Il mito divenne fatto
Un
inedito del grande C.S. Lewis in cui si dice che Cristo è il mito che
si fa storia. Così attesta anche il leone Aslan nel nuovo film Il Leone, la Strega e l’Armadio, tratto dal celebre ciclo lewisiano di storie fantastiche, Le Cronache di Narnia, letto e amato in tutto il mondo
Il mio amico Corineo sostiene che di
fatto nessuno di noi è veramente cristiano. Secondo lui, il
cristianesimo storico è qualcosa di così barbaro che nessun uomo
moderno può credervi sul serio: e i moderni che pretendono di farlo
credono in realtà in un sistema di pensiero moderno che del
cristianesimo conserva il vocabolario e che sfrutta le emozioni da esso
ereditate tralasciandone però disinvoltamente le dottrine essenziali.
Corineo paragona il cristianesimo moderno alla moderna monarchia
britannica: le forme della regalità sono state conservate, ma la sua
realtà è stata abbandonata.
Personalmente, ritengo sia tutto falso eccezion fatta per alcuni
teologi “modernisti” che, per grazia di Dio, assottigliano il proprio
numero ogni giorno che passa. Ma ammettiamo per un momento che Corineo
abbia ragione. Fingiamo, per amore di discussione, che tutti coloro che
si definiscono cristiani abbiano abbandonato le dottrine storicamente
centrali a quel credo. Supponiamo che il “cristianesimo” moderno riveli
un sistema di nomi, rituali, formule e metafore che persistono anche se
il pensiero che vi sta dietro è mutato. Se così fosse, Corineo dovrebbe
però ancora spiegare le ragioni di questa sopravvivenza.
Per quale ragione, cioè, secondo la sua prospettiva, questi
pseudocristiani colti e illuminati insistono nell’esprimere i propri
pensieri più profondi nei termini di una mitologia arcaica che
certamente non fa che impacciarli e imbarazzarli di continuo? Perché si
rifiutano di tagliare il cordone ombelicale che lega il bambino vivo e
vegeto alla sua moribonda madre? Se infatti Corineo ha ragione, il
farlo dovrebbe essere per loro motivo di grande sollievo. La cosa
stramba, invece, è che persino chi sembra patire maggiormente
l’imbarazzo prodotto dal sedimentarsi del “barbarico” cristianesimo nei
propri pensieri prende subito a incaponirsi quando gli si si chiede di
liberarsene completamente. Tende la corda, insomma, quasi fino a
spezzarla, ma si rifiuta di tagliarla. A volte compie tutti i passi
tranne l’ultimo.
Conversare è meglio che danzare?
Se tutti coloro che professano il cristianesimo fossero degli
ecclesiastici, sarebbe facile (benché non caritatevole) rispondere che
non compiono quest’ultimo passo solo perché la loro stessa vita dipende
dal non farlo. Ma se anche fosse questa la vera causa del loro
comportamento, cioè se anche gli ecclesiastici fossero tutti delle
prostitute intellettuali che, esclusivamente per la paga – e di norma
per una paga da fame –, predicano dottrine che segretamente ritengono
invece false, forse che non esigerebbe una spiegazione proprio questo
generale ottenebramento della coscienza di migliaia di uomini, peraltro
non noti come criminali? Ma di fatto non è solo il clero a dirsi
cristiano. Il cristianesimo viene infatti professato da milioni di
donne e di laici i quali ne hanno in cambio disprezzo, impopolarità,
sospetto e l’ostilità delle proprie stesse famiglie. Come può dunque
essere?
Le ostinazioni di questo genere sono peraltro interessanti. “Perché non
tagliare quella corda?”, si chiede Corineo. “Tutto diventerebbe più
facile se liberaste i vostri pensieri da questa sopravvivenza
mitologica”. Vero: molto più facile. Per la madre di un figlio invalido
la vita sarebbe molto più facile se ella quel figlio lo affidasse a una
qualche istituzione e al suo posto adottasse il bambino sano di
qualcun’altra. Per molti uomini la vita sarebbe molto più facile se
abbandonassero la donna di cui sono davvero innamorati e ne sposassero
un’altra perché più adatta. L’unico difetto che però hanno il bambino
sano e la donna adatta è che eliminano l’unica vera ragione per cui i
nostri pazienti si prendono a cuore un bambino o una moglie. «La
conversazione non è forse molto più razionale della danza?», chiese la
Miss Bingley di Jane Austen? «Molto più razionale», rispose Mr. Bigley,
«ma molto meno somigliante a un ballo» .
