Reality per sempre, ecco i nuovi Truman Show
Hanno
colonizzato il mondo catodico, imponendo in tutti i format la loro
nozione di “realtà spettacolare”. E minacciano di durare senza fine
Il successo del primo GF non ha solo
imposto un nuovo prodotto mediatico sulla scena italiana, ma ha
soprattutto stravolto le regole televisive, tanto che oggi si possono
riscontrare “tracce di reality” in tutti i programmi in onda. Dal
Grande Fratello in poi, infatti, la tv ha una nuova vocazione: il
reale. Il piccolo schermo non può più guardarlo con sufficienza: ora è
chiamato a inglobarlo, spettacolarizzandolo. Deve aderirvi, farlo suo,
viverlo, abbattere la barriera tra realtà e finzione. È cambiato quindi
il lavoro degli autori televisivi (siano essi di varietà, di fiction o
di reality puro): più a che inventare, sono chiamati a scandagliare la
vita normale, individuandone gli elementi ricorrenti e serializzabili,
e a dar loro un possibile sviluppo drammaturgico. Il caso umano, la
storia di vita, l’elemento docu-fiction (ingredienti massicciamente
presenti nei programmi tv) sono tutte tracce di questa necessaria
commistione tra piccolo schermo e quotidianità. Di conseguenza lo
spettatore esce dall’ombra, diventa un co-sceneggiatore e/o un
opinionista attivo.
Esempio emblematico di questo suo nuovo potere acquisito è l’espediente
degli sms di commento del pubblico a casa, letti in studio o
visualizzati in tempo reale (RTL, Cronache Marziane, Buona Domenica, La
Corrida).
La ragione dell’egemonia del reality sta esattamente nell’essenza
stessa della sua rivoluzione: la spettacolarizzazione non della, ma
“nella” realtà, dove la finzione è un’ipotesi sempre più argomentabile
e familiare, ogni affetto è potenzialmente un effetto e tutti noi siamo
soggetti televisivamente interessanti.
Per tutti i gusti
Il reality show ha sancito la supremazia dello spettatore. Ma, a sua
volta, ne è rimasto intrappolato: per rispondere a tutte le esigenze
del pubblico, un GF, infatti, non basta. Occorrono tanti format per
ogni “mondo” di attese e di aspettative. Vecchi e nuovi format
coesistono così nel piccolo schermo, per soddisfare tutto lo
sfaccettato pubblico televisivo.
Ne è una prova l’attuale palinsesto, che offre un’ampia gamma di
reality show “puri”. Partiamo dal più classico dei format: Grande
Fratello, appunto. Il suo obiettivo principale è quella che il
massmediologo Paolo Taggi ha definito «spettacolare verosimiglianza»
(nel saggio Vite da format, Editori Riuniti, Roma 2000). Dentro la
girandola di perfetti sconosciuti baciati dalla fortuna, però,
l’elemento di forza non sono tanto i singoli casi, quanto piuttosto il
poter vedere nascere le storie. È il fieri, sorpreso e immortalato, che
aggancia il pubblico, innescando l’affezione per gli abitanti della
casa.
Accanto a questo format se ne impone per leadership un altro: Amici di
Maria De Filippi, attualmente in onda il giovedì sera su Italia Uno.
Qui l’elemento aggiunto è il talento. I concorrenti, stavolta, devono
meritarsi il successo. Il fascino del format fa leva appunto sulla
trasformazione del concorrente da talentuoso a geniale: ognuno di loro
è un eroe mancato o possibile che può (e vuole) conquistare il suo
regno. Il gap, pur esistente, tra i concorrenti e il pubblico a casa
non viene avvertito, perché l’aspirante artista viene presentato come
una persona comune. Vederli piangere e lottare, cadere e affrontare
critiche più o meno pertinenti, li rende, poi, ancora più “normali” e
vicini. La conduzione di Maria De Filippi, infine, perfeziona l’aura di
normalità di questi ragazzi, sognatori in cerca di successo: qualora
emerga, la De Filippi sa prontamente smorzare il gap tra la mediocrità
dello spettatore e la bravura dei ragazzi in gara, sottolineando il
lato umano della sfida. Sulla stessa scia si colloca Campioni, il
reality pomeridiano di Italia Uno. La prestanza fisica dei concorrenti
e l’elemento calcistico sono due ingredienti di grande impatto
mediatico, ma il reality raggiunge solo un target giovanile a causa di
una conduzione sfilacciata, di deboli intrecci relazionali instaurati
dai concorrenti e, forse, di una complessiva debolezza dell’idea
ispiratrice.
In nome della contaminazione tra realtà e finzione, il piccolo schermo
chiede anche alle sue star di ingaggiare la sfida del reality show. Per
citare due reality attalmente in programmazione, La Fattoria è, così,
la versione GF per famosi, mentre Music Farm un Amici per star.
L’elemento aggiunto qui sarebbe il glamour: i concorrenti non sono
divinità irraggiungibili, ma comunque primi inter pares che si mettono
in discussione. Pur riscontrando un discreto successo di audience,
questi format non sono molto riusciti in Italia, fortemente penalizzati
dalla scarsa fama dei concorrenti (curiosamente ribattezzati “morti di
fama”). Spesso, infatti, sono esordienti (come i giovani vincitori di
Sanremo) o personaggi bisognosi di un restyling d’immagine. Unica
eccezione L’isola dei Famosi, i cui autori hanno saputo creare
buone situazioni, necessarie per un avvincente sviluppo delle relazioni
tra i partecipanti.
