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n° 52 - sabato 24 dicembre 2005
E venne il Re leone, di C.S. Lewis, Marco Respinti, Giuseppe Romano e Luisa Cotta Ramosino

Il mito divenne fatto

Un inedito del grande C.S. Lewis in cui si dice che Cristo è il mito che si fa storia. Così attesta anche il leone Aslan nel nuovo film Il Leone, la Strega e l’Armadio, tratto dal celebre ciclo lewisiano di storie fantastiche, Le Cronache di Narnia, letto e amato in tutto il mondo

Il mio amico Corineo sostiene che di fatto nessuno di noi è veramente cristiano. Secondo lui, il cristianesimo storico è qualcosa di così barbaro che nessun uomo moderno può credervi sul serio: e i moderni che pretendono di farlo credono in realtà in un sistema di pensiero moderno che del cristianesimo conserva il vocabolario e che sfrutta le emozioni da esso ereditate tralasciandone però disinvoltamente le dottrine essenziali. Corineo paragona il cristianesimo moderno alla moderna monarchia britannica: le forme della regalità sono state conservate, ma la sua realtà è stata abbandonata.

Personalmente, ritengo sia tutto falso eccezion fatta per alcuni teologi “modernisti” che, per grazia di Dio, assottigliano il proprio numero ogni giorno che passa. Ma ammettiamo per un momento che Corineo abbia ragione. Fingiamo, per amore di discussione, che tutti coloro che si definiscono cristiani abbiano abbandonato le dottrine storicamente centrali a quel credo. Supponiamo che il “cristianesimo” moderno riveli un sistema di nomi, rituali, formule e metafore che persistono anche se il pensiero che vi sta dietro è mutato. Se così fosse, Corineo dovrebbe però ancora spiegare le ragioni di questa sopravvivenza.

Per quale ragione, cioè, secondo la sua prospettiva, questi pseudocristiani colti e illuminati insistono nell’esprimere i propri pensieri più profondi nei termini di una mitologia arcaica che certamente non fa che impacciarli e imbarazzarli di continuo? Perché si rifiutano di tagliare il cordone ombelicale che lega il bambino vivo e vegeto alla sua moribonda madre? Se infatti Corineo ha ragione, il farlo dovrebbe essere per loro motivo di grande sollievo. La cosa stramba, invece, è che persino chi sembra patire maggiormente l’imbarazzo prodotto dal sedimentarsi del “barbarico” cristianesimo nei propri pensieri prende subito a incaponirsi quando gli si si chiede di liberarsene completamente. Tende la corda, insomma, quasi fino a spezzarla, ma si rifiuta di tagliarla. A volte compie tutti i passi tranne l’ultimo.

Conversare è meglio che danzare?
Se tutti coloro che professano il cristianesimo fossero degli ecclesiastici, sarebbe facile (benché non caritatevole) rispondere che non compiono quest’ultimo passo solo perché la loro stessa vita dipende dal non farlo. Ma se anche fosse questa la vera causa del loro comportamento, cioè se anche gli ecclesiastici fossero tutti delle prostitute intellettuali che, esclusivamente per la paga – e di norma per una paga da fame –, predicano dottrine che segretamente ritengono invece false, forse che non esigerebbe una spiegazione proprio questo generale ottenebramento della coscienza di migliaia di uomini, peraltro non noti come criminali? Ma di fatto non è solo il clero a dirsi cristiano. Il cristianesimo viene infatti professato da milioni di donne e di laici i quali ne hanno in cambio disprezzo, impopolarità, sospetto e l’ostilità delle proprie stesse famiglie. Come può dunque essere?

Le ostinazioni di questo genere sono peraltro interessanti. “Perché non tagliare quella corda?”, si chiede Corineo. “Tutto diventerebbe più facile se liberaste i vostri pensieri da questa sopravvivenza mitologica”. Vero: molto più facile. Per la madre di un figlio invalido la vita sarebbe molto più facile se ella quel figlio lo affidasse a una qualche istituzione e al suo posto adottasse il bambino sano di qualcun’altra. Per molti uomini la vita sarebbe molto più facile se abbandonassero la donna di cui sono davvero innamorati e ne sposassero un’altra perché più adatta. L’unico difetto che però hanno il bambino sano e la donna adatta è che eliminano l’unica vera ragione per cui i nostri pazienti si prendono a cuore un bambino o una moglie. «La conversazione non è forse molto più razionale della danza?», chiese la Miss Bingley di Jane Austen? «Molto più razionale», rispose Mr. Bigley, «ma molto meno somigliante a un ballo» .

