C’è il vecchio gioco dei cannoni e
delle corazze. Vecchio perché risale ai tempi in cui i “cannoni” erano
lance di faggio e selce e le “corazze” erano di cuoio; gioco perché
tutti sapevano come funzionava la cosa e ci stavano. Tu costruisci la
corazza più robusta, io appronto un cannone più potente. Tu ritiri dal
commercio le corazze superate, io metto in produzione i cannoni
innovativi. E via vendendo, e guadagnando (e sparando, e perforando).
Qualcosa di simile accade con i virus e gli antivirus. Chi l’avrebbe
detto che la tecnologia avrebbe partorito simili accessori? Le sorti
belle e progressive della scienza, però, si sono legate a doppio filo
alle mire tenebrose di chissachì: ed ecco che s’è messa in piedi una
bella produzione di corazze e di cannoni. Ha un bel dire Eric Brende,
in Meglio senza (Staccare la spina dalla tecnologia), che staremmo
meglio se prendessimo le distanze dagli strumenti di cui ci
circondiamo. Certamente è vero dal punto di vista umanistico – quella
del distacco è virtù suprema –, ma quanto poco sia praticabile nel
concreto basta a mostrarlo l’appendice che Tomás Maldonado ha dedicato
agli occhiali nel suo libro più recente, Memoria e conoscenza:
ricordandoci col supporto dei documenti che nel Medioevo migliaia di
miopi e di presbiti vagavano, banditi dal consorzio umano, alla ricerca
incessante e perigliosa di cibo e riparo che non riuscivano a vedere.
Rinunciare agli occhiali?
Brende – che è un cervellone del Mit, non uno sprovveduto – racconta le
sue entusiasmanti esperienze in fattoria, dov’è riuscito a fare a meno
del frigorifero e di tante altre cose che avrebbe giurato
indispensabili. Buon per lui, benché rimanga il sospetto che sia
riuscito a tanto solo perché sapeva che conclusa l’esperienza (e il
libro) sarebbe tornato ai conforti della civiltà tecnologica.
Civiltà nella quale siamo tutti così immersi da non vederla più: Il
computer invisibile è il vessillo che Donald A. Norman sventola per
dirci che il bello della tecnologia è quando l’adoperiamo senza
notarla. Se è così, tuttavia, il bello è anche incubo, visto che siamo
tutti attanagliati dalle visibili conseguenze delle invisibili
tecnologie che c’inseguono, ci controllano e ci raggirano. Fra le quali
quella degli antivirus – torniamo a bomba, anzi a cannone – è fra le
più insidiose.
Nessuno ama gli antivirus. Tutti hanno pensato di poterne fare a meno.
Tuttavia, dopo che il computer s’è bloccato, che il lavoro s’è perduto,
che sono arrivate settecento mail di protesta da interlocutori
contagiati, ci si rende conto che non se ne può fare a meno. E tuttavia
questa consapevolezza non è che l’inizio di un’odissea. Infatti
comprare un antivirus non significa quasi niente. Un antivirus, di per
sé, è un software programmato per identificare e bloccare altri
software intrusi – appunto i virus informatici – che cercano di
intrufolarsi nel computer protetto dall’antivirus attraverso tutte le
porte e finestre disponibili: se all’inizio erano soprattutto i
dischetti, oggi l’accesso prediletto è quello dalla Rete, che spesso è
ininterrotto e quindi appetibile a tutte l’ore. L’antivirus dovrebbe
essere in grado di badare a tutti gli ingressi, identificando e
sopraffacendo qualsiasi programma clandestino. Quando viene
confezionato, in effetti, ha queste capacità. Ma dieci minuti più
tardi, chiunque voglia inventare un nuovo virus sa quali sono i limiti
dell’antivirus. Che quindi è perforabile. Cannone batte corazza. Virus
batte virtus.
Bisogna dunque approntare corazze più robuste, e bisogna farlo
rapidamente: la cadenza annuale con cui gli antivirus venivano prodotti
dieci anni fa ora fa ridere: l’antivirus non è tale se non si aggiorna
ogni giorno o anche più, tramite internet. Soltanto così corazza batte
cannone. Inoltre i virus si sono differenziati, adottano tattiche
d’aggiramento: viaggiano appollaiati nelle e-mail, si celano negli
allegati, bacano pagine web, aprono porte che verranno sfruttate da
ladri di dati (codici, password, documenti riservati). È di questi
giorni la notizia – viene da un’indagine della polizia postale torinese
– che una banda del buco telematico ha violato gli accessi home banking
di ignari cittadini italiani: sono entrati nei pc casalinghi e,
violandone i sistemi di sicurezza, hanno prima identificato le password
ai conti correnti e quindi indirizzato a se stessi sostanziosi bonifici.
Anche per questa ragione è bene che chi deve comprare un antivirus,
oggi, sia informato del fatto che gli converrà disporre anche di altri
strumenti accessori, come un firewall che padroneggia l’accesso alla
Rete e un software che identifica gli spyware, cioè un dispositivo che
blocca le effrazioni via internet.
