L’aggressione comunicativa si nutre di immagini
L’era
digitale impone le sue leggi alla società e alla fruizione di massa. Un
esempio lampante è legato alla nozione di “aggressività”, un termine
che – a nostra insaputa – nel mondo dei media ha riorientato il proprio
significato
Fra il pubblico di massa e la cultura
di massa esiste un rapporto di fruizione a doppio senso: un flusso
continuo e globale che scorre fra produttori e prodotti e che va
guardato nella sua continuità, pena il fraintendimento. Ogni immagine
infatti esiste e ha significato e può essere guardata non da sola,
bensì nella continuità del flusso.
Questa fruizione di flusso, tipica del multimediale digitale, ha
un’altra caratteristica essenziale: essa rapporta ogni tipo di
messaggio al paradigma dell’immagine, riducendone le caratteristiche
formali meno immediate. Ogni concetto viene così “ridotto a immagine” e
ogni messaggio viene risolto all’interno di un più o meno criptico
iconismo.
Un dato significativo – emerso in quella che potremmo definire
l’attuale fase “introspettiva” degli studi sulle dinamiche di
comunicazione di massa – è rappresentato dal fatto che i codici dei
mezzi di comunicazione di massa mettono in atto una reinterpretazione
del messaggio in forme talmente invasive da intaccare il patrimonio
simbolico del ricevente sino a sconvolgerne i contenuti. Le dinamiche
di riconoscimento analogico (cioè basate su criteri di analogia tra una
forma e l’altra) rappresentano tuttora – in piena era digitale – i
canali privilegiati attraverso i quali il messaggio viene accolto,
compreso, processato ed elaborato. Ciò, tradotto nel contesto della
comunicazione di massa, fa sì che essa avvenga in base a un più o meno
profondo riconoscimento che va oltre l’aspetto meramente contenutistico
del messaggio. Ecco dunque il motivo per cui il messaggio multimediale
si accosta alla massa attraverso la tipologia dell’“invito”, anche
quando si tratti in realtà di un divieto. Ciò significa che ogni
elemento che potrebbe in qualche modo rendere difficoltoso il processo
di comprensione del codice “invito” verrà isolato ed espulso dal flusso
della comunicazione-fruizione.
Riduzionismo comunicativo
Quando la comunicazione riguarda concetti complessi, si fa necessario
mettere in atto alcuni processi di “riduzione” simbolica, col duplice
obiettivo di veicolare il senso del messaggio senza che ciò venga
rallentato da processi troppo mediati. Tale operazione viene
stigmatizzata dagli “apocalittici” come il momento topico attraverso il
quale la comunicazione svuota di significato il comunicato.
Tutte queste operazioni, però, non sono riconducibili a uno schema
fisso; spesso ci si imbatte in significati che “reagiscono” in maniera
peculiare di fronte al riduzionismo comunicativo. Un buon esempio di
ciò è il concetto di “aggressività”. Come tutti i significati
complessi, anche quello del termine “aggressività” deve dunque essere
ricondotto a un “clima simbolico” adeguato, eventualmente stereotipato
ma mai dissonante, per essere comunicato con successo. A ciò si è
obbligati in quanto l’aggressività è uno dei canali di “invito” più
efficaci che la comunicazione di massa abbia elaborato.
Dal punto di vista della simbologia di massa l’“aggressività” attiene
alle forme della potenza, del dominio, della consapevolezza, della
forza. Ciò indipendentemente dalla lettura, peraltro legittima,
dell’aggressività come reazione, difesa, debolezza, messa in
discussione. È un fatto che con la designazione genericamente
“aggressiva” si intenda, in tutto ciò che è media, fare riferimento a
un ambito simbolico legato alla sfera della “sicurezza” e non, secondo
una possibile lettura nietzscheana, legato alla reazione del debole, al
risentimento, all’invidia nei confronti del forte.
Come si sia arrivati a un tale approdo simbolico è facilmente
ipotizzabile: i desiderata del pubblico hanno contribuito in maniera
decisiva alla selezione favorevole di una lettura che potremmo definire
“ascendente” (aggressività come sicurezza di sé) a scapito di una
lettura “discendente” (aggressività come reazione).
