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n° 18 - sabato 6 maggio 2006
L’utopia del figlio progettato, di Emilio Mordini
Il genio in provetta, o come ti faccio il bimbo perfetto, di Marco Respinti
...è mobile. La donna? No, la tivù, di Piermaurizio Di Rienzo

L’utopia del figlio progettato

Quella cocciuta e ricorrente idea di modificare artificialmente l’umanità, e le ideologie che se ne sono occupate fino ai giorni nostri. Eugenetica, perfezionamento della razza: un tempo – quello del nazismo e del comunismo –  erano questioni di Stato. Oggi invece accade che due lesbiche sorde ottengano di farsi concepire un figlio sordo in nome dell’“identità culturale”. Vien bene per riflettere su che cosa siano, oggi, i diritti soggettivi. E dove si situi la “normalità”

Il secolo appena trascorso è stato, tra le molte altre cose, anche il secolo dell’“eugenetica”. Ben prima della follia nazionalsocialista, gran parte dell’Europa e diversi Stati dell’Unione nordamericana furono attraversati dalla mostruosa illusione di poter modificare positivamente la salute dei propri cittadini con misure di selezione genetica. Prima delle leggi razziali volute dal nazismo, e accettate da vari regimi fascisti europei, già la California, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca avevano votato e applicato leggi in cui si prevedeva la sterilizzazione obbligatoria di malati mentali e di altre persone “geneticamente tarate” (alcolisti, criminali abituali, ecc). Queste leggi rimasero in vigore, in alcuni casi, sino agli anni Settanta del secolo scorso.
Tuttavia è indubbio che il termine “eugenetica” evoca soprattutto il fantasma nazista. Il nazismo fu, infatti, un’ideologia fondata sull’illusione biologica. L’eugenetica non fu un epifenomeno, ma, al contrario, la logica conseguenza delle premesse filosofiche della politica nazista. Tutto questo è risaputo. Ciò che forse si conosce di meno è che non fu la politica nazista a generare simili mostri, ma che furono le mostruosità della medicina a partorire, in qualche modo, anche il nazismo. In realtà l’idea che un intervento di ingegneria sociale potesse risolvere la piaga di malattie di interesse pubblico è precedente al nazismo ed è propria della scuola di sanità pubblica tedesca che inizia con Rudolf Wirchow (1821-1902). Dagli inizi del Novecento, e sino agli anni Trenta, sono numerosissimi i cattedratici delle università tedesche che propugnarono interventi di selezione genetica in grado di migliorare la “razza”, eliminando degenerazioni e malattie. L’idea del programma di uccisione sistematica di malati di mente, ritardati, pazienti inguaribili e disabili (il cosiddetto programma di “eutanasia”) è precedente al regime nazista. Il nazismo avrà solamente il “vanto” di applicarla e di estenderla a categorie razziali come ebrei e zingari. Adolf Eichmann, nel corso del suo celebre processo, si riferirà sempre al programma di sterminio come a «una faccenda medica» e, in effetti, i responsabili delle camere a gas furono, inizialmente, tutti medici.
La rivoluzione genetica che ha attraversato le nostre società nel corso dell’ultimo decennio ha sollevato la paura di un ripresentarsi di questi antichi fantasmi. Si tratta di una paura immotivata, se presa in un senso letterale; tuttavia, in un senso più ampio, rappresenta bene alcune reali fonti di preoccupazione.

Dallo Stato ai privati
Indubbiamente l’attenzione posta dalla società contemporanea alle cause genetiche della biologia umana può ricordare l’ubriacatura genetica dell’inizio del secolo scorso.
Il Novecento è stato attraversato da due feroci ideologie deterministiche, basate cioè sulla convinzione che la conoscenza di alcune leggi biologiche e sociali potesse permettere di modificare l’essere umano e le società umane a proprio piacimento. Il comunismo era convinto che le leggi dell’economia fossero in grado di spiegare ogni comportamento umano e che, intervenendo a livello economico, si potessero cambiare radicalmente le società. Il nazismo fu invece sicuro che la biologia fosse alla base delle società umane e che cambiando il pool genico di una società, attraverso interventi di selezione non diversi da quelli di un allevatore di animali, si potesse rapidamente cambiare una cultura umana.
In entrambi i casi la fantasia perversa fu quella di ottenere una rapida modificazione dell’umanità, come se, conoscendo alcune chiavi scientifiche, fosse semplice indirizzare la storia e lo sviluppo del genere umano. Ovviamente, come sempre accade in questi casi, l’unico risultato fu un moltiplicarsi di atrocità e insensatezze. Il sogno paranoico di pochi divenne la scusa per l’opportunismo e la sete di potere di molti. Il programma nazista di “purificazione razziale” divenne anche lo strumento con cui professori universitari si impossessarono di cattedre immeritate, banchieri fecero fortune e oscuri funzionari di partito guadagnarono benemerenze.

