Vaticano, Microsoft, Google: come cambia la "pubblicazione"
Un dibattito settecentesco e alcuni fatti di questi giorni fanno riflettere sulla proprietà intellettuale
Eventi clamorosi di queste prime
settimane del 2006. Riguardano tre grossi calibri della proprietà
intellettuale. Da una parte papa Benedetto XVI, che fa precedere
l’apparizione della sua prima enciclica, Deus caritas est, dalla
notizia che da ora in avanti tutti i testi del magistero pontificio
sono protetti da copyright e quindi non più riproducibili senza
vincoli. Dall’altra parte Microsoft, che cede allo strangolamento della
Commissione Europea (che minacciava una multa di due milioni di dollari
al giorno, dopo aver già inflitto un’una tantum di ben 497 milioni di
euro nel marzo 2004) e rende pubblico il “cuore” di Windows, il codice
informatico con cui è scritto il programma che tutti adoperiamo. Infine
Google, il motore di ricerca più diffuso nell’internet, che si
sottomette alla censura del governo cinese su alcuni temi sgraditi da
quelle parti.
Alla base di tutte queste decisioni ci sono ragioni di buonsenso o di
opportunità. Ma c’è anche una fortissima diatriba culturale e
commerciale. Se il Vaticano dice basta a una politica di libera
diffusione che pure aveva chiare motivazioni pastorali, è soprattutto
perché s’è fatto insostenibile lo stillicidio delle edizioni pirata
(spesso alterate o addomesticate). Se la Commissione Europea ha imposto
a Bill Gates di divulgare il linguaggio segreto di Windows è per
consentire agli sviluppatori di accedere liberamente (non però
gratuitamente) alla base ineludibile di quasi tutte le applicazioni per
computer personali che possono e potranno entrare in commercio. E se i
gestori di Google stanno al gioco autoritario della Cina è perché,
parole loro, «meglio alcune informazioni che nessuna informazione».
Situazioni diverse. Eppure accomunate da un’idea sola, che non si è mai
resa attuale come adesso. E che sta all’origine di uno dei dibattiti
più fieri e densi di conseguenze fra quanti oggi agitano le acque del
mercato intellettuale ed economico.
Da quando la carta stampata ha trasformato i testi in prodotti
industriali, divulgati in molte copie, tradotti e commercializzati
dappertutto, s’è reso chiaro che il rapporto fra autori e lettori ha
assunto una veste nuova e non più soltanto di disinteressata affinità
intellettuale. La parola chiave per coglierne la natura è quella di
“pubblicazione”: un atto formale che sancisce la conclusione di un
processo e l’inizio di un altro. Quello che termina è il processo
creativo, quello che comincia è il processo divulgativo. Quando compro
un libro o un giornale, lo posseggo realmente e totalmente, nel senso
che nemmeno autori ed editore possono più pretendere da me che rimetta
a loro disposizione quella copia per cambi e ripensamenti. La loro
proprietà materiale è cessata. Non così quella intellettuale: infatti
da lettore non posso copiare o fotocopiare o alterare i contenuti del
testo. Restano possesso e responsabilità dell’autore, che può essere
eventualmente contestato e perseguito per essi, nonché elogiato e
citato quando lo merita.
Sulla “pubblicazione” si basano molti dei meccanismi di formazione,
consenso e divulgazione che regolano la nostra vita sociale. Sta alle
autorità degli Stati garantire gli autori, gli editori e i lettori:
l’edizione di un testo è un atto formale che la pubblica
amministrazione definisce e controlla. Libri e giornali sono documenti
ufficiali, e devono rispettare non soltanto la libertà di stampa e di
opinione, ma tutte le prerogative di cui gode ogni cittadino, dalla
buona fama all’informazione, dalla privacy all’istruzione.
Evoluzione e controllo dei siti web
Questo è stato chiaro e tutto sommato indiscutibile finché, vent’anni
fa, la rivoluzione digitale non ha cambiato il panorama. L’internet è
“pubblica”? In un certo senso sì, perché tutti possono accedervi senza
limitazioni (almeno, nelle nazioni libere). In un altro senso, però,
non lo è affatto, perché si sottrae ai normali meccanismi di controllo.
