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n° 34 - sabato 20 agosto 2005
Essere e chi essere, questo è il problema, di Emilio Mordini

Essere e chi essere, questo è il problema

Dammi il tuo corpo e ti dirò chi sei: le più recenti tecnologie biometriche sembrano riportarci indietro fino all’antichità classica, quando il proprio corpo era la misura unica della certezza identitaria. E così, complici le misure antiterrorismo e l’elettronica, torna di moda la bio-politica

La biometria fa parte di quelle tecnologie complessivamente chiamate AIDC (Automatic Identification and Data Capture), che comprendono, oltre la biometria, le smart card, i codici a barre, i dispositivi RFID, le carte magnetiche e OCR, i microchip impiantabili, ecc. Si tratta di tecnologie che hanno in comune la capacità di estrarre dati attraverso un meccanismo elettronico automatizzato e quindi di processarli in sistemi controllati da microprocessori, quali, per esempio, computer. Della biometria in generale abbiamo già parlato in un recente articolo de il Domenicale (n° 17, sabato 23 aprile 2005). Ora ci occuperemo delle sue implicazioni sociali e politiche.
La biometria può sembrare a prima vista una tecnologia fra le tante, forse provvista di qualche maggiore pericolosità per la privacy, ma sostanzialmente con minore impatto etico e sociale di altre tecnologie, in particolare quelle nate in ambito biomedico (biotecnologie, tecnologie di imaging, neurorobotica, ecc.). Non è così. In realtà la biometria è probabilmente una delle tecnologie con maggiori probabilità di cambiare le nostre vite nel prossimo futuro: tutto dipenderà se si svilupperà una massa critica di applicazioni sufficiente da imporla come standard identificativo. Se così fosse – e al momento appare difficile fare previsioni in un senso o nell’altro – nulla sarà più uguale. Cercheremo ora di spiegare perché.

Il cuore della “questione biometrica” sta nel problema dell’identificazione. I tecnologi e gli ingegneri che lavorano sulla biometria tendono spesso a banalizzare questo fatto, sostenendo che la biometria non rappresenta null’altro se non una soluzione tecnica a una questione pratica creata dalla crescente interconnessione del mondo. Proprio questa considerazione dovrebbe, invece, avvertire della centralità del tema. La questione dell’identità personale è una delle questioni fondamentali della nostra epoca, che la si chiami “post moderna”, “tardo moderna”, “sopra moderna” o altro ancora. La questione fu prima sollevata tra la fine degli anni 1950 e ’60 in ambito anglosassone dai filosofi della mente, quindi divenne alla moda nei circoli post-analitici variamente influenzati dal pensiero psicoanalitico e femminista. È del 1976, per esempio, un volume collettaneo curato da Amelie Rorty su Identities of Persons con interventi, tra gli altri, di Derek Parfit, Daniel Dennet, Ronald de Sousa. Negli anni 1980 e ’90 la riflessione nell’ambito sociologico (Giddens, Luhman, Beck) e delle correnti di pensiero “postmoderne” si indirizzò sempre di più al tema dell’identità personale che finì per diventare primario non solo da un punto di vista teorico ma anche da un punto di vista politico. La bioetica, l’integrazione degli immigrati, i processi di inclusione sociale, le forme di democrazia partecipativa, il confronto tra localismo e cosmopolitismo, il dibattito sul comunitarismo e sulla società di rete sono tutti esempi di terreni politici “fertilizzati” dalla discussione sull’identità personale. Ma cosa si intende esattamente con “identità personale”?

Quando, in seno alla filosofia, si parla del problema della “identità personale”, ci si riferisce al problema di comprendere e spiegare come una persona possa rimanere la stessa pur attraverso i cambiamenti fisici, psichici, esistenziali cui va incontro nell’arco della sua vita. Si tratta di un problema che risale all’origine stessa del filosofare e che torna ciclicamente di moda. Il problema filosofico sfuma nel problema psicologico e questo in quello più propriamente sociologico. Indubbiamente ogni essere umano ha bisogno di “conoscere la propria identità”, ossia di possedere di se stesso un’immagine unitaria – una narrazione biografica – che possa dare un senso alle sue azioni e alla sua vita. L’immagine di sé, però, non si radica soltanto in una memoria individuale, in una dimensione psicologica, ma trova linfa anche nella memoria collettiva del gruppo e dei gruppi di appartenenza.

