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n° 32 - sabato 6 agosto 2005
Ferie per cloni sull'isola che non c'è (finora), di Luisa Cotta Ramosino
Botte da orbi e mistiche risorse, di Giuseppe Romano

Ferie per cloni sull’isola che non c’è (finora)

Un filmone estivo dove si mostra con dovizia di risorse tecniche e di effetti scenografici che la fantascienza è sempre più scienza

Nell’anno in cui sul piccolo schermo ha spopolato l’isola dei naufraghi di Lost, sul grande schermo c’è un’altra isola simil-tropicale destinata a far parlare di sé, e non come consiglio per le vacanze. È quella che dà titolo al nuovo fanta-thriller firmato da Michael Bay (Pearl Harbor, Armageddon, The Rock) e prodotto anche dalla Dreamworks di Spielberg in collaborazione con la Warner: una megaproduzione da oltre cento milioni di dollari, spesi per realizzare spettacolari inseguimenti ed esplosioni (che sono il segno distintivo dello stile di regia di Bay, abituale collaboratore di Jerry Bruckheimer) e per radunare un cast di un certo rilievo. Questo è The Island, nelle sale italiane dal 24 agosto.

La storia che sostiene l’immenso e rumoroso spettacolo, a ogni modo, gioca la carta della fusione tra intrattenimento e spessore etico-riflessivo secondo una ricetta che ultimamente ha portato fortuna a grandi titoli come Batman Begins. Nel nostro caso, infatti, l’isola del titolo è la chiave dell’illusione maligna usata da un uomo senza scrupoli per ingannare vittime inconsapevoli. L’Isola, unico luogo incontaminato di una terra devastata da un disastro di cui non sappiamo nulla (guerra nucleare, disastro naturale? Mah), è infatti il sogno di tutti gli abitanti di un futuribile (ma non troppo, si immagina di essere intorno al 2020) complesso dall’aspetto manicomial-ospedaliero dove vivono i sopravvissuti, amorevolmente accuditi e controllati da un’organizzazione che apparentemente gestisce le operazioni di ripopolamento del pianeta mossa da una volontà benefica e disinteressata. Quelle dei sopravvissuti, è vero, sono vite controllate da macchine onnipresenti, con abiti tutti uguali (ma rigorosamente griffati), cibo assegnato in base all’esame mattutino delle urine (in pratica dieta obbligatoria per tutti, che allegria). Ma chi si può lamentare se fuori c’è solo il deserto post-nucleare?

Quest’esistenza comoda e ripetitiva, ma senza passato e senza ricordi che vadano oltre i mesi o i pochi anni di permanenza nell’Istituto, però, va stretta a Lincoln Six-Echo (Ewan McGregor), uno dei centinaia di “fortunati” ospiti, sempre più spesso tormentato da incubi angosciosi e insoddisfatto delle risposte che le sue domande sembrano ottenergli. Né il miraggio di un passaggio per l’Isola (dove si potrà partecipare al ripopolamento del globo contaminato, mentre all’interno dell’impianto ogni contatto fisico è decisamente scoraggiato), premio di una Lotteria le cui estrazioni si susseguono senza precise scadenze, sembra placare un’ansia di conoscenza fin troppo umana (come vedremo dipendente piuttosto da un “difetto di fabbricazione”), ma destinata a portarlo a terribili scoperte.

