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n° 12 - sabato 20 marzo 2004
Ma è vero che la tv toglie soldi alla stampa?
Galeotto fu il bug, di Giuseppe Romano


Ma è vero che la tv toglie soldi alla stampa?

Paralipomeni alla “Gasparri” e ai suoi presupposti (non veri) vizi di cui si lamenta tanto la sinistra

Per completare l’analisi sulla Legge Gasparri di settimana scorsa (una buona legge malgestita dal Centrodestra) occorre aggiungere una piccola appendice. E tentare la critica della critica sostenuta dalla lobby degli editori appoggiati trasversalmente dal mondo politico.
La televisione in Italia supera in quanto a fatturato pubblicitario il 50% degli investimenti totali, mentre nel resto delle aree avanzate (Europa, Paesi più industrializzati) oscilla mediamente tra il 33 e il 38%. Detta così, sembrerebbe che la Tv sottrae risorse alla stampa. Ma è vero?
Da un punto di vista deduttivo non possiamo giungere ad alcuna conclusione perché individuare il mercato degli investimenti pubblicitari nei media classici come un mercato rilevante vuol dire porre come “ipotesi” quello che si dovrebbe dimostrare (e cioè che un mezzo cresce di quota sottraendo investimenti all’altro in una competizione diretta). Se consideriamo il mercato degli investimenti stampa e tv un mercato unico e andiamo a confrontare o tempi diversi o Paesi diversi per misurare le differenze di quota dei vari mezzi, per forza si arriva alla conclusione che ogni quota in più di un mezzo è stata sottratta agli altri mezzi (e, dato che stampa e tv assorbono la larghissima quota degli investimenti, per forza i punti in più della televisione in Italia risulteranno a fronte di punti in meno della stampa). Però la dimostrazione è paralogistica, con il possibile effetto (se l’ipotesi della succedaneità stretta tra i mezzi fosse “falsificata”) di discutere un sillogismo del genere: “Socrate è mortale, i gatti sono mortali, Socrate è un gatto”.

Qualche dubbio che ci troviamo nel caso “Socrate è un gatto” dovrebbe emergere confrontando le statistiche europee: la pubblicità sui quotidiani è divisa in annunci commerciali di imprese (“creativi”) e piccola pubblicità (“classified”, per esempio «abilissime massaggiatrici ti aspettano per avvolgenti body massage. Promozione 50 euro…..»).
La stampa italiana supera (più di 4 punti) la media Europa-Giappone-Usa-Canada per la quota periodici, ed è quasi allineata alla media Europa-Giappone-Usa-Canada per la quota “quotidiani inserzioni commerciali creative” (solo 2 punti in meno), ma perde ben 8 punti sulla quota assorbita dalla piccola pubblicità sui quotidiani. Se si potesse concludere che le quote in più della tv sono sottratte ai quotidiani, bisognerebbe dedurne che la tv italiana sottrae ai quotidiani prevalentemente il tipo di annunci “body massage”. Ma questa conclusione è assurda.

E ora tentiamo un ragionamento induttivo, analizzando la domanda. Occorre capire se esiste una spiegazione delle differenti “quote” che stampa e tv registrano. L’analisi comparata sulla diversa struttura della domanda presente nei più grandi Paesi europei, fornisce una spiegazione convincente: è proprio la struttura della domanda (in Italia il settore “grocery” e quello della moda sono dominanti, mentre la finanza e il “retail” sono sottodimensionati) che dimostra perché esiste la concentrazione televisiva e una buona tenuta dei periodici a scapito di quotidiani e radio (per i quali finanza e “retail” sono invece decisivi in tutta Europa).
Se analizziamo i primi sette macro-settori che investono nei principali Paesi europei vediamo che l’Italia, che assorbe solo il 15% del totale investimenti dei 7 Paesi, assorbe ben il 37% degli investimenti nel macro-settore “Moda-Abbigliamento”, il 23% degli investimenti nel macro-settore “Alimentazione”, il 19% del macro-settore “Bellezza” dei medesimi 7 Paesi.
Se analizziamo il medesimo fenomeno, ma cambiamo prospettiva e poniamo a 100 gli investimenti pubblicitari in ciascun Paese, vediamo la radicale differenza della struttura della domanda: il “grocery” (alimentazione-toiletries-bellezza) e la “moda-tessile” da noi sfiorano il 50% del totale degli investimenti contro una media del 25% in Europa: il “grocery” in senso stretto rappresenta in Italia una quota sensibilmente superiore a quella di tutti gli altri Paesi.