Con questa logica, sarebbe molto più razionale abolire la monarchia britannica. Ma cosa accadrebbe se, così facendo, si eliminasse proprio l’elemento che del nostro Stato più importa? Cosa accadrebbe, cioè, se questo succedesse, essendo la monarchia il canale da cui tutti gli elementi vitali del vivere associato – la lealtà, la consacrazione della vita laicale, il principio gerarchico, lo splendore, il cerimoniale, la continuità – stillano ancora a irrigare la desolazione del moderno governare solo secondo criteri economici?

Conoscere e gustare
La vera risposta che persino il cristianesimo più “modernista” darebbe a Corineo è la stessa. Anche assumendo (ed è ciò che più costantemente nego) che le dottrine del cristianesimo storico siano puramente mitiche, è il mito l’elemento che dà vita e nutrimento all’intera questione. Corineo vuole che si vada al passo con i tempi. Ora, noi sappiamo bene dove vanno i tempi. Vanno via. Nella religione, invece, c’è qualcosa che non va via. A rimanere è proprio ciò che Corineo chiama mito; ed è invece ciò che egli chiama pensiero moderno e vivo che se ne va. Non solo il pensiero dei teologi, ma anche quello degli antiteologi. Dove sono, infatti, i predecessori di Corineo? Dove sono l’epicureismo di Lucrezio e la rinascita pagana di Giuliano l’apostata? Dove sono gli gnostici, dove sono il monismo di Averroè, il deismo di Voltaire e il materialismo dogmatico dei grandi vittoriani? Si sono mossi con i tempi. Ma ciò che tutti essi hanno combattuto resta: Corineo lo trova ancora lì, da combattere. Il mito (per usare la sua espressione) è sopravvissuto ai pensieri di tutti i suoi difensori e di tutti i suoi avversari. È il mito che dà la vita. Dunque, quegli elementi che persino nel cristianesimo modernista Corineo considera residuali sono invece la sostanza: mentre ciò che egli considera il “vero credo moderno” non è che un’ombra.

Per spiegare tutto questo bisogna però guardare un poco più da vicino il mito in generale, e questo mito in particolare. L’intelletto umano è incurabilmente astratto. È quello puramente matematico il tipo di pensiero vincente.  Eppure le sole realtà di cui facciamo esperienza sono concrete: questo dolore, questo piacere, questo cane, questo uomo. Quando concretamente amiamo l’uomo, sopportiamo il dolore, godiamo un piacere, non apprendiamo intellettualmente il Piacere, il Dolore o l’Individualità. D’altro canto, quando incominciamo a farlo, le realtà concrete decadono a meri campioni o esempi: non trattiamo più di esse, ma di ciò che esse esemplificano. È questo il nostro dilemma: o gustare senza conoscere, o conoscere senza gustare. O – per essere più rigorosi – mancare di un aspetto della conoscenza perché si è immersi nell’esperienza, o mancare di un altro perché se ne è fuori. Pensando, siamo tagliati fuori da ciò che pensiamo; gustando, toccando, volendo, amando e odiando, non comprendiamo con chiarezza. Più lucidamente pensiamo, più siamo tagliati fuori: più profondamente entriamo nella realtà, meno possiamo pensare. Non si può studiare il Piacere nel momento stesso dell’abbraccio nuziale, o il pentimento mentre ci si pente, né analizzare la natura dell’umorismo mentre ci si sbellica dalla risa. Ma in quale altro momento si possono davvero conoscere queste cose? “Se solo il mio mal di denti cessasse, potrei scrivere un altro capitolo sul Dolore”. Ma una volta che il male cessa, che ne so io del dolore?

Esperienze reali, concrete
Ciò che in parte risolve questo dilemma tragico è il mito. Nel contemplare un mito grandioso si giunge quanto più vicino possibile al fare esperienza concreta di ciò che altrimenti può essere compreso solo come astrazione. In questo momento, per esempio, io sto cercando di comprendere qualcosa di davvero molto astratto: lo sfumare, lo svanire di una realtà che ho gustato quando cerco di coglierla attraverso la ragione discorsiva. Probabilmente lo sto facendo in modo maldestro. Ma se invece vi faccio memoria di Orfeo e di Euridice, di quanto egli abbia sofferto quando volle guidarla tenendola per mano, ma poi, essendosi voltato a guardarla, la vide scomparire, ciò che prima era solo un principio ora diviene una realtà immaginabile. Si potrebbe obiettare che fino a questo momento a quel mito non si è mai dato quel “significato”. Ovvio che no. Non si va certo in giro cercando “significati” astratti. Se è quello ciò che stavamo facendo, il mito finirà per non essere più un vero mito, ma solo una semplice allegoria. Stavamo cioè conoscendo, non gustando. Poi però ciò che stavamo gustando si rivela essere un principio universale e così, nel momento in cui lo affermiamo, torniamo consapevolmente nel mondo dell’astrazione. È infatti solo quando si riceve il mito in forma narrata che si fa esperienza concreta di quel principio.

La verità e la realtà
Quando traduciamo, produciamo un’astrazione: o, meglio, decine di astrazioni. Ciò che invece fluisce in noi dal mito non è la verità ma la realtà (la verità riguarda sempre qualcosa, mentre la realtà è quel qualcosa che la verità riguarda) e dunque, sul piano dell’astrazione, ogni mito diviene padre d’innumerevoli verità. Ossia il mito è la montagna da cui sgorgano tutti i diversi fiumi che quaggiù a valle diventano verità; in hac valle abstractionis. O, se si preferisce, il mito è l’istmo che collega il mondo peninsulare del pensiero al vasto continente a cui davvero apparteniamo. Non è, come la verità, astratto; né è, come l’esperienza diretta, vincolato al particolare.
Ora, come il mito trascende il pensiero, così l’Incarnazione trascende il mito. Il cuore del cristianesimo è un mito che è anche un fatto. L’antico mito del Dio Morente, senza cessare di essere mito, scende dal cielo della leggenda e dell’immaginazione alla terra della storia.

Accade: in un tempo preciso, in un luogo preciso, accompagnato da conseguenze storiche ricostruibili. Si passa da un Balder o da un Osiride, che muoiono nessuno sa né quando né dove, a una Persona storica crocifissa (tutto è in ordine) sotto Ponzio Pilato. Divenendo fatto, non cessa di essere mito: questo è il miracolo. Ho il sospetto che a volte gli uomini abbiano tratto più sostegno spirituale dai miti in cui non credono che dalla religione che professano. Ma per essere davvero cristiani si deve sia dare assenso al fatto storico sia ricevere il mito (benché divenuto fatto) con lo stesso abbraccio immaginativo che si accorda a tutti i miti. E uno non è affatto più necessario dell’altro.

Gli uomini che non credevano alla narrazione cristiana come fatto ma che comunque continuavano a nutrirsi di essa come mito erano, forse, più spiritualmente vivi di coloro che assentivano e però non ci pensavano troppo. Ora, il modernista – il modernista estremo, infedele in tutto eccetto che nel nome – non va chiamato sciocco o ipocrita perché si ostina a conservare, pur immersi nel suo ateismo intellettuale, il linguaggio, i riti, i sacramenti e la narrazione dei cristiani. Potrebbe infatti essere che quel pover uomo altro non stia facendo se non abbarbicarsi (con una sapienza che egli stesso non comprende) a ciò che per lui è vita. Sarebbe stato insomma meglio che Alfred Loisy (il teologo francese che fondò il movimento modernista –ndt.) fosse rimasto cristiano: ciò che non è stato necessariamente meglio è che egli abbia proseguito a ritenere il cristianesimo un fatto residuale.

