Sette peccati e dieci comandamenti. Possiamo sopportare di vivere in un
mondo diviso a metà fra cose che è obbligatorio fare e cose che invece
è obbligatorio non fare? Sembrerebbe di no. La vita non è questo, né
dovrebbero diventarlo la fede e la morale. Ma invece è una strada che
noi ominidi a cavallo del millennio abbiamo imboccato di gran carriera.
Nei due possibili sensi: l’assoluta Disciplina o l’assoluta
Trasgressione. Due facce di quell’unico atteggiamento esistenziale che
si chiama nevrosi.
A poca distanza l’uno dall’altro mi sono arrivati un libro e un
videogame. Il primo s’intitola I Dieci Comandamenti nel Ventunesimo
secolo ed è firmato dal filosofo spagnolo Fernando Savater (Mondadori,
pp.146, e15,00). Il secondo ha nome 7 Sins ed è un cd-rom edito da
Atari. L’ha ideato Montecristo, azienda francese specializzata in
videogiochi. Ci si può giocare su un Pc Windows o sulla Sony
Playstation 2.
Savater, che s’è reso noto per qualche divulgazione in tema di etica,
abborda il discorso da non credente, convinto che la libertà umana sia
soltanto autocontrollo e che, se anche esistesse, con un Dio che
imponga precetti e comandi lui non vorrebbe averci a che fare. La
divinità gelosa dell’Antico Testamento non l’interessa se non come
soggetto di sarcasmo. Nell’evoluzione storica dei costumi vede una
palese contraddizione dell’adeguatezza e perfino dell’esistenza di
questo o quel comandamento.
7 Sins invece è un videogioco fra i più arditi che siano stati prodotti
in tema di trasgressioni. Sette vizi capitali, altrettanti ingredienti
da miscelare per arrivare allo scopo dell’esistenza, che – per chi ci
gioca – è null’altro che il potere. Ovvio che il tono sia caricaturale.
Questo però non toglie che la rappresentazione sia iperrealistica,
esplicita, volgare spesso oltre le soglie del disgusto. Niente viene
risparmiato nella visualizzazione (se non qualche velato dettaglio
anatomico): dall’amplesso al vomito, dalla sporcizia alla violenza, dal
baccanale al sadomaso. Lascia perplessi il bollino che consiglia il
gioco già ai sedicenni, dato che immagini, vocabolario e ambientazione
risultano contundenti anche per gli attempati.
Non intraprendo, qui, una spedizione punitiva contro il libro e il
gioco. Se ho riserve su entrambi, esse però non vengono tanto da quello
che dicono e mostrano e da come lo dicono e mostrano, quanto da ciò che
non dicono e che mostrano di non comprendere. Aspetto, questo, su cui
il filosofo è più in difetto che il goliardico videogioco.
Un granchio nelle mutande
Quest’ultimo ha scelto la scorciatoia ironica, calcando sui luoghi
comuni di ciò che tutti immaginiamo essere la trasgressione: cioè
l’infrazione clamorosa di qualsiasi vincolo etico, ritenuto sempre e
comunque insostenibile. La mia morale me la faccio da me, dice il
libertino da impersonare nel gioco: qualsiasi mezzo è buono e giusto se
mi soddisfa e mi porta verso i miei scopi. Sedurre, quindi, ma anche
sbracare, fregare, insudiciare, sbirciare, calunniare. Orinare nel
bicchiere del principale e farsi infilare un granchio nelle mutande.
Lasciarsi frustare dalla partner e prendere a pugni un passante per
scaricare la tensione.
Che strano, però. L’educato Savater, in sostanza dice la stessa cosa.
Per lui i comandamenti sono soltanto questo: obblighi insopportabili.
Giustificati da ragioni storiche, sociali, politiche, ma alla fine
vuoti e sterili. Poi frena dicendo che lui tutto sommato non concorda
col Dostoevskij che ammonisce «se Dio non esiste, tutto è permesso».
No, non proprio tutto è permesso, obietta il filosofo ateo. Ma non
spiega al lettore perché mai dovremmo astenerci da qualcosa: basteranno
forse a trattenerci l’educazione, il rispetto, la paura o anche quella
dimensione dell’interesse personale che consiglia – secondo Adam Smith
– la salvaguardia dell’interesse anche altrui?
