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n° 13 - sabato 1° aprile 2006
Asimov aveva ragione sulle Leggi robotiche, di Giuseppe Romano

Asimov aveva ragione sulle Leggi  robotiche

Un convegno internazionale e un’équipe scientifica a Palermo – ma anche le ricerche paramilitari sugl’insetti teleguidati – ripropongono l’attualità di un codice di comportamento per gli automi

Sono lì, conficcate nel nostro immaginario collettivo, le Tre leggi della robotica immaginate da Isaac Asimov (1920-1992) per un ciclo di fantascienza fra i più letti e ammirati: Io, robot (1950) s’intitola uno dei suoi romanzi più celebri, rievocato due anni fa sotto forma di film da Steven Spielberg per riproporre un tema cui il passare degli anni, anziché invecchiarlo, ha conferito maggiore credibilità.
Del resto non poteva essere che il cinema a imporre la sua epica popolare su questioni che altrimenti forse non avrebbero mai varcato le soglie dei laboratori. Anche Blade Runner, quando uscì nel 1982, parlava di singolari creature artificiali, definite “replicanti”, costruite dai bioingegneri del domani (2019! ci siamo quasi) per rimpiazzare gli esseri umani nelle miniere e nelle esplorazioni delle colonie extramondo, dove l’ambiente è troppo ostile. Oggi non soltanto quei futuribili replicanti sono diventati i cloni su cui dibattiamo in condizioni di fattibilità tecnica, ma a proposito di legami tra natura e tecnologia veniamo a sapere (Corriere della Sera, 17 marzo) che negli Stati Uniti la Darpa, agenzia militare del Pentagono, ha avviato un progetto per introdurre microchip nelle larve di farfalla: allo scopo che una volta adulti gl’insetti siano teleguidabili e i loro recettori elettronici possano distinguere – non visti – odori e suoni, forse anche voci e persone.
Ormai è chiaro: è stata la fantascienza, come genere letterario, a finire obsoleta, sopravanzata dalla realtà. Sicché gli scienziati si trovano a fare i conti con problematiche effettive. Che tuttavia il passato – la storia, la filosofia, anche l’arte e la fiction – ha già investito di aspettative e richieste al livello etico e a quello sociale. Chi, per esempio, fosse stato a Palermo dal 16 al 18 marzo scorsi, avrebbe sentito alcuni fra i teorici e tecnologi più esperti del mondo discutere seriamente proprio sull’opportunità di dotare la robotica di un codice etico universale. Dunque, Asimov aveva ragione. Perché i manufatti che elaboriamo svolgono per noi alcune funzioni autonome, e il “come” dipende dai parametri che inseriremo nel software del sistema. Anche quando non siamo più gli esecutori, restiamo pur sempre i mandanti, i responsabili.

Intelligenza e intuizione
Il punto nevralgico toccato dalla robotica riguarda il principio d’imitazione. «L’imitazione – spiega Ignazio Infantino, ricercatore nel Laboratorio di macchine intelligenti e tecnologie informatiche nella sede di Palermo dell’Istituto di Calcolo e Reti ad Alte Prestazioni (Icar) del Cnr, che ha promosso insieme all’università locale l’incontro siciliano Euros 2006 (www.euron.org/euros06/) – è uno dei meccanismi fondamentali sfruttati dall’uomo e dagli animali per apprendere azioni, comportamenti, interazioni sociali. Anche nel campo della robotica si sta investigando sulla possibilità di implementare tale capacità nei sistemi artificiali autonomi. Vari approcci sono stati proposti attingendo da discipline quali la psicologia, le neuroscienze e l’intelligenza artificiale».
Si tratta, in concreto, di far sì che il robot riproduca non soltanto gesti esteriori, ma soprattutto le procedure intime che consentono all’uomo di interagire con l’ambiente: fra le quali l’esperienza, la creatività e l’inventar soluzioni contano molto più che la mera abilità manuale. È qui che l’“automa” diventa più che meccanico.