Chi non sa che questo mito grandioso è divenuto fatto quando la Vergine concepì è, in verità, da considerare con compassione. Ma ai cristiani è invece necessario ricordare anche (e di questo possiamo ringraziare Corineo per avercene fatto memoria) che ciò che è divenuto fatto era mito e che esso ha portato con sé nel mondo del fatto ciò che è proprio del mito. Dio è più di un dio, non meno; Cristo è più di Balder, non meno. Non dobbiamo vergognarci del fulgore mitico che la nostra teologia conserva. Non dobbiamo temere i “paralleli” e i “Cristi pagani”: essi debbono stare là dove stanno e sarebbe una pietra d’inciampo se non vi stessero. Non dobbiamo, con falso atteggiamento spirituale, negare loro il benvenuto di cui è capace la nostra immaginazione. Se Dio sceglie di essere mitopoietico – e non è forse un mito il cielo stesso? –, ci rifiuteremo noi di essere mitopatici? È questo infatti il matrimonio tra cielo e terra: Mito perfetto e Fatto Perfetto, che non reclamano solo il nostro amore e la nostra obbedienza, ma anche il nostro stupore e il nostro diletto, e che si rivolgono al selvaggio, al bambino e al poeta che vi è in ognuno di noi non meno che al moralista, allo studioso e al filosofo.
Clive Staples Lewis
(traduzione di EmmErre)


Troppo bello per essere vero. Troppo?

Gli uomini, l’attesa, la speranza e la redenzione degli antichi dèi

Il mito si è fatto carne, l’attesa è stata premiata, la possibilità è divenuta storia. Quando Clive Staples Lewis (1898-1963) guadagnò questa idea, anzi questa presenza viva, e la guadagnò con la mente, con il cuore e con i sensi, non fu più quello di prima. Smise di essere solo l’intellettuale raffinato che era stato fino ad allora e divenne anche lo scrittore appassionato che il mondo intero conosce.
Il suo famoso e amatissimo ciclo Le Cronache di Narnia – sette racconti “per ragazzi”, uno dei quali, La Strega, il Leone e l’Armadio, è ora anche un grandioso film – ne sono il risultato, anzi la testimonianza. Ma la base teoretica è nel saggio che qui presentiamo nella prima traduzione italiana: Myth Became Fact, del 1944.
La storia, cioè, intesa come un lungo avvento e l’arte, la letteratura, l’immaginazione dell’uomo come speranza del compimento.

Lewis ha venduto libri a milioni di copie in tutto il mondo, è famoso per sofisticati studi di letteratura medioevale e rinascimentale, sul piano della critica detestò educatamente T.S. Eliot (ma forse era egli stesso più eliotiano di quanto non sospettasse) ed è considerato uno dei massimi teologi laici del mondo anglofono contemporaneo.  Fu anglicano, ma sul suo valore e sui suoi meriti c’è un consenso ecumenico che mai egli si sarebbe forse sognato.
Di questo suo thesaurus, Myth Became Fact è una perla che brilla di luce propria. Uscì originariamente sulle pagine di World Dominion (settembre-ottobre 1944) e poi è stato raccolto da Walter Hooper (custode dei suoi scritti) nel volume God in the Dock: Essays on Theology and Ethics, pubblicato negli Stati Uniti nel 1970 e l’anno dopo in Gran Bretagna come Undeceptions.

In esso Lewis risponde a un avversario ipotetico che ribattezza (evitava sempre  polemiche ad personam) “Corineo”, forse prendendo a prestito il nome di quel mitico re troiano che, sbarcato in Albione, sarebbe all’origine del nome della Cornovaglia: così, nell’Historia regum Britanniae, Goffredo di Monmouth narra una vicenda ritenuta vera fino a John Milton. E in questo modo Lewis entra in medias res sin dalla prima riga. Gli preme infatti parlare del rapporto che lega verità e realtà, mito e fatto storico, fede e immaginazione.
Lancia cioè una sfida, Lewis, anzitutto a se stesso: e se per caso – egli propone – ciò che la nostra immaginazione ha creato, ciò che il nostro desiderio ha agognato, ciò che i profeti hanno annunciato fosse, per effetto numinose e magnifico della magia della magie, anche reale, insomma concreto?

“Se”, certo. Nulla più di una possibilità, o di una scommessa, ovvio. Ma quando, in prima persona, lo stesso Lewis provò a vedere se l’ipotesi reggeva, ne fu trasformato. Accadde una notte, il 19 settembre 1931, dopo averne discusso con passione assieme a due grandi amici, J.R.R. Tolkien e Henry Victor “Hugo” Dyson.
Cristo come un dio dei giorni antichi, ma con l’insuperabile vantaggio di essere pure vero.
Gran parte degl’intellettuali con cui Lewis, insegnando a Oxford e a Cambridge, passava la maggior parte del tempo storceva il naso. Eppure nulla come il mito è religioso nel senso etimologico, nulla lega così l’avventura umana ad Altro. Lewis si spinse però oltre. Le religiones, disse, a un certo punto del tempo trovarono conferma, e con Cristo e in Cristo il mito si fece carne. Una scommessa, ma di quelle che, se vinte, risolvono l’esistenza.