Con questa logica, sarebbe molto più razionale abolire la monarchia
britannica. Ma cosa accadrebbe se, così facendo, si eliminasse proprio
l’elemento che del nostro Stato più importa? Cosa accadrebbe, cioè, se
questo succedesse, essendo la monarchia il canale da cui tutti gli
elementi vitali del vivere associato – la lealtà, la consacrazione
della vita laicale, il principio gerarchico, lo splendore, il
cerimoniale, la continuità – stillano ancora a irrigare la desolazione
del moderno governare solo secondo criteri economici?
Conoscere e gustare
La vera risposta che persino il cristianesimo più “modernista” darebbe
a Corineo è la stessa. Anche assumendo (ed è ciò che più costantemente
nego) che le dottrine del cristianesimo storico siano puramente
mitiche, è il mito l’elemento che dà vita e nutrimento all’intera
questione. Corineo vuole che si vada al passo con i tempi. Ora, noi
sappiamo bene dove vanno i tempi. Vanno via. Nella religione, invece,
c’è qualcosa che non va via. A rimanere è proprio ciò che Corineo
chiama mito; ed è invece ciò che egli chiama pensiero moderno e vivo
che se ne va. Non solo il pensiero dei teologi, ma anche quello degli
antiteologi. Dove sono, infatti, i predecessori di Corineo? Dove sono
l’epicureismo di Lucrezio e la rinascita pagana di Giuliano l’apostata?
Dove sono gli gnostici, dove sono il monismo di Averroè, il deismo di
Voltaire e il materialismo dogmatico dei grandi vittoriani? Si sono
mossi con i tempi. Ma ciò che tutti essi hanno combattuto resta:
Corineo lo trova ancora lì, da combattere. Il mito (per usare la sua
espressione) è sopravvissuto ai pensieri di tutti i suoi difensori e di
tutti i suoi avversari. È il mito che dà la vita. Dunque, quegli
elementi che persino nel cristianesimo modernista Corineo considera
residuali sono invece la sostanza: mentre ciò che egli considera il
“vero credo moderno” non è che un’ombra.
Per spiegare tutto questo bisogna però guardare un poco più da vicino
il mito in generale, e questo mito in particolare. L’intelletto umano è
incurabilmente astratto. È quello puramente matematico il tipo di
pensiero vincente. Eppure le sole realtà di cui facciamo
esperienza sono concrete: questo dolore, questo piacere, questo cane,
questo uomo. Quando concretamente amiamo l’uomo, sopportiamo il dolore,
godiamo un piacere, non apprendiamo intellettualmente il Piacere, il
Dolore o l’Individualità. D’altro canto, quando incominciamo a farlo,
le realtà concrete decadono a meri campioni o esempi: non trattiamo più
di esse, ma di ciò che esse esemplificano. È questo il nostro dilemma:
o gustare senza conoscere, o conoscere senza gustare. O – per essere
più rigorosi – mancare di un aspetto della conoscenza perché si è
immersi nell’esperienza, o mancare di un altro perché se ne è fuori.
Pensando, siamo tagliati fuori da ciò che pensiamo; gustando, toccando,
volendo, amando e odiando, non comprendiamo con chiarezza. Più
lucidamente pensiamo, più siamo tagliati fuori: più profondamente
entriamo nella realtà, meno possiamo pensare. Non si può studiare il
Piacere nel momento stesso dell’abbraccio nuziale, o il pentimento
mentre ci si pente, né analizzare la natura dell’umorismo mentre ci si
sbellica dalla risa. Ma in quale altro momento si possono davvero
conoscere queste cose? “Se solo il mio mal di denti cessasse, potrei
scrivere un altro capitolo sul Dolore”. Ma una volta che il male cessa,
che ne so io del dolore?
Esperienze reali, concrete
Ciò che in parte risolve questo dilemma tragico è il mito. Nel
contemplare un mito grandioso si giunge quanto più vicino possibile al
fare esperienza concreta di ciò che altrimenti può essere compreso solo
come astrazione. In questo momento, per esempio, io sto cercando di
comprendere qualcosa di davvero molto astratto: lo sfumare, lo svanire
di una realtà che ho gustato quando cerco di coglierla attraverso la
ragione discorsiva. Probabilmente lo sto facendo in modo maldestro. Ma
se invece vi faccio memoria di Orfeo e di Euridice, di quanto egli
abbia sofferto quando volle guidarla tenendola per mano, ma poi,
essendosi voltato a guardarla, la vide scomparire, ciò che prima era
solo un principio ora diviene una realtà immaginabile. Si potrebbe
obiettare che fino a questo momento a quel mito non si è mai dato quel
“significato”. Ovvio che no. Non si va certo in giro cercando
“significati” astratti. Se è quello ciò che stavamo facendo, il mito
finirà per non essere più un vero mito, ma solo una semplice allegoria.