Un sito web certo non è “pubblicato” nel senso un cui lo è un libro:
tanto per cominciare muta di continuo, senza garanzia che il contenuto
rimanga non soltanto identico (sarebbe anzi un controsenso che non ci
fossero aggiornamenti), ma addirittura coerente col passato. In un sito
possono sopraggiungere cambiamenti anche sostanziali senza che l’autore
debba sentirsi in dovere di sottostare a un debito reale o morale con i
lettori. A complicare le cose intervengono i continui scambi di
materiali fra i naviganti della rete, che spesso e volentieri
riguardano contenuti già “pubblicati” fuori dall’internet (articoli,
libri, foto, canzoni, film) e quindi protetti da copyright. Senza dire
dei problemi in cui s’imbattono autorità morali come quelle
religiose: proprio la Chiesa cattolica ha visto entrare in crisi
la nozione di imprimatur nell’universo di siti eterogenei ma tutti
quanti sedicenti “cattolici”.
Parte da questo magma incandescente l’aspro confronto fra i teorici del
libero scambio e, invece, i sostenitori della proprietà intellettuale e
commerciale dei beni. Se un film viene copiato e diffuso nella rete
telematica, ne viene danneggiato chi l’ha prodotto pensando di
compensare le spese con le vendite. E un libro, in rete, è meno
tutelabile che in libreria: a parte la diffusione incontrollata, chi
garantisce all’autore che quanto ha scritto non venga alterato e che a
suo nome non vengano diffuse affermazioni contraddittorie, illecite,
comunque non sue?
La componente che ordinariamente prevale nei dibattiti, spesso in forma
implicita ma sempre ingombrante, è quella economica. Le aziende
editoriali vorrebbero garantita non tanto un’ideale paternità delle
idee, quanto la monetizzazione del bene. Altri invece vorrebbero che la
rapidità e facilità con cui la rete globale diffonde le informazioni si
traducesse in una straordinaria opportunità di comunicazione e di
scambio svincolati da ogni condizionamento, anche economico. Una
visione utopistica, ma per certi aspetti non irragionevole, specie
quando riguarda beni non più soggetti a diritto d’autore o quando, per
altri versi – ma qui si entra più nel campo del brevetto commerciale
che in quello dei copyright, com’è il caso della vertenza
Microsoft-Commissione Europea –, la mancata divulgazione di un prodotto
ostacola qualsiasi evoluzione ulteriore, nonché la libera concorrenza
sul mercato.
L’informatica, in effetti, ha la singolare caratteristica di riassumere
le due dimensioni: è un linguaggio, e quindi tramite essa si scrivono
testi, ed è una procedura tecnologica, e quindi consente di costruire
macchine funzionanti. Fatte di software, cioè di codice binario, ma non
per questo meno efficaci. Windows non è una macchina, ma un testo:
eppure senza di esso nessun computer è altro che un ammasso di plastica
e metallo.
Questa è, oggi, la grande questione che turba le acque del diritto
d’autore. Giuristi, economisti e scienziati, assertori o negatori
dell’open source, sono impegnati sul problema, ciascuno dal suo punto
di vista. Se ne vedono di tutti i colori: dalla persecuzione delle
major cinematografiche e musicali nei confronti dello scambio
peer-to-peer in internet all’annuncio di Google e altri riguardo a
smisurate biblioteche digitali gratuite in fase di realizzazione. La
nozione di “tutela”, come quelle di “luogo” e di “confini” e di “made
in”, da quando c’è l’internet, si sono profondamente riformulate.
Tradizionalmente s’affermava che la caratteristica dei beni culturali,
contrariamente a quelli materiali, è quella di non diminuire ma anzi di
accrescersi quanto più vengono suddivisi; oggi, nell’era digitale,
questo concetto va integrato. Se c’è uno scambio, si tratti di mercato
o di baratto, è bene che qualcuno vegli sulle caratteristiche del bene
e sui diritti degli attori. La deregulation totale uccide lo spirito
d’impresa e affama i creatori; lo strozzamento dell’acquirente dissuade
il “pubblico” a cui i beni sarebbero indirizzati. È questione, più che
di leggi, di convivenza civile e regolata: dove siano protette quelle
ricchezze impalpabili che la mente umana imprime su tutti i tipi di
pagina che la nostra sapienza tecnologica è stata capace di
strutturare.
Giuseppe Romano
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