Il grande accademico si fece allora creatore di miti. Era un gran comunicatore e sapeva a chi rivolgersi. Scrisse “Narnia” e ne ottenne un riscontro clamoroso soprattutto da quei piccoli e da quei semplici di cui proponiamo un esempio. Bimbi e ragazzi. Proprio come quegli adulti che sanno andare oltre il “troppo bello per essere vero”.
Marco Respinti

Le cronache di Narnia: un armadio di segreti. Per bambini?

A ridosso delle feste approda anche da noi il kolossal disneyano tratto dal ciclo narrativo di C.S. Lewis. Non “solo” storia fantasy, ma incursione ardimentosa e immaginifica nei territori del mondo che ha affascinato generazioni di ragazzi dai 5 ai 90 anni

Bambini in partenza su un treno a vapore in un’affollata stazione di Londra; sui loro volti, però, non c’è l’entusiasmo rumoroso degli aspiranti maghi che lasciano il binario 9 e 3/4 per raggiungere Hogwarts, ma la tristezza di un distacco doloroso imposto dai bombardamenti tedeschi durante la Seconda guerra mondiale.
Inizia così l’avventura di Le Cronache di Narnia, primo capitolo di una saga che il passaggio al grande schermo renderà forse finalmente famosa in Italia quanto lo è nel mondo anglosassone. La precisa collocazione storica della vicenda, d’altra parte, si rivela niente affatto indifferente quando i quattro ragazzi protagonisti, fuggiti alla guerra degli uomini, si ritroveranno proprio nel mezzo di un’altra battaglia, quella per la salvezza del regno di Narnia. E questa volta nessuno sarà più disposto a tirarsi indietro.

La riconoscibilità tipicamente inglese del mondo da cui partono i giovani protagonisti, con tanto di antica magione, severa governante, misterioso proprietario e garbate cortesie di fronte all’immancabile tazza di thè, è parte del fascino della fiaba che arriva sul grande schermo portandosi un enorme carico di aspettative sia da parte di chi conosce e ama la scrittura di C.S.Lewis, sia di chi, orfano degli eroi di Tolkien, spera di ritrovare nell’opera del suo sodale almeno una parte di quella stessa grandiosa forza immaginativa.
Ma la storia dei quattro ragazzi Pevensie (il coraggioso Peter, il fragile Edmund, la saggia Susan e la piccola Lucy) è, naturalmente, qualcosa di molto diverso, e saggiamente chi ha realizzato il film con grande dispiego di mezzi e servendosi delle tecnologie della Industrial Light and Magic di George Lucas ha avuto l’intelligenza di evitare la tentazione di una semplice imitazione della saga tolkieniana.

Il regista Andrew Adamson (quello di Shrek, scelto soprattutto per la sua esperienza con l’animazione, necessaria nella realizzazione di una pellicola in cui molta parte dei personaggi, in primo luogo il leone Aslan, sono stati inseriti nelle scene a posteriori), dunque, insieme al ricco team creativo, ha scelto di dare forma a un racconto che mantiene l’impressione del fiabesco.
Diversamente da quanto accade, per esempio, nel mondo di Harry Potter, dove la magia è la regola e lo spettatore entra presto nel meccanismo per cui in ogni situazione è automaticamente inserita una qualche magica diavoleria, o, all’estremo opposto, in quello de Il Signore degli Anelli, dove in realtà di magia se ne vede molto poca, l’ingresso del Regno di Narnia, che avviene per la prima volta attraverso gli occhi stupiti e curiosi di una bambina, conserva per tutta la durata del film un senso della meraviglia di stampo infantile (e il termine va inteso nel senso migliore e più alto del termine), sostenuto attraverso la ricostruzione di un mondo credibile sì, ma fantastico, pittorico nella scelta dei colori brillanti e nel design.

