La biometria fa parte di quelle tecnologie complessivamente chiamate
AIDC (Automatic Identification and Data Capture), che comprendono,
oltre la biometria, le smart card, i codici a barre, i dispositivi
RFID, le carte magnetiche e OCR, i microchip impiantabili, ecc. Si
tratta di tecnologie che hanno in comune la capacità di estrarre dati
attraverso un meccanismo elettronico automatizzato e quindi di
processarli in sistemi controllati da microprocessori, quali, per
esempio, computer. Della biometria in generale abbiamo già parlato in
un recente articolo de il Domenicale (n° 17, sabato 23 aprile 2005).
Ora ci occuperemo delle sue implicazioni sociali e politiche.
La biometria può sembrare a prima vista una tecnologia fra le tante,
forse provvista di qualche maggiore pericolosità per la privacy, ma
sostanzialmente con minore impatto etico e sociale di altre tecnologie,
in particolare quelle nate in ambito biomedico (biotecnologie,
tecnologie di imaging, neurorobotica, ecc.). Non è così. In realtà la
biometria è probabilmente una delle tecnologie con maggiori probabilità
di cambiare le nostre vite nel prossimo futuro: tutto dipenderà se si
svilupperà una massa critica di applicazioni sufficiente da imporla
come standard identificativo. Se così fosse – e al momento appare
difficile fare previsioni in un senso o nell’altro – nulla sarà più
uguale. Cercheremo ora di spiegare perché.
Il cuore della “questione biometrica” sta nel problema
dell’identificazione. I tecnologi e gli ingegneri che lavorano sulla
biometria tendono spesso a banalizzare questo fatto, sostenendo che la
biometria non rappresenta null’altro se non una soluzione tecnica a una
questione pratica creata dalla crescente interconnessione del mondo.
Proprio questa considerazione dovrebbe, invece, avvertire della
centralità del tema. La questione dell’identità personale è una delle
questioni fondamentali della nostra epoca, che la si chiami “post
moderna”, “tardo moderna”, “sopra moderna” o altro ancora. La questione
fu prima sollevata tra la fine degli anni 1950 e ’60 in ambito
anglosassone dai filosofi della mente, quindi divenne alla moda nei
circoli post-analitici variamente influenzati dal pensiero
psicoanalitico e femminista. È del 1976, per esempio, un volume
collettaneo curato da Amelie Rorty su Identities of Persons con
interventi, tra gli altri, di Derek Parfit, Daniel Dennet, Ronald de
Sousa. Negli anni 1980 e ’90 la riflessione nell’ambito sociologico
(Giddens, Luhman, Beck) e delle correnti di pensiero “postmoderne” si
indirizzò sempre di più al tema dell’identità personale che finì per
diventare primario non solo da un punto di vista teorico ma anche da un
punto di vista politico. La bioetica, l’integrazione degli immigrati, i
processi di inclusione sociale, le forme di democrazia partecipativa,
il confronto tra localismo e cosmopolitismo, il dibattito sul
comunitarismo e sulla società di rete sono tutti esempi di terreni
politici “fertilizzati” dalla discussione sull’identità personale. Ma
cosa si intende esattamente con “identità personale”?
Quando, in seno alla filosofia, si parla del problema della “identità
personale”, ci si riferisce al problema di comprendere e spiegare come
una persona possa rimanere la stessa pur attraverso i cambiamenti
fisici, psichici, esistenziali cui va incontro nell’arco della sua
vita. Si tratta di un problema che risale all’origine stessa del
filosofare e che torna ciclicamente di moda. Il problema filosofico
sfuma nel problema psicologico e questo in quello più propriamente
sociologico. Indubbiamente ogni essere umano ha bisogno di “conoscere
la propria identità”, ossia di possedere di se stesso un’immagine
unitaria – una narrazione biografica – che possa dare un senso alle sue
azioni e alla sua vita. L’immagine di sé, però, non si radica soltanto
in una memoria individuale, in una dimensione psicologica, ma trova
linfa anche nella memoria collettiva del gruppo e dei gruppi di
appartenenza.
