Nell’anno in cui sul piccolo schermo
ha spopolato l’isola dei naufraghi di Lost, sul grande schermo c’è
un’altra isola simil-tropicale destinata a far parlare di sé, e non
come consiglio per le vacanze. È quella che dà titolo al nuovo
fanta-thriller firmato da Michael Bay (Pearl Harbor, Armageddon, The
Rock) e prodotto anche dalla Dreamworks di Spielberg in collaborazione
con la Warner: una megaproduzione da oltre cento milioni di dollari,
spesi per realizzare spettacolari inseguimenti ed esplosioni (che sono
il segno distintivo dello stile di regia di Bay, abituale collaboratore
di Jerry Bruckheimer) e per radunare un cast di un certo rilievo.
Questo è The Island, nelle sale italiane dal 24 agosto.
La storia che sostiene l’immenso e rumoroso spettacolo, a ogni modo,
gioca la carta della fusione tra intrattenimento e spessore
etico-riflessivo secondo una ricetta che ultimamente ha portato fortuna
a grandi titoli come Batman Begins. Nel nostro caso, infatti, l’isola
del titolo è la chiave dell’illusione maligna usata da un uomo senza
scrupoli per ingannare vittime inconsapevoli. L’Isola, unico luogo
incontaminato di una terra devastata da un disastro di cui non sappiamo
nulla (guerra nucleare, disastro naturale? Mah), è infatti il sogno di
tutti gli abitanti di un futuribile (ma non troppo, si immagina di
essere intorno al 2020) complesso dall’aspetto manicomial-ospedaliero
dove vivono i sopravvissuti, amorevolmente accuditi e controllati da
un’organizzazione che apparentemente gestisce le operazioni di
ripopolamento del pianeta mossa da una volontà benefica e
disinteressata. Quelle dei sopravvissuti, è vero, sono vite controllate
da macchine onnipresenti, con abiti tutti uguali (ma rigorosamente
griffati), cibo assegnato in base all’esame mattutino delle urine (in
pratica dieta obbligatoria per tutti, che allegria). Ma chi si può
lamentare se fuori c’è solo il deserto post-nucleare?
Quest’esistenza comoda e ripetitiva, ma senza passato e senza ricordi
che vadano oltre i mesi o i pochi anni di permanenza nell’Istituto,
però, va stretta a Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor), uno dei centinaia
di “fortunati” ospiti, sempre più spesso tormentato da incubi
angosciosi e insoddisfatto delle risposte che le sue domande sembrano
ottenergli. Né il miraggio di un passaggio per l’Isola (dove si potrà
partecipare al ripopolamento del globo contaminato, mentre all’interno
dell’impianto ogni contatto fisico è decisamente scoraggiato), premio
di una Lotteria le cui estrazioni si susseguono senza precise scadenze,
sembra placare un’ansia di conoscenza fin troppo umana (come vedremo
dipendente piuttosto da un “difetto di fabbricazione”), ma destinata a
portarlo a terribili scoperte.
Un nuovo “Gattaca”
L’atmosfera di quello che si preannuncia come uno dei blockbuster
dell’estate americana, con una fotografia patinata da videoclip e due
protagonisti che più glamour non si può (accanto a McGregor c’è la
voluttuosa Scarlett Johansson, protagonista anche dell’ultimo film di
Woody Allen), ricalca quella di altri recenti esempi del genere. Il più
vicino è forse Paycheck di John Woo, mentre la tematica lo avvicina in
qualche modo anche alla fantascienza povera e filosofica di Gattaca; lo
spunto, però, per quanto diluito delle esigenze di marketing e nelle
convenzioni hollywoodiane, è di quelli destinati a fare scalpore.