La barbaricità del mondo di Tolkien, dunque, lascia spazio a un universo cavalleresco che ben si sposa con l’orizzonte degli studi del professor Lewis, profondo conoscitore della letteratura rinascimentale, cultore dell’allegoria e dei romanzi cavallereschi. Del resto la presenza di animali parlanti, di fauni con sciarpa e ombrellino e di lampioni in mezzo alla foresta (ma anche un inedito Babbo Natale che, per evitare l’effetto Coca-Cola, veste un abito un po’ più sobrio di quello tradizionale), che fanno inesorabilmente parte del mondo di Narnia, contribuisce a “posizionare” questa storia in categorie di pubblico leggermente diverse da quelle delle precedenti saghe fantasy. L’insieme, infatti, ha talvolta il gusto un po’ barocco di un pastiche in cui l’autore inserisce tutti gli elementi che sa far parte dell’immaginario infantile, senza paura di far collidere l’antico (i centauri di classica memoria) con il più recente (Babbo Natale, appunto, ma anche le bestie parlanti che avranno fatto la gioia dei dirigenti Disney).

Lo stesso si può dire, almeno in parte, per la trasparente simbologia religiosa che la vicenda racchiude (e la testarda negazione di questa dimensione da parte del regista fa anche un po’ sorridere); ampiamente sfruttata nel marketing d’oltreoceano, questa connotazione potrebbe avere meno fortuna da noi, per lo meno tra i critici più snob che, già dopo la proiezione in anteprima del film a Courmayeur, hanno parlato di retorica a sfondo religioso.
Lo sforzo dei creatori della pellicola per fare della storia di Narnia un prodotto capace di attirare un pubblico vasto e variegato, è passato, pur mantenendo una straordinaria fedeltà al testo di partenza, attraverso alcune iniezioni di epicità che gli spettatori hanno mostrato di gradire negli illustri precedenti cinematografici.

Ed ecco dunque che la grande battaglia finale, liquidata da Lewis in poche pagine e attraverso un racconto a posteriori, diventa protagonista dell’ultimo atto del film, resa drammatica attraverso il montaggio alternato con la “resurrezione” di Aslan e la liberazione delle creature a suo tempo pietrificate dalla perfida Strega Bianca. Una scelta che dà spazio ad efficaci scene di massa, laddove il resto del racconto si concentra, giustamente, su un orizzonte più limitato per raccontare il legame tra i quattro fratelli Pevensie, catapultati in un’avventura che darà loro modo anche di crescere e scoprire i loro talenti.

In tutto ciò il punto forse più dolente (per fortuna generale e sfortuna nostra) è dato dal doppiaggio della figura carismatica e fondamentale del leone Aslan, giunto a salvare il Regno di Narnia dalla malvagia Strega, non, come molti credono, con la forza delle armi, ma con quella del sacrificio innocente. Se nell’originale le parole, a volte ponderose, pronunciate dal grande leone, risuonavano dei timbri profondi di Liam Neeson, a noi sono toccati la voce chioccia e lo strano accento di Omar Sharif, che rendono poco efficaci le scene, dalla grande forza emotiva, di cui Aslan è protagonista. Anche perché, naturalmente, Aslan, terribile e giusto, è la figura chiave di una vicenda in cui persino una bambina piccola come Lucy (e con lei anche noi) capisce essere in gioco il destino di tutti.
Il film di Adamson non ha il fascino intrigante (e a volte un po’ furbetto) dei film di Harry Potter; i ragazzi Pevensie, del resto, con la loro semplicità di cuore e la loro amabile ingenuità (che non impedisce affatto di raccontarne gli errori e i pentimenti), sono lontani mille miglia dagli adolescenti inquieti che frequentano Hogwarts.

E d’altra parte alla pellicola manca l’epica tragicità delle vicende della Terra di Mezzo. Eppure, se lo spettatore abbandona le sovrastrutture di una visione che esige a ogni scena un qualche fine ammiccamento metacinematografico o un grandioso scontro di creature fantastiche, scoprirà che è incredibilmente facile affezionarsi a Peter, Susan e Lucy (ma anche al “perfido” Edmund, che una volta pentito diventerà sul trono Edmund il Giusto); e lasciandosi commuovere dalla semplice verità dello sguardo sul reale di cui i ragazzi sono portatori, potrà godere di una storia che, come esigeva lo stesso Lewis da ogni buon racconto, conquista a 5 come a 50 anni.
Luisa Cotta Ramosino

La sfida dell’invisibile nel cinema

«È  molto più interessante nel cinema suscitare l’invisibile partendo dal visibile piuttosto che tentare, invano, di visualizzare l’invisibile. Un tentativo che è una menzogna e un trucco». In questa frase di Eric Rohmer, cineasta francese cresciuto alla scuola di André Bazin, poeta dell’immagine capace come pochi altri di raccontare l’uomo e il mondo con ricchezza espressiva inversamente proporzionale alla povertà dei mezzi a sua disposizione, si racchiude il dilemma della rappresentazione cinematografica dell’invisibile, sia esso l’invisibile in senso più alto, il divino quindi, o un invisibile anche puramente umano, inteso quindi come mistero racchiuso nel cuore di ogni individuo.

