Per
completare l’analisi sulla Legge Gasparri di settimana scorsa (una
buona legge malgestita dal Centrodestra) occorre aggiungere una piccola
appendice. E tentare la critica della critica sostenuta dalla lobby
degli editori appoggiati trasversalmente dal mondo politico.
La televisione in Italia supera in quanto a fatturato pubblicitario il
50% degli investimenti totali, mentre nel resto delle aree avanzate
(Europa, Paesi più industrializzati) oscilla mediamente tra il 33 e il
38%. Detta così, sembrerebbe che la Tv sottrae risorse alla stampa. Ma
è vero?
Da un punto di vista deduttivo non possiamo giungere ad alcuna
conclusione perché individuare il mercato degli investimenti
pubblicitari nei media classici come un mercato rilevante vuol dire
porre come “ipotesi” quello che si dovrebbe dimostrare (e cioè che un
mezzo cresce di quota sottraendo investimenti all’altro in una
competizione diretta). Se consideriamo il mercato degli investimenti
stampa e tv un mercato unico e andiamo a confrontare o tempi diversi o
Paesi diversi per misurare le differenze di quota dei vari mezzi, per
forza si arriva alla conclusione che ogni quota in più di un mezzo è
stata sottratta agli altri mezzi (e, dato che stampa e tv assorbono la
larghissima quota degli investimenti, per forza i punti in più della
televisione in Italia risulteranno a fronte di punti in meno della
stampa). Però la dimostrazione è paralogistica, con il possibile
effetto (se l’ipotesi della succedaneità stretta tra i mezzi fosse
“falsificata”) di discutere un sillogismo del genere: “Socrate è
mortale, i gatti sono mortali, Socrate è un gatto”.
Qualche dubbio che ci troviamo nel caso “Socrate è un gatto” dovrebbe
emergere confrontando le statistiche europee: la pubblicità sui
quotidiani è divisa in annunci commerciali di imprese (“creativi”) e
piccola pubblicità (“classified”, per esempio «abilissime
massaggiatrici ti aspettano per avvolgenti body massage. Promozione 50
euro…..»).
La stampa italiana supera (più di 4 punti) la media
Europa-Giappone-Usa-Canada per la quota periodici, ed è quasi allineata
alla media Europa-Giappone-Usa-Canada per la quota “quotidiani
inserzioni commerciali creative” (solo 2 punti in meno), ma perde ben 8
punti sulla quota assorbita dalla piccola pubblicità sui quotidiani. Se
si potesse concludere che le quote in più della tv sono sottratte ai
quotidiani, bisognerebbe dedurne che la tv italiana sottrae ai
quotidiani prevalentemente il tipo di annunci “body massage”. Ma questa
conclusione è assurda.
E ora tentiamo un ragionamento induttivo, analizzando la domanda.
Occorre capire se esiste una spiegazione delle differenti “quote” che
stampa e tv registrano. L’analisi comparata sulla diversa struttura
della domanda presente nei più grandi Paesi europei, fornisce una
spiegazione convincente: è proprio la struttura della domanda (in
Italia il settore “grocery” e quello della moda sono dominanti, mentre
la finanza e il “retail” sono sottodimensionati) che dimostra perché
esiste la concentrazione televisiva e una buona tenuta dei periodici a
scapito di quotidiani e radio (per i quali finanza e “retail” sono
invece decisivi in tutta Europa).
Se analizziamo i primi sette macro-settori che investono nei principali
Paesi europei vediamo che l’Italia, che assorbe solo il 15% del totale
investimenti dei 7 Paesi, assorbe ben il 37% degli investimenti nel
macro-settore “Moda-Abbigliamento”, il 23% degli investimenti nel
macro-settore “Alimentazione”, il 19% del macro-settore “Bellezza” dei
medesimi 7 Paesi.
Se analizziamo il medesimo fenomeno, ma cambiamo prospettiva e poniamo
a 100 gli investimenti pubblicitari in ciascun Paese, vediamo la
radicale differenza della struttura della domanda: il “grocery”
(alimentazione-toiletries-bellezza) e la “moda-tessile” da noi sfiorano
il 50% del totale degli investimenti contro una media del 25% in
Europa: il “grocery” in senso stretto rappresenta in Italia una quota
sensibilmente superiore a quella di tutti gli altri Paesi.
Ora, dato che in tutta Europa (con l’eccezione, parziale, della Gran
Bretagna) il settore “grocery” rappresenta circa il 45% del fatturato
televisivo (e anche in UK siamo comunque vicini al 40%), non c’è
nessuna anomalia italiana nelle dimensioni e nella struttura degli
investimenti televisivi. Anzi è chiaro che la tv non sta sottraendo
affatto investimenti pubblicitari ai quotidiani.