Nonostante le premesse, infatti, l’indice degli autori, infatti, non è
puntato contro una società del futuro opprimente e oppressiva al punto
da appiattire tutti su uno standard salutista obbligatorio e condannare
ogni individuo a una routine quotidiana ammorbante in nome di un bene
comune nebuloso e calato dall’alto. Il marcio che Lincoln è destinato a
scoperchiare risalendo lungo i meandri del suo mondo fortezza,
controllato in ogni dettaglio dal gelido Merrick (un convincente Sean
Bean), infatti, corrisponde alla frontiera estrema di quella
clonazione terapeutica di cui già oggi sono pieni i dibattiti
scientifici e non. L’inganno di cui è vittima Lincoln, infatti, non è
quello delle luci e dei fondali finti di una soap infinita come in
Truman Show (come ci potrebbero far pensare le onnipresenti
telecamere), ma uno da cui sono generati centinaia di “prodotti” creati
dalla potentissima e spregiudicata Merrick Biotech come riserva di
organi per individui abbastanza ricchi da pagarsi qualche decina di
anni di vita in più.
Niente altro che questo è Lincoln, e con lui centinaia di altri cloni
(o agnati, come vengono chiamati nel film), creati nei laboratori di un
enorme stabilimento/bunker e destinati a vincere la loro lotteria solo
per essere depredati dei pezzi necessari ai loro committenti (più o
meno felicemente (in)consapevoli di ciò che accade qualche livello
sotto terra), o a fare da incubatrici per i bimbi perfetti di coppie
sterili. L’abile campagna marketing della pellicola comprende il
“finto” sito della Merrick Biotech, la cui home page ricorda le
infinite possibilità della scienza (trapianti, ma anche cura di
Alzheimer e Parkinson) con parole suadenti che riecheggiano
inquietantemente alcune dichiarazioni dei difensori dei recenti falliti
referendum. È interessante notare come nel film non manchi un accenno
al problema della regolamentazione giuridica della questione
clonazione; la trama, infatti, prevede l’esistenza di precise leggi che
disciplinano la clonazione umana, regole che Merrick aggira producendo
non semplici tessuti, ma interi individui che custodiscono i pezzi di
ricambio da vendere ai clienti. Fatta la legge trovato l’inganno, viene
da pensare: una volta superato un certo limite, del resto, è certo più
difficile garantire il rispetto di leggi che segnano confini sempre più
labili.
Un susseguirsi di scene mozzafiato
La vicenda ha tutti gli ingredienti per diventare un grande successo
estivo: sui dilemmi quasi filosofici della prima parte (i cloni sono o
no persone? Hanno un’anima o sono davvero proprietà inerte di chi li ha
prodotti in laboratorio?) si innesta l’intuibile e movimentata fuga del
protagonista Ewan McGregor al fianco della bella Scarlett (Jordan Two
Delta, un clone più mansueto, convinto dal protagonista a fuggire prima
di prendere la strada dell’Isola), dando vita alle scene mozzafiato che
Bay sa girare come pochi altri grazie al supporto di una consolidata
troupe dedicata agli effetti speciali. A intervalli regolari non
mancano battute più leggere che consentono di scaricare la tensione in
eccesso. È assicurata anche la prevedibile storia d’amore, che si
articola come scoperta di un’attrazione meno “innocente” di
quell’istintiva simpatia priva di implicazioni più pericolose garantita
dall’assunzione di farmaci appositi negli ambienti asettici della
Merrick Biotech.
La scoperta della sessualità da parte di Lincoln e Jordan, che va di
pari passo con la scoperta della verità sulla loro natura (ma anche con
la rivendicazione di un’insopprimibile “personalità” comune a ogni
individuo umano), ha una valenza emancipatoria le cui implicazioni non
sfuggiranno agli spettatori più smaliziati. La volontà di mantenere il
punto di vista del racconto sulla prospettiva del protagonista Lincoln
(modello di clone più sveglio della media dei suoi colleghi cloni
perché dotato di un’indesiderata curiosità, ma pur sempre incapace di
intuire, come ben presto fa lo spettatore, le vere implicazioni del
meccanismo in cui è inserito) dà efficacia all’andamento da thriller
della vicenda che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.