Stavamo cioè conoscendo, non gustando. Poi però ciò che stavamo
gustando si rivela essere un principio universale e così, nel momento
in cui lo affermiamo, torniamo consapevolmente nel mondo
dell’astrazione. È infatti solo quando si riceve il mito in forma
narrata che si fa esperienza concreta di quel principio.
La verità e la realtà
Quando traduciamo, produciamo un’astrazione: o, meglio, decine di
astrazioni. Ciò che invece fluisce in noi dal mito non è la verità ma
la realtà (la verità riguarda sempre qualcosa, mentre la realtà è quel
qualcosa che la verità riguarda) e dunque, sul piano dell’astrazione,
ogni mito diviene padre d’innumerevoli verità. Ossia il mito è la
montagna da cui sgorgano tutti i diversi fiumi che quaggiù a valle
diventano verità; in hac valle abstractionis. O, se si preferisce, il
mito è l’istmo che collega il mondo peninsulare del pensiero al vasto
continente a cui davvero apparteniamo. Non è, come la verità, astratto;
né è, come l’esperienza diretta, vincolato al particolare.
Ora, come il mito trascende il pensiero, così l’Incarnazione trascende
il mito. Il cuore del cristianesimo è un mito che è anche un fatto.
L’antico mito del Dio Morente, senza cessare di essere mito, scende dal
cielo della leggenda e dell’immaginazione alla terra della storia.
Accade: in un tempo preciso, in un luogo preciso, accompagnato da
conseguenze storiche ricostruibili. Si passa da un Balder o da un
Osiride, che muoiono nessuno sa né quando né dove, a una Persona
storica crocifissa (tutto è in ordine) sotto Ponzio Pilato. Divenendo
fatto, non cessa di essere mito: questo è il miracolo. Ho il sospetto
che a volte gli uomini abbiano tratto più sostegno spirituale dai miti
in cui non credono che dalla religione che professano. Ma per essere
davvero cristiani si deve sia dare assenso al fatto storico sia
ricevere il mito (benché divenuto fatto) con lo stesso abbraccio
immaginativo che si accorda a tutti i miti. E uno non è affatto più
necessario dell’altro.
Gli uomini che non credevano alla narrazione cristiana come fatto ma
che comunque continuavano a nutrirsi di essa come mito erano, forse,
più spiritualmente vivi di coloro che assentivano e però non ci
pensavano troppo. Ora, il modernista – il modernista estremo, infedele
in tutto eccetto che nel nome – non va chiamato sciocco o ipocrita
perché si ostina a conservare, pur immersi nel suo ateismo
intellettuale, il linguaggio, i riti, i sacramenti e la narrazione dei
cristiani. Potrebbe infatti essere che quel pover uomo altro non stia
facendo se non abbarbicarsi (con una sapienza che egli stesso non
comprende) a ciò che per lui è vita. Sarebbe stato insomma meglio che
Alfred Loisy (il teologo francese che fondò il movimento modernista
–ndt.) fosse rimasto cristiano: ciò che non è stato necessariamente
meglio è che egli abbia proseguito a ritenere il cristianesimo un fatto
residuale.
Chi non sa che questo mito grandioso è divenuto fatto quando la Vergine
concepì è, in verità, da considerare con compassione. Ma ai cristiani è
invece necessario ricordare anche (e di questo possiamo ringraziare
Corineo per avercene fatto memoria) che ciò che è divenuto fatto era
mito e che esso ha portato con sé nel mondo del fatto ciò che è proprio
del mito. Dio è più di un dio, non meno; Cristo è più di Balder, non
meno. Non dobbiamo vergognarci del fulgore mitico che la nostra
teologia conserva. Non dobbiamo temere i “paralleli” e i “Cristi
pagani”: essi debbono stare là dove stanno e sarebbe una pietra
d’inciampo se non vi stessero. Non dobbiamo, con falso atteggiamento
spirituale, negare loro il benvenuto di cui è capace la nostra
immaginazione. Se Dio sceglie di essere mitopoietico – e non è forse un
mito il cielo stesso? –, ci rifiuteremo noi di essere mitopatici? È
questo infatti il matrimonio tra cielo e terra: Mito perfetto e Fatto
Perfetto, che non reclamano solo il nostro amore e la nostra
obbedienza, ma anche il nostro stupore e il nostro diletto, e che si
rivolgono al selvaggio, al bambino e al poeta che vi è in ognuno di noi
non meno che al moralista, allo studioso e al filosofo.