Così identità personale, memoria individuale e collettiva – incarnata
dalla tradizione e dalle varie forme di trasmissione consce e inconsce
della cultura – costituiscono un intreccio ricco e complesso. Si è
detto che il problema dell’identità è un problema tipico dei periodi di
transizione e di crisi (ellenismo, tardo antico, Seicento, inizi
Novecento) ma è una tesi difficile da sostenere poiché non c’è periodo
storico che non possa essere detto “di crisi”. Più probabilmente la
filosofia rispecchia – almeno in questo caso – un problema concreto che
le società umane si sono trovate ad affrontare, sotto forme diverse, in
determinati periodi storici, cioè il problema di come verificare che un
individuo sia chi pretende di essere. Siccome questo problema sorge in
momenti di sovvertimento sociale – una società stabile, infatti, si
basa anche su modi consolidati di riconoscimento dei suoi membri – ecco
che inevitabilmente si associano a esso concetti tra loro eterogenei
come quello di perdita di ruolo sociale, di perdita dei valori con cui
identificarsi, di perdita di una tradizione fondativa.
Messo, fatti riconoscere
Se ci riferiamo, per esempio, alle epoche più recenti, si sa che un
periodo in cui il tema dell’identità diventa centrale nella filosofia,
nella letteratura, nel teatro e nell’arte è il periodo barocco. Proprio
questo periodo – da metà del 1500 sino a tutto il 1600 – corrisponde al
consolidarsi di nuovi metodi di identificazione personale. Nella
seconda metà del Quattrocento l’intensificarsi di rapporti commerciali
ed economici tra le varie città e regioni europee aveva portato a un
incremento rapido e drammatico della corrispondenza scritta ufficiale,
fenomeno soprattutto evidente nell’Europa continentale. L’incremento
della corrispondenza scritta comportò di necessità un incremento nel
numero di messi che circolavano per l’Europa. Si trattava di persone
che recavano informazioni di natura militare ed economica spesso
vitali: proprio per questo era cruciale la loro corretta
identificazione. Daniel Nordman ha dimostrato come in Europa, tra la
fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, si sviluppi un
sistema di lasciapassare e passaporti a uso di questi messi, e come
questo sistema funga da modello per lo sviluppo successivo dei
documenti di identità. È tuttavia con le guerre di religione del
Seicento, con il grande movimento di truppe e comunità civili che esse
comportarono, e con il consolidarsi di Stati nazionali ristretti in ben
definiti confini territoriali, che la necessità di accertare l’identità
degli individui divenne cruciale. Per secoli, infatti, la comunità
locale era stata la principale garante dell’identificazione personale.
Le identità erano certificate dalla testimonianza diretta. Agli inizi
del Cinquecento la trasmissione del patronimico trovò una sua prima
stabilizzazione nei registri parrocchiali di nascita, che vennero
appunto introdotti in questo periodo. La certificazione ecclesiastica
di nascita fu utilizzata anche come prova della raggiunta maggiore età
a fini ereditari e di usufrutto di benefici.
Questo nascente sistema subì una grave crisi con la rottura provocata
dalla Riforma. I protestanti – come prima gli ebrei – non comparivano
nei registri parrocchiali cattolici e in molti paesi dell’Europa
continentale si interruppe la rete di registrazione civile basata sulle
strutture ecclesiastiche. Nel frattempo i processi di migrazione
interni ai paesi europei si accentuarono e la capacità di
identificazione connessa all’appartenenza a una comunità preesistente
s’indebolì. In Francia il sistema dei registri di nascita divenne
progressivamente statale ed entro la metà del Seicento sostituì
completamente il sistema di accertamento dell’identità tramite
testimoni. Altri paesi europei seguirono un doppio regime – religioso,
civile – mentre in Gran Bretagna il sistema dell’identificazione
anagrafica rimase fluttuante sino alla Prima guerra mondiale1. Non
avrebbe senso in questa sede dilungarsi oltre sulla nascita del sistema
dei documenti d’identità se non per evidenziarne la struttura. A tal
fine si può ricordare la descrizione che ne fece il filosofo tedesco
Johann G. Fichte nei Fondamenti del diritto naturale secondo i principi
della dottrina della scienza del 1796, in un momento in cui, cioè, il
processo di costruzione dell’identità civile è ormai giunto al suo
compimento2: «Il principio cardine di uno Stato ben regolato dalla
polizia è questo: ogni cittadino dovrà essere in ogni momento ed in
ogni posto […] riconoscibile come questa o quella persona.