Un nuovo “Gattaca”
L’atmosfera di quello che si preannuncia come uno dei blockbuster dell’estate americana, con una fotografia patinata da videoclip e due protagonisti che più glamour non si può (accanto a McGregor c’è la voluttuosa Scarlett Johansson, protagonista anche dell’ultimo film di Woody Allen), ricalca quella di altri recenti esempi del genere. Il più vicino è forse Paycheck di John Woo, mentre la tematica lo avvicina in qualche modo anche alla fantascienza povera e filosofica di Gattaca; lo spunto, però, per quanto diluito delle esigenze di marketing e nelle convenzioni hollywoodiane, è di quelli destinati a fare scalpore. Nonostante le premesse, infatti, l’indice degli autori, infatti, non è puntato contro una società del futuro opprimente e oppressiva al punto da appiattire tutti su uno standard salutista obbligatorio e condannare ogni individuo a una routine quotidiana ammorbante in nome di un bene comune nebuloso e calato dall’alto. Il marcio che Lincoln è destinato a scoperchiare risalendo lungo i meandri del suo mondo fortezza, controllato in ogni dettaglio dal gelido Merrick (un convincente Sean Bean), infatti, corrisponde  alla frontiera estrema di quella clonazione terapeutica di cui già oggi sono pieni i dibattiti scientifici e non. L’inganno di cui è vittima Lincoln, infatti, non è quello delle luci e dei fondali finti di una soap infinita come in Truman Show (come ci potrebbero far pensare le onnipresenti telecamere), ma uno da cui sono generati centinaia di “prodotti” creati dalla potentissima e spregiudicata Merrick Biotech come riserva di organi per individui abbastanza ricchi da pagarsi qualche decina di anni di vita in più.

Niente altro che questo è Lincoln, e con lui centinaia di altri cloni (o agnati, come vengono chiamati nel film), creati nei laboratori di un enorme stabilimento/bunker e destinati a vincere la loro lotteria solo per essere depredati dei pezzi necessari ai loro committenti (più o meno felicemente (in)consapevoli di ciò che accade qualche livello sotto terra), o a fare da incubatrici per i bimbi perfetti di coppie sterili. L’abile campagna marketing della pellicola comprende il “finto” sito della Merrick Biotech, la cui home page ricorda le infinite possibilità della scienza (trapianti, ma anche cura di Alzheimer e Parkinson) con parole suadenti che riecheggiano inquietantemente alcune dichiarazioni dei difensori dei recenti falliti referendum. È interessante notare come nel film non manchi un accenno al problema della regolamentazione giuridica della questione clonazione; la trama, infatti, prevede l’esistenza di precise leggi che disciplinano la clonazione umana, regole che Merrick aggira producendo non semplici tessuti, ma interi individui che custodiscono i pezzi di ricambio da vendere ai clienti. Fatta la legge trovato l’inganno, viene da pensare: una volta superato un certo limite, del resto, è certo più difficile garantire il rispetto di leggi che segnano confini sempre più labili.

Un susseguirsi di scene mozzafiato
La vicenda ha tutti gli ingredienti per diventare un grande successo estivo: sui dilemmi quasi filosofici della prima parte (i cloni sono o no persone? Hanno un’anima o sono davvero proprietà inerte di chi li ha prodotti in laboratorio?) si innesta l’intuibile e movimentata fuga del protagonista Ewan McGregor al fianco della bella Scarlett (Jordan Two Delta, un clone più mansueto, convinto dal protagonista a fuggire prima di prendere la strada dell’Isola), dando vita alle scene mozzafiato che Bay sa girare come pochi altri grazie al supporto di una consolidata troupe dedicata agli effetti speciali. A intervalli regolari non mancano battute più leggere che consentono di scaricare la tensione in eccesso. È assicurata anche la prevedibile storia d’amore, che si articola come scoperta di un’attrazione meno “innocente” di quell’istintiva simpatia priva di implicazioni più pericolose garantita dall’assunzione di farmaci appositi negli ambienti asettici della Merrick Biotech.

La scoperta della sessualità da parte di Lincoln e Jordan, che va di pari passo con la scoperta della verità sulla loro natura (ma anche con la rivendicazione di un’insopprimibile “personalità” comune a ogni individuo umano), ha una valenza emancipatoria le cui implicazioni non sfuggiranno agli spettatori più smaliziati. La volontà di mantenere il punto di vista del racconto sulla prospettiva del protagonista Lincoln (modello di clone più sveglio della media dei suoi colleghi cloni perché dotato di un’indesiderata curiosità, ma pur sempre incapace di intuire, come ben presto fa lo spettatore, le vere implicazioni del meccanismo in cui è inserito) dà efficacia all’andamento da thriller della vicenda che tiene con il fiato sospeso fino alla fine.

