Asimov aveva ragione sulle Leggi robotiche
Un
convegno internazionale e un’équipe scientifica a Palermo – ma anche le
ricerche paramilitari sugl’insetti teleguidati – ripropongono
l’attualità di un codice di comportamento per gli automi
Sono lì, conficcate nel nostro
immaginario collettivo, le Tre leggi della robotica immaginate da Isaac
Asimov (1920-1992) per un ciclo di fantascienza fra i più letti e
ammirati: Io, robot (1950) s’intitola uno dei suoi romanzi più celebri,
rievocato due anni fa sotto forma di film da Steven Spielberg per
riproporre un tema cui il passare degli anni, anziché invecchiarlo, ha
conferito maggiore credibilità.
Del resto non poteva essere che il cinema a imporre la sua epica
popolare su questioni che altrimenti forse non avrebbero mai varcato le
soglie dei laboratori. Anche Blade Runner, quando uscì nel 1982,
parlava di singolari creature artificiali, definite “replicanti”,
costruite dai bioingegneri del domani (2019! ci siamo quasi) per
rimpiazzare gli esseri umani nelle miniere e nelle esplorazioni delle
colonie extramondo, dove l’ambiente è troppo ostile. Oggi non soltanto
quei futuribili replicanti sono diventati i cloni su cui dibattiamo in
condizioni di fattibilità tecnica, ma a proposito di legami tra natura
e tecnologia veniamo a sapere (Corriere della Sera, 17 marzo) che negli
Stati Uniti la Darpa, agenzia militare del Pentagono, ha avviato un
progetto per introdurre microchip nelle larve di farfalla: allo scopo
che una volta adulti gl’insetti siano teleguidabili e i loro recettori
elettronici possano distinguere – non visti – odori e suoni, forse
anche voci e persone.
Ormai è chiaro: è stata la fantascienza, come genere letterario, a
finire obsoleta, sopravanzata dalla realtà. Sicché gli scienziati si
trovano a fare i conti con problematiche effettive. Che tuttavia il
passato – la storia, la filosofia, anche l’arte e la fiction – ha già
investito di aspettative e richieste al livello etico e a quello
sociale. Chi, per esempio, fosse stato a Palermo dal 16 al 18 marzo
scorsi, avrebbe sentito alcuni fra i teorici e tecnologi più esperti
del mondo discutere seriamente proprio sull’opportunità di dotare la
robotica di un codice etico universale. Dunque, Asimov aveva ragione.
Perché i manufatti che elaboriamo svolgono per noi alcune funzioni
autonome, e il “come” dipende dai parametri che inseriremo nel software
del sistema. Anche quando non siamo più gli esecutori, restiamo pur
sempre i mandanti, i responsabili.
Intelligenza e intuizione
Il punto nevralgico toccato dalla robotica riguarda il principio
d’imitazione. «L’imitazione – spiega Ignazio Infantino, ricercatore nel
Laboratorio di macchine intelligenti e tecnologie informatiche nella
sede di Palermo dell’Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni
(Icar) del Cnr, che ha promosso insieme all’università locale
l’incontro siciliano Euros 2006 (www.euron.org/euros06/) – è uno dei
meccanismi fondamentali sfruttati dall’uomo e dagli animali per
apprendere azioni, comportamenti, interazioni sociali. Anche nel campo
della robotica si sta investigando sulla possibilità di implementare
tale capacità nei sistemi artificiali autonomi. Vari approcci sono
stati proposti attingendo da discipline quali la psicologia, le
neuroscienze e l’intelligenza artificiale».
Si tratta, in concreto, di far sì che il robot riproduca non soltanto
gesti esteriori, ma soprattutto le procedure intime che consentono
all’uomo di interagire con l’ambiente: fra le quali l’esperienza, la
creatività e l’inventar soluzioni contano molto più che la mera abilità
manuale. È qui che l’“automa” diventa più che meccanico.
