|
|
 |
Torna all'elenco |
 |
|
 |
 |
| n° 25 - sabato 18 giugno 2005 |
 |
Videoestetica: la forma dei dati, di Stefania Garassini Avvisi ai naviganti, di Giuseppe Romano Operabase per il melodramma, di Giorgio Vitali |
 |
Videoestetica: la forma dei dati
Per orientarci e navigare nella massa digitale delle informazioni dobbiamo visualizzarle
Ammassi di dati fra i quali ci
aggiriamo alla ricerca dell’informazione che ci può essere utile,
flussi d’immagini e suoni che pervadono ogni strumento di comunicazione
– dal computer al telefono cellulare – e si contendono la nostra
attenzione. È la situazione di chi oggi si trova a navigare nella rete
Internet o, semplicemente, a dover scegliere fra la ricca offerta di
canali satellitari oppure a destreggiarsi fra le numerose opzioni di un
telefono cellulare di terza generazione, nel quale ormai fare
conversazione con i propri conoscenti è solo un’opzione, sempre più
marginale.
Al centro ci sono loro, i dati, che ci piovono addosso da ogni
direzione, in ogni situazione. Le brevi pause in cui il pensiero poteva
muoversi libero e trovare strade proprie, soluzioni inaspettate, oggi
sono farcite di proposte, dai giochi alle soap sul cellulare. I dati
c’inseguono, sempre più astuti, capaci di sapere dove ci troviamo e
cosa siamo disposti a ricevere in quel momento: si chiama
context-awareness, traducibile come “intelligenza del contesto”, ovvero
la possibilità (per esempio tramite strumenti di localizzazione
satellitare come il GPS) di conoscere la nostra posizione nello spazio
e sapere se c’interessa l’indirizzo del più vicino pizzaiolo,
parrucchiere o supermercato. Naturalmente il contesto non è solo
spaziale, ma anche temporale: ci troviamo in una coda in mezzo al
traffico? Stiamo aspettando un aereo? Momenti perfetti per
somministrarci un contenuto su un cellulare: su questo stanno lavorando
operatori e costruttori di terminali. Nokia per esempio intende avviare
già dal prossimo anno un servizo di tv sul telefonino: in quest’ottica
la prima serata (il prime time) è costituita dai momenti in cui
l’utente è in coda o in attesa.
Il computer ormai è un distributore
Appurato che questo è lo scenario al quale ci stiamo preparando (un
assaggio l’abbiamo avuto alla manifestazione milanese “Broadband week”,
dedicata alle nuove frontiere di tv, Internet e telefonia distribuiti
su canali sempre più potenti, a banda larga), non mancano le
riflessioni critiche sul rapporto che potremo instaurare con il mondo
delle informazioni, trattate e gestite dal computer e distribuite con
vari dispositivi. Un percorso tra i più lucidi è quello intrapreso da
Lev Manovich, studioso russo da anni stabilitosi in California, dove
insegna Nuovi media all’Università di San Diego, e autore di Il
Linguaggio dei nuovi media (Olivares, Milano 2001)che è diventato un
punto di riferimento imprescindibile.
Se i dati ci assalgono da ogni parte, sostiene Manovich, è il momento
di studiare le forme che assumono. In altre parole, visto che la nostra
struttura di esseri umani rimane sostanzialmente inalterata, con cinque
sensi e le possibilità d’intuizione e di ragionamento, che struttura
devono assumere le informazioni per risultare accessibili al meglio?
«Il fatto di raccogliere, trattare, archiviare i dati e arricchirli di
un senso che li renda utili per noi è al centro della vita sociale ed
economica», spiega Manovich, che di recente è stato in Italia per un
ciclo di conferenze. Per definire questo nuovo ambito di studio,
oggetto del suo ultimo libro in uscita alla fine di quest’anno, lo
studioso ha coniato il termine “Infoestetica”, ovvero il modo in cui le
forme della cultura contemporanea, dal design all’architettura, dal
cinema al web, risponde alla necessità di archiviare e trattare i dati.
Se è vero che il computer è al centro di questo processo, è ormai
sempre più evidente che il suo ruolo è cambiato radicalmente – da
macchina per fare calcoli a distributore di diversi media – e che le
logiche alla base del suo funzionamento influenzano ogni aspetto della
nostra cultura.
Il ritorno del collage
Il passaggio dalla società industriale alla società dell’informazione
si manifesta in una nuova sensibilità estetica, in parte determinata
proprio dalle caratteristiche delle interfacce e degli strumenti
informatici che utilizziamo quotidianamente. Pensiamo al concetto di
database, l’organizzazione in archivio che ormai caratterizza
indifferentemente immagini, testi, suoni. Ogni contenuto – ridotto al
linguaggio dei bit, un puro tessuto di numeri – viene memorizzato e può
essere trattato allo stesso modo. Perciò sempre più spesso la nostra
esperienza con i media assomiglia a una navigazione in un ammasso di
dati piuttosto che al filo di una narrazione coerente: questo è
indubbio se esploriamo Internet, ma sempre più spesso lo è anche se
ascoltiamo musica scaricata dal web o se scegliamo le offerte di una tv
digitale. Ci districhiamo in una giungla di possibilità costruendoci un
percorso personale. È il passaggio dalla forma al flusso che
caratterizza la trasformazione dall’analogico al digitale.