Nessuno deve rimanere sconosciuto alla polizia. Questo può essere
ottenuto con certezza solo nel seguente modo. Ciascuno deve sempre
portare con sé un documento firmato dal rappresentante del governo a
lui più vicino in cui la sua persona è descritta con accuratezza […]
Nessuno quindi dovrebbe essere accolto in nessun luogo se non rendendo
noto tramite il suo documento il proprio ultimo luogo di residenza e il
suo nome». Il fondamento dell’identificazione personale, la sua fonte
di legittimità, risiede quindi nello Stato: è lo Stato, tramite un suo
funzionario, che assicura il legame certo tra un documento e colui che
lo possiede. In altri termini è lo Stato che risponde alla domanda «Chi
è la persona con cui io debbo trattare?», domanda che diventa presto
fondamentale in un mondo che, tra il 1500 e il 1700 vede lo svilupparsi
del primo grande tentativo di globalizzazione economica dell’epoca
moderna.
Non è quindi per caso che i processi di globalizzazione che hanno
investito il mondo nella seconda metà del Novecento abbiano messo in
crisi anche la pretesa che le identità siano certificate dagli Stati
nazionali. Anche oggi l’addetto al controllo alla frontiera accerta
solamente che un governo riconosciuto attesti l’esistenza di un
cittadino di quella nazionalità, con quel nome, nato quel giorno di
quel mese di quell’anno, e residente in quel luogo. La foto, non
diversamente da un PIN o una password, serve unicamente a verificare
che colui che porta il documento ne sia il legittimo possessore, ma chi
certifica l’identità è lo Stato che ha emesso il documento. Tant’è vero
che se lo Stato certifica una nuova identità (come nei casi di
collaboratori di giustizia inseriti in un programma di protezione o di
persone che hanno cambiato sesso), questa diventa l’unica vera
identità.
L’11 Settembre rappresenta un punto di rottura emblematico di questo
apparato. Da questo momento in poi si fa strada la convinzione che il
sistema otto-novecentesco dei passaporti e dei documenti di identità
sia diventato obsoleto. Gli Stati non garantiscono più proprio perché
il sistema globale vede all’opera sempre più attori che, seppure
formalmente appartengano ancora a Stati sovrani, rispondono in realtà
ad agenzie transnazionali e sopranazionali. Organizzazioni
internazionali come le Nazioni Unite, organizzazioni non governative,
rifugiati politici, persone espulse dai territori d’origine da disastri
naturali, apolidi provenienti da regioni occupate o teatro di guerra,
cartelli mafiosi di vario tipo, reti terroristiche internazionali: sono
tutti esempi di questo magma eterogeneo di persone in movimento
attraverso le frontiere che sfuggono in buona parte ai controlli degli
Stati nazionali. Ma se la certificazione degli Stati non possiede più
un grado di sicurezza sufficiente, dove radicare i processi di
identificazione? La risposta giunge quasi scontata: nel corpo. Si erano
del resto avute già sufficienti avvisaglie.
Fine delle certificazioni
La prima globalizzazione – quella tra il Cinquecento e il Settecento –
aveva avuto necessità di creare lo standard aureo per fondare le
transazioni economiche su un valore riconosciuto internazionalmente; la
globalizzazione contemporanea ha la necessità di trovare uno standard
comune per fondare le transazioni elettroniche. Le transazioni
elettroniche, a differenza di quelle monetarie, sono volatili,
difficili da cristallizzare. Eppure la mobilità di persone e merci
richiede transazioni sicure e certe. Dal turista che usa una stessa
carta di credito in ogni parte del globo, dall’immigrato regolare che
vuole usufruire dei benefici dello Stato sociale che lo ospita, sino al
finanziere che muove in tempo reale ingenti capitali da una nazione
all’altra, l’esigenza è la medesima: assicurare l’accesso logico o
fisico al sistema solo a coloro che ne hanno diritto. Lo sviluppo delle
tecnologie di Automatic Identification and Data Capture risponde
essenzialmente a questa esigenza.