Vince la rappresentazione
Esiste, nell’ambito della cultura di massa, una precisa letteratura
iconica e contestuale che predilige un’aggressività trionfante che
attraversa sia le polarità etiche – dalla “giusta vendetta” a quella
sorta di “inesorabile imposizione della legge” sottesa all’idea pop di
“forze dell’ordine” – sia le polarità estetiche legate ai concetti
liminali di “successo” e di “realizzazione” che affondano le proprie
radici nell’idea metropolitana di uomo, idea così spesso foriera di
progetti genetici di tipo ibridante nella simbologia di massa.
Una volta immesso il concetto-immagine dell’aggressività all’interno
del sistema simbolico di massa si otterrà l’effetto di sensibilizzare,
nel pubblico di massa, un determinato recettore in virtù del relativo
codice di riconoscibilità. In altri termini sarà relativamente semplice
sfruttare motivi d’interesse eterogeneo nell’attivare il riconoscimento
della simbologia legata all’aggressività, mentre molto meno immediato
sarà il riconoscimento del legame tra l’aggressività e la sua seconda
chiave di lettura – quella del “debole che si difende” – senza
ricorrere a interventi di correzione del riconoscimento primario.
Inoltre, parlando nello specifico dell’atto aggressivo, sarà bene
ricordare come esso solleciti una sorta di “morboso riflesso
d’interesse” sotto forma di magnetizzazione dell’interesse attentivo. È
interessante notare come la rappresentazione di quest’atto, intendendo
con ciò anche quella simbolica (iconica o aniconica), eredita tale
capacità di sollecitare l’impulso attentivo spesso ribaltandolo nelle
tinte morali della “vicenda edificante”, del “momento di conoscenza”,
della generale “misurazione” delle capacità di risposta o di
aggressione dell’altro.
Il grande successo di pubblico che gli scritti di Sade incontrarono non
appena pubblicati fu contrassegnato da una prima fase nella quale, ben
lungi dall’invenire i complessi significati postmoderni che la
rivalutazione bretoniana mise in luce, il pubblico accolse le novelle
del “Divino Marchese” come una sorta di divertissement a sfondo comico,
più attinente al versante della “malizia” che del “crimine” spesso
citato nei titoli dei sulfurei racconti.
Ricordando alcuni interessanti elementi messi in luce da Michel
Foucault, possiamo già cogliere sintomaticamente nella modalità di
ricezione popolare settecentesca i prodromi di una particolare capacità
delle rappresentazioni dell’aggressività di declinarsi attraverso le
forme culturali di massa. L’ostracismo nei confronti di Sade fu
conseguente al successo pop che ebbero le novelle, distribuite
clandestinamente e a puntate, presso il primigenio pubblico di massa
postrivoluzionario, il quale, da quanto risulta da testimonianze del
tempo, seppe collocare la produzione sadiana all’interno di un più
ampio contesto letterario libertino, dimostrandosi così non solo quello
che oggi si direbbe un “pubblico maturo” ma evidenziando come le
componenti più sgradevoli, asimmetriche, dure, rozze dei racconti,
potessero, senza soverchia istanza, trovare un pubblico acutamente
ricettivo nella plebe urbana della Parigi giacobina.
Senza tornare sulla questione dei rapporti tra novelle sadiane e
pornografia già affrontata in maniera illuminante da Klossowski, sarà
utile far notare come in realtà la simbologia genericamente aggressiva
non appartenga allo stesso universo simbolico della “pornografia” nel
senso più ampio del termine. E se ciò si rivelò essere vero ai primordi
della letteratura pop, soprattutto e a maggior ragione sarà vero oggi
nell’ottica della multimedialità digitale dove ogni tipo di
contaminazione passa dall’essere una delle possibilità a essere la base
essenziale di ogni modalità comunicativa. Lo stesso aggettivo
“pornografico” viene utilizzato spesso in chiave specialistica per
definire gli aspetti mediali più legati a contenuti aggressivi
indipendentemente dalla finalità per la quale avviene tale uso.
