C’è una città che non c’è, è nella Rete
Il grande luogo mitologico e concettuale dei nostri tempi è un territorio umano da civilizzare
Della Rete nella sua familiare
estraneità: di questo ci parla Giuseppe Romano nel suo La città che non
c’è. L’internet, frontiera di uomini. E lo fa descrivendola come un
continente sconosciuto nel quale l’uomo si muove con circospezione ma
anche con autorevole consapevolezza. Infatti, se si alza lo sguardo
oltre l’immediato ingombro della dimensione tecnologica, si nota che
rispetto alla Rete esiste una sorta di “discendenza”, o quanto meno di
“non estraneità” dell’uomo. In questo senso la Rete può essere letta
come una forma culturale postmoderna: non soltanto strumento a
disposizione dei naviganti, ma anche e soprattutto l’esito – culturale
e umanistico – di un percorso attraverso le interrelazioni mediali.
Tutto ciò, certo, significa altresì presupporre un punto originario,
storico, dal quale si è mossa questa rete di interconnessioni di
esperienze che oggi ci sta davanti come un luogo di comunicazione
globale al servizio delle aspirazioni dell’uomo tecnologico. E, d’altra
parte, siccome l’uomo per comunicare fabbrica gli strumenti a lui più
congeniali, ecco che la stessa tecnologia è lo strumento che oggi
consente all’uomo di scoprirsi finalmente giunto al grado di capacità
d’interazione necessario all’ottenimento di un reale “plusvalore
sintetico”, vale a dire una somma di esperienze virtuali che siano
propriamente umane e non una mera tautologia informatica dove le serie
di “1” e di “0” altro non rappresenta se non mero immagazzinamento di
dati.
Luogo di scambio senza centro
Nel concepire la Rete come un continente in via di “civilizzazione”
balza alla mente la questione del complesso rapporto tra Kultur e
Zivilisation che attraversa tutto il pensiero tedesco postkantiano sino
alla definizione finale che Spengler ne fornisce come di momento di
vertice e al contempo di decadenza di un ciclo della Kultur. Nella sua
rarefazione, Internet pare proprio una delle possibili realizzazioni
del concetto di Zivilisation; luogo di scambio senza centro, rete senza
direzione, area delimitata senza perimetro; definisce da una parte ciò
che contiene, dall’altra non delimita nulla di ciò che veicola. In
tutto ciò l’uomo non scompare, secondo Romano, anzi si inserisce in
maniera attiva nel processo di comunicazione, pur nei rischi e nelle
ombre che l’artificialità non cessa di prospettare, che porta,
continuamente arricchendosi, a nuovi e più evoluti sistemi di
conoscenza. La virtualità così concepita incide sul reale sino a
intervenire nei processi sensoriali ma senza sostituirsi a essi, senza
nessuna tentazione succedanea e senza interscambi troppo invasivi e
“mcluhaniani”. La visione del medium di Romano è più dekerckhoviana,
così come la visione di fondo della Rete come “opportunità” piuttosto
che come “pericolo”.
Sui principi originari Romano è chiaro: le radici affondano nel
pensiero umano, nella ricerca scientifica, nella filosofia. Pensare “la
città che non c’è” come un’elaborazione culturale significa anche
prendere una strada precisa al bivio che vede da una parte l’idea della
Rete come “luogo” e dall’altra l’idea della Rete come “concetto”. Nel
porsi esplicitamente la domanda nel capitolo sesto, l’autore compie una
precisa scelta. Scegliendo la strada della connotazione “concettuale”
di Internet, egli conferisce, di riflesso, alla connotazione culturale
il ruolo di chiave di lettura dell’intero interscambio comunicazionale
in essa presente, non solo tra uomo e uomo ma tra uomo e macchina.
Libertà contro anarchia
In altre parole è la cultura stessa che verrà a delinearsi nelle forme
ultime che le interazioni individuali, a loro volta espressioni di
precise e singolari “culture” immesse in un circuito incomparabile a
tutti i precedenti circuiti, sono in grado di originare. Una nuova e
immensa “rete”, appunto, nella quale sono le immagini e le metafore a
svolgere efficacemente il ruolo “mitologico” di conferimento di nuovi
significati e di nuovi rapporti tra i significati. Rispunta l’eco di De
Kerckhove quando, nel capitolo intitolato indicativamente L’importante
è vedere, si conferisce alle nuove tipologie di “visione” il valore di
nuove potenze rappresentative a disposizione dell’uomo e delle sue
possibilità di conoscenza.
Romano, studioso di realtà virtuale e di videogiochi, non si sottrae
alle questioni legate agli aspetti più disincantati della Rete: i
rischi della mitizzazione di un luogo “libero” che potrebbe degenerare
in “anarchico”, così come i rischi per molti versi contrapposti che
sono connessi alle spinte degli interessi globalizzanti che nel
just-in-time scorgono enormi occasioni di guadagno. La visione
umanistica dell’autore riaffiora nella conclusione quando all’auspicio
per un “ritorno alla polis” si correla una salutare presa di coscienza
in ordine agli imminenti sviluppi che il fenomeno Internet – una
tecnologia a disposizione dell’uomo – evidenzia nel suo definitivo
espandersi sino agli estremi confini del contenitore. «La questione più
pressante, conclude l’autore, è questa: chi, a che titolo, perché e a
che prezzo – in un mondo dove tutto sembra possibile e moltissimo
sembra lecito –davvero decide quali siano gli “amici” e i “nemici” del
sistema?».
Matteo G. Brega
> Giuseppe Romano, La città che non c’è. L’internet, frontiera di uomini, Edizioni Lavoro, Roma 2004, pp.224, €10,00
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