Così identità personale, memoria individuale e collettiva – incarnata dalla tradizione e dalle varie forme di trasmissione consce e inconsce della cultura – costituiscono un intreccio ricco e complesso. Si è detto che il problema dell’identità è un problema tipico dei periodi di transizione e di crisi (ellenismo, tardo antico, Seicento, inizi Novecento) ma è una tesi difficile da sostenere poiché non c’è periodo storico che non possa essere detto “di crisi”. Più probabilmente la filosofia rispecchia – almeno in questo caso – un problema concreto che le società umane si sono trovate ad affrontare, sotto forme diverse, in determinati periodi storici, cioè il problema di come verificare che un individuo sia chi pretende di essere. Siccome questo problema sorge in momenti di sovvertimento sociale – una società stabile, infatti, si basa anche su modi consolidati di riconoscimento dei suoi membri – ecco che inevitabilmente si associano a esso concetti tra loro eterogenei come quello di perdita di ruolo sociale, di perdita dei valori con cui identificarsi, di perdita di una tradizione fondativa.

Messo, fatti riconoscere
Se ci riferiamo, per esempio, alle epoche più recenti, si sa che un periodo in cui il tema dell’identità diventa centrale nella filosofia, nella letteratura, nel teatro e nell’arte è il periodo barocco. Proprio questo periodo – da metà del 1500 sino a tutto il 1600 – corrisponde al consolidarsi di nuovi metodi di identificazione personale. Nella seconda metà del Quattrocento l’intensificarsi di rapporti commerciali ed economici tra le varie città e regioni europee aveva portato a un incremento rapido e drammatico della corrispondenza scritta ufficiale, fenomeno soprattutto evidente nell’Europa continentale. L’incremento della corrispondenza scritta comportò di necessità un incremento nel numero di messi che circolavano per l’Europa. Si trattava di persone che recavano informazioni di natura militare ed economica spesso vitali: proprio per questo era cruciale la loro corretta identificazione. Daniel Nordman ha dimostrato come in Europa, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, si sviluppi un sistema di lasciapassare e passaporti a uso di questi messi, e come questo sistema funga da modello per lo sviluppo successivo dei documenti di identità. È tuttavia con le guerre di religione del Seicento, con il grande movimento di truppe e comunità civili che esse comportarono, e con il consolidarsi di Stati nazionali ristretti in ben definiti confini territoriali, che la necessità di accertare l’identità degli individui divenne cruciale. Per secoli, infatti, la comunità locale era stata la principale garante dell’identificazione personale. Le identità erano certificate dalla testimonianza diretta. Agli inizi del Cinquecento la trasmissione del patronimico trovò una sua prima stabilizzazione nei registri parrocchiali di nascita, che vennero appunto introdotti in questo periodo. La certificazione ecclesiastica di nascita fu utilizzata anche come prova della raggiunta maggiore età a fini ereditari e di usufrutto di benefici.

Questo nascente sistema subì una grave crisi con la rottura provocata dalla Riforma. I protestanti – come prima gli ebrei – non comparivano nei registri parrocchiali cattolici e in molti paesi dell’Europa continentale si interruppe la rete di registrazione civile basata sulle strutture ecclesiastiche. Nel frattempo i processi di migrazione interni ai paesi europei si accentuarono e la capacità di identificazione connessa all’appartenenza a una comunità preesistente s’indebolì. In Francia il sistema dei registri di nascita divenne progressivamente statale ed entro la metà del Seicento sostituì completamente il sistema di accertamento dell’identità tramite testimoni. Altri paesi europei seguirono un doppio regime – religioso, civile – mentre in Gran Bretagna il sistema dell’identificazione anagrafica rimase fluttuante sino alla Prima guerra mondiale1. Non avrebbe senso in questa sede dilungarsi oltre sulla nascita del sistema dei documenti d’identità se non per evidenziarne la struttura. A tal fine si può ricordare la descrizione che ne fece il filosofo tedesco Johann G. Fichte nei Fondamenti del diritto naturale secondo i principi della dottrina della scienza del 1796, in un momento in cui, cioè, il processo di costruzione dell’identità civile è ormai giunto al suo compimento2: «Il principio cardine di uno Stato ben regolato dalla polizia è questo: ogni cittadino dovrà essere in ogni momento ed in ogni posto […] riconoscibile come questa o quella persona.