Clive Staples Lewis
(traduzione di EmmErre)
Troppo bello per essere vero. Troppo?
Gli uomini, l’attesa, la speranza e la redenzione degli antichi dèi
Il mito si è fatto carne, l’attesa è
stata premiata, la possibilità è divenuta storia. Quando Clive Staples
Lewis (1898-1963) guadagnò questa idea, anzi questa presenza viva, e la
guadagnò con la mente, con il cuore e con i sensi, non fu più quello di
prima. Smise di essere solo l’intellettuale raffinato che era stato
fino ad allora e divenne anche lo scrittore appassionato che il mondo
intero conosce.
Il suo famoso e amatissimo ciclo Le Cronache di Narnia – sette racconti “per ragazzi”, uno dei quali, La Strega, il Leone e l’Armadio,
è ora anche un grandioso film – ne sono il risultato, anzi la
testimonianza. Ma la base teoretica è nel saggio che qui presentiamo
nella prima traduzione italiana: Myth Became Fact, del 1944.
La storia, cioè, intesa come un lungo avvento e l’arte, la letteratura, l’immaginazione dell’uomo come speranza del compimento.
Lewis ha venduto libri a milioni di copie in tutto il mondo, è famoso
per sofisticati studi di letteratura medioevale e rinascimentale, sul
piano della critica detestò educatamente T.S. Eliot (ma forse era egli
stesso più eliotiano di quanto non sospettasse) ed è considerato uno
dei massimi teologi laici del mondo anglofono contemporaneo. Fu
anglicano, ma sul suo valore e sui suoi meriti c’è un consenso
ecumenico che mai egli si sarebbe forse sognato.
Di questo suo thesaurus, Myth Became Fact è una perla che brilla di luce propria. Uscì originariamente sulle pagine di World Dominion (settembre-ottobre 1944) e poi è stato raccolto da Walter Hooper (custode dei suoi scritti) nel volume God in the Dock: Essays on Theology and Ethics, pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 e l’anno dopo in Gran Bretagna come Undeceptions.
In esso Lewis risponde a un avversario ipotetico che ribattezza
(evitava sempre polemiche ad personam) “Corineo”, forse prendendo
a prestito il nome di quel mitico re troiano che, sbarcato in Albione,
sarebbe all’origine del nome della Cornovaglia: così, nell’Historia
regum Britanniae, Goffredo di Monmouth narra una vicenda ritenuta vera
fino a John Milton. E in questo modo Lewis entra in medias res sin
dalla prima riga. Gli preme infatti parlare del rapporto che lega
verità e realtà, mito e fatto storico, fede e immaginazione.
Lancia cioè una sfida, Lewis, anzitutto a se stesso: e se per caso –
egli propone – ciò che la nostra immaginazione ha creato, ciò che il
nostro desiderio ha agognato, ciò che i profeti hanno annunciato fosse,
per effetto numinose e magnifico della magia della magie, anche reale,
insomma concreto?
“Se”, certo. Nulla più di una possibilità, o di una scommessa, ovvio.
Ma quando, in prima persona, lo stesso Lewis provò a vedere se
l’ipotesi reggeva, ne fu trasformato. Accadde una notte, il 19
settembre 1931, dopo averne discusso con passione assieme a due grandi
amici, J.R.R. Tolkien e Henry Victor “Hugo” Dyson.
Cristo come un dio dei giorni antichi, ma con l’insuperabile vantaggio di essere pure vero.
Gran parte degl’intellettuali con cui Lewis, insegnando a Oxford e a
Cambridge, passava la maggior parte del tempo storceva il naso. Eppure
nulla come il mito è religioso nel senso etimologico, nulla lega così
l’avventura umana ad Altro. Lewis si spinse però oltre. Le religiones,
disse, a un certo punto del tempo trovarono conferma, e con Cristo e in
Cristo il mito si fece carne. Una scommessa, ma di quelle che, se
vinte, risolvono l’esistenza.