L’impostazione della storia è, in effetti, molto classica e non è un caso che gli autori della sceneggiatura abbiano a lungo lavorato a serie televisive dal solido impianto avventuroso (Hercules, Xena, Alias), basate su conflitti forti e/o intrighi di una certa complessità. Gli stessi ingredienti che sono stati riversati a piene mani in The Island, contando sull’attualità del tema per dare una spinta in più alla pellicola. Intendiamoci, non è che si possa aspettare un grande approfondimento del dilemma di fondo, visto che l’intento è prima di tutto quello di fornire intrattenimento; il punto di vista antagonista (i cloni sono prodotti senza anima e possono essere usati a piacimento), del resto, è sostenuto con sicurezza, ma senza speranza di convincere, dall’elegante cattivo Merrick, che mette sulle tracce dei due fuggiaschi un segugio inedito, interpretato dall’attore di colore Hjimon Hounsou, tanto per confondere le carte di un’ovvia divisione tra buoni e cattivi.
Nonostante ciò è auspicabile che almeno qualcuno degli spettatori, tra un bacio e un’esplosione, si trovi a pensare alle ragioni (e agli interessi economici) di chi spera di sostituirsi a Dio, eliminando (?) il dolore e la morte per via tecnologica, mentre fa lievitare il proprio conto in banca sotto la bandiera del bene comune.
Luisa Cotta Ramosino

Botte da orbi e mistiche risorse

Dalla serie tv e dalle carte da gioco i guerrieri zodiacali migrano in videogame

Multimedialità: stesso racconto in tutte le salse. Mica male, se il racconto è avvincente e le salse saporite. Poi, sotto il profilo commerciale, ovvio che si tratta di vendere il più possibile l’idea che rende: e così, per questo insieme di vie non tutte ideali ma nessuna disprezzabile, I cavalieri dello Zodiaco migra dai mondi dov’è già celebre, la serie tv e le carte da gioco e collezione, a quello dei videogame, in cui giunge con l’edizione Playstation.
E il videogioco preme l’acceleratore sulle sue caratteristiche peculiari: in questa storia surreale che viene dal Giappone (più precisamente dal disegnatore Masami Kurumada, che le diede vita sotto forma di manga nel 1986), a metà fra un Medioevo ritecnologizzato e un Oriente magico ma a portata di comprensione, i duelli fra cavalieri diventa fondamentale vincerli davvero, padroneggiando tutte le mosse. E per riuscirci è indispensabile svolgere il tirocinio che porta al possesso del “cosmo”, la dote misterica essenziale per combattere bene (qualcosa di simile a ciò che in altri giochi si chiama “mana”). C’è anche una trama, che procede a strattoni man mano che si vincono duelli e ci si mette in grado di combatterne altri: sostanzialmente occorre percorrere tutte e dodici le “case zodiacali”, vincendo i guardiani che vorrebbero impedirlo, per salvare la vita alla protagonista che giace con una freccia in corpo fin dall’inizio della storia.

Al di là delle scene spettacolari abilmente distribuite nella trama, ammiccando alla tivù e all’immaginario dei ragazzini che apprezzano questo universo narrativo, il gioco appassiona perché costringe a misurarsi di continuo con l’abilità materiale consistente nel comandare i complicatissimi e coreografici colpi vincenti, contro avversari pilotati dal computer o da un altro giocatore. In questo non c’è molto di sofisticato: più o meno si tratta d’imparare i “fondamentali”, come in qualsiasi abilità prettamente fisica. Poi c’è la dimensione psicologica: che consiste nello “sbloccare” man mano parti di gioco, personaggi (ma anche musiche, schede informative e via dicendo). Come dire che più si è bravi e più si gode il cd-rom.
Insomma, una variante elettronica e sofisticata del vecchio gioco dell’oca? Sì, come l’automobile è una variante meccanizzata e sofisticata della carriola. Lasciando stare i discorsi astrusi, bisogna dire che il contesto fantasioso, evidentissimo, scagiona il videogioco dall’accusa di violenza, ricorrente e spesso giustificata in questo genere di svaghi elettronici.
Giuseppe Romano
I cavalieri dello Zodiaco, Atari, per Playstation 2
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