Nessuno deve rimanere sconosciuto alla polizia. Questo può essere ottenuto con certezza solo nel seguente modo. Ciascuno deve sempre portare con sé un documento firmato dal rappresentante del governo a lui più vicino in cui la sua persona è descritta con accuratezza […] Nessuno quindi dovrebbe essere accolto in nessun luogo se non rendendo noto tramite il suo documento il proprio ultimo luogo di residenza e il suo nome». Il fondamento dell’identificazione personale, la sua fonte di legittimità, risiede quindi nello Stato: è lo Stato, tramite un suo funzionario, che assicura il legame certo tra un documento e colui che lo possiede. In altri termini è lo Stato che risponde alla domanda «Chi è la persona con cui io debbo trattare?», domanda che diventa presto fondamentale in un mondo che, tra il 1500 e il 1700 vede lo svilupparsi del primo grande tentativo di globalizzazione economica dell’epoca moderna.

Non è quindi per caso che i processi di globalizzazione che hanno investito il mondo nella seconda metà del Novecento abbiano messo in crisi anche la pretesa che le identità siano certificate dagli Stati nazionali. Anche oggi l’addetto al controllo alla frontiera accerta solamente che un governo riconosciuto attesti l’esistenza di un cittadino di quella nazionalità, con quel nome, nato quel giorno di quel mese di quell’anno, e residente in quel luogo. La foto, non diversamente da un PIN o una password, serve unicamente a verificare che colui che porta il documento ne sia il legittimo possessore, ma chi certifica l’identità è lo Stato che ha emesso il documento. Tant’è vero che se lo Stato certifica una nuova identità (come nei casi di collaboratori di giustizia inseriti in un programma di protezione o di persone che hanno cambiato sesso), questa diventa l’unica vera identità.

L’11 Settembre rappresenta un punto di rottura emblematico di questo apparato. Da questo momento in poi si fa strada la convinzione che il sistema otto-novecentesco dei passaporti e dei documenti di identità sia diventato obsoleto. Gli Stati non garantiscono più proprio perché il sistema globale vede all’opera sempre più attori che, seppure formalmente appartengano ancora a Stati sovrani, rispondono in realtà ad agenzie transnazionali e sopranazionali. Organizzazioni internazionali come le Nazioni Unite, organizzazioni non governative, rifugiati politici, persone espulse dai territori d’origine da disastri naturali, apolidi provenienti da regioni occupate o teatro di guerra, cartelli mafiosi di vario tipo, reti terroristiche internazionali: sono tutti esempi di questo magma eterogeneo di persone in movimento attraverso le frontiere che sfuggono in buona parte ai controlli degli Stati nazionali. Ma se la certificazione degli Stati non possiede più un grado di sicurezza sufficiente, dove radicare i processi di identificazione? La risposta giunge quasi scontata: nel corpo. Si erano del resto avute già sufficienti avvisaglie.

Fine delle certificazioni
La prima globalizzazione – quella tra il Cinquecento e il Settecento – aveva avuto necessità di creare lo standard aureo per fondare le transazioni economiche su un valore riconosciuto internazionalmente; la globalizzazione contemporanea ha la necessità di trovare uno standard comune per fondare le transazioni elettroniche. Le transazioni elettroniche, a differenza di quelle monetarie, sono volatili, difficili da cristallizzare. Eppure la mobilità di persone e merci richiede transazioni sicure e certe. Dal turista che usa una stessa carta di credito in ogni parte del globo, dall’immigrato regolare che vuole usufruire dei benefici dello Stato sociale che lo ospita, sino al finanziere che muove in tempo reale ingenti capitali da una nazione all’altra, l’esigenza è la medesima: assicurare l’accesso logico o fisico al sistema solo a coloro che ne hanno diritto. Lo sviluppo delle tecnologie di Automatic Identification and Data Capture risponde essenzialmente a questa esigenza.