Il grande accademico si fece allora creatore di miti. Era un gran
comunicatore e sapeva a chi rivolgersi. Scrisse “Narnia” e ne ottenne
un riscontro clamoroso soprattutto da quei piccoli e da quei semplici
di cui proponiamo un esempio. Bimbi e ragazzi. Proprio come quegli
adulti che sanno andare oltre il “troppo bello per essere vero”.
Marco Respinti
Le cronache di Narnia: un armadio di segreti. Per bambini?
A
ridosso delle feste approda anche da noi il kolossal disneyano tratto
dal ciclo narrativo di C.S. Lewis. Non “solo” storia fantasy, ma
incursione ardimentosa e immaginifica nei territori del mondo che ha
affascinato generazioni di ragazzi dai 5 ai 90 anni
Bambini in partenza su un treno a
vapore in un’affollata stazione di Londra; sui loro volti, però, non
c’è l’entusiasmo rumoroso degli aspiranti maghi che lasciano il binario
9 e 3/4 per raggiungere Hogwarts, ma la tristezza di un distacco
doloroso imposto dai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra
mondiale.
Inizia così l’avventura di Le Cronache di Narnia, primo capitolo di una
saga che il passaggio al grande schermo renderà forse finalmente famosa
in Italia quanto lo è nel mondo anglosassone. La precisa collocazione
storica della vicenda, d’altra parte, si rivela niente affatto
indifferente quando i quattro ragazzi protagonisti, fuggiti alla guerra
degli uomini, si ritroveranno proprio nel mezzo di un’altra battaglia,
quella per la salvezza del regno di Narnia. E questa volta nessuno sarà
più disposto a tirarsi indietro.
La riconoscibilità tipicamente inglese del mondo da cui partono i
giovani protagonisti, con tanto di antica magione, severa governante,
misterioso proprietario e garbate cortesie di fronte all’immancabile
tazza di thè, è parte del fascino della fiaba che arriva sul grande
schermo portandosi un enorme carico di aspettative sia da parte di chi
conosce e ama la scrittura di C.S.Lewis, sia di chi, orfano degli eroi
di Tolkien, spera di ritrovare nell’opera del suo sodale almeno una
parte di quella stessa grandiosa forza immaginativa.
Ma la storia dei quattro ragazzi Pevensie (il coraggioso Peter, il
fragile Edmund, la saggia Susan e la piccola Lucy) è, naturalmente,
qualcosa di molto diverso, e saggiamente chi ha realizzato il film con
grande dispiego di mezzi e servendosi delle tecnologie della Industrial
Light and Magic di George Lucas ha avuto l’intelligenza di evitare la
tentazione di una semplice imitazione della saga tolkieniana.
Il regista Andrew Adamson (quello di Shrek, scelto soprattutto per la
sua esperienza con l’animazione, necessaria nella realizzazione di una
pellicola in cui molta parte dei personaggi, in primo luogo il leone
Aslan, sono stati inseriti nelle scene a posteriori), dunque, insieme
al ricco team creativo, ha scelto di dare forma a un racconto che
mantiene l’impressione del fiabesco.
Diversamente da quanto accade, per esempio, nel mondo di Harry Potter,
dove la magia è la regola e lo spettatore entra presto nel meccanismo
per cui in ogni situazione è automaticamente inserita una qualche
magica diavoleria, o, all’estremo opposto, in quello de Il Signore
degli Anelli, dove in realtà di magia se ne vede molto poca, l’ingresso
del Regno di Narnia, che avviene per la prima volta attraverso gli
occhi stupiti e curiosi di una bambina, conserva per tutta la durata
del film un senso della meraviglia di stampo infantile (e il termine va
inteso nel senso migliore e più alto del termine), sostenuto attraverso
la ricostruzione di un mondo credibile sì, ma fantastico, pittorico
nella scelta dei colori brillanti e nel design.
La barbaricità del mondo di Tolkien, dunque, lascia spazio a un
universo cavalleresco che ben si sposa con l’orizzonte degli studi del
professor Lewis, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale,
cultore dell’allegoria e dei romanzi cavallereschi. Del resto la
presenza di animali parlanti, di fauni con sciarpa e ombrellino e di
lampioni in mezzo alla foresta (ma anche un inedito Babbo Natale che,
per evitare l’effetto Coca-Cola, veste un abito un po’ più sobrio di
quello tradizionale), che fanno inesorabilmente parte del mondo di
Narnia, contribuisce a “posizionare” questa storia in categorie di
pubblico leggermente diverse da quelle delle precedenti saghe fantasy.