Ora, dato che in tutta Europa (con l’eccezione, parziale, della Gran Bretagna) il settore “grocery” rappresenta circa il 45% del fatturato televisivo (e anche in UK siamo comunque vicini al 40%), non c’è nessuna anomalia italiana nelle dimensioni e nella struttura degli investimenti televisivi. Anzi è chiaro che la tv non sta sottraendo affatto investimenti pubblicitari ai quotidiani.
Un’altra prova che i bassi investimenti sulla stampa non sono dovuti alla tv emerge dall’analisi numerica degli inserzionisti: in Italia si contano 16.000 inserzionisti; negli altri Paesi europei da 25.000 a 40.000. Ora, i grandi inserzionisti sono tendenzialmente inserzionisti solo televisivi o anche televisivi. I piccoli inserzionisti sono tendenzialmente inserzionisti della stampa quotidiana. Non a caso l’investimento medio in Italia non è affatto inferiore a quello degli altri Paesi europei: è solo leggermente inferiore a quello tedesco, ma molto superiore a quello francese o spagnolo. In Italia dunque non abbiamo affatto bassi investimenti da parte degli investitori in pubblicità, mancano piuttosto all’appello i piccoli investitori e su questo punto la tv non ha colpe.
In sintesi: sul lato della domanda sono deficitari i due settori più “print-oriented” ovvero “retail” e “finanza”, e mancano all’appello da 10.000 a 25.000 piccoli inserzionisti.

Sul lato dell’offerta, la tv in Italia è allineata agli altri Paesi; periodici, quotidiani e radio raggiungono invece quote di popolazione sensibilmente inferiori. Tanto è che i ricavi pubblicitari dei quotidiani italiani per copia diffusa sono superiori alla media europea. Forse i piccoli investitori, di fronte a mezzi “inefficienti” preferiscono altre forme di comunicazione (volantini, affissioni locali, pagine gialle, non a caso, queste ultime, molto sviluppate in Italia).
La compressione degli spazi pubblicitari tv, in maniera ancora più restrittiva di quanto previsto dalla direttiva europea, determinerebbe sicuramente un’inefficienza per gli investitori pubblicitari, senza garantire vantaggi proporzionali per i quotidiani. Addirittura senza garantire vantaggi di alcun genere ai quotidiani, perché la compressione della tv non ha certo l’effetto di fare sviluppare “retail”, “finance” e 25.000 nuovi piccoli inserzionisti, mentre è dubbio che il “grocery” si sposti sui quotidiani.



Avviso ai naviganti - Galeotto fu il bug

Certi imprevisti sembrano congegnati da un angioletto dispettoso e assetato di verità. È successo un mese fa su Amazon.com, la più famosa libreria virtuale presente su Internet: un “bug”, vale a dire un errore di programmazione del software che governa il sito, ne ha dischiuso per qualche tempo i meandri intimi agli occhi dei profani. Ciò che si è potuto constatare in quell’attimo fatale aveva un che di sacrilego: ovvero, dietro molti dei lettori che “spontaneamente” recensivano libri proposti da Amazon si celavano né più né meno che gli autori di quei medesimi libri.
La notizia merita una spiegazione. Quel che contraddistingue le migliori librerie sulla Rete (Amazon, ma da noi anche Internetbokshop.com e Bol.com fanno lo stesso) è la possibilità di distinguere i libri migliori dai peggiori anche a seconda delle recensioni  che ne fanno i lettori stessi, negli spazi a loro riservati. Questo, al di là della qualità dei singoli giudizi, fa sì che ci si possa orientare in base non a proposte commerciali, bensì a pareri analoghi ai propri. Su questo fondamento Amazon aveva organizzato la sua proposta, affermando di non essere né una bancarella né un freddo catalogo informatico, bensì una comunità umana e appassionata. Chi frequenta il sito viene subissato di informazioni “disinteressate” come: «Ti interessa questo libro? Allora sappi che chi lo ha preso ha preso anche questo e questo...», oppure: «Ecco che cosa ne pensa chi l’ha letto». Sembrava anche una garanzia nei confronti degli automatismi della rete, dei link stabiliti da ciechi motori informatici. Niente paura, c’è Amazon a garantire.

Macché. Adesso scopriamo che dietro innocenti nickname, dietro indirizzi e-mail di sconosciuti lettori, si celavano autori e collaboratori schierati per condizionare a proprio vantaggio la “fama” dei libri. Addirittura si è scoperto che alcuni autori, sotto pseudonimo, avevano scritto male del libro di un concorrente, per ripicca privata.
Forse c’era da aspettarselo, ma è lo stesso un peccato. Chi ci perde è l’”umanizzazione” di Internet. Come faremo da ora in poi a fidarci? È la domanda decisiva sulla Rete, ed era sembrato che le risposte più confortanti venissero dalle community. Poi, un giorno, un bug galeotto...                               
Giuseppe Romano
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