La maggior parte di queste tecnologie ripete lo schema tradizionale dei
documenti di identità, seppure in modo tecnicamente più sofisticato. Si
tratta di sistemi basati sul possesso di qualcosa. Così come nel
sistema tradizionale l’identità è certificata dal possesso di un
documento rilasciato da un’autorità statale – «tu sei colui che porta
legittimamente quel documento che attesta chi tu sei» – le identità
elettroniche sono certificate dalla corrispondenza tra i dati contenuti
in un oggetto (carta di credito, RFID, smart card, microchip, ecc.) e
la conoscenza che ciascuno ha di un determinato codice (PIN, password,
firme elettroniche). La conoscenza di quel codice identifica perché
un’autorità (banca che ha emesso la carta di credito, sistema sanitario
nazionale, sistema di certificazione elettorale, ecc.) certifica che
colui che conosce quel determinato codice è colui che afferma di
essere. Questo sistema presenta numerose falle perché password, PIN,
firme elettroniche possono essere, con diversi gradi di difficoltà,
“rubate”, permettendo automaticamente di “rubare le identità”. Per
esempio la scarsa sicurezza delle transazioni economiche via internet
costituisce ancora oggi il fattore limitante principale allo sviluppo
dell’ e-commerce.
Se password e PIN non cambiano sostanzialmente lo scenario, non si può
dire lo stesso per la biometria. La biometria è la risposta al problema
della verifica dell’identità così come è posto in modo originale dalla
network society, cioè da una società che, nella definizione che ne dà
Manuel Castells, è principalmente caratterizzata dalla crisi dello
Stato-nazione. La biometria si distingue tra tutte le tecnologie di
Automatic Identification and Data Capture perché il riconoscimento non
è più basato sul possesso di qualcosa che ci è stato dato o comunicato
da un’autorità garante, ma su ciò che si è, sul proprio corpo. Questa
soluzione è solo a prima vista scontata: in realtà, pur rifacendosi in
apparenza ai sistemi pre-moderni basati sul riconoscimento fisico,
rappresenta una vera rivoluzione. Infatti il sistema tradizionale dei
documenti di identità era nato proprio come risposta all’inaffidabilità
del semplice riconoscimento tramite testimoni. Nulla è più mutabile e
camuffabile dell’aspetto fisico: si cresce e si invecchia, i capelli
incanutiscono e cadono, si ingrassa e dimagrisce, la voce diventa più
roca e basta mutare direzione dello sguardo per cambiare fisionomia.
Persino nell’epoca trionfante della fotografia, l’affidabilità del
riconoscimento visivo diretto è sempre stata scarsa. Un vecchio trucco
da “malavitosi”, per esempio, insegna a esercitarsi a rilasciare
completamente i muscoli facciali nel momento della foto segnaletica.
Nove volte su dieci la foto sarà completamente diversa dal volto
“originale”. È per questo motivo che i messi del Quattrocento usavano
lasciapassare e sigilli per testimoniare la propria identità, piuttosto
che ritratti o testimoni oculari. L’identificazione basata su dati
fisici diventa attendibile solo nel momento in cui si individuano
caratteristiche fisiche invarianti nel tempo e non (facilmente)
alterabili o copiabili. La nascita della biometria forense, abbiamo
visto, risale agli inizi del Novecento, con le ricerche dei primi
genetisti di popolazione e con l’introduzione delle impronte digitali
nella pratica criminologica. Bisogna però arrivare alla rivoluzione
genetica, con la possibilità del riconoscimento basato sull’analisi
della sequenza di frammenti del DNA, per giungere al primo – e sinora
insuperato – standard di riconoscimento basato direttamente sul corpo.
Lo sviluppo delle tecniche biometriche attuali – lettori di impronte
digitali, scanner dell’iride, riconoscimento della geometria facciale,
ecc. – è la logica conseguenza di questo primo passo.
Alcuni studiosi hanno obiettato che si tratterebbe di una novità solo
apparente: infatti spetterebbe sempre agli Stati certificare alla fine
l’associazione tra una determinata caratteristica biometrica e
l’identità di una persona. Non è vero. Certo, sino a che la biometria
non si sarà affermata come standard – e nel caso che non si affermi –
il sistema di riconoscimento anagrafico rimarrà centrale. Ma già
adesso, per citare un esempio sufficientemente evocativo, è accaduto
che una corte inglese accettasse di emettere una sentenza nei confronti
di un frammento di DNA. In un caso di stupro, infatti, pur non essendo
stato identificato lo stupratore, è stato possibile tracciarne il
profilo genetico a partire dai resti organici lasciati sulla vittima.