Davanti a questa ondata di reality, il “telespettatore old style”, in
cerca di una grande storia, non può far altro che arrendersi. Deve
rassegnarsi a fiabe ritualizzate, dove la complessità della vita e il
suo dramma vengono ridotti a una semplice successione di imprevisti e
probabilità.
The Truman show
Eppure in Italia non è stata ancora varcata l’ultima vera frontiera
pericolosamente affascinante: il “per sempre”. Pur rieditandosi, i
format italiani hanno sempre un termine, e questa finitezza rappresenta
un grande limite per lo spettatore: i concorrenti, una volta usciti
dalla casa/isola di turno, spesso scompaiono e la delusione per i fan a
casa è enorme. Così in Germania si è tentato il colpo: BB for ever
(dove BB sta per Big Brother). Su ispirazione del film Truman Show, si
è ricreata un’intera cittadina, dove sono reclusi, per anni, 15
concorrenti e centinaia di comparse. BB for ever durerà finché ci sarà
audience. La cacciata è sempre dietro l’angolo (il concorrente nominato
verrà eliminato e sostituito da uno nuovo, tratto dal mondo reale), ma
i primi concorrenti potrebbero abitare per decenni in questa realtà
parallela. Il pubblico è, invece, totalmente tutelato nei suoi diritti:
non perderà mai il suo eroe, almeno finché lo vorrà. Potrà anche andare
a fargli visita, clausola che contribuisce ad abbassare ulteriormente
le barriere tv/realtà.
Certo, la sfida è ardua e molto poi dipenderà dall’efficacia del
casting, che dovrà fornire concorrenti dalla personalità interessante;
dal team degli autori, che dovranno gestire una situazionalità ben più
grande di quella di una stanza; e, non ultimo, dalla bravura degli
psicologi. Già: perché, umanamente, che cosa accadrà?
Francesca D’Angelo
Avviso ai naviganti/1 - Mappe mentali
Non solo è affascinante, il tema del
tempo, ma è concretamente fondamentale. Basta un’occhiata all’articolo
a fianco, sul reality televisivo. Di nuovo non c’è niente, ribatte
Zerubavel: sono millenni che componiamo la geografia della mente con
quanto ci conviene (o, a volte, conviene a qualcuno). Mappe del
tempo, tecnicamente “topografia sociomentale”: quell’ordito di
ricordi la cui evidenza e, più ancora, le cui connessioni sono più in
noi che nelle cose. Ciò che è davvero successo nella storia ha poco da
vedere con ciò che a noi rimane come elementi mnemonicamente percepiti
e correlati fra loro.
Potremmo ora immergerci in due distinti ordini di considerazioni:
quello relativo all’ideologia, per cui la storia è condizionata (e
revisionata) in base alle credenze dominanti; e quello relativo alla
verità, in cui alcuni reputano che l’unico risultato ottenibile sia
concordare, nella migliore delle ipotesi, su un’“idea di verità”,
perché la verità, in quanto tale, è definitivamente inaccessibile. Ma
ci fermiamo prima. Al fatto, non meno importante – cui è dedicato il
volume – che i nostri ricordi sociali funzionano e si organizzano in un
certo modo.
Giuseppe Romano
> Eviatar Zerubavel, Mappe del tempo (Memoria collettiva e costruzione sociale del passato), Il Mulino, Bologna 2005, pp.248, €14,00
Avviso ai naviganti/2 - New addictions
Lavora dieci ore al giorno. Non
spegne mai il cellulare. Naviga su internet. Partecipa
contemporaneamente a tre aste online. è nervoso e per tranquillizzarsi,
si compra un paio di jeans, che non gli piacciono, ma comunque fanno
moda. è l’uomo dipendente, assetato di new addictions, nuove forme di
dipendenza comportamentali in cui non è implicato l’intervento di
alcuna sostanza chimica. Guerreschi rivela i dati, i nomi, i meccanismi
con cui queste “droghe virtuali”, si fanno strada nel nostro mondo. Una
“patologia” spesso sottovalutata è l’Internet Addiction, che
inevitabilmente s’intreccia con la vita offline: diminuisce il tempo da
dedicare al lavoro, alla famiglia, agli interessi.
La Rete diviene mezzo per scappare dalla realtà. Ci sono padri
che si dimenticano di prendere i figli a scuola, madri che si scordano
di preparare la cena. Un’altra patologia è la dipendenza dal
telefonino: chi ne è colpito incontra difficoltà ad affrontare la vita,
se non armato di un cellulare carico.
La nostra quotidianità si sfilaccia sotto il peso di dipendenze
difficilmente riconoscibili e governabili. Per “salvarsi” occorre
rivalutare le addiction che contano sul serio: l’abbraccio di un amico,
il sorriso di “chi amiamo”, ma anche un buon caffè, bevuto nel bar di
sempre.
Sara Sampietro
> Cesare Guerreschi, New Addictions (Le nuove dipendenze), San Paolo, Cinisello Balsamo 2005, pp. 207, €11,50
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