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n° 23 - sabato 4 giugno 2005
Libertini sull'orlo di una crisi di nervi, di Giuseppe Romano


Libertini sull'orlo di una crisi di nervi

Trasgressione e doverismo alla riprova di un libro e di un videogioco. Dove i sette vizi capitali sono la palestra illimitata del viveur digitale, mentre i dieci comandamenti vengono sbertucciati sulla carta da un De Crescenzo iberico. Però c’è un però

Sette peccati e dieci comandamenti. Possiamo sopportare di vivere in un mondo diviso a metà fra cose che è obbligatorio fare e cose che invece è obbligatorio non fare? Sembrerebbe di no. La vita non è questo, né dovrebbero diventarlo la fede e la morale. Ma invece è una strada che noi ominidi a cavallo del millennio abbiamo imboccato di gran carriera. Nei due possibili sensi: l’assoluta Disciplina o l’assoluta Trasgressione. Due facce di quell’unico atteggiamento esistenziale che si chiama nevrosi.
A poca distanza l’uno dall’altro mi sono arrivati un libro e un videogame. Il primo s’intitola I Dieci Comandamenti nel Ventunesimo secolo ed è firmato dal filosofo spagnolo Fernando Savater (Mondadori, pp.146, e15,00). Il secondo ha nome 7 Sins ed è un cd-rom edito da Atari. L’ha ideato Montecristo, azienda francese specializzata in videogiochi. Ci si può giocare su un Pc Windows o sulla Sony Playstation 2.

Savater, che s’è reso noto per qualche divulgazione in tema di etica, abborda il discorso da non credente, convinto che la libertà umana sia soltanto autocontrollo e che, se anche esistesse, con un Dio che imponga precetti e comandi lui non vorrebbe averci a che fare. La divinità gelosa dell’Antico Testamento non l’interessa se non come soggetto di sarcasmo. Nell’evoluzione storica dei costumi vede una palese contraddizione dell’adeguatezza e perfino dell’esistenza di questo o quel comandamento.

7 Sins invece è un videogioco fra i più arditi che siano stati prodotti in tema di trasgressioni. Sette vizi capitali, altrettanti ingredienti da miscelare per arrivare allo scopo dell’esistenza, che – per chi ci gioca – è null’altro che il potere. Ovvio che il tono sia caricaturale. Questo però non toglie che la rappresentazione sia iperrealistica, esplicita, volgare spesso oltre le soglie del disgusto. Niente viene risparmiato nella visualizzazione (se non qualche velato dettaglio anatomico): dall’amplesso al vomito, dalla sporcizia alla violenza, dal baccanale al sadomaso. Lascia perplessi il bollino che consiglia il gioco già ai sedicenni, dato che immagini, vocabolario e ambientazione risultano contundenti anche per gli attempati.
Non intraprendo, qui, una spedizione punitiva contro il libro e il gioco. Se ho riserve su entrambi, esse però non vengono tanto da quello che dicono e mostrano e da come lo dicono e mostrano, quanto da ciò che non dicono e che mostrano di non comprendere. Aspetto, questo, su cui il filosofo è più in difetto che il goliardico videogioco.

Un granchio nelle mutande
Quest’ultimo ha scelto la scorciatoia ironica, calcando sui luoghi comuni di ciò che tutti immaginiamo essere la trasgressione: cioè l’infrazione clamorosa di qualsiasi vincolo etico, ritenuto sempre e comunque insostenibile. La mia morale me la faccio da me, dice il libertino da impersonare nel gioco: qualsiasi mezzo è buono e giusto se mi soddisfa e mi porta verso i miei scopi. Sedurre, quindi, ma anche sbracare, fregare, insudiciare, sbirciare, calunniare. Orinare nel bicchiere del principale e farsi infilare un granchio nelle mutande. Lasciarsi frustare dalla partner e prendere a pugni un passante per scaricare la tensione.
Che strano, però. L’educato Savater, in sostanza dice la stessa cosa. Per lui i comandamenti sono soltanto questo: obblighi insopportabili. Giustificati da ragioni storiche, sociali, politiche, ma alla fine vuoti e sterili. Poi frena dicendo che lui tutto sommato non concorda col Dostoevskij che ammonisce «se Dio non esiste, tutto è permesso». No, non proprio tutto è permesso, obietta il filosofo ateo. Ma non spiega al lettore perché mai dovremmo astenerci da qualcosa: basteranno forse a trattenerci l’educazione, il rispetto, la paura o anche quella dimensione dell’interesse personale che consiglia – secondo Adam Smith – la salvaguardia dell’interesse anche altrui?