L’insieme, infatti, ha talvolta il gusto un po’ barocco di un pastiche
in cui l’autore inserisce tutti gli elementi che sa far parte
dell’immaginario infantile, senza paura di far collidere l’antico (i
centauri di classica memoria) con il più recente (Babbo Natale,
appunto, ma anche le bestie parlanti che avranno fatto la gioia dei
dirigenti Disney).
Lo stesso si può dire, almeno in parte, per la trasparente simbologia
religiosa che la vicenda racchiude (e la testarda negazione di questa
dimensione da parte del regista fa anche un po’ sorridere); ampiamente
sfruttata nel marketing d’oltreoceano, questa connotazione potrebbe
avere meno fortuna da noi, per lo meno tra i critici più snob che, già
dopo la proiezione in anteprima del film a Courmayeur, hanno parlato di
retorica a sfondo religioso.
Lo sforzo dei creatori della pellicola per fare della storia di Narnia
un prodotto capace di attirare un pubblico vasto e variegato, è
passato, pur mantenendo una straordinaria fedeltà al testo di partenza,
attraverso alcune iniezioni di epicità che gli spettatori hanno
mostrato di gradire negli illustri precedenti cinematografici.
Ed ecco dunque che la grande battaglia finale, liquidata da Lewis in
poche pagine e attraverso un racconto a posteriori, diventa
protagonista dell’ultimo atto del film, resa drammatica attraverso il
montaggio alternato con la “resurrezione” di Aslan e la liberazione
delle creature a suo tempo pietrificate dalla perfida Strega Bianca.
Una scelta che dà spazio ad efficaci scene di massa, laddove il resto
del racconto si concentra, giustamente, su un orizzonte più limitato
per raccontare il legame tra i quattro fratelli Pevensie, catapultati
in un’avventura che darà loro modo anche di crescere e scoprire i loro
talenti.
In tutto ciò il punto forse più dolente (per fortuna generale e
sfortuna nostra) è dato dal doppiaggio della figura carismatica e
fondamentale del leone Aslan, giunto a salvare il Regno di Narnia dalla
malvagia Strega, non, come molti credono, con la forza delle armi, ma
con quella del sacrificio innocente. Se nell’originale le parole, a
volte ponderose, pronunciate dal grande leone, risuonavano dei timbri
profondi di Liam Neeson, a noi sono toccati la voce chioccia e lo
strano accento di Omar Sharif, che rendono poco efficaci le scene,
dalla grande forza emotiva, di cui Aslan è protagonista. Anche perché,
naturalmente, Aslan, terribile e giusto, è la figura chiave di una
vicenda in cui persino una bambina piccola come Lucy (e con lei anche
noi) capisce essere in gioco il destino di tutti.
Il film di Adamson non ha il fascino intrigante (e a volte un po’
furbetto) dei film di Harry Potter; i ragazzi Pevensie, del resto, con
la loro semplicità di cuore e la loro amabile ingenuità (che non
impedisce affatto di raccontarne gli errori e i pentimenti), sono
lontani mille miglia dagli adolescenti inquieti che frequentano
Hogwarts.
E d’altra parte alla pellicola manca l’epica tragicità delle vicende
della Terra di Mezzo. Eppure, se lo spettatore abbandona le
sovrastrutture di una visione che esige a ogni scena un qualche fine
ammiccamento metacinematografico o un grandioso scontro di creature
fantastiche, scoprirà che è incredibilmente facile affezionarsi a
Peter, Susan e Lucy (ma anche al “perfido” Edmund, che una volta
pentito diventerà sul trono Edmund il Giusto); e lasciandosi commuovere
dalla semplice verità dello sguardo sul reale di cui i ragazzi sono
portatori, potrà godere di una storia che, come esigeva lo stesso Lewis
da ogni buon racconto, conquista a 5 come a 50 anni.