Aggressione multimediale
Un esempio recente investe tutta la problematica inerente le immagini
delle esecuzioni diramate dai terroristi islamici con la precisa
finalità di aggredire multimedialmente gli spettatori occidentali colti
allo stesso tempo dall’orrore e dalla curiosità. In questo senso la
scelta di pubblicare le foto più crude delle esecuzioni colloca le
immagini delle esecuzioni all’interno della questione sull’aggressività
e non, come è stato superficialmente sottolineato, ostentando un “gusto
per la pornografia” che, di per sé, non spiegherebbe il significato di
immagini che, al contrario della pornografia, contengono un messaggio
preciso indirizzato a un preciso destinatario.
Nell’affrontare l’immagine simbolica multimediale al di fuori dei
canali della cultura di massa si corre il rischio di identificare un
aspetto del simbolo per la sua totalità mentre il flusso continuo di
immagini-concetto attiva il sistema di riconoscibilità senza soluzioni
di continuità, ottenendo il risultato di riprogrammare l’universo
simbolico.
Matteo G. Brega
Padri e figli nell’era del computer
Caratteristiche e difficoltà della
comunicazione fra le generazioni. Dove non tutte le colpe sono della
“cattiva maestra” televisione
Comunicazione intergenerazionale. Non
è soltanto il segno del tempo che passa, ma esprime anche – forse
soprattutto – la volontà di far durare qualcosa mentre il resto passa.
è comunicazione di questo genere tutto ciò che ci diciamo fra persone
di età diverse, a cui si connettono esperienze, modelli e linguaggi
altrettanto diversi. In questo tipo di comunicazione siamo tutti
coinvolti, per il semplice fatto che nasciamo e cresciamo in contesti
“intergenerazionali”, cioè contrassegnati dalla compresenza di svariate
generazioni. Per di più i progressi della medicina hanno fatto sì che
l’aspettativa media di vita si sia alzata – nelle nazioni cosiddette
più progredite – fino a comprendere una, se non due, generazioni in più
di quanto accadeva appena un secolo fa. Frequentare i propri nonni oggi
è normale, e non è infrequente aver conosciuto qualche bisnonno. Dentro
e fuori la cerchia familiare, quindi, lo scambio comunicativo fra le
generazioni è in qualche modo vivo e continuo.
Quest’operazione comunicativa è così quotidiana, e noi ne siamo tanto
coinvolti, che spesso nemmeno ce ne accorgiamo mentre accade, mentre ne
siamo attori. Finché non ce ne giungono riflessi clamorosi, fra il
ridicolo e il drammatico: la ragazzina seduta in tram che fissa il
quarantacinquenne spelacchiato e gli chiede se vuole accomodarsi; la
funzionaria che, mentre rinnova la carta d’identità del professionista
benportante, scuote il capo leggendo la dicitura “capelli castani” e,
senza sospettare di choccare il malcapitato, la rimpiazza taciturna con
“brizzolati”; il “lei” ricevuto spontaneamente da un collega che
si pensava di poco più giovane; il tono innocentemente commiserativo
con cui figli o nipoti (nel senso di figli di fratelli) parlano fra
loro di “papà anziano” e di “vecchio zio”.
Una famiglia che si affolla
In episodi del genere non c’è soltanto l’ironia inesorabile
dell’invecchiamento. C’è di più, c’è la percezione di noi che
invecchiamo da parte di chi ci insegue nel corso dei giorni. E questo,
così come concerne l’aspetto esteriore, riguarda anche – ancora più
incisivamente, sebbene meno platealmente – quella dimensione di noi che
sono i messaggi comunicati, l’esperienza trasmessa, gli insegnamenti
impartiti.
