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n° 11 - sabato 13 marzo 2004
Reality tv: Big Brother e i suoi fratelli, di Marina Villa
Videogames: Cartagine in fiamme, di Giuseppe Romano


Reality tv: Big Brother e i suoi fratelli

Un genere televisivo che negli ultimi anni ha prosperato in tutto il mondo imponendosi nel piccolo schermo con una serie di format disomogenei ma non eterogenei. In comune, il principio per cui il successo e la verità della rappresentazione coincidono con la reattività dei personaggi

Per reality television intendiamo una prassi comunicativa neotelevisiva che caratterizza tutti i programmi che si ispirano a un’aderenza con la realtà quotidiana, colta sia nei suoi aspetti più drammatici sia in quelli più banali, grazie al coinvolgimento sempre più stretto del pubblico e delle persone comuni. Nella definizione più classica, infatti, la reality tv rappresenta situazioni ispirate alla “realtà” e mette in scena gli anonimi protagonisti del quotidiano, la “gente”.
Il “protagonismo dell’uomo qualunque” si esprime in forme molto diverse, a seconda dei programmi. La persona comune può essere invitata in tv per: 1) svelare le proprie emozioni e raccontare fatti privati, nella forma della confessione o dello sfogo: è il caso di molti programmi che mettono a tema le relazioni interpersonali e, soprattutto, i rapporti familiari; 2) esibirsi in attività fuori dal normale o in imprese eccezionali: ciò avviene spesso in un contesto di gioco e di sfida (con se stessi, con altri); 3) mostrare e mettere alla prova il proprio talento, nelle trasmissioni che promettono la fama a chi emerge per le sue qualità; 4) portare una testimonianza diretta o contribuire alla ricostruzione di eventi realmente accaduti (quando l’intento è informativo e documentario); 5) partecipare a “esperimenti relazionali”, in situazioni fuori dal comune (per esempio, di reclusione volontaria); 6) lasciarsi seguire dalle telecamere nelle proprie attività quotidiane.

Contraddistingue la reality television anche il ruolo attivo del pubblico a casa, che è di volta in volta protagonista, aiutante, “regista” dell’azione e che, soprattutto, è chiamato a giudicare (spesso sanzionandoli con un voto) i racconti, le storie e le performance della “gente comune”.
La tv stessa nel reality si propone come un soggetto attivo, che interviene sulla realtà che rappresenta. In particolare, l’apparato televisivo vuole mostrarsi in grado di aiutare persone e istituzioni, addirittura di incidere sulla vita degli individui che vengono fatti oggetto d’attenzione. La tv che parla della “realtà” si presenta spesso come una tv del “fare” che svolge funzioni simboliche specifiche: l’arbitrato, cioè la risoluzione di una controversia al posto dell’autorità giudiziaria; la consulenza familiare, che mira a superare le difficoltà di relazione e a favorire il dialogo; l’agenzia investigativa, che cerca persone scomparse e tratta casi irrisolti; la difesa dei diritti del cittadino; la tutela del consumatore; l’agenzia matrimoniale; l’agenzia di collocamento; l’associazione di solidarietà.
[...]

La realtà è “narrativa”
Come si è detto, la reality television «rende palese l’apparato produttivo come garanzia di trasparenza totale, affermando così una funzione di servizio e non di controllo. In verità, attraverso le modalità produttive, assegna massima forza alla duplicità, alle riflessività, alle contrapposizioni insite nei generi che sono confluiti nel reality (docu-soap, docu-drama, reality show, infotaiment), esaltando così le intime contraddizioni del reale» (C, De Maria et al., Reality tv, ERI-VQPT, Roma 2002, p. 12).
Nella reality television la sceneggiatura, la scrittura dei testi è infatti un elemento determinante, soprattutto se si tratta di programmi che si basano sul racconto di vicende intime. Per esempio, diversi reality che fanno riferimento alla ripresa della vita quotidiana o agli esperimenti relazionali sono in realtà molto scritti, ben sceneggiati. Uno di questi, Diario. Esperimento d’amore (format giapponese), si richiama addirittura a un testo originale e sincero, come il diario, e alla situazione sperimentale (ancora una volta, a reazioni autentiche), ma è costruito come un racconto di fiction, con interventi della regia e colpi di scena.
Anche nei programmi della tv detta “di servizio” o nei reality che ripropongono fatti di cronaca realmente accaduti l’elemento della scrittura è importante, perché c’è un’evidente commistione tra informazione e fiction – per esempio quando, attraverso flashback ripresi come un film, si racconta la storia di un personaggio o si ricostruisce la vicenda da trattare (L’accostamento di riprese in tempo reale e di ricostruzioni a volte suscita critiche: in Francia l’organismo di controllo, il Conseil Supérieur de l’Audiovisuel, ha ammonito una trasmissione che mostrava scene di salvataggi reali insieme a riprese registrate durante le esercitazioni della protezione civile. E ha chiesto ai responsabili delle testate giornalistiche di indicare sempre la fonte delle immagini, soprattutto se vengono usate riprese d’archivio o ricostruzioni).