Luisa Cotta Ramosino
La sfida dell’invisibile nel cinema
«È molto più interessante nel
cinema suscitare l’invisibile partendo dal visibile piuttosto che
tentare, invano, di visualizzare l’invisibile. Un tentativo che è una
menzogna e un trucco». In questa frase di Eric Rohmer, cineasta
francese cresciuto alla scuola di André Bazin, poeta dell’immagine
capace come pochi altri di raccontare l’uomo e il mondo con ricchezza
espressiva inversamente proporzionale alla povertà dei mezzi a sua
disposizione, si racchiude il dilemma della rappresentazione
cinematografica dell’invisibile, sia esso l’invisibile in senso più
alto, il divino quindi, o un invisibile anche puramente umano, inteso
quindi come mistero racchiuso nel cuore di ogni individuo.
E la rivelazione di questo mistero avviene per Rohmer, fedele al
realismo ontologico appreso da Bazin, attraverso la bellezza del mondo,
dell’uomo e della natura (Il gusto della bellezza è il titolo di una
bella raccolta di saggi e interviste di e a Rohmer pubblicata da
Pratiche Editrice), attraverso la costruzione del racconto che in lui
(e anche negli autori da lui amati), si vale di immagine e parola per
rendere visibile l’invisibile. Nella sua filmografia, del resto, Rohmer
ha saputo trovare di volta in volta nel riferimento alla pittura
(Incontri a Parigi), al teatro (Perceval, ma anche La nobildonna e il
duca) o a un realismo dei sentimenti sempre sincero, la sua personale
chiave d’accesso all’invisibile.
Un invisibile che per un regista che non ha paura di dichiararsi
cattolico, ha pur sempre come ultimo termine Dio stesso. Non a caso tra
i registi che Rohmer indica come suoi riferimenti c’è il nostro
Rossellini e in particolare il suo Stromboli. È in questa pellicola
che, secondo il critico e regista francese, «la maestà di Dio brilla di
un fulgore duro e terribile che nessuna coscienza umana potrebbe
sopportarne anche il più pallido riflesso». Nella storia della miseria
umana della protagonista, messa in scena senza indulgere a una
semplicistica pietà, Rossellini fa risplendere lo scandalo del perdono
divino che si svela all’occhio dello spettatore attraverso il volto di
chi ne diventa oggetto.
La rappresentazione del Mistero sul grande schermo è un nodo che i
cineasti hanno affrontato in modo personale e più o meno adeguato,
dando vita a pellicole che talvolta riescono, attraverso le pieghe di
una vicenda individuale, o la straordinaria pregnanza delle immagini, a
interrogare profondamente l’occhio e il cuore di chi le guarda. È il
caso di molti lavori di Theodore Dreyer, che sul dilemma circa la
rappresentazione del trascendente ha costruito una buona parte della
sua filmografia (in proposito è prezioso Paul Schrader, Il trascendente
nel cinema - Ozu, Bresson, Dreyer, Donzelli Editore). Il nodo
fondamentale per il regista danese resta se si debba rappresentare il
trascendente oppure la persona (il personaggio di finzione o il
regista) che ne fa esperienza, cioè se il trascendente sia una realtà
che si manifesta nel mondo esterno oppure interiormente. Cresciuto alla
scuola del kammerspiel, fatto di rappresentazione d’ambiente e
approfondimento psicologico, Dreyer sviluppa negli anni e attraverso i
suoi (pochi) film uno stile sempre più austero, “trascendentale”, in
cui il fondamento logico del mondo viene modificato senza mutare la sua
forma esterna. In Ordet, per esempio, l’evento della resurrezione della
morta viene posto al termine della vicenda raccontata come pietra dello
scandalo rispetto alla quale lo spettatore deve prendere una sua
posizione.
Qualcosa di simile accade nel bellissimo Dio ha bisogno degli uomini di
Jean Delannoy dove, dopo tanto umano affannarsi, il divino si manifesta
nella fragile visibilità di un raggio di sole su un’acquasantiera. La
sensibilità per il divino che interroga l’essere umano percorre anche
tutta l’opera di Ingmar Bergman (tra i molti titoli ci piace ricordare
Come in uno specchio del 1961), ma una straordinaria espressione, che
si potrebbe considerare il coronamento più vero della tensione espressa
dal maestro norvegese, si trova in una pellicola (disgraziatamente
quasi ignota in Italia) realizzata dall’ex compagna e allieva di
Bergman, Liv Ullman, ispirandosi al romanzo della premio Nobel Sigrid
Undset, Kristin figlia di Lavrans. Nella vicenda di peccato e
pentimento di Kristin, ambientata in un medioevo nordico perfetto per
esaltare il senso religioso che è il vero protagonista della vicenda,
la Ullman mette in scena la domanda dell’uomo a quel Mistero perché si
compia nella vita, e dunque si renda visibile nelle vicende umane e ai
nostri occhi.