Ma quali sono i nuovi canoni estetici di quest’esperienza? Per
rispondere Manovich propone un paragone con quanto è avvenuto agli
albori della società industriale, quando i designer e gli architetti
s’impegnarono a individuare le forme concrete di questa evoluzione
ponendo le basi dell’industrial design in cui “la forma dipende dalla
funzione”. Molte intuizioni di quel periodo si ritrovano oggi nel
funzionamento del computer: un esempio è il comando “taglia-incolla”
ormai onnipresente, che sarebbe, secondo Manovich, una riedizione del
collage introdotto dalle avanguardie artistiche degli anni ’20. Per
dare una forma ai dati oggi ci basiamo ancora molto spesso su quanto
introdotto in quella feconda fase di inizio del Novecento, ma alcuni
segnali nuovi si possono cominciare a cogliere. «La nuova estetica
dell’informazione esiste già – spiega lo studioso – e la ritroviamo
nelle interfacce uomo-computer e in generale negli strumenti per
trattare l’informazione che usiamo ogni giorno, in altri termini, nel
software». Una prima tendenza è l’attenzione sempre più accentuata alla
qualità visiva di questi strumenti, come dimostra il sistema operativo
OSX di Apple, nato con l’obiettivo di fornire un’esperienza gradevole
all’utente, anche a scapito dell’efficienza immediata: al clic del
mouse le icone spesso si muovono seguendo una logica puramente
estetica.
Le nuove forme del digitale sono in continua evoluzione. Cambiano sulla
base delle variazioni di un flusso di dati, come avviene in molti
progetti di Net Art, l’arte nata all’interno di Internet. E quest’idea
è sempre più spesso alla base di edifici e oggetti reali. Ne è una
rappresentazione l’architettura di Frank Gehry, le cui forme sembrano
provvisorie, disponibili a continui cambiamenti, com’è evidente nel
caso del museo Guggenheim di Bilbao. Uno degli ultimi lavori di Gehry è
lo Stata Center del MIT a Cambridge. Lo spazio interno è
riconfigurabile in ogni momento, sulla base delle attività che vi si
devono svolgere: un flusso ininterrotto di riunioni, lavoro solitario,
ma anche incontri casuali, i più utili – secondo i progettisti – per
favorire la nascita di nuove idee e le rivelazioni inattese. A patto di
non lasciarsi distrarre dallo schermo, perennemente acceso, del proprio
cellulare.
Stefania Garassini
Avvisi ai naviganti
Io accuso gl’intellettuali
C’ è un motivo puntuale per parlare
di tradimento ai “chierici della cultura che, facendo man bassa
dell’era digitale, giocano alle tre carte con i fini e con i mezzi. In
un libro apparso mesi fa da un piccolo editore, ma ancora attuale e
prezioso per chi riesca a procurarselo, Ugo Ronfani individua quel
motivo nella resa all’inautentico, quell’insopportabile leggerezza –
per dirla con Milan Kundera – che s’accompagna diffusamente, oggi,
all’intellettuale, inteso come persona che esercita un ruolo sociale.
Il nuovo tradimento dei chierici, titola Ronfani, talmente convinto che
si tratti di grave colpa da aver modulato il proprio scrivere sui toni
dell’invettiva, prendendo a prestito quel j’accuse che Julien Brenda,
col titolo Il tradimento dei chierici, nel 1927 aveva rivolto
agl’intellettuali colpevoli di divagare mentre la Sagunto europea stava
per bruciare. E rincara la dose sottotitolando Contro la cultura
dell’inautentico un intellettuale inorganico rilegge Julien Brenda
(Tempo Lungo Edizioni, tel. 081/ 5451143, Napoli 2004, pp.240, e12,30).
In una requisitoria vibrante, il libro tira in ballo una sequenza di
argomenti a carico, partendo dalla nozione stessa di “chierico”
applicata all’intellettuale: ancor più appropriata oggi che quando
scriveva Nonda, aggiungiamo noi, dal momento che la “militanza
intellettuale”, nell’era digitale, coincide come non mai con
l’appartenenza a una “chiesa” in cui la competenza coincide col
possesso – economico, materiale e tecnico – degli strumenti, vale
a dire dei media. I chierici, oggi, vanno in televisione, sfruttano
l’internet, consultano (quando non approntano) sconfinati database con
i quali mostrano, dimostrano o nascondono tutto, nonché il suo
contrario.
Qui sta – oltre la validità delle singole argomentazioni e oltre la
gratuità di un divagare che è buon metodo per circoscrivere l’accusa –
il meglio del volume: nell’accumulare argomentazioni diverse al
servizio dell’unica finalità accusatoria, cioè additare come
colpevolmente dormienti coloro che avrebbero dovuto costituire la
minoranza attiva che nelle civiltà sane s’incarica di tener
sveglie la coscienza e la razionalità della maggioranza. Se non è colpa
grave questa...
Giuseppe Romano
Siamo usciti dall’ombra di Hitler
Aveva un perché la dura battaglia
culturale che s’è combattuta sui temi del poi disertatissimo referendum
del 12 e 13 giugno. Chi voglia conoscerlo deve fare lo sforzo di andare
oltre le dichiarazioni dei testimonial-scienziati favorevoli al “sì” e
leggere le fonti a cui essi fanno riferimento. Che annoverano alcuni
insigni “bioeticisti” fra i quali celeberrimo l’australiano Peter
Singer, che insegna filosofia morale a Princeton. In un suo libro
divulgativo tradotto in italia nel 2004 col titolo Scritti su una vita
etica. Le idee che hanno messo in discussione la nostra morale (Il
Saggiatore), fra molte altre cose egli dedica un capitolo a Eutanasia:
uscire dall’ombra di Hitler: «Per cinquant’anni Adolf Hitler –
esordisce – ha proiettato un’ombra lunga e tenebrosa sulle discussioni
sull’eutanasia». Poi spiega: «Secondo Alexander, l’atteggiamento che
rese possibile l’Olocausto fu quello secondo cui alcune vite non sono
degne di essere vissute poiché ricadono al di sotto di un canone ideale
di purezza razziale e genetica. Se questa tesi sia corretta è un
problema storico profondo e complesso, ma io non voglio negarla.
Potrebbe benissimo essere così». Il torto dei nazisti fu sostenere uno
strano concetto di superiorità ariana.
«Morta e sepolta» l’idea che esistano vite indegne d’essere vissute
perché non si conformano «a un qualche standard di valore», per Singer
il parametro che fa ritenere indegna d’essere vissuta una vita ora è
che «non merita» d’essere vissuta. E di nuovo spiega: «non vedo una
grande differenza tra l’aborto, largamente accettato, di un feto Down e
la decisione, molto più controversa, di non prolungare la vita di un
neonato nelle identiche condizioni». E perché? Perché «ciò di cui
stiamo realmente parlando è il porre fine alla vita di un neonato non
perché questo sia nei suoi interessi ma perché egli non potrà che avere
una vita molto più limitata di quanto avrebbero sperato i suoi
genitori». I quali quindi sono titolati a sospendere
l’investimento-figlio.
Sotto che ombra siamo entrati?
Giuseppe Romano
Operabase per il melodramma
Tutto quel che volete sull’opera lirica nel mondo, salvo il canto
Operabase.com è molto più di un sito
internet: è un crocevia dal quale devono passare tutti gli appassionati
di melodramma. Semplice, pragmatico, senza approfondimenti critici o
pettegolezzi, il sito consente di entrare nel vivo del mondo
dell’opera: ovvero di accedere alla programmazione mondiale.
Esemplare da questo punto di vista è la home page (nella partizione del
sito riservata agli utenti non professionali). Dalla sezione
Rappresentazioni è possibile attivare un motore di ricerca per
individuare 26.000 spettacoli e 140 festival d’opera. Le sezioni
Artisti e Compagnie d’opera contengono database per trovare personaggi
e Teatri. Mentre l’aggiunta delle Guide cittadine (una novità recente)
offre un ausilio ai viaggiatori. Nelle parte di destra della pagina
d’avvio sono indicati un avvenimento del passato accaduto nel giorno di
consultazione del sito (Oggi…), e una serie di eventi e spettacoli nel
mondo…
Da non perdere, con un’attenzione per le rarità e le prime. Sul lato di
sinistra Compagnie d’opera offre fra le altre l’opzione Cartine, lo
strumento forse più pratico di operabase.com. Individuato un paese o un
continente, compare sullo schermo una cartina geografica che riporta i
nomi delle città nelle quali è attivo un teatro d’opera o un festival
(le città sono anche elencate ai piedi della cartina).
A questo punto cliccando sulla città prescelta compare il nome (o i
nomi se sono più d’uno) dei teatri. Scelto il teatro sarà possibile
leggere le informazioni di base (indirizzi, stagioni, spettacoli e
calendari). Oppure cliccare sull’indirizzo internet che, aprendo una
nuova finestra, avvierà il sito vero e proprio dell’istituzione.
Evitando in questo modo complesse ricerche. Tutto sull’opera lirica nel
mondo insomma…meno il canto!
Giorgio Vitali
|
|
 |
 |
|
|
|
 |