Bregapensiero nell’era multimediale
Un
invito a varcare la “soglia dello specchio” oltre le dinamiche
impositive del gusto di massa. E un serrato ragionamento per capire
com’è che quelli che volevano liberarci ci hanno omologato, e quelli
che invocavano la cultura badavano al soldo
Se volete riflettere sul rapporto tra
arte e cultura di massa, se volete comprendere cosa c’entrino il
multimediale e la civiltà informatica con il Surrealismo, o come l’arte
si sia trasformata in arte di massa; se volete districare una matassa
teorica complicata, se volete farlo senza incappare nelle solite
zuppette marxiste e francofortesi, o trovarvi di nuovo scodellata la
minestrina sulla “società dello spettacolo” di Guy Debord, o non
sentirvi ancora qualcuno che parlando d’arte contemporanea vi rifili la
sua morale sul bello o sul brutto, o su ciò che è bene e ciò che è
male, allora dovete andare a cercare Lo specchio attraversato (Franco Angeli, Milano 2005, pp.134, €17,50) densissimo libro di Matteo Brega.
Matteo Brega non è soltanto, per chi lo conosce, uno straordinario
dandy che affabula e fa ridere sfornando più battute lui in dieci
secondi che Woody Allen in dieci film, e che gioca in Borsa e non va a
una festa se non sa esattamente chi c’è, dov’è e soprattutto che abito
indossare. Matteo Brega è anche un serio studioso dell’arte di massa.
Libro interessantissimo, quasi un evento, benché faticoso da digerire,
a Brega, per farlo essere perfetto, occorrerebbe solo imporre un esilio
anglosassone come accadde a Erwin Panofsky il quale, costretto a
imparare l’inglese, sfrondando la ridondanza farraginosa del linguaggio
e mirando all’essenziale, fondò l’iconologia. Comunque sia, da tradurre
o meno in inglese, il libro di Matteo Brega restituisce uno degli studi
più importanti sull’arte di massa scritti negli ultimi decenni. Dentro
il libro di Brega c’è tutto, tanto i virus quanto gli anticorpi.
Capitalismo e omologazione
D’altra parte il tema trattato da Brega coinvolge lo stato
dell’immaginario occidentale tout court, ed è centrale più di quanto
non appaia anche nel dibattito politico attuale, basti pensare agli
attivisti no-global, eredi del materialismo storico seppur orfani
dell’impero sovietico, la cui ideologia d’origine resta il più delle
volte implicita, sottotraccia. Se non altro il vizio di fondo,
l’antioccidentalismo becero, l’antiamericanismo, il disprezzo per il
mercato. Eredi, più o meno consci, in ogni caso, della Scuola di
Francoforte e di tutti i suoi epigoni, da Guy Debord a Frederik Jameson
a Jean Baudrillard, quest’ultimo talmente convinto che l’Occidente,
ossia il capitalismo, ossia la società dei simulacri, sia il male
assoluto da applaudire all’attacco alle Twin Towers l’11 settembre. E
poi. Capitalismo e omologazione? Sarà. Mi sono sempre chiesto quale
società rimpiangeva Pasolini: quella contadina, d’accordo, ma non certo
meno omologata di quella dell’occidente tardo-industriale, costruita
anzi su un pluralismo sfrenato, tanto sfrenato che Mohammed Atta faceva
corsi di volo negli States. Si tratta del consueto trucchetto
post-marxista che, condannando la modernità da una parte, lotta per i
diritti civili in Occidente dall’altra e guarda con simpatia
all’integralismo islamico in quanto nemico degli Stati Uniti, che sono
l’impero e il simbolo del capitalismo mondiale. La caratteristica
liberale dell’Occidente è inglobare tutto, assimilare tutto nell’idea
delle differenze e pensiero pluralistico, ma i sociologi di scuola
marxista hanno sempre visto il potere omologante, plagiante, alienante.
Che ieri non vedevano in Urss come oggi non vedono in Iran, in Egitto,
nella Corea del Nord.