La stessa domanda sembra essere all’origine de Le onde del destino di
Lars von Trier, ma là dove i registi di cui si è detto riescono a
trovare una forma poetica e bella per “dire” l’invisibile, von Trier
fatica a trovare la misura tra l’ispirazione e la forma del racconto,
finendo per scivolare in una maniera espressiva stravolge anche lo
spunto più positivo. Dare corpo su celluloide al mistero resta la sfida
più difficile per ogni autore, come ha dimostrato il maldestro
tentativo di Abel Ferrara di parlare di Gesù nel suo ultimo lavoro,
Mary, che cade nell’ideologia e perde anche la verità dell’umano.
Allora forse la provocazione più grande è quella che al cinema può
lanciare proprio il Natale che nel farsi carne del Verbo ha dato vita
alla storia più grande mai raccontata (il riferimento a un celebre film
hollywoodiano non è casuale), ma ha lasciato anche in eredità all’uomo
di mettersi alla prova nel rappresentarla attraverso la sua arte.
Lu.C.R.
Tutti insieme appassionatamente dentro le Cronache interattive
Se i giovani italiani (giovani
dentro, nel senso che Lewis dava alla parola) avevano un debito di
conoscenza da colmare rispetto al mondo di Narnia, che nel mondo
anglosassone è un classico indiscusso e lettissimo, ora hanno agio di
rimettersi in pari. E insieme alla riedizione del ciclo narrativo, alla
fantasmagoria d’immagini del film, potranno lasciarsi catturare dalle
meraviglie del videogame uscito in simultanea.
La prima impressione è quella di trovarsi “dentro” il film. La scena
iniziale, infatti, è presa di peso dalla pellicola e ci porta nel cielo
solcato dai bombardieri tedeschi e, poi, nella stanza in cui un
ragazzino – Edmund, scopriamo all’allarmato richiamo della madre –
rimane trasognato alla finestra anziché fuggire nel rifugio. Subito
dopo, però, la scena si trasfigura e si raggela. O, meglio, la frenesia
della fuga viene affidata alle mani del giocatore che deve mettere in
salvo la famiglia Pevensie prima che le bombe inizino a cadere con
inesorabile precisione.
Su questa alternanza fra scene del film (con tutta la magnificenza che
la produzione ha saputo infondere in esse) e scene interattive (non
meno raffinate, nella loro realistica tecnica tridimensionale) si
misura il valore del gioco. Che traduce le tappe del racconto in
“livelli” da superare, in modo da affrontare gli sviluppi con una
partecipazione personale che imita, in qualche modo, l’esperienza
progressiva dei quattro fratelli dentro il mondo fatato che si nasconde
nel monumentale armadio.
Non è, quindi, soltanto una riproduzione-giocattolo, ma una vera e
propria trasposizione, che si sforza di aggiungere le proprie
peculiarità e di rendere, così, non soltanto gli aspetti esteriori ma
anche il pathos. Pur trattandosi di una sfida che si gioca
essenzialmente sul piano dell’abilità e della prontezza – corse contro
il tempo, avversari da abbattere, enigmi da sciogliere –, la proposta
del gioco è quella di procedere soprattutto sotto il profilo umano.
Vale a dire, quel legame che accomuna, ma anche divide, i quattro
giovani protagonisti che cominciano il loro viaggio narrativo sotto il
peso delle rivalità, delle paure, dei difetti personali e, man mano che
vanno avanti, scoprono che soltanto crescendo e trovando una profonda
unità d’intenti riusciranno a cavarsela e a diventare, davvero, re di
Narnia come recita la profezia che li riguarda.
Una vera e propria sfida interiore, che nel gioco viene tradotta
privilegiando i momenti d’interazione e di collaborazione tra i quattro
fratelli e con molti altri personaggi. Per vincere, in sostanza, è
meglio cimentarsi in compagnia di un altro giocatore, sforzandosi di
cooperare in tutto e per tutto. Buona idea, davvero, che in qualche
modo ribalta l’abituale concezione delle sfide al computer, e che
potrebbe inaugurare un genere di giochi “solidali”.
Giuseppe Romano
Le Cronache di Narnia. Il Leone, la Strega e l’Armadio, Buena Vista Games, per pc Windows e console
|