La maggior parte di queste tecnologie ripete lo schema tradizionale dei documenti di identità, seppure in modo tecnicamente più sofisticato. Si tratta di sistemi basati sul possesso di qualcosa. Così come nel sistema tradizionale l’identità è certificata dal possesso di un documento rilasciato da un’autorità statale – «tu sei colui che porta legittimamente quel documento che attesta chi tu sei» – le identità elettroniche sono certificate dalla corrispondenza tra i dati contenuti in un oggetto (carta di credito, RFID, smart card, microchip, ecc.) e la conoscenza che ciascuno ha di un determinato codice (PIN, password, firme elettroniche). La conoscenza di quel codice identifica perché un’autorità (banca che ha emesso la carta di credito, sistema sanitario nazionale, sistema di certificazione elettorale, ecc.) certifica che colui che conosce quel determinato codice è colui che afferma di essere. Questo sistema presenta numerose falle perché password, PIN, firme elettroniche possono essere, con diversi gradi di difficoltà, “rubate”, permettendo automaticamente di “rubare le identità”. Per esempio la scarsa sicurezza delle transazioni economiche via internet costituisce ancora oggi il fattore limitante principale allo sviluppo dell’ e-commerce.

Se password e PIN non cambiano sostanzialmente lo scenario, non si può dire lo stesso per la biometria. La biometria è la risposta al problema della verifica dell’identità così come è posto in modo originale dalla network society, cioè da una società che, nella definizione che ne dà Manuel Castells, è principalmente caratterizzata dalla crisi dello Stato-nazione. La biometria si distingue tra tutte le tecnologie di Automatic Identification and Data Capture perché il riconoscimento non è più basato sul possesso di qualcosa che ci è stato dato o comunicato da un’autorità garante, ma su ciò che si è, sul proprio corpo. Questa soluzione è solo a prima vista scontata: in realtà, pur rifacendosi in apparenza ai sistemi pre-moderni basati sul riconoscimento fisico, rappresenta una vera rivoluzione. Infatti il sistema tradizionale dei documenti di identità era nato proprio come risposta all’inaffidabilità del semplice riconoscimento tramite testimoni. Nulla è più mutabile e camuffabile dell’aspetto fisico: si cresce e si invecchia, i capelli incanutiscono e cadono, si ingrassa e dimagrisce, la voce diventa più roca e basta mutare direzione dello sguardo per cambiare fisionomia. Persino nell’epoca trionfante della fotografia, l’affidabilità del riconoscimento visivo diretto è sempre stata scarsa. Un vecchio trucco da “malavitosi”, per esempio, insegna a esercitarsi a rilasciare completamente i muscoli facciali nel momento della foto segnaletica.

Nove volte su dieci la foto sarà completamente diversa dal volto “originale”. È per questo motivo che i messi del Quattrocento usavano lasciapassare e sigilli per testimoniare la propria identità, piuttosto che ritratti o testimoni oculari. L’identificazione basata su dati fisici diventa attendibile solo nel momento in cui si individuano caratteristiche fisiche invarianti nel tempo e non (facilmente) alterabili o copiabili. La nascita della biometria forense, abbiamo visto, risale agli inizi del Novecento, con le ricerche dei primi genetisti di popolazione e con l’introduzione delle impronte digitali nella pratica criminologica. Bisogna però arrivare alla rivoluzione genetica, con la possibilità del riconoscimento basato sull’analisi della sequenza di frammenti del DNA, per giungere al primo – e sinora insuperato – standard di riconoscimento basato direttamente sul corpo. Lo sviluppo delle tecniche biometriche attuali – lettori di impronte digitali, scanner dell’iride, riconoscimento della geometria facciale, ecc. – è la logica conseguenza di questo primo passo.