L’impostazione della storia è, in effetti, molto classica e non è un
caso che gli autori della sceneggiatura abbiano a lungo lavorato a
serie televisive dal solido impianto avventuroso (Hercules, Xena,
Alias), basate su conflitti forti e/o intrighi di una certa
complessità. Gli stessi ingredienti che sono stati riversati a piene
mani in The Island, contando sull’attualità del tema per dare una
spinta in più alla pellicola. Intendiamoci, non è che si possa
aspettare un grande approfondimento del dilemma di fondo, visto che
l’intento è prima di tutto quello di fornire intrattenimento; il punto
di vista antagonista (i cloni sono prodotti senza anima e possono
essere usati a piacimento), del resto, è sostenuto con sicurezza, ma
senza speranza di convincere, dall’elegante cattivo Merrick, che mette
sulle tracce dei due fuggiaschi un segugio inedito, interpretato
dall’attore di colore Hjimon Hounsou, tanto per confondere le carte di
un’ovvia divisione tra buoni e cattivi.
Nonostante ciò è auspicabile che almeno qualcuno degli spettatori, tra
un bacio e un’esplosione, si trovi a pensare alle ragioni (e agli
interessi economici) di chi spera di sostituirsi a Dio, eliminando (?)
il dolore e la morte per via tecnologica, mentre fa lievitare il
proprio conto in banca sotto la bandiera del bene comune.
Luisa Cotta Ramosino
Botte da orbi e mistiche risorse
Dalla serie tv e dalle carte da gioco i guerrieri zodiacali migrano in videogame
Multimedialità: stesso racconto in
tutte le salse. Mica male, se il racconto è avvincente e le salse
saporite. Poi, sotto il profilo commerciale, ovvio che si tratta di
vendere il più possibile l’idea che rende: e così, per questo insieme
di vie non tutte ideali ma nessuna disprezzabile, I cavalieri dello
Zodiaco migra dai mondi dov’è già celebre, la serie tv e le carte da
gioco e collezione, a quello dei videogame, in cui giunge con
l’edizione Playstation.
E il videogioco preme l’acceleratore sulle sue caratteristiche
peculiari: in questa storia surreale che viene dal Giappone (più
precisamente dal disegnatore Masami Kurumada, che le diede vita sotto
forma di manga nel 1986), a metà fra un Medioevo ritecnologizzato e un
Oriente magico ma a portata di comprensione, i duelli fra cavalieri
diventa fondamentale vincerli davvero, padroneggiando tutte le mosse. E
per riuscirci è indispensabile svolgere il tirocinio che porta al
possesso del “cosmo”, la dote misterica essenziale per combattere bene
(qualcosa di simile a ciò che in altri giochi si chiama “mana”). C’è
anche una trama, che procede a strattoni man mano che si vincono duelli
e ci si mette in grado di combatterne altri: sostanzialmente occorre
percorrere tutte e dodici le “case zodiacali”, vincendo i guardiani che
vorrebbero impedirlo, per salvare la vita alla protagonista che giace
con una freccia in corpo fin dall’inizio della storia.
Al di là delle scene spettacolari abilmente distribuite nella trama,
ammiccando alla tivù e all’immaginario dei ragazzini che apprezzano
questo universo narrativo, il gioco appassiona perché costringe a
misurarsi di continuo con l’abilità materiale consistente nel comandare
i complicatissimi e coreografici colpi vincenti, contro avversari
pilotati dal computer o da un altro giocatore. In questo non c’è molto
di sofisticato: più o meno si tratta d’imparare i “fondamentali”, come
in qualsiasi abilità prettamente fisica. Poi c’è la dimensione
psicologica: che consiste nello “sbloccare” man mano parti di gioco,
personaggi (ma anche musiche, schede informative e via dicendo). Come
dire che più si è bravi e più si gode il cd-rom.
Insomma, una variante elettronica e sofisticata del vecchio gioco
dell’oca? Sì, come l’automobile è una variante meccanizzata e
sofisticata della carriola. Lasciando stare i discorsi astrusi, bisogna
dire che il contesto fantasioso, evidentissimo, scagiona il videogioco
dall’accusa di violenza, ricorrente e spesso giustificata in questo
genere di svaghi elettronici.
Giuseppe Romano
I cavalieri dello Zodiaco, Atari, per Playstation 2