I nuovi tipi di programmi della reality television come Big Brother sembrano testi più aperti, nonostante un plot narrativo: «L’autore lavora per un finale aperto che prevede più direzioni possibili e un coinvolgimento del telespettatore chiamato a interagire e, in parte, a decidere che direzione seguire». Ma anche qui un forte intervento registico e di scrittura è necessario. Il materiale fornito dalle immagini della vita quotidiana è informe, si tratta di riprese in continuità senza un filo conduttore, a volte incomprensibili per chi non conosce bene le dinamiche del programma: «la quotidianità esposta offre solo una materia grezza, ricca di emozionalità, di potenzialità narrative, ma ancora priva di un vero e proprio percorso, di un’organizzazione razionale che ne costituisce lo scheletro, la struttura portante». Va dunque riordinata e organizzata, deve diventare un racconto. Big Brother ottiene questo in due modi: prima di tutto imponendo regole precise alla vita nella casa (per esempio le nomination, l’assenza di contatto con l’esterno, le prove, una certa ritualità nella giornata) che limitano le possibilità dei protagonisti e orientano le loro azioni verso momenti carichi di tensione e svolte narrative. In secondo luogo, ovviamente, si agisce attraverso il montaggio delle immagini, ottenuto seguendo schemi narrativi ben precisi. «È la fase in cui le storie prendono forma, vengono spettacolarizzate nel modo più classico, di nuovo come nelle soap: montaggio parallelo nelle varie situazioni, mantenimento della tensione narrativa attraverso la compressione degli eventi che costruiscono la storia e la sospensione della stessa in un momento “alto”, che prelude a un accadimento importante che avverrà nella prossima puntata».
Nella prima edizione italiana di Big Brother ben 20 registi lavoravano a rotazione, in modo che ce ne fossero alcuni sempre presenti per montare in tempi veloci le immagini e per seguire più “storie” contemporaneamente. Il Grande Fratello è stato costruito come una soap, con le stesse regole e strutture narrative: sospensione tra una puntata e l’altra, costruzione delle storie, focalizzazione sul personaggio (a guidare il montaggio c’era infatti una sceneggiatrice di soap).

“Celebrevità” usa & getta
Come si vede, la “tv della realtà” viene costruita intervenendo pesantemente sul variegato materiale che la realtà – e spesso solo un certo tipo di realtà – offre. Infatti le sue parole d’ordine sono “sceneggiatura, narrativizzazione, formattizzazione”.
Un altro tipo di intervento sulla realtà rappresentata riguarda i protagonisti della reality television: alcuni format prevedono figure-tipo, “personaggi” con determinate caratteristiche, parti da “macchietta” o “drammatiche” che gli ospiti, consapevolmente o no, si trovano a dover recitare. La tv infatti fa uscire dall’anonimato le storie della gente comune, per portarle sulla scena, solo se la “gente” si trasforma in personaggio «spogliandosi della propria identità e accettandone una ridefinita dalle regole della tv». Più che favorire un’irruzione della “vita vera” nella cornice della tv, la reality television comporta dunque un adattamento dei cittadini/telespettatori ai ritmi e ai meccanismi narrativi della tv per entrare a far parte di un mondo che sembra l’unico in grado di garantire visibilità. Questa celebrità effimera, acquisita senza possedere doti particolari e presto dimenticata (un giornalista francese la chiama «célébrièveté» – celebrevità, mentre negli USA si parla di «instant celebrity») è uno dei motivi che, secondo molti ricercatori, spinge le persone a partecipare ai programmi di reality television, anche quando viene richiesto di mettersi a nudo, di sfidare se stessi (in uno dei tanti  format, Fear factor, i protagonisti affrontano le loro angosce con prove terribili), di farsi umiliare pubblicamente e mostrarsi in difficoltà (in Big Diet alcuni obesi volontariamente reclusi cercano a fatica di dimagrire).

Per pochi minuti di visibilità i protagonisti possono immedesimarsi tanto nel loro ruolo stereotipato da perdere involontariamente di vista la realtà: come osserva un produttore di reality television, Paolo Vasile, «la vedova fa la vedova, l’abbandonata fa l’abbandonata, il mandrillo fa il mandrillo, ognuno interpretando un ruolo che ha nella testa, alla fine non sapendo neanche più dove arriva la finzione, confondendo il reale con il realistico». È ancora più problematico il caso della finzione volontaria: sono noti in tutti i paesi casi di trasmissioni in cui si è scoperto che i protagonisti recitavano dei copioni già scritti, o facevano parti diverse in diversi reality show.
Del resto, come si è detto, per il reality show non conta tanto che la storia sia vera o falsa, l’importante è che la storia che si sta raccontando sia una buona storia. In un contesto come quello della reality television, le buone storie sono spesso quelle più eclatanti, esasperate, inverosimili, che non hanno nulla a che vedere con la “quotidianità” che si vorrebbe rappresentare (un reality propone addirittura lo scambio di madri: in due famiglie le mamme vengono cambiate per 15 giorni). Anche in un programma come il Grande Fratello la realtà quotidiana degli ospiti della casa è «trasfigurata, accelerata. Si può parlare di una quotidianità estrema».
Inoltre, «la struttura stessa della discussione e le leggi “drammatiche” del genere fanno sì che sia un buon programma quello che porta sul piatto questioni scottanti, i casi-limite». In questa continua messa in scena di casi eclatanti e di situazioni-limite Paolo Vasile vede un ulteriore rischio, in quanto «l’eccesso porta all’abuso: rappresentare patologie della convivenza come fossero fisiologie della società o della famiglia» (con un eventuale effetto di normalizzazione, secondo Gianfranco Bettetini e Armando Fumagalli).

