenza contemporanea, però, si mostra, indistintamente a tutte le età, più come desiderio di appartenere a un gruppo (il club alla moda piuttosto che la banda metropolitana di ragazzini), di riconoscersi in esso e da esso trarre una sorta di legittimazione, piuttosto che una sincera volontà di praticare uno stile di vita ove la forma tenda a essere lo specchio di una sostanza buona e positiva. Addirittura il mezzo di comunicazione per eccellenza di questi anni, internet, ha un suo codice comportamentale a cui i fruitori sono invitati ad attenersi: la netiquette (parola formata da net, rete ed etiquette, buona educazione).

Il paradosso è palese: nel mondo incorporeo della rete, regno dell’apparenza, dell’individualismo più sfrenato e della massima libertà, si è sentito il bisogno di una norma attraverso la quale il navigatore si “autoriconosca” come appartenente alla comunità di internet. La netiquette prescrive alcune semplicissime regole che ognuno può, in libera coscienza, decidere di rispettare o non rispettare (ma se non lo fa rischia d’incorrere nelle ire degli altri “naviganti”): fra esse quelle di non inviare email spamming, di disturbo (tipo pubblicità o catena di Sant’Antonio), di non violare spazi privati, di navigare in rete senza danneggiare i siti visitati. Tali regole sono nate anche per prendere ideologicamente le distanze dai crackers (i pirati informatici) che, presi da una sorta di furore luddistico, in nome di una anarchica libertà infestano e distruggono, con le loro “imprese”, i siti e la rete.

Bello e buono contro brutto e cattivo
Ma la questione va forse analizzata più a fondo. Praticare uno stile di vita, con tratti superficiali ma facilmente riconoscibili, far parte di una comunità e quindi rispettarne le regole, non sono le condizioni essenziali per dirsi “cortesi”. La buona educazione non è una sterile riproposizione del bon ton ottocentesco ma qualcosa di ben più profondo, un fattore di civiltà. La forma non è formalismo ma è espressione della sostanza, reciproca compenetrazione, ragione di esistenza e di percezione dell’una e dell’altra. Non a caso, nell’antica Grecia, c’era il kalos kai agathos (bello e buono) perché si percepiva, almeno a livello teorico, come dono divino, la bellezza come bontà, e viceversa. Quest’idea è poi passata nella civiltà occidentale a più livelli: è bello e buono Dio quanto è brutto e cattivo il diavolo, è bello e buono il principe delle fiabe quanto è brutto e cattivo l’orco che tiene prigioniera la principessa, è bello e buono il sovrano quanto brutti e cattivi sono i nemici della corona. La forma, e quindi la sostanza, sono sempre percepiti come eleganza ed equilibrio: non può esistere una forma, degna di tale nome, che non risponda a tali requisiti.

Ammaestramenti di vita
Ma la questione è ancora più profonda: le buone maniere sono una visione molto “ristretta” della cortesia. Essere cortesi significa empaticamente accettare e rispettare, e in ogni momento sublimare, le regole della società civile e del vivere in comunità, non tanto come atto di rispetto verso gli altri quanto piuttosto come atto di deferenza verso se stessi e la propria umana individualità. A tracciare le regole basilari (ma a tutt’oggi valide) della cortesia è uno dei personaggi più celebri del Rinascimento italiano: Baldesar Castiglione. Quando, nel 1528, il conte mantovano finalmente pubblica, dopo numerosi ripensamenti e riscritture, il suo Cortegiano, dà alle stampe un trattato che narra la vita alla corte, sofisticata e a tratti rarefatta, dei Montefeltro di Urbino, che è anche opera di letteratura e di politica, ma soprattutto è una summa di ammaestramento di vita e di cortesia individuale. Il Cortegiano è anche un’opera che trascende il suo tempo, una commossa rievocazione: quasi tutti i protagonisti del libro sono già morti. Da quel lontano autunno 1506 alla corte di Urbino, molte cose sono cambiate. Sono ormai venuti meno tutti i presupposti di stabilità sociale e politica che, a partire dalla pace di Lodi (1454), avevano consentito il prosperare in Italia della società cortigiana. Le invasioni francesi e spagnole e il terribile sacco di Roma a opera dei Lanzichenecchi imperiali hanno “violentato” la civiltà italiana.

Ma Castiglione, nonostante le avversità e le sconfitte, ripropone, con misurato orgoglio, la cortesia (la forma, la stabilità, l’equilibrio, la misura, la riflessione, la cultura) come unico mezzo per salvarsi dal crollo della società italiana (o perlomeno per non parteciparvi). L’insegnamento di Castiglione è che la forma è la sostanza, in una comunione sincera e profonda di essere e apparire, di sentire e mostrare. Nel Cortegiano «tra modello ideale e pratica – nota Giorgio Patrizi – si compone in una costruzione allegorica: se il mondo è lo specchio dell’armonia universale, il comportamento si pone come figura dell’armonia del mondo e il gesto come figura della misura del comportamento».