E infatti «la robotica moderna – è ancora lo scienziato Infantino a spiegare – si sta orientando verso “l’umanizzazione della macchina”, cercando di prevedere modalità di interazione con l’uomo sempre più semplificate e naturali. Da una parte si punta sull’apparenza “verosimile”, costruendo sia robot antropomorfi (umanoidi), sia robot dalle fattezze di animali (vedasi i cagnolini Aibo della Sony, ma non mancano gatti, foche, dinosauri, ecc.), capaci di movenze ed espressioni sempre più sofisticate e raffinate. Contemporaneamente, si cerca di fornire i robot di software capaci di simulare alcune delle caratteristiche che sono ritenute fondamentali per un comportamento “intelligente”: rappresentazione interna del mondo attraverso le percezioni e differenti livelli di astrazione, utilizzo di varie forme di linguaggio e di canali di comunicazione, capacità di apprendimento, pianificazione ed interazioni sociali, modulazione dei comportamenti attraverso opportuni stati emotivi».
Lo scienziato la fa breve, forse perché la sa lunga; in questi anni la sua équipe s’è guadagnata stima internazionale con un’architettura software, ConScis (Conceptual Spaces based Cognitive Imitation System), che ai colleghi del settore, quelli radunati a Euros 2006, è apparsa come un uovo di Colombo. Non ci addentriamo qui nella materia; basti sapere che si tratta d’indurre una antropomorfizzazione sostanziale della macchina, dotarla cioè di codici che le consentano di essere simultaneamente “istintiva” e “intelligente”: di misurarsi con la realtà e di imprimerle il suo criterio.

Intelligenza artificiale? Sì, ma che cosa si debba e si possa intendere con questo termine lo stiamo capendo ora in capo a un dibattito – invero più filosofico che tecnico – che lungo gli ultimi cinquant’anni ha visto schierati su due fronti opposti coloro che credevano meramente quantitative le doti dell’ingegno umano, e quindi replicabili artificialmente una volta che le risorse tecniche l’avessero consentito (Hal 9000, il cervello elettronico di 2001: Odissea nello spazio, è il loro santo patrono), e quanti invece pensano che si tratti di tutt’altro: di “amplificare” l’irriproducibile specificità umana dotandola di sussidi (protesi, strumenti) che ne accrescano le abilità. Sotto quest’aspetto i robot, così come il computer, il microscopio e il pettine, sono sofisticati accessori, che supportano senza rimpiazzare.
Se le cose stanno così, con novità come quelle della robotica (e della biometria, dell’informatica, della biogenetica, della comunicazione) è soprattutto a una nuova concezione di noi stessi che dobbiamo abituarci. In cui il nostro “io” rimane lo stesso, ma il nostro “dove” si dilata e s’estende a presenze non soltanto immediate: da qualche parte c’è una parte di noi che fa per noi ciò che ci serve, aspettando che noi stessi tiriamo le somme. Altro che codici tecnici e tecnologici: la responsabilità personale, umana, rimane e anzi viene accresciuta, specie se pensiamo agli ambiti in cui i robot potranno rappresentarci: dall’insegnamento alla medicina, dall’esplorazione alla sorveglianza, dalla produzione ai trasporti. Non per nulla la prossima linea metropolitana milanese, appena approvata, sarà senza pilota, sulla scia di analoghi esperimenti stranieri già in funzione. E questo è niente.

Le tre leggi della robotica

Nella fantascienza, le “Tre leggi della robotica” sono un insieme di leggi scritte da Isaac Asimov, alle quali obbediscono gran parte dei robot che compaiono nei suoi racconti. Le tre leggi della robotica sono:

1.    Un robot non può recare danno a un essere umano, né può permettere che, a causa del suo mancato intervento, un essere umano riceva danno.
2.    Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani, purché tali ordini non contravvengano alla Prima Legge.
3.    Un robot deve proteggere la propria esistenza, purché questa autodifesa non contrasti con la Prima e la Seconda Legge.

Asimov attribuì le tre leggi a John W. Campbell, a seguito di una conversazione fatta il 23 dicembre 1940. Comunque, Campbell sostiene che Asimov aveva già in testa le leggi, che avevano solamente bisogno di essere formulate esplicitamente.
Giuseppe Romano
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