Aldo Maria Valli, giornalista e padre di sei figli, da molti anni parla
di questi temi con garbo e senza supponenza. I cinque o sei libri che
ha dedicato alla sua famiglia man mano che si affollava (alcuni in
comunione di firma con la moglie Serena Cammelli) si rifiutano
esplicitamente di teorizzare su quella che, in definitiva, è la vita
quotidiana di una famiglia (la sua). Piuttosto inseguono la dimensione
pratica: come nei precedenti così nel più recente, Nudi e crudi. Corso
di sopravvivenza per famiglie nell’era del consumismo (Franco Manni,
Lecce 2004, pp.128, e12,00), si raccontano fatti e fatterelli di
comunicazione familiare che evidenziano con la forza del loro stesso
pragmatismo quale sia il requisito essenziale, primario e
ineliminabile, affinché il tempo non passi invano. Questo e soltanto
questo: parlarsi. Perché si può più o meno convenire sul fatto che
padri e figli dibattano accesamente sulla politica, sul calcio, sul
tempo e su tutto il resto; si può dubitare se un genitore debba o non
debba accentuare gli ammonimenti di ogni genere verso il figlio
rispetto a quanto farebbe un amico, sia pure più grande e maturo. Ma
una cosa è certa: a parlare si sbaglia di rado, a tacere quasi sempre.
E quindi, al di là del quadro in sé simpatico e attraente offerto da
una famiglia che cresce bene – e che nel susseguirsi del diario
pubblico dei volumi di Valli per un quindicennio è stato rappresentato
con scansione significativa –, se c’è un “messaggio” che famiglie del
genere incarnano efficacemente è proprio quella felicità della
comunicazione, che significa anche buon inserimento nella corrente
della storia.
Comunicazione fra le generazioni significa superare l’inevitabile
deriva dei linguaggi, delle metafore, dei ritmi e dei mezzi di
comunicazione. Non per nulla l’era del computer è per eccellenza l’era
del disagio educativo: come si fa a comunicare se, in buona misura, non
si padroneggiano gli strumenti con cui si dovrebbe (e cioè proprio il
pc, che i “piccoli” maneggiano istintivamente e parecchi “grandi” non
hanno mai voluto o saputo dominare)? Poi interviene anche la barriera
del gergo giovanile, dei frasari ellittici, degli schemi espressivi
derivati da fumetti, film e canzoni ordinariamente inaccessibili agli
adulti. D’accordo: tutti ostacoli comunicativi che ci sono sempre
stati, eppure si sono dilatati a dismisura nell’era dell’informazione e
della digitalizzazione.
A parlarsi non si sbaglia mai
Ma lo sforzo di comunicare, in presenza di difficoltà anche
straordinarie, va commisurato all’importanza dell’obiettivo. È quando
siamo malati che ci curiamo a maggior ragione. Quindi, prendendo a
prestito il titolo di Valli, la risposta nuda e cruda sulla
comunicazione fra persone di generazioni diverse – genitori e figli,
insegnanti e allievi – coincide con la cura che si pone affinché la
comunicazione non s’interrompa mai. Occorre in proposito sparigliare un
po’ di carte, scoprire qualche bluff, sgominare equivoci comodi e
tuttavia pericolosi. Per esempio, quello sulla televisione cattiva
maestra. Sarà vero. Ma forse non è ancora più vero che spesso e in
molte famiglie, se si spegnesse il televisore anziché guardarlo in
silenzio facendone il centro della vita familiare, quel silenzio non
cesserebbe e anzi diverrebbe ancora più imbarazzante e più esplicito?
Si scoprirebbe, forse, che in molti casi la televisione non è
l’alternativa silenziosa rispetto alla comunicazione, bensì un rifugio
comodo rispetto alla difficoltà (e alla paura) della comunicazione.
Un’implicita ammissione di sconfitta, non una scelta alla pari o
un’alternativa libera.
A comunicare non si sbaglia mai. Certe volte è preferibile farlo invece
che guardare la televisione, certe altre conviene guardarla insieme per
poi commentare ciò che si è visto. E questo vale a maggior ragione con
i nuovi mezzi di comunicazione: i meandri dell’internet e quelli dei
videogame. Nessuna censura preventiva, ormai, basta a garantirci dalle
intrusioni di materiali violenti, sconvenienti, inopportuni, in un
mondo in cui terminali di ogni sorta e dimensione, dislocati per ogni
dove, rendono praticamente impossibile vietare o limitare o anche
soltanto sorvegliare l’accesso all’informazione. Guardare insieme,
parlare insieme, continuare a parlare. Garantendo, fra l’altro, che il
trascorrere degli anni e del dialogo mantenga quella continuità che è
base fluida della comprensione.
Giuseppe Romano
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