Alcuni studiosi hanno obiettato che si tratterebbe di una novità solo apparente: infatti spetterebbe sempre agli Stati certificare alla fine l’associazione tra una determinata caratteristica biometrica e l’identità di una persona. Non è vero. Certo, sino a che la biometria non si sarà affermata come standard – e nel caso che non si affermi – il sistema di riconoscimento anagrafico rimarrà centrale. Ma già adesso, per citare un esempio sufficientemente evocativo, è accaduto che una corte inglese accettasse di emettere una sentenza nei confronti di un frammento di DNA. In un caso di stupro, infatti, pur non essendo stato identificato lo stupratore, è stato possibile tracciarne il profilo genetico a partire dai resti organici lasciati sulla vittima. La sentenza è stata dunque emessa nei confronti di un profilo genetico, e sarà eseguita quando e se si identificherà colui che lo possiede. In modo meno suggestivo, ma sostanzialmente analogo, l’Unione Europea si è dotata di una banca dati centralizzata che raccoglie le impronte digitali – e nel futuro anche altri dati biometrici – dei richiedenti asilo respinti da uno dei paesi dell’Unione, in modo tale che nessuno di questi si possa ripresentare sotto diversa identità alle frontiere di un altro paese. Anche in questo caso i dati fisici non sono collegati in modo significativo a nessun elemento anagrafico, e gli individui sono identificati solo tramite le proprie impronte digitali.

Ricordate chi era queequeg?
Se la biometria diventa lo standard, il concetto stesso di identificazione è destinato a cambiare. Non importerà collegare l’individuo a un nome e a un cognome, a una città e a una nazione, a una data e a un luogo di nascita, e nemmeno a un sesso o a una professione: tutti questi dati diventeranno inessenziali. Basterà collegarlo a una sua caratteristica fisica immutabile, unica e non riproducibile, che possa essere estratta tramite un algoritmo e collezionata in una banca dati. Se si presta attenzione, questo processo rivoluziona non solo il sistema di documenti di identità basato sull’autorità degli Stati nazionali, ma anche ogni precedente sistema di identificazione. Il sistema nome e patronimico come forma di identificazione, infatti, si stabilizza nel Seicento ma ha origini antichissime, coeve alla nostra stessa civiltà: «Titide magnanimo perché mi domandi la stirpe? Come stirpi di foglie, così le stirpi degli uomini; le foglie, alcune le getta il vento a terra, altre la selva fiorente le nutre al tempo di primavera; così le stirpi degli uomini: nasce una, l’altra dilegua. Se anche questo però vuoi sapere, per conoscerla bene la stirpe mia, molti la sanno fra gli uomini […]» (Iliade, VI, 145-150, trad. R. Calzecchi Onesti).

L’identificazione attraverso il ghene è ciò che distingue l’uomo dalla natura, le generazioni degli uomini da quelle delle foglie. Certo, è una distinzione sottile e fragile, forse illusoria – dice il poeta – ma è tutto ciò che possediamo, tanto che dopo che il giovane Glauco avrà declinato le sue origini, il potente Diomede lo riconoscerà e lo risparmierà: «Ma dunque tu sei ospite ereditario e antico per me! […] Scambiamoci le armi l’un l’altro; anche costoro sappiano che ci vantiamo di essere ospiti antichi» (Iliade, VI, 210, 230). La biometria, quindi fa parte – almeno in un senso molto generale – di quel processo di ridefinizione dei processi identitari che caratterizza l’epoca contemporanea. L’identità non trova più le sue radici nell’ordine delle famiglie ma si fonda direttamente sulla biologia, sulla physis.

In un altro senso, infine, la biometria appartiene interamente alla tarda modernità: nel suo essere radicata sul corpo e nel suo basarsi sulla corporeità. Il corpo è il luogo in cui si incrociano le scommesse più ardite e più pericolose della contemporaneità. La tecnologia infatti sembra poter ridisegnare una soggettività mutante, una corporeità programmata, clonata, replicata. A questo proposito si parla di superamento dell’essere biologico, di una nuova carne sintetica, di un corpo postorganico. Il corpo sembra poter diventare una superficie informatizzata, un corpo-segno totalmente formalizzato, come viene in qualche modo preannunciato nella top model o nel body-builder. Si apre un orizzonte postumano, l’orizzonte del cyber-Golem. Francesco D’Agostino usa la descrizione di Queequeg, il selvaggio dal corpo interamente tatuato descritto da Hermann Melville in Moby Dick, come metafora della corporeità umana. Queequeg ha inscritta sul proprio corpo l’intera storia del mondo ma non la sa leggere: «Non è facile per l’uomo accettare e farsi una ragione di tale rapporto paradossale che si dà tra lui e il suo corpo.