Infine, ricordiamo che spesso la “realtà” raccontata dalla reality television coincide con la (presunta) “autenticità” dei comportamenti, la “trasparenza” dell’esibizione. Raccontando delle storie ispirate alla vita delle persone o inscenando delle situazioni di prova (anche le più inverosimili ed eccessive), quello che interessa alla reality television è mostrare le reazioni non controllate dei protagonisti, in base a un assunto che associa la verità di ciò che si vede alla reattività e la reattività all’assenza di simulazione (quello che vedo è vero perché è reazione alla situazione in cui si trova il soggetto ripreso). A volte infatti i programmi della reality television funzionano come una “macchina della verità” e mettono in scena, più che la realtà di un evento, le autentiche reazioni emotive di chi vi partecipa, «liberandole dal compito di prendere forma attraverso il linguaggio (possibile fonte di menzogna) grazie all’autoevidenza dell’immagine costretta sui primissimi piani o avvolta a spirale intorno all’abbraccio di parenti o amici ricongiunti».
Per riprendere le considerazioni fatte all’inizio, la reality television «è soprattutto un’idea di realtà o meglio, un’idea che la televisione si fa della realtà»: e questo sia perché nel reality tutto è esagerato, accentuato, iperreale, sia perché in questo sovragenere prevale l’istanza riproduttiva. «La televisione moderna non cerca tanto la verità dell’enunciato – non cerca cioè di portare in televisione fatti cosiddetti “veri”, come voleva la “televisione verità” – ma persegue invece la verità dell’enunciazione; non contano le cose mostrate, quanto piuttosto come esse vengono mostrate. (...) tutte le modalità di contatto con lo spettatore, tutte le strategie attraverso cui la televisione dialoga con lo spettatore, lo chiama, lo coinvolge, servono – tutte quante – a sancire la verità della televisione, non più la verità del reale».
Marina Villa

Il saggio qui parzialmente riportato è contenuto nel volume di Gianfranco Bettetini, Paolo Braga, Armando Fumagalli (a cura di), Le logiche della televisione, Franco Angeli, Milano 2004, pp.352, e22,50, di imminente pubblicazione.



Videogames - Cartagine in fiamme

«Prova a pesare Annibale / ora che è solo cenere», cantava Giorgio Gaber nel 1970. Non aveva torto, ma non poteva prevedere che trentaquattro anni dopo sarebbe stato possibile a chiunque di noi mettersi nei panni del geniale cartaginese. Per essere più precisi, nei panni del suo pensiero strategico, impersonando il condottiero e ricalcandone i passi in tutte quelle che la storia ha tramandato come “le guerre puniche”. E che probabilmente oggi impareremmo a scuola come “le guerre romane”, da alunni dell’Africa unita, se Annibale non si fosse fatto beffare irreparabilmente quando alla conclusione della partita mancava davvero poco.
Ma il problema in questo caso non si pone, perché in Imperium è consentito scegliere da che parte stare e quindi preferire il ruolo di Scipione per provare a diventare “l’Africano”. Sperimentiamo qui una delle caratteristiche più suggestive dei videogiochi. Ovvero, quella di restituire un simulacro di intelligenza a partire dalla codificazione numerica (altro non sono, i programmi per computer). Vale a dire il percorso inverso rispetto a quello che ormai tutti conosciamo col termine di “digitalizzazione”, gigantesco moloch tecnologico che ingoia ogni sorta di contributi – immagini, disegni, filmati, voci umane, musiche, rumori – per ricavarne un’unica e omogenea poltiglia numerica, quella che appunto sostiene l’universo digitale e di cui noi tutti apprezziamo gli arredi di superficie esibiti in film, cd musicali, cd-rom, dvd, siti web, e-mail, sms e chi più ne ha più ne metta.
Imperium fa parte di un genere assai frequentato nel mondo dei videogames, quello degli “strategici”. Di suo ci mette una buona cura grafica e una strizzata d’occhio ai “giochi di ruolo”, dov’è è necessario immedesimarsi con le caratteristiche specifiche del personaggio che si interpreta. In questo caso l’“intelligenza artificiale” aiuta ad avvalersi delle doti personali del generale selezionato, a miscelare opportunamente le scelte soggettive con l’effettivo svolgersi dei fatti storici, ad agire febbrilmente su dettagli che ritengono attenzione immediata senza tralasciare gli obiettivi a lungo termine, quelli che vanno pianificati a freddo. Del resto non c’è tempo da perdere: le Alpi già si delineano in fondo, attraverso le brume dell’alba.
Giuseppe Romano

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