E la rivelazione di questo mistero avviene per Rohmer, fedele al realismo ontologico appreso da Bazin, attraverso la bellezza del mondo, dell’uomo e della natura (Il gusto della bellezza è il titolo di una bella raccolta di saggi e interviste di e a Rohmer pubblicata da Pratiche Editrice), attraverso la costruzione del racconto che in lui (e anche negli autori da lui amati), si vale di immagine e parola per rendere visibile l’invisibile. Nella sua filmografia, del resto, Rohmer ha saputo trovare di volta in volta nel riferimento alla pittura (Incontri a Parigi), al teatro (Perceval, ma anche La nobildonna e il duca) o a un realismo dei sentimenti sempre sincero, la sua personale chiave d’accesso all’invisibile.

Un invisibile che per un regista che non ha paura di dichiararsi cattolico, ha pur sempre come ultimo termine Dio stesso. Non a caso tra i registi che Rohmer indica come suoi riferimenti c’è il nostro Rossellini e in particolare il suo Stromboli. È in questa pellicola che, secondo il critico e regista francese, «la maestà di Dio brilla di un fulgore duro e terribile che nessuna coscienza umana potrebbe sopportarne anche il più pallido riflesso». Nella storia della miseria umana della protagonista, messa in scena senza indulgere a una semplicistica pietà, Rossellini fa risplendere lo scandalo del perdono divino che si svela all’occhio dello spettatore attraverso il volto di chi ne diventa oggetto.

La rappresentazione del Mistero sul grande schermo è un nodo che i cineasti hanno affrontato in modo personale e più o meno adeguato, dando vita a pellicole che talvolta riescono, attraverso le pieghe di una vicenda individuale, o la straordinaria pregnanza delle immagini, a interrogare profondamente l’occhio e il cuore di chi le guarda. È il caso di molti lavori di Theodore Dreyer, che sul dilemma circa la rappresentazione del trascendente ha costruito una buona parte della sua filmografia (in proposito è prezioso Paul Schrader, Il trascendente nel cinema - Ozu, Bresson, Dreyer, Donzelli Editore). Il nodo fondamentale per il regista danese resta se si debba rappresentare il trascendente oppure la persona (il personaggio di finzione o il regista) che ne fa esperienza, cioè se il trascendente sia una realtà che si manifesta nel mondo esterno oppure interiormente. Cresciuto alla scuola del kammerspiel, fatto di rappresentazione d’ambiente e approfondimento psicologico, Dreyer sviluppa negli anni e attraverso i suoi (pochi) film uno stile sempre più austero, “trascendentale”, in cui il fondamento logico del mondo viene modificato senza mutare la sua forma esterna. In Ordet, per esempio, l’evento della resurrezione della morta viene posto al termine della vicenda raccontata come pietra dello scandalo rispetto alla quale lo spettatore deve prendere una sua posizione.

Qualcosa di simile accade nel bellissimo Dio ha bisogno degli uomini di Jean Delannoy dove, dopo tanto umano affannarsi, il divino si manifesta nella fragile visibilità di un raggio di sole su un’acquasantiera. La sensibilità per il divino che interroga l’essere umano percorre anche tutta l’opera di Ingmar Bergman (tra i molti titoli ci piace ricordare Come in uno specchio del 1961), ma una straordinaria espressione, che si potrebbe considerare il coronamento più vero della tensione espressa dal maestro norvegese, si trova in una pellicola (disgraziatamente quasi ignota in Italia) realizzata dall’ex compagna e allieva di Bergman, Liv Ullman, ispirandosi al romanzo della premio Nobel Sigrid Undset, Kristin figlia di Lavrans. Nella vicenda di peccato e pentimento di Kristin, ambientata in un medioevo nordico perfetto per esaltare il senso religioso che è il vero protagonista della vicenda, la Ullman mette in scena la domanda dell’uomo a quel Mistero perché si compia nella vita, e dunque si renda visibile nelle vicende umane e ai nostri occhi.

