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n° 13 - sabato 26 marzo 2005
Reality per sempre, ecco i nuovi Truman Show, di Francesca D’Angelo
Avvisi ai naviganti, di Giuseppe Romano e Sara Sampietro

Reality per sempre, ecco i nuovi Truman Show

Hanno colonizzato il mondo catodico, imponendo in tutti i format la loro nozione di “realtà spettacolare”. E minacciano di durare senza fine

Il successo del primo GF non ha solo imposto un nuovo prodotto mediatico sulla scena italiana, ma ha soprattutto stravolto le regole televisive, tanto che oggi si possono riscontrare “tracce di reality” in tutti i programmi in onda. Dal Grande Fratello in poi, infatti, la tv ha una nuova vocazione: il reale. Il piccolo schermo non può più guardarlo con sufficienza: ora è chiamato a inglobarlo, spettacolarizzandolo. Deve aderirvi, farlo suo, viverlo, abbattere la barriera tra realtà e finzione. È cambiato quindi il lavoro degli autori televisivi (siano essi di varietà, di fiction o di reality puro): più a che inventare, sono chiamati a scandagliare la vita normale, individuandone gli elementi ricorrenti e serializzabili, e a dar loro un possibile sviluppo drammaturgico. Il caso umano, la storia di vita, l’elemento docu-fiction (ingredienti massicciamente presenti nei programmi tv) sono tutte tracce di questa necessaria commistione tra piccolo schermo e quotidianità. Di conseguenza lo spettatore esce dall’ombra, diventa un co-sceneggiatore e/o un opinionista attivo.

Esempio emblematico di questo suo nuovo potere acquisito è l’espediente degli sms di commento del pubblico a casa, letti in studio o visualizzati in tempo reale (RTL, Cronache Marziane, Buona Domenica, La Corrida).
La ragione dell’egemonia del reality sta esattamente nell’essenza stessa della sua rivoluzione: la spettacolarizzazione non della, ma “nella” realtà, dove la finzione è un’ipotesi sempre più argomentabile e familiare, ogni affetto è potenzialmente un effetto e tutti noi siamo soggetti televisivamente interessanti.

Per tutti i gusti
Il reality show ha sancito la supremazia dello spettatore. Ma, a sua volta, ne è rimasto intrappolato: per rispondere a tutte le esigenze del pubblico, un GF, infatti, non basta. Occorrono tanti format per ogni “mondo” di attese e di aspettative. Vecchi e nuovi format coesistono così nel piccolo schermo, per soddisfare tutto lo sfaccettato pubblico televisivo.
Ne è una prova l’attuale palinsesto, che offre un’ampia gamma di reality show “puri”. Partiamo dal più classico dei format: Grande Fratello, appunto. Il suo obiettivo principale è quella che il massmediologo Paolo Taggi ha definito «spettacolare verosimiglianza» (nel saggio Vite da format, Editori Riuniti, Roma 2000). Dentro la girandola di perfetti sconosciuti baciati dalla fortuna, però, l’elemento di forza non sono tanto i singoli casi, quanto piuttosto il poter vedere nascere le storie. È il fieri, sorpreso e immortalato, che aggancia il pubblico, innescando l’affezione per gli abitanti della casa.

Accanto a questo format se ne impone per leadership un altro: Amici di Maria De Filippi, attualmente in onda il giovedì sera su Italia Uno. Qui l’elemento aggiunto è il talento. I concorrenti, stavolta, devono meritarsi il successo. Il fascino del format fa leva appunto sulla trasformazione del concorrente da talentuoso a geniale: ognuno di loro è un eroe mancato o possibile che può (e vuole) conquistare il suo regno. Il gap, pur esistente, tra i concorrenti e il pubblico a casa non viene avvertito, perché l’aspirante artista viene presentato come una persona comune. Vederli piangere e lottare, cadere e affrontare critiche più o meno pertinenti, li rende, poi, ancora più “normali” e vicini. La conduzione di Maria De Filippi, infine, perfeziona l’aura di normalità di questi ragazzi, sognatori in cerca di successo: qualora emerga, la De Filippi sa prontamente smorzare il gap tra la mediocrità dello spettatore e la bravura dei ragazzi in gara, sottolineando il lato umano della sfida. Sulla stessa scia si colloca Campioni, il reality pomeridiano di Italia Uno. La prestanza fisica dei concorrenti e l’elemento calcistico sono due ingredienti di grande impatto mediatico, ma il reality raggiunge solo un target giovanile a causa di una conduzione sfilacciata, di deboli intrecci relazionali instaurati dai concorrenti e, forse, di una complessiva debolezza dell’idea ispiratrice.