Un’altra prova che i bassi investimenti sulla stampa non sono dovuti
alla tv emerge dall’analisi numerica degli inserzionisti: in Italia si
contano 16.000 inserzionisti; negli altri Paesi europei da 25.000 a
40.000. Ora, i grandi inserzionisti sono tendenzialmente inserzionisti
solo televisivi o anche televisivi. I piccoli inserzionisti sono
tendenzialmente inserzionisti della stampa quotidiana. Non a caso
l’investimento medio in Italia non è affatto inferiore a quello degli
altri Paesi europei: è solo leggermente inferiore a quello tedesco, ma
molto superiore a quello francese o spagnolo. In Italia dunque non
abbiamo affatto bassi investimenti da parte degli investitori in
pubblicità, mancano piuttosto all’appello i piccoli investitori e su
questo punto la tv non ha colpe.
In sintesi: sul lato della domanda sono deficitari i due settori più
“print-oriented” ovvero “retail” e “finanza”, e mancano all’appello da
10.000 a 25.000 piccoli inserzionisti.
Sul lato dell’offerta, la tv in Italia è allineata agli altri Paesi;
periodici, quotidiani e radio raggiungono invece quote di popolazione
sensibilmente inferiori. Tanto è che i ricavi pubblicitari dei
quotidiani italiani per copia diffusa sono superiori alla media
europea. Forse i piccoli investitori, di fronte a mezzi “inefficienti”
preferiscono altre forme di comunicazione (volantini, affissioni
locali, pagine gialle, non a caso, queste ultime, molto sviluppate in
Italia).
La compressione degli spazi pubblicitari tv, in maniera ancora più
restrittiva di quanto previsto dalla direttiva europea, determinerebbe
sicuramente un’inefficienza per gli investitori pubblicitari, senza
garantire vantaggi proporzionali per i quotidiani. Addirittura senza
garantire vantaggi di alcun genere ai quotidiani, perché la
compressione della tv non ha certo l’effetto di fare sviluppare
“retail”, “finance” e 25.000 nuovi piccoli inserzionisti, mentre è
dubbio che il “grocery” si sposti sui quotidiani.
Avviso ai naviganti - Galeotto fu il bug
Certi
imprevisti sembrano congegnati da un angioletto dispettoso e assetato
di verità. È successo un mese fa su Amazon.com, la più famosa libreria
virtuale presente su Internet: un “bug”, vale a dire un errore di
programmazione del software che governa il sito, ne ha dischiuso per
qualche tempo i meandri intimi agli occhi dei profani. Ciò che si è
potuto constatare in quell’attimo fatale aveva un che di sacrilego:
ovvero, dietro molti dei lettori che “spontaneamente” recensivano libri
proposti da Amazon si celavano né più né meno che gli autori di quei
medesimi libri.
La notizia merita una spiegazione. Quel che contraddistingue le
migliori librerie sulla Rete (Amazon, ma da noi anche
Internetbokshop.com e Bol.com fanno lo stesso) è la possibilità di
distinguere i libri migliori dai peggiori anche a seconda delle
recensioni che ne fanno i lettori stessi, negli spazi a loro
riservati. Questo, al di là della qualità dei singoli giudizi, fa sì
che ci si possa orientare in base non a proposte commerciali, bensì a
pareri analoghi ai propri. Su questo fondamento Amazon aveva
organizzato la sua proposta, affermando di non essere né una bancarella
né un freddo catalogo informatico, bensì una comunità umana e
appassionata. Chi frequenta il sito viene subissato di informazioni
“disinteressate” come: «Ti interessa questo libro? Allora sappi che chi
lo ha preso ha preso anche questo e questo...», oppure: «Ecco che cosa
ne pensa chi l’ha letto». Sembrava anche una garanzia nei confronti
degli automatismi della rete, dei link stabiliti da ciechi motori
informatici. Niente paura, c’è Amazon a garantire.
Macché. Adesso scopriamo che dietro innocenti nickname, dietro
indirizzi e-mail di sconosciuti lettori, si celavano autori e
collaboratori schierati per condizionare a proprio vantaggio la “fama”
dei libri. Addirittura si è scoperto che alcuni autori, sotto
pseudonimo, avevano scritto male del libro di un concorrente, per
ripicca privata.
Forse c’era da aspettarselo, ma è lo stesso un peccato. Chi ci perde è
l’”umanizzazione” di Internet. Come faremo da ora in poi a fidarci? È
la domanda decisiva sulla Rete, ed era sembrato che le risposte più
confortanti venissero dalle community. Poi, un giorno, un bug
galeotto...
Giuseppe Romano