La risposta di 7 Sins a questa domanda fondamentale è sguaiata e giocosa, ma non stupida: infatti l’infinita capacità di trasgredire del libertino, nel gioco, è temperata e infine ostacolata da quattro indici graduati che vanno tenuti sotto controllo affinché non superino il livello massimo: la coscienza, che potrebbe rimordere fino a livelli psicologicamente insostenibili, la libidine, che tende a trasformare in bruti incoscienti, la paura e la violenza che possono far dare in escandescenze e commettere azioni sconsiderate, togliendo punti sulla strada verso gli scopi immediati e, soprattutto, verso la vittoria finale. Sì, ribatte il gioco, non è permesso tutto ciò che mi fa perdere il controllo di me e quindi m’allontana dagli obiettivi.

Giocare a 7 Sins significa entrare in un mondo dove le relazioni umane sono centrali, ma strumentali: le persone vanno conquistate per averne favori d’ogni genere e, quindi, ascendere più in alto nel potere. Guardato da questa prospettiva il gioco si rivela più che adeguato, sfruttando al meglio e con una certa originalità lo stile della “simulazione di relazioni umane” che già ha incontrato enorme successo con la serie The Sims.
Ma qui entra in scena la Nevrosi. Misterioso e assiduo inquilino della società contemporanea, oltre i tecnicismi della psichiatria nevrosi è, nel vocabolario quotidiano e nei dizionari, «il conflitto fra un desiderio e le difese messe in atto dall’Io». Cioè la conferma pratica che non tutto è permesso. A modo suo la nevrosi ci comunica che noi stessi non ci permettiamo tutto.

Perché non si può vivere impuniti
E perché? Perché mai non possiamo essere libertini allegri e impuniti, e nemmeno, se è per questo, schiavi soddisfatti della Legge e dell’Ordine? Torniamo a Savater. Il quale ha dedicato una stagione di trasmissioni televisive e poi un libro a mostrare che i dieci comandamenti sono pretestuosi e fasulli. Che nella migliore delle ipotesi vorrebbero proteggerci e nella peggiore soggiogarci. Il suo sillogismo parte dal negare la realtà dell’autore, Dio, per poi negare di conseguenza anche il fondamento della legge che Dio avrebbe promulgato e consegnato a Mosè. Posizione netta e anche insidiosa, perché la sua scansione retorica induce a pensare che il problema sia, appunto, Dio: se Dio c’è, ci sono i comandamenti, se Dio non c’è, neppure quelli ci sono.
E invece bisognerebbe partire da un ordine diverso di considerazioni. A che si riferiscono “realmente” i comandamenti? La lettura più seria, storicamente e filosoficamente fondata dell’Antica Legge, la riporta al diritto naturale. Secondo cui i comandamenti sono nient’altro che il riflesso codificato della natura umana. Non imposizioni arbitrarie, ma piuttosto istruzioni per l’uso (cioè per la sopravvivenza della specie). Dunque riguardano l’uomo e non Dio, se non eventualmente come creatore dell’uomo e “autore del software”. E sostanzialmente non mutano affatto lungo la storia, tranne che nelle formulazioni e nel riconoscimento sociale.

In questa prospettiva il motivo per attenervisi non risiede nei «castighi divini della peggior specie» addotti da Savater, ma nel fatto che rispettandoli l’uomo rispetta se stesso, e dunque vive bene, ed è felice. L’etica – dice il dizionario – riguarda «i problemi e i valori connessi all’agire umano»: come dire l’igiene (fisica, mentale, sociale), non le imposizioni tiranniche. Alla fine la questione è etologica: un’etologia che diventa etica perché l’uomo coltiva una dimensione razionale e immateriale.
Se le cose stanno così, i comandamenti andrebbero osservati per la loro forza intrinseca, non perché qualcuno ci obblighi a farlo. Semmai – l’hanno detto uomini spirituali di varie religioni e talvolta di nessuna – l’osservanza, piuttosto che in costrizione, potrebbe tramutarsi in adesione davanti alla constatazione che qualcuno, o qualcosa, ci crea senza abbandonarci al caos. Chi non capisce questo, credente o ateo, libertario o autoritario, sbaglia strada. E corre il rischio, nel nome di Dio o nel suo rifiuto, di consegnarsi al dio Nevrosi.
Giuseppe Romano
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