Dagli umanisti ai manieristi
L’ideale della società cortigiana è un assoluto: nel Cortegiano il modello è l’autorappresentazione, «l’uomo di corte costruisce la propria immagine esibendola (esibendosi) come su un palcoscenico, in una rappresentazione che sembra trascendere qualsiasi concreto referente, assolutizzando teatralmente il piano del significante».
Ultimo prodotto della cultura umanistica, ma già proiettato verso la Maniera, il Cortegiano, deve molto ad alcune opere, sui medesimi temi, che lo hanno preceduto, come il De optimo cive del Platina, Il libro della vita civile di Matteo Palmieri, il De Iciarchia di Leon Battista Alberti e il Tractato dello cortesano di Diomede Carafa.

La trattatistica sul comportamento che segue il Cortegiano inaugura il sentire del Cinquecento. Non più complesse architetture di vita, ma più semplici precetti di comportamento, secondo una logica più pragmatica e meno teorica, nella consapevolezza del nuovo corso storico, delle difficoltà di rapportarsi a un potere ogni giorno più autoritario e autoreferenziale. Già nel De Cardinalatu (1510 ca.) di Paolo Cortese la normativa minuta diventa il tratto peculiare, a cui poi si adeguano Alvise Cornaro con i Discorsi intorno alla vita sobria (1558), Girolamo Muzio con Il cavaliero (1569) e il Gentilhuomo (1571), fino alla trattatistica sul segretario inaugurata da Giovan Battista Pigna e da Francesco Sansovino e proseguita poi da Giulio Cesare Capaccio, da Tasso, da Battista Guarini, Angelo Ingegneri fino a chiudersi con il famoso Proteo segretario di Michele Benvegna. Ma il testo giustamente più celebre (e sempre a sproposito citato) è Galateo di monsignor Giovanni Della Casa, pubblicato a Venezia nel 1558, due anni dopo la morte dell’autore.

L’opera ebbe una immediata fortuna con ben quaranta edizioni già prima della fine del secolo, venne tradotta nelle principali lingue e divenne un topos della cultura europea. Simbolo di civiltà e cortesia, buona educazione e savoir faire, nasconde fra le pieghe delle sue pagine il messaggio della riforma cattolica. Con la scusa di insegnare i modi pratici del vivere sociale, il Galateo è l’opera politica per eccellenza del Cinquecento: più spregiudicata del Principe di Machiavelli, ammantata da un’aurea burberamente bonaria e a tratti ironica, l’opera di Della Casa si presenta come un trattato precettistico ma è, al fondo sostanziale, il codice di vita dell’uomo nell’epoca del Concilio di Trento.

L’individuo tratteggiato da Della Casa si interessa solo agli aspetti sociali, non ha alcuna opinione su se stesso, «si comporta – scrive Ruggero Romano – in modo da non disturbare, da non dare fastidio, da non turbare l’ordine esistente». Con la sua precettistica, tuttavia, il prelato veneto si schiera decisamente dalla parte delle forme fini a se stesse: attraverso «la sua straordinaria lezione di conformismo, di ipocrisia, di accettazione», fissa un (falso) buon senso che nient’altro è che il riconoscimento del consenso altrui e l’integrazione dell’individuale nel generale: è dalla «consapevolezza della durezza della vita sociale che deriva la necessità, una volta tramontate le utopie cortigiane, di praticare la dissimulazione come autocensura e come occultamento del privato». La chiave di volta del Galateo è la medietas, il “giusto mezzo”, valore che chiaramente si ispira all’Etica Nicomachea di Aristotele.

La trasformazione della cortesia in formalismo conformista viene poi portata a termine da altri due trattati: la Civil Conversazione (1574) di Stefano Guazzo e Della dissimulazione onesta (1641) di Torquato Accetto. Se il primo ebbe un successo clamoroso, con decine di edizioni, traduzioni e riscritture, il secondo fu invece subito dimenticato e riesumato, come testimonianza di un’epoca, e in polemica col fascismo, da Benedetto Croce nel 1928.

Nascondersi dietro un inchino
La proposta di Guazzo è quella di elaborare una generale strategia delle relazioni interpersonali fissata, come già per il Galateo, sull’apparenza e sull’esteriorità, fondando quindi una socialità fatta di discrezione, di ordine e di adeguamento all’opinione dei più. Questo perché non esiste più il palcoscenico privilegiato della corte ove sarebbe stato invece possibile esibire il comportamento eccellente tratteggiato dal Cortegiano. È poi Accetto a chiudere il cerchio scrivendo che «è amator di pace chi dissimula», nasconde i propri pensieri e percorre una strada di “mediocrità”.
Questo insegnamento sembra purtroppo sopravvivere ai nostri giorni: buone maniere che confondono piuttosto che cortesia che distingue. La libertà individuale non ha bisogno di vincoli formali ma di un comportamento vero e sincero: meno precetti, più savoir faire.

Gianluca Montinaro

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