La sentenza è stata dunque emessa nei confronti di un profilo genetico,
e sarà eseguita quando e se si identificherà colui che lo possiede. In
modo meno suggestivo, ma sostanzialmente analogo, l’Unione Europea si è
dotata di una banca dati centralizzata che raccoglie le impronte
digitali – e nel futuro anche altri dati biometrici – dei richiedenti
asilo respinti da uno dei paesi dell’Unione, in modo tale che nessuno
di questi si possa ripresentare sotto diversa identità alle frontiere
di un altro paese. Anche in questo caso i dati fisici non sono
collegati in modo significativo a nessun elemento anagrafico, e gli
individui sono identificati solo tramite le proprie impronte digitali.
Ricordate chi era queequeg?
Se la biometria diventa lo standard, il concetto stesso di
identificazione è destinato a cambiare. Non importerà collegare
l’individuo a un nome e a un cognome, a una città e a una nazione, a
una data e a un luogo di nascita, e nemmeno a un sesso o a una
professione: tutti questi dati diventeranno inessenziali. Basterà
collegarlo a una sua caratteristica fisica immutabile, unica e non
riproducibile, che possa essere estratta tramite un algoritmo e
collezionata in una banca dati. Se si presta attenzione, questo
processo rivoluziona non solo il sistema di documenti di identità
basato sull’autorità degli Stati nazionali, ma anche ogni precedente
sistema di identificazione. Il sistema nome e patronimico come forma di
identificazione, infatti, si stabilizza nel Seicento ma ha origini
antichissime, coeve alla nostra stessa civiltà: «Titide magnanimo
perché mi domandi la stirpe? Come stirpi di foglie, così le stirpi
degli uomini; le foglie, alcune le getta il vento a terra, altre la
selva fiorente le nutre al tempo di primavera; così le stirpi degli
uomini: nasce una, l’altra dilegua. Se anche questo però vuoi sapere,
per conoscerla bene la stirpe mia, molti la sanno fra gli uomini […]»
(Iliade, VI, 145-150, trad. R. Calzecchi Onesti).
L’identificazione attraverso il ghene è ciò che distingue l’uomo dalla
natura, le generazioni degli uomini da quelle delle foglie. Certo, è
una distinzione sottile e fragile, forse illusoria – dice il poeta – ma
è tutto ciò che possediamo, tanto che dopo che il giovane Glauco avrà
declinato le sue origini, il potente Diomede lo riconoscerà e lo
risparmierà: «Ma dunque tu sei ospite ereditario e antico per me! […]
Scambiamoci le armi l’un l’altro; anche costoro sappiano che ci
vantiamo di essere ospiti antichi» (Iliade, VI, 210, 230). La
biometria, quindi fa parte – almeno in un senso molto generale – di
quel processo di ridefinizione dei processi identitari che caratterizza
l’epoca contemporanea. L’identità non trova più le sue radici
nell’ordine delle famiglie ma si fonda direttamente sulla biologia,
sulla physis.
In un altro senso, infine, la biometria appartiene interamente alla
tarda modernità: nel suo essere radicata sul corpo e nel suo basarsi
sulla corporeità. Il corpo è il luogo in cui si incrociano le scommesse
più ardite e più pericolose della contemporaneità. La tecnologia
infatti sembra poter ridisegnare una soggettività mutante, una
corporeità programmata, clonata, replicata. A questo proposito si parla
di superamento dell’essere biologico, di una nuova carne sintetica, di
un corpo postorganico. Il corpo sembra poter diventare una superficie
informatizzata, un corpo-segno totalmente formalizzato, come viene in
qualche modo preannunciato nella top model o nel body-builder. Si apre
un orizzonte postumano, l’orizzonte del cyber-Golem. Francesco
D’Agostino usa la descrizione di Queequeg, il selvaggio dal corpo
interamente tatuato descritto da Hermann Melville in Moby Dick, come
metafora della corporeità umana. Queequeg ha inscritta sul proprio
corpo l’intera storia del mondo ma non la sa leggere: «Non è facile per
l’uomo accettare e farsi una ragione di tale rapporto paradossale che
si dà tra lui e il suo corpo.