Sia il nazismo sia il comunismo avevano come teatro l’intera società e ritenevano che l’attore in grado di intervenire su di essa fosse lo Stato. In modo più attenuato, le derive eugenetiche delle società democratiche percorsero lo stesso itinerario. Furono soprattutto le correnti socialdemocratiche a propugnare politiche eugenetiche. A ciò concorsero vari fattori: la fiducia nella scienza, intesa come fattore di sviluppo da contrapporre alla religione; la fiducia nello Stato, contrapposto all’iniziativa privata e al libero mercato; la fiducia nel progresso dell’umanità, considerato un portato inevitabile dell’iniziativa umana e del libero pensiero.
Nulla di simile si può presumere che stia accadendo ora. Anzi, proprio la perdita di fiducia nello Stato, nella scienza e nel progresso sono i marchi contraddistintivi dell’epoca cosiddetta “postmoderna”.
La civiltà contemporanea è caratterizzata da una diffusa diffidenza verso tutte le forme di potere centralizzato. Il cittadino postmoderno è un cittadino cosmopolita dalle multiple appartenenze. Sensibile alle spinte localistiche e tuttavia inserito in numerosi network globali, la decentralizzazione è il suo carattere distintivo. Anche la fiducia nella scienza e nel progresso non sono più una sua caratteristica. L’incontro con culture diverse e diverse identità etniche e sociali lo ha portato a un pragmatismo, se non teorico, almeno dei fatti. Il relativismo culturale – quando non apertamente teorizzato – è comunque divenuto la cifra che permette di spiegare tanti fenomeni del nostro mondo. L’idea di tolleranza, propria dell’Occidente, aveva già in sé il germe del relativismo, che riusciva a contrastare, però, distinguendo tra sfera pubblica e sfera privata, tra legge e moralità. La fine di questa distinzione, che era stato un caposaldo della cultura liberale (fine che è un’altra delle caratteristiche precipue della postmodernità) ha segnato anche la fine della tolleranza: la nostra società è nel contempo una società relativistica – in cui ogni valore è considerato espressione di una particolare costellazione sociale senza che sia mai possibile stabilire una gerarchia – e intollerante al massimo grado, basti pensare alle nuove forme di fondamentalismo etnico e religioso. Del resto la tolleranza non può che fondarsi su un’assiologia: l’impossibilità di un metro che permetta di distinguere tra diversi valori in gioco porta inevitabilmente alla violenza, alla forza, come unico strumento per risolvere i conflitti che fatalmente si creano.

Come studiare pianoforte
Frutto non della tolleranza ma del relativismo culturale è anche la nuova eugenetica. Non eugenetica di Stato, con ambiziosi obiettivi sociali, ma eugenetica privata, con scopi limitati, ristretti al desiderio di una coppia, o di un single, di poter aver il bambino che egli o ella vuole: un’eugenetica, insomma, figlia più del “pensiero debole”, della cultura minimalista ed ecologista, del politically correct, che delle feroci ideologie del passato. Così come il cittadino cosmopolita delle società postmoderne sceglie il proprio cibo o lo stile del proprio arredamento nell’ambito di un’offerta multietnica e multiculturale, ugualmente egli è già, e sarà sempre di più, in grado di progettare a proprio piacimento il proprio figlio.
Un bell’esempio di cosa s’intenda per “designer baby” viene dagli Stati Uniti, dove due anni fa una coppia di donne omosessuali e affette da una forma genetica di sordità ha appositamente “procreato” – attraverso la selezione del seme di un donatore affetto dalla stessa patologia – un figlio sordo. La coppia ha difeso questa scelta in nome dell’“identità culturale” dei sordi. Le due donne hanno dichiarato che non cercheranno in alcun modo di trattare la sordità del figlio con protesi acustiche, e che lasceranno a lui, raggiunta la maggiore età, la decisione se curarsi o meno. Come si vede, lo schema una volta applicato solo alle scelte religiose – i genitori che non battezzano il bimbo lasciando a lui la decisione al raggiungimento della maggiore età – è ora applicato in ogni circostanza. Il paradosso di questa finta libertà è che essa, come è evidente, coincide col massimo della coercizione. Infatti coercizione non è solo obbligare qualcuno, ma anche porlo in condizioni tali per cui le sue scelte saranno obbligate, senza far fronte alle responsabilità che il proprio ruolo imporrebbe.

Il caso della coppia omosessuale appena citato è esemplificativo proprio nel suo essere eccessivo. Casi molto più banali – perché il male è quasi sempre banale – sono sotto gli occhi di tutti. Quando in tutti, o quasi, i Paesi occidentali la legge consente l’interruzione volontaria di gravidanza in caso di sindrome di Down, un’aberrazione cromosomica non solo compatibile con la vita ma compatibile con una vita felice – a patto che vi sia una capacità di accoglienza – è evidente che il principio accettato socialmente è quello che una coppia di genitori ha il diritto di scegliere il figlio che più gli aggrada e di sopprimere quello che non corrisponde alle sue aspettative. Certo, il dolore e il tormento della coppia che decide di abortire il figlio “mongoloide” si presume sia superiore a quello di chi sceglie di sopprimere un feto perché di sesso non voluto (la selezione sessuale a scapito delle femmine è praticata tuttora in Cina e in altri paesi asiatici), o perché portatore di caratteri non graditi.
Ma il principio è sempre lo stesso. Accettato questo principio, non c’è più possibilità di fermare il piano inclinato. Infatti, una volta che la scienza ce ne dia la possibilità, per quale ragione non sarebbe lecito selezionare quelle caratteristiche che si ritengono positive in un figlio, piuttosto che solamente sopprimere le negative? Se la coppia omosessuale americana appena citata ha fatto scandalo è soltanto perché la caratteristica selezionata è ritenuta positiva dalla coppia ma è ritenuta negativa dalla maggioranza del pubblico. Sarebbe stato uguale scandalo se il feto fosse stato selezionato in base all’intelligenza? Da anni esiste in California una banca dello sperma selezionata per l’intelligenza dei donatori, e quanto a indignazione nessuno è mai andato oltre qualche sorriso scettico.
Gli argomenti proposti nel dibattito bