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(65-8 a.C.),
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n° 29 - sabato 16 luglio 2005
E l'antivirus? Se c'era dormiva, di Giuseppe Romano
A tutto festival senza limiti di genere, sperando che il mouse regga, di Giorgio Vitali

E l'antivirus? Se c'era dormiva

Ce li impone la diffusione sempre più vasta e sofisticata di software che entrano nei nostri pc per spiare, rubare, danneggiare. Li compriamo a caro prezzo. E scopriamo che non sempre ci proteggono

C’è il vecchio gioco dei cannoni e delle corazze. Vecchio perché risale ai tempi in cui i “cannoni” erano lance di faggio e selce e le “corazze” erano di cuoio; gioco perché tutti sapevano come funzionava la cosa e ci stavano. Tu costruisci la corazza più robusta, io appronto un cannone più potente. Tu ritiri dal commercio le corazze superate, io metto in produzione i cannoni innovativi. E via vendendo, e guadagnando (e sparando, e perforando).

Qualcosa di simile accade con i virus e gli antivirus. Chi l’avrebbe detto che la tecnologia avrebbe partorito simili accessori? Le sorti belle e progressive della scienza, però, si sono legate a doppio filo alle mire tenebrose di chissachì: ed ecco che s’è messa in piedi una bella produzione di corazze e di cannoni. Ha un bel dire Eric Brende, in Meglio senza (Staccare la spina dalla tecnologia), che staremmo meglio se prendessimo le distanze dagli strumenti di cui ci circondiamo. Certamente è vero dal punto di vista umanistico – quella del distacco è virtù suprema –, ma quanto poco sia praticabile nel concreto basta a mostrarlo l’appendice che Tomás Maldonado ha dedicato agli occhiali nel suo libro più recente, Memoria e conoscenza: ricordandoci col supporto dei documenti che nel Medioevo migliaia di miopi e di presbiti vagavano, banditi dal consorzio umano, alla ricerca incessante e perigliosa di cibo e riparo che non riuscivano a vedere. Rinunciare agli occhiali?

Brende – che è un cervellone del Mit, non uno sprovveduto – racconta le sue entusiasmanti esperienze in fattoria, dov’è riuscito a fare a meno del frigorifero e di tante altre cose che avrebbe giurato indispensabili. Buon per lui, benché rimanga il sospetto che sia riuscito a tanto solo perché sapeva che conclusa l’esperienza (e il libro) sarebbe tornato ai conforti della civiltà tecnologica.
Civiltà nella quale siamo tutti così immersi da non vederla più: Il computer invisibile è il vessillo che Donald A. Norman sventola per dirci che il bello della tecnologia è quando l’adoperiamo senza notarla. Se è così, tuttavia, il bello è anche incubo, visto che siamo tutti attanagliati dalle visibili conseguenze delle invisibili tecnologie che c’inseguono, ci controllano e ci raggirano. Fra le quali quella degli antivirus – torniamo a bomba, anzi a cannone – è fra le più insidiose.

Nessuno ama gli antivirus. Tutti hanno pensato di poterne fare a meno. Tuttavia, dopo che il computer s’è bloccato, che il lavoro s’è perduto, che sono arrivate settecento mail di protesta da interlocutori contagiati, ci si rende conto che non se ne può fare a meno. E tuttavia questa consapevolezza non è che l’inizio di un’odissea. Infatti comprare un antivirus non significa quasi niente. Un antivirus, di per sé, è un software programmato per identificare e bloccare altri software intrusi – appunto i virus informatici – che cercano di intrufolarsi nel computer protetto dall’antivirus attraverso tutte le porte e finestre disponibili: se all’inizio erano soprattutto i dischetti, oggi l’accesso prediletto è quello dalla Rete, che spesso è ininterrotto e quindi appetibile a tutte l’ore. L’antivirus dovrebbe essere in grado di badare a tutti gli ingressi, identificando e sopraffacendo qualsiasi programma clandestino. Quando viene confezionato, in effetti, ha queste capacità. Ma dieci minuti più tardi, chiunque voglia inventare un nuovo virus sa quali sono i limiti dell’antivirus. Che quindi è perforabile. Cannone batte corazza. Virus batte virtus.

Bisogna dunque approntare corazze più robuste, e bisogna farlo rapidamente: la cadenza annuale con cui gli antivirus venivano prodotti dieci anni fa ora fa ridere: l’antivirus non è tale se non si aggiorna ogni giorno o anche più, tramite internet. Soltanto così corazza batte cannone. Inoltre i virus si sono differenziati, adottano tattiche d’aggiramento: viaggiano appollaiati nelle e-mail, si celano negli allegati, bacano pagine web, aprono porte che verranno sfruttate da ladri di dati (codici, password, documenti riservati). È di questi giorni la notizia – viene da un’indagine della polizia postale torinese – che una banda del buco telematico ha violato gli accessi home banking di ignari cittadini italiani: sono entrati nei pc casalinghi e, violandone i sistemi di sicurezza, hanno prima identificato le password ai conti correnti e quindi indirizzato a se stessi sostanziosi bonifici.
Anche per questa ragione è bene che chi deve comprare un antivirus, oggi, sia informato del fatto che gli converrà disporre anche di altri strumenti accessori, come un firewall che padroneggia l’accesso alla Rete e un software che identifica gli spyware, cioè un dispositivo che blocca le effrazioni via internet.