La tentazione di negare in noi l’esistenza di ogni mistero o almeno di
ridurre a enigmi irrilevanti, mistificanti, infantili quelli che, nella
loro portata ontologica, misteri ci appaiono, è sempre stata presente
nell’uomo. Fanciullesco, per lo Zarathustra di Nietzsche,
l’atteggiamento di chi vede nel corpo qualcosa di ulteriore rispetto al
corpo stesso […] A Zarathustra l’umile Queequeg insegna piuttosto il
contrario: proprio perché vede nel suo corpo qualcosa che è al di là
del suo corpo, egli lo onora e lo rispetta». La storia di Queequeg è
però più che una metafora. È vero che il corpo, con le sue rughe e le
sue cicatrici, può esser concepito come un libro dove è scritta la
storia di ciascuno – e in questo senso va anche la riflessione di uno
psicoanalista francese che alla pelle ha dedicato molto del suo lavoro
di ricerca, Didier Anzieu – ma il corpo è anche la stele dove realmente
si scolpiscono le vicissitudini dei soggetti.
Non è forse inconsapevolmente che D’Agostino ha scelto il corpo tatuato
di Queequeg come simbolo del corpo contemporaneo. Il corpo greco – così
come, in un diverso modo, il corpo ebreo – sono corpi lisci, privi di
iscrizioni, di segni, di tatuaggi e scarificazioni. Il corpo greco è un
corpo che ha l’ossessione della pelle, levigata, liscia, priva di ogni
segno per essere perfetta. Il corpo ebreo è un corpo che presenta un
unico segno, quel taglio che sancisce l’alleanza con Dio e che, proprio
per avere significato, non deve essere accompagnato da nessun altro
segno. Per greci ed ebrei sono gli “altri”, i barbari e i gentili, che
marcano la propria pelle con tatuaggi, scarificazioni, incisioni. Di
nuovo la tarda modernità presenta una rottura con tutta la tradizione
precedente. La trasformazione chirurgica del corpo diventa non solo e
non tanto “normale” (si tratterebbe in definitiva solamente dell’
affermazione di nuove prassi sociali), ma il corpo stesso è pensato
come risultato di un assemblaggio. Chirurgia cosmetica, chirurgia per
la rettificazione del sesso, protesica, impianti di biochips, tatuaggi,
piercing, scarificazioni, body art, trapianti di organi: non si può
credere che il concentrarsi di tante diverse pratiche – però con una
simile ratio – sia casuale e privo di effetti antropologici.
La biometria si inserisce in un processo più generale di
parcellizzazione del corpo umano in oggetti parziali. Da un punto di
vista evolutivo questo processo corrisponde a una regressione
complessiva della nostra società a uno stato infantile. La nostra
società è la società in cui il corpo è percepito attraverso le sue
parti disarticolate, in cui la perversione sessuale ha sostituito la
sessualità adulta, in cui il processo primario e la soddisfazione
immediata del desiderio (anche come strategia consumistica) hanno
sostituito la capacità di procrastinare la soddisfazione. Una
dimostrazione che la biometria si inserisce in questa tendenza si
ritrova nelle forme delle sue applicazioni che rimandano ai deliri
paranoici e schizofrenici (il corpo come veicolo di messaggi, la
lettura di parti del corpo, la possibilità di un controllo totale,
ecc.). Il corpo informatizzato, di cui parlano Stefano Rodotà e altri
studiosi, è certamente una realtà, almeno nel senso che il corpo si
trova a essere descritto da rapporti prodotti da algoritmi matematici.
In un qualche senso si realizza l’antico sogno pitagorico-platonico di
rappresentare il reale per tramite di relazioni geometriche. Ma questo
processo non rende il corpo più degno di onori, piuttosto lo trasforma,
definitivamente, in un cadavere.
Soma, sema; corpo, tomba: mai fu più vero l’antico gioco di parole.
Emilio Mordini
Psicoanalista, direttore del Centro
per la Scienza, la Società e la Cittadinanza
(Roma), coordina il Progetto UE
“Biometric Identification Technology Ethics”