L’arte del Ventesimo secolo non è mai stata tanto impastata
d’ideologia. Soprattutto nell’autorappresentazione del proprio
particolare ruolo dentro l’Occidente che la contiene. Brega non ha
scritto un libro politico ma non può fare a meno di notare alcune
incongruenze e alcuni strani paradossi. Per esempio cominciando da
quella strana contraddizione istituita in maniera esplicita e
dichiarata dal Surrealismo: da una parte la rivoluzione dell’inconscio,
del sogno, dell’immaginazione al potere, e dunque rivoluzione
estremamente individuale, individualistica. Dall’altra l’adesione al
movimento rivoluzionario, la trasgressione come abbassamento gerarchico
e cancellazione di ogni gusto, André Breton che radia chiunque non si
allinei all’ortodossia marxista, fondando, così, le basi per una
contraddizione che si porteranno dietro tutti i movimenti artistici a
venire: rivoluzione dell’individuo e movimento di emancipazione di
massa. Abolizione dell’io mediante pratiche di espressione automatica,
e al contempo sua dichiarata liberazione.
Partendo dal presupposto, in ogni caso, che l’io è corrotto perché,
appunto, alienato dalla società industriale. Brega mette dunque il dito
nella piaga: paradossalmente è proprio la civiltà dell’odiato
capitalismo ad aver realizzato le ambizioni avanguardistiche verso
un’arte e una cultura di massa. Brega prende le distanze da Adorno, che
appiattisce qualsiasi possibilità percettiva individuale alla
standardizzazione, subordinando qualsiasi percezione estetica alle
strutture di dominio delle società borghesi.
Perché in Adorno «ogni aspetto legato alla fruizione estetica viene
legato all’ambito politico mostrando una sostanziale obliterazione di
ogni categoria estetica ad un ruolo ampiamente marginale». Detta in
altri termini, è curioso osservare come per il pensiero critico del
materialismo storico la cultura e l’arte contino in realtà molto poco,
mentre a contare è l’economia, ossia è la vecchia storia della
struttura, della sovrastruttura e dell’alienazione. Per i pensatori
della sinistra ortodossa non ci sono mai stati spettatori né lettori né
ascoltatori, ma solo vittime livellate del sistema, schemino che
ritroviamo ancora oggi perfino a livello politico, dove se vince la
sinistra l’elettore è libero mentre se vince la destra l’elettore è
plagiato e inconsapevole.
Brega trova queste analisi “apocalittiche”, oltre che fuorvianti per
comprendere i mutamenti generali. E mentre respinge Adorno, si
riaggancia all’attualità del pensiero di Dwight Macdonald e del suo
celebre saggio in cui, parlando per la prima volta di “arte di massa”,
lo studioso americano individua due categorie ormai di uso corrente
nella critica della cultura di massa, ovvero il Masscult e il Midcult.
L’avvento dell’arte di massa sarà così più il prodotto di un
cambiamento di committenza che un progetto di coercizione e
omologazione impartito dall’alto. L’avvento stesso della Rete e del
multimediale fa saltare l’idea di una standardizzazione
dell’immaginario anche perché frammenta all’infinito le richieste del
singolo che le immette in un circuito globale. E anche, vorrei
aggiungere alla riflessione di Brega, ammesso che non mi sia sfuggito,
immettendo nel circuito globale non solo richieste ma anche proposte,
andando così a modificare l’immaginario virtuale e quindi anche quello
reale, ammesso vi sia differenza.
Fuoriuscire si può
Alla fine perfino sull’arte di massa e sull’immaginario globale, più
che la società di controllo e l’omologazione descritte dai marxisti,
sembrano aprirsi altre possibilità, e sarà allora utile capire «se la
percezione si stia avviando verso una de-massificazione per come la si
è intesa sinora, conseguente all’impatto di massa del multimediale
digitale». Nella visione di Macdonald riletto da Brega non è così
scontato che il Midcult, unito alla globalizzazione economica e
multimediale, faccia tabula rasa di qualsiasi differenza, anzi. Brega è
più che ottimista, perché probabilmente, scrive Brega, proprio la Rete
può «rappresentare un’occasione di fuoriuscita dalle dinamiche di
“imposizione del gusto” prospettate dal mercato». Certo, la Rete
moltiplica l’informazione, gli immaginari, le esperienze come mai era
accaduto prima. La fruizione si fa simbolica e quantitativamente
infinita, e alla fine, o meglio al principio di questa nuova era, è il
medium stesso a farsi simbolo, a riflettersi in se stesso e nelle sue
infinite possibilità.
Massimiliano Parente
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