Cannone e corazza, corazza e cannone. Con il sospetto che alcuni dei corazzieri siano anche – o siano stati – cannonieri. E, quel che è più preoccupante, con la certezza che alcuni degli antivirus più famosi e diffusi oggi sono scricchiolanti. Annunciano mirabolanti capacità di autoprotezione, dicono di sapersi aggiornare da soli momento per momento, estraendo dall’internet non soltanto gli aggiornamenti, ma anche nuove edizioni di se stessi per proteggersi meglio. Soltanto che... non lo fanno. Si bloccano e non dicono nulla, e il malcapitato che non voleva preoccupazioni, e che per questo aveva imboccato l’onerosa via dell’acquisto, magari in molti esemplari – uno per computer – si ritrova in un bel giorno di luglio a scoprire che gli è entrato in casa un virus elaborato a giugno. E perché? Perché l’“aggiornamento automatico” che doveva incaricarsi della sorveglianza era disabilitato da febbraio. E come mai? Mistero. Nessuno infatti l’aveva toccato, in particolare non certo il proprietario. Eppure qualche emissario dei cannonieri aveva saputo aggirare la corazza prima che i corazzieri imparassero a bloccarlo.

Il mondo dei computer cambia velocemente. Così velocemente che là dentro le tradizioni valgono poco. Quando un nome si diffonde, conquistando la fiducia dei non addetti ai lavori, quel nome magari è già storia. O dovrebbe esserlo in senso negativo, pagando a caro prezzo l’inefficienza che magari è conseguita alla notorietà. Chi scrive ha usato per anni un antivirus famoso. Di quelli che nei megastore dominano la scena, impilati a migliaia a ogni mutar di stagione. Che li trovi in tutti i negozi dove vendono computer e accessori. Che hanno le scatole più eleganti, l’aria più professionale. Adesso però scricchiolano.

E allora sono passato a un prodotto nuovo. Ne ho provato con buoni risultati uno tedesco – i tedeschi sono ottimi corazzieri – abbastanza giovane da doversi fare un nome mostrandosi efficiente. L’ho montato e pare funzionare. Avverte in modo chiaro quando c’è un aggiornamento da scaricare, volendo lo farebbe lui stesso ma preferisce farsi notare, dire un “tutto bene” o un “che succede?”, come per garantire che è vivo e in forma. Niente “penso a tutto io”, niente “se non mi vedi vuol dire che va tutto bene”. L’azienda si chiama Gdata (www. gdata.it) e il prodotto fa di nome Antivirus Kit 2005 Internet Security. Non è l’unico, ma sta facendosi una buona fama e per un po’ almeno ci terrà a non tradirla. E poi è ben tradotto in italiano, per intero, il che non guasta.
Dunque il consiglio è: mai fidarsi automaticamente dei grossi nomi nel mondo dei computer. La fiducia devono conquistarla e mantenerla, così come i soldi che spenderemo con loro.
Giuseppe Romano


A tutto festival senza limiti di genere sperando solo che il mouse regga

Si muove a stento e in ritardo: ma il nostro Paese qualche piccolo passo sulla strada di una vera promozione del proprio patrimonio ogni tanto lo fa.
Ecco dunque che l’Agis dal 1987 ha attivato Italiafestival, un’associazione che ha lo scopo di tutelare gli interessi e di far conoscere nel mondo i nostri festival (di musica, teatro, danza e cinema). Italiafestival cura alcune pubblicazioni, fra le quali un pieghevole al quale fa da ben più efficace supporto il sito www.italiafestival.it, adatto a chi voglia programmare delle vacanze che comprendano il piacere dello spettacolo, o, addirittura, voglia scegliere solo i luoghi che offrano un grande appuntamento. è appunto di questo che oggi vogliamo parlare.

Il sito, che mostra ancora molte lacune ed è sicuramente da completare dal punto di vista dei contenuti (il Forum per esempio non è attivo) si presenta col taglio della pubblicazione da Associazione: con editoriale (di Franco Punzi, che è il presidente del Festival della Valle d’Itria), alcune news, alcune note di politica culturale, e le informazioni di carattere più istituzionale.
Sulla parte destra della home sono presenti le icone e i nomi dei 25 Festival presenti nel circuito. Cliccando sul Festival prescelto compare una breve scheda, interessante e sintetica, con notizie storiche, una foto e le informazioni pratiche necessarie (numeri di telefono e indirizzi, civico e di posta elettronica).

L’indicazione dell’indirizzo internet del Festival invita naturalmente ad accedere al sito dell’istituzione, con conseguente possibilità di visionare il programma, e le condizioni di vendita dei biglietti e di navigare nel cuore del mondo produttivo.
Significativa (dello stato ancora embrionale della nostra informazione sul patrimonio culturale) è la mancanza di una vera versione inglese del sito. Un’icona in alto sulla destra consente infatti di visionare la traduzione dei testi, ma solo se si parte dalla home page e in modo molto macchinoso, impreciso, e che comporta notevoli disagi per chi voglia continuare o completare la navigazione (o, per esempio, ritornare all’italiano). Peccato: perché forse a qualche straniero i nostri festival, i nostri monumenti, la nostra musica e perfino il nostro teatro interessano.
Giorgio Vitali
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