La stessa domanda sembra essere all’origine de Le onde del destino di Lars von Trier, ma là dove i registi di cui si è detto riescono a trovare una forma poetica e bella per “dire” l’invisibile, von Trier fatica a trovare la misura tra l’ispirazione e la forma del racconto, finendo per scivolare in una maniera espressiva stravolge anche lo spunto più positivo. Dare corpo su celluloide al mistero resta la sfida più difficile per ogni autore, come ha dimostrato il maldestro tentativo di Abel Ferrara di parlare di Gesù nel suo ultimo lavoro, Mary, che cade nell’ideologia e perde anche la verità dell’umano.
Allora forse la provocazione più grande è quella che al cinema può lanciare proprio il Natale che nel farsi carne del Verbo ha dato vita alla storia più grande mai raccontata (il riferimento a un celebre film hollywoodiano non è casuale), ma ha lasciato anche in eredità all’uomo di mettersi alla prova nel rappresentarla attraverso la sua arte.
Lu.C.R.

Tutti insieme appassionatamente dentro le Cronache interattive

Se i giovani italiani (giovani dentro, nel senso che Lewis dava alla parola) avevano un debito di conoscenza da colmare rispetto al mondo di Narnia, che nel mondo anglosassone è un classico indiscusso e lettissimo, ora hanno agio di rimettersi in pari. E insieme alla riedizione del ciclo narrativo, alla fantasmagoria d’immagini del film, potranno lasciarsi catturare dalle meraviglie del videogame uscito in simultanea.
La prima impressione è quella di trovarsi “dentro” il film. La scena iniziale, infatti, è presa di peso dalla pellicola e ci porta nel cielo solcato dai bombardieri tedeschi e, poi, nella stanza in cui un ragazzino – Edmund, scopriamo all’allarmato richiamo della madre – rimane trasognato alla finestra anziché fuggire nel rifugio. Subito dopo, però, la scena si trasfigura e si raggela. O, meglio, la frenesia della fuga viene affidata alle mani del giocatore che deve mettere in salvo la famiglia Pevensie prima che le bombe inizino a cadere con inesorabile precisione.

Su questa alternanza fra scene del film (con tutta la magnificenza che la produzione ha saputo infondere in esse) e scene interattive (non meno raffinate, nella loro realistica tecnica tridimensionale) si misura il valore del gioco. Che traduce le tappe del racconto in “livelli” da superare, in modo da affrontare gli sviluppi con una partecipazione personale che imita, in qualche modo, l’esperienza progressiva dei quattro fratelli dentro il mondo fatato che si nasconde nel monumentale armadio.

Non è, quindi, soltanto una riproduzione-giocattolo, ma una vera e propria trasposizione, che si sforza di aggiungere le proprie peculiarità e di rendere, così, non soltanto gli aspetti esteriori ma anche il pathos. Pur trattandosi di una sfida che si gioca essenzialmente sul piano dell’abilità e della prontezza – corse contro il tempo, avversari da abbattere, enigmi da sciogliere –, la proposta del gioco è quella di procedere soprattutto sotto il profilo umano. Vale a dire, quel legame che accomuna, ma anche divide, i quattro giovani protagonisti che cominciano il loro viaggio narrativo sotto il peso delle rivalità, delle paure, dei difetti personali e, man mano che vanno avanti, scoprono che soltanto crescendo e trovando una profonda unità d’intenti riusciranno a cavarsela e a diventare, davvero, re di Narnia come recita la profezia che li riguarda.

Una vera e propria sfida interiore, che nel gioco viene tradotta privilegiando i momenti d’interazione e di collaborazione tra i quattro fratelli e con molti altri personaggi. Per vincere, in sostanza, è meglio cimentarsi in compagnia di un altro giocatore, sforzandosi di cooperare in tutto e per tutto. Buona idea, davvero, che in qualche modo ribalta l’abituale concezione delle sfide al computer, e che potrebbe inaugurare un genere di giochi “solidali”.      
Giuseppe Romano
Le Cronache di Narnia. Il Leone, la Strega e l’Armadio, Buena Vista Games, per pc Windows e console
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