La tentazione di negare in noi l’esistenza di ogni mistero o almeno di ridurre a enigmi irrilevanti, mistificanti, infantili quelli che, nella loro portata ontologica, misteri ci appaiono, è sempre stata presente nell’uomo. Fanciullesco, per lo Zarathustra di Nietzsche, l’atteggiamento di chi vede nel corpo qualcosa di ulteriore rispetto al corpo stesso […] A Zarathustra l’umile Queequeg insegna piuttosto il contrario: proprio perché vede nel suo corpo qualcosa che è al di là del suo corpo, egli lo onora e lo rispetta». La storia di Queequeg è però più che una metafora. È vero che il corpo, con le sue rughe e le sue cicatrici, può esser concepito come un libro dove è scritta la storia di ciascuno – e in questo senso va anche la riflessione di uno psicoanalista francese che alla pelle ha dedicato molto del suo lavoro di ricerca, Didier Anzieu – ma il corpo è anche la stele dove realmente si scolpiscono le vicissitudini dei soggetti.

Non è forse inconsapevolmente che D’Agostino ha scelto il corpo tatuato di Queequeg come simbolo del corpo contemporaneo. Il corpo greco – così come, in un diverso modo, il corpo ebreo – sono corpi lisci, privi di iscrizioni, di segni, di tatuaggi e scarificazioni. Il corpo greco è un corpo che ha l’ossessione della pelle, levigata, liscia, priva di ogni segno per essere perfetta. Il corpo ebreo è un corpo che presenta un unico segno, quel taglio che sancisce l’alleanza con Dio e che, proprio per avere significato, non deve essere accompagnato da nessun altro segno. Per greci ed ebrei sono gli “altri”, i barbari e i gentili, che marcano la propria pelle con tatuaggi, scarificazioni, incisioni. Di nuovo la tarda modernità presenta una rottura con tutta la tradizione precedente. La trasformazione chirurgica del corpo diventa non solo e non tanto “normale” (si tratterebbe in definitiva solamente dell’ affermazione di nuove prassi sociali), ma il corpo stesso è pensato come risultato di un assemblaggio. Chirurgia cosmetica, chirurgia per la rettificazione del sesso, protesica, impianti di biochips, tatuaggi, piercing, scarificazioni, body art, trapianti di organi: non si può credere che il concentrarsi di tante diverse pratiche – però con una simile ratio – sia casuale e privo di effetti antropologici.

La biometria si inserisce in un processo più generale di parcellizzazione del corpo umano in oggetti parziali. Da un punto di vista evolutivo questo processo corrisponde a una regressione complessiva della nostra società a uno stato infantile. La nostra società è la società in cui il corpo è percepito attraverso le sue parti disarticolate, in cui la perversione sessuale ha sostituito la sessualità adulta, in cui il processo primario e la soddisfazione immediata del desiderio (anche come strategia consumistica) hanno sostituito la capacità di procrastinare la soddisfazione. Una dimostrazione che la biometria si inserisce in questa tendenza si ritrova nelle forme delle sue applicazioni che rimandano ai deliri paranoici e schizofrenici (il corpo come veicolo di messaggi, la lettura di parti del corpo, la possibilità di un controllo totale, ecc.). Il corpo informatizzato, di cui parlano Stefano Rodotà e altri studiosi, è certamente una realtà, almeno nel senso che il corpo si trova a essere descritto da rapporti prodotti da algoritmi matematici. In un qualche senso si realizza l’antico sogno pitagorico-platonico di rappresentare il reale per tramite di relazioni geometriche. Ma questo processo non rende il corpo più degno di onori, piuttosto lo trasforma, definitivamente, in un cadavere.
Soma, sema; corpo, tomba: mai fu più vero l’antico gioco di parole.
Emilio Mordini
Psicoanalista, direttore del Centro
per la Scienza, la Società e la Cittadinanza
(Roma), coordina il Progetto UE
“Biometric Identification Technology Ethics”
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