In nome della contaminazione tra realtà e finzione, il piccolo schermo chiede anche alle sue star di ingaggiare la sfida del reality show. Per citare due reality attalmente in programmazione, La Fattoria è, così, la versione GF per famosi, mentre Music Farm un Amici per star. L’elemento aggiunto qui sarebbe il glamour: i concorrenti non sono divinità irraggiungibili, ma comunque primi inter pares che si mettono in discussione. Pur riscontrando un discreto successo di audience, questi format non sono molto riusciti in Italia, fortemente penalizzati dalla scarsa fama dei concorrenti (curiosamente ribattezzati “morti di fama”). Spesso, infatti, sono esordienti (come i giovani vincitori di Sanremo) o personaggi bisognosi di un restyling d’immagine. Unica eccezione  L’isola dei Famosi, i cui autori hanno saputo creare buone situazioni, necessarie per un avvincente sviluppo delle relazioni tra i partecipanti. 
Davanti a questa ondata di reality, il “telespettatore old style”, in cerca di una grande storia, non può far altro che arrendersi. Deve rassegnarsi a fiabe ritualizzate, dove la complessità della vita e il suo dramma vengono ridotti a una semplice successione di imprevisti e probabilità.

The Truman show
Eppure in Italia non è stata ancora varcata l’ultima vera frontiera pericolosamente affascinante: il “per sempre”. Pur rieditandosi, i format italiani hanno sempre un termine, e questa finitezza rappresenta un grande limite per lo spettatore: i concorrenti, una volta usciti dalla casa/isola di turno, spesso scompaiono e la delusione per i fan a casa è enorme. Così in Germania si è tentato il colpo: BB for ever (dove BB sta per Big Brother). Su ispirazione del film Truman Show, si è ricreata un’intera cittadina, dove sono reclusi, per anni, 15 concorrenti e centinaia di comparse. BB for ever durerà finché ci sarà audience. La cacciata è sempre dietro l’angolo (il concorrente nominato verrà eliminato e sostituito da uno nuovo, tratto dal mondo reale), ma i primi concorrenti potrebbero abitare per decenni in questa realtà parallela. Il pubblico è, invece, totalmente tutelato nei suoi diritti: non perderà mai il suo eroe, almeno finché lo vorrà. Potrà anche andare a fargli visita, clausola che contribuisce ad abbassare ulteriormente le barriere tv/realtà.

Certo, la sfida è ardua e molto poi dipenderà dall’efficacia del casting, che dovrà fornire concorrenti dalla personalità interessante; dal team degli autori, che dovranno gestire una situazionalità ben più grande di quella di una stanza; e, non ultimo, dalla bravura degli psicologi. Già: perché, umanamente, che cosa accadrà?

Francesca D’Angelo

Avviso ai naviganti/1 - Mappe mentali

Non solo è affascinante, il tema del tempo, ma è concretamente fondamentale. Basta un’occhiata all’articolo a fianco, sul reality televisivo. Di nuovo non c’è niente, ribatte Zerubavel: sono millenni che componiamo la geografia della mente con quanto ci conviene (o, a volte, conviene a qualcuno). Mappe del tempo,  tecnicamente “topografia sociomentale”: quell’ordito di ricordi la cui evidenza e, più ancora, le cui connessioni sono più in noi che nelle cose. Ciò che è davvero successo nella storia ha poco da vedere con ciò che a noi rimane come elementi mnemonicamente percepiti e correlati fra loro.

Potremmo ora immergerci in due distinti ordini di considerazioni: quello relativo all’ideologia, per cui la storia è condizionata (e revisionata) in base alle credenze dominanti; e quello relativo alla verità, in cui alcuni reputano che l’unico risultato ottenibile sia concordare, nella migliore delle ipotesi, su un’“idea di verità”, perché la verità, in quanto tale, è definitivamente inaccessibile. Ma ci fermiamo prima. Al fatto, non meno importante – cui è dedicato il volume – che i nostri ricordi sociali funzionano e si organizzano in un certo modo.

Giuseppe Romano


> Eviatar Zerubavel, Mappe del tempo (Memoria collettiva e costruzione sociale del passato), Il Mulino, Bologna 2005, pp.248, €14,00

Avviso ai naviganti/2 - New addictions

Lavora dieci ore al giorno. Non spegne mai il cellulare. Naviga su internet. Partecipa contemporaneamente a tre aste online. è nervoso e per tranquillizzarsi, si compra un paio di jeans, che non gli piacciono, ma comunque fanno moda. è l’uomo dipendente, assetato di new addictions, nuove forme di dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di alcuna sostanza chimica. Guerreschi rivela i dati, i nomi, i meccanismi con cui queste “droghe virtuali”, si fanno strada nel nostro mondo. Una “patologia” spesso sottovalutata è l’Internet Addiction,  che inevitabilmente s’intreccia con la vita offline: diminuisce il tempo da dedicare al lavoro, alla famiglia, agli interessi.

La Rete diviene mezzo per scappare dalla realtà.  Ci sono padri che si dimenticano di prendere i figli a scuola, madri che si scordano di preparare la cena. Un’altra patologia è la dipendenza dal telefonino: chi ne è colpito incontra difficoltà ad affrontare la vita, se non armato di un cellulare carico.
La nostra quotidianità si sfilaccia sotto il peso di dipendenze difficilmente riconoscibili e governabili. Per “salvarsi” occorre rivalutare le addiction che contano sul serio: l’abbraccio di un amico, il sorriso di “chi amiamo”, ma anche un buon caffè, bevuto nel bar di sempre.

Sara Sampietro

> Cesare Guerreschi, New Addictions (Le nuove dipendenze), San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, pp. 207, €11,50
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