E infatti «la robotica moderna – è ancora lo scienziato Infantino a
spiegare – si sta orientando verso “l’umanizzazione della macchina”,
cercando di prevedere modalità di interazione con l’uomo sempre più
semplificate e naturali. Da una parte si punta sull’apparenza
“verosimile”, costruendo sia robot antropomorfi (umanoidi), sia robot
dalle fattezze di animali (vedasi i cagnolini Aibo della Sony, ma non
mancano gatti, foche, dinosauri, ecc.), capaci di movenze ed
espressioni sempre più sofisticate e raffinate. Contemporaneamente, si
cerca di fornire i robot di software capaci di simulare alcune delle
caratteristiche che sono ritenute fondamentali per un comportamento
“intelligente”: rappresentazione interna del mondo attraverso le
percezioni e differenti livelli di astrazione, utilizzo di varie forme
di linguaggio e di canali di comunicazione, capacità di apprendimento,
pianificazione ed interazioni sociali, modulazione dei comportamenti
attraverso opportuni stati emotivi».
Lo scienziato la fa breve, forse perché la sa lunga; in questi anni la
sua équipe s’è guadagnata stima internazionale con un’architettura
software, ConScis (Conceptual Spaces based Cognitive Imitation System),
che ai colleghi del settore, quelli radunati a Euros 2006, è apparsa
come un uovo di Colombo. Non ci addentriamo qui nella materia; basti
sapere che si tratta d’indurre una antropomorfizzazione sostanziale
della macchina, dotarla cioè di codici che le consentano di essere
simultaneamente “istintiva” e “intelligente”: di misurarsi con la
realtà e di imprimerle il suo criterio.
Intelligenza artificiale? Sì, ma che cosa si debba e si possa intendere
con questo termine lo stiamo capendo ora in capo a un dibattito –
invero più filosofico che tecnico – che lungo gli ultimi cinquant’anni
ha visto schierati su due fronti opposti coloro che credevano meramente
quantitative le doti dell’ingegno umano, e quindi replicabili
artificialmente una volta che le risorse tecniche l’avessero consentito
(Hal 9000, il cervello elettronico di 2001: Odissea nello spazio, è il
loro santo patrono), e quanti invece pensano che si tratti di
tutt’altro: di “amplificare” l’irriproducibile specificità umana
dotandola di sussidi (protesi, strumenti) che ne accrescano le abilità.
Sotto quest’aspetto i robot, così come il computer, il microscopio e il
pettine, sono sofisticati accessori, che supportano senza rimpiazzare.
Se le cose stanno così, con novità come quelle della robotica (e della
biometria, dell’informatica, della biogenetica, della comunicazione) è
soprattutto a una nuova concezione di noi stessi che dobbiamo
abituarci. In cui il nostro “io” rimane lo stesso, ma il nostro “dove”
si dilata e s’estende a presenze non soltanto immediate: da qualche
parte c’è una parte di noi che fa per noi ciò che ci serve, aspettando
che noi stessi tiriamo le somme. Altro che codici tecnici e
tecnologici: la responsabilità personale, umana, rimane e anzi viene
accresciuta, specie se pensiamo agli ambiti in cui i robot potranno
rappresentarci: dall’insegnamento alla medicina, dall’esplorazione alla
sorveglianza, dalla produzione ai trasporti. Non per nulla la prossima
linea metropolitana milanese, appena approvata, sarà senza pilota,
sulla scia di analoghi esperimenti stranieri già in funzione. E questo
è niente.
Le tre leggi della robotica
Nella fantascienza, le “Tre leggi
della robotica” sono un insieme di leggi scritte da Isaac Asimov, alle
quali obbediscono gran parte dei robot che compaiono nei suoi racconti.
Le tre leggi della robotica sono:
1. Un robot non può recare danno a un essere umano,
né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere
umano riceva danno.
2. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli
esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3. Un robot deve proteggere la propria esistenza,
purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge.
Asimov attribuì le tre leggi a John W. Campbell, a seguito di una
conversazione fatta il 23 dicembre 1940. Comunque, Campbell sostiene
che Asimov aveva già in testa le leggi, che avevano solamente bisogno
di essere formulate esplicitamente.
Giuseppe Romano
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