Cannone e corazza, corazza e cannone. Con il sospetto che alcuni dei
corazzieri siano anche – o siano stati – cannonieri. E, quel che è più
preoccupante, con la certezza che alcuni degli antivirus più famosi e
diffusi oggi sono scricchiolanti. Annunciano mirabolanti capacità di
autoprotezione, dicono di sapersi aggiornare da soli momento per
momento, estraendo dall’internet non soltanto gli aggiornamenti, ma
anche nuove edizioni di se stessi per proteggersi meglio. Soltanto
che... non lo fanno. Si bloccano e non dicono nulla, e il malcapitato
che non voleva preoccupazioni, e che per questo aveva imboccato
l’onerosa via dell’acquisto, magari in molti esemplari – uno per
computer – si ritrova in un bel giorno di luglio a scoprire che gli è
entrato in casa un virus elaborato a giugno. E perché? Perché
l’“aggiornamento automatico” che doveva incaricarsi della sorveglianza
era disabilitato da febbraio. E come mai? Mistero. Nessuno infatti
l’aveva toccato, in particolare non certo il proprietario. Eppure
qualche emissario dei cannonieri aveva saputo aggirare la corazza prima
che i corazzieri imparassero a bloccarlo.
Il mondo dei computer cambia velocemente. Così velocemente che là
dentro le tradizioni valgono poco. Quando un nome si diffonde,
conquistando la fiducia dei non addetti ai lavori, quel nome magari è
già storia. O dovrebbe esserlo in senso negativo, pagando a caro prezzo
l’inefficienza che magari è conseguita alla notorietà. Chi scrive ha
usato per anni un antivirus famoso. Di quelli che nei megastore
dominano la scena, impilati a migliaia a ogni mutar di stagione. Che li
trovi in tutti i negozi dove vendono computer e accessori. Che hanno le
scatole più eleganti, l’aria più professionale. Adesso però
scricchiolano.
E allora sono passato a un prodotto nuovo. Ne ho provato con buoni
risultati uno tedesco – i tedeschi sono ottimi corazzieri – abbastanza
giovane da doversi fare un nome mostrandosi efficiente. L’ho montato e
pare funzionare. Avverte in modo chiaro quando c’è un aggiornamento da
scaricare, volendo lo farebbe lui stesso ma preferisce farsi notare,
dire un “tutto bene” o un “che succede?”, come per garantire che è vivo
e in forma. Niente “penso a tutto io”, niente “se non mi vedi vuol dire
che va tutto bene”. L’azienda si chiama Gdata (www. gdata.it) e il
prodotto fa di nome Antivirus Kit 2005 Internet Security. Non è
l’unico, ma sta facendosi una buona fama e per un po’ almeno ci terrà a
non tradirla. E poi è ben tradotto in italiano, per intero, il che non
guasta.
Dunque il consiglio è: mai fidarsi automaticamente dei grossi nomi nel
mondo dei computer. La fiducia devono conquistarla e mantenerla, così
come i soldi che spenderemo con loro.
Giuseppe Romano
A tutto festival senza limiti di genere sperando solo che il mouse regga
Si muove a stento e in ritardo: ma il
nostro Paese qualche piccolo passo sulla strada di una vera promozione
del proprio patrimonio ogni tanto lo fa.
Ecco dunque che l’Agis dal 1987 ha attivato Italiafestival,
un’associazione che ha lo scopo di tutelare gli interessi e di far
conoscere nel mondo i nostri festival (di musica, teatro, danza e
cinema). Italiafestival cura alcune pubblicazioni, fra le quali un
pieghevole al quale fa da ben più efficace supporto il sito
www.italiafestival.it, adatto a chi voglia programmare delle vacanze
che comprendano il piacere dello spettacolo, o, addirittura, voglia
scegliere solo i luoghi che offrano un grande appuntamento. è appunto
di questo che oggi vogliamo parlare.
Il sito, che mostra ancora molte lacune ed è sicuramente da completare
dal punto di vista dei contenuti (il Forum per esempio non è attivo) si
presenta col taglio della pubblicazione da Associazione: con editoriale
(di Franco Punzi, che è il presidente del Festival della Valle
d’Itria), alcune news, alcune note di politica culturale, e le
informazioni di carattere più istituzionale.
Sulla parte destra della home sono presenti le icone e i nomi dei 25
Festival presenti nel circuito. Cliccando sul Festival prescelto
compare una breve scheda, interessante e sintetica, con notizie
storiche, una foto e le informazioni pratiche necessarie (numeri di
telefono e indirizzi, civico e di posta elettronica).
L’indicazione dell’indirizzo internet del Festival invita naturalmente
ad accedere al sito dell’istituzione, con conseguente possibilità di
visionare il programma, e le condizioni di vendita dei biglietti e di
navigare nel cuore del mondo produttivo.
Significativa (dello stato ancora embrionale della nostra informazione
sul patrimonio culturale) è la mancanza di una vera versione inglese
del sito. Un’icona in alto sulla destra consente infatti di visionare
la traduzione dei testi, ma solo se si parte dalla home page e in modo
molto macchinoso, impreciso, e che comporta notevoli disagi per chi
voglia continuare o completare la navigazione (o, per esempio,
ritornare all’italiano). Peccato: perché forse a qualche straniero i
nostri festival, i nostri monumenti, la nostra musica e perfino il
nostro teatro interessano.
Giorgio Vitali