La risposta di 7 Sins a questa domanda fondamentale è sguaiata e
giocosa, ma non stupida: infatti l’infinita capacità di trasgredire del
libertino, nel gioco, è temperata e infine ostacolata da quattro indici
graduati che vanno tenuti sotto controllo affinché non superino il
livello massimo: la coscienza, che potrebbe rimordere fino a livelli
psicologicamente insostenibili, la libidine, che tende a trasformare in
bruti incoscienti, la paura e la violenza che possono far dare in
escandescenze e commettere azioni sconsiderate, togliendo punti sulla
strada verso gli scopi immediati e, soprattutto, verso la vittoria
finale. Sì, ribatte il gioco, non è permesso tutto ciò che mi fa
perdere il controllo di me e quindi m’allontana dagli obiettivi.
Giocare a 7 Sins significa entrare in un mondo dove le relazioni umane
sono centrali, ma strumentali: le persone vanno conquistate per averne
favori d’ogni genere e, quindi, ascendere più in alto nel potere.
Guardato da questa prospettiva il gioco si rivela più che adeguato,
sfruttando al meglio e con una certa originalità lo stile della
“simulazione di relazioni umane” che già ha incontrato enorme successo
con la serie The Sims.
Ma qui entra in scena la Nevrosi. Misterioso e assiduo inquilino della
società contemporanea, oltre i tecnicismi della psichiatria nevrosi è,
nel vocabolario quotidiano e nei dizionari, «il conflitto fra un
desiderio e le difese messe in atto dall’Io». Cioè la conferma pratica
che non tutto è permesso. A modo suo la nevrosi ci comunica che noi
stessi non ci permettiamo tutto.
Perché non si può vivere impuniti
E perché? Perché mai non possiamo essere libertini allegri e impuniti,
e nemmeno, se è per questo, schiavi soddisfatti della Legge e
dell’Ordine? Torniamo a Savater. Il quale ha dedicato una stagione di
trasmissioni televisive e poi un libro a mostrare che i dieci
comandamenti sono pretestuosi e fasulli. Che nella migliore delle
ipotesi vorrebbero proteggerci e nella peggiore soggiogarci. Il suo
sillogismo parte dal negare la realtà dell’autore, Dio, per poi negare
di conseguenza anche il fondamento della legge che Dio avrebbe
promulgato e consegnato a Mosè. Posizione netta e anche insidiosa,
perché la sua scansione retorica induce a pensare che il problema sia,
appunto, Dio: se Dio c’è, ci sono i comandamenti, se Dio non c’è,
neppure quelli ci sono.
E invece bisognerebbe partire da un ordine diverso di considerazioni. A
che si riferiscono “realmente” i comandamenti? La lettura più seria,
storicamente e filosoficamente fondata dell’Antica Legge, la riporta al
diritto naturale. Secondo cui i comandamenti sono nient’altro che il
riflesso codificato della natura umana. Non imposizioni arbitrarie, ma
piuttosto istruzioni per l’uso (cioè per la sopravvivenza della
specie). Dunque riguardano l’uomo e non Dio, se non eventualmente come
creatore dell’uomo e “autore del software”. E sostanzialmente non
mutano affatto lungo la storia, tranne che nelle formulazioni e nel
riconoscimento sociale.
In questa prospettiva il motivo per attenervisi non risiede nei
«castighi divini della peggior specie» addotti da Savater, ma nel fatto
che rispettandoli l’uomo rispetta se stesso, e dunque vive bene, ed è
felice. L’etica – dice il dizionario – riguarda «i problemi e i valori
connessi all’agire umano»: come dire l’igiene (fisica, mentale,
sociale), non le imposizioni tiranniche. Alla fine la questione è
etologica: un’etologia che diventa etica perché l’uomo coltiva una
dimensione razionale e immateriale.
Se le cose stanno così, i comandamenti andrebbero osservati per la loro
forza intrinseca, non perché qualcuno ci obblighi a farlo. Semmai –
l’hanno detto uomini spirituali di varie religioni e talvolta di
nessuna – l’osservanza, piuttosto che in costrizione, potrebbe
tramutarsi in adesione davanti alla constatazione che qualcuno, o
qualcosa, ci crea senza abbandonarci al caos. Chi non capisce questo,
credente o ateo, libertario o autoritario, sbaglia strada. E corre il
rischio, nel nome di Dio o nel suo rifiuto, di consegnarsi al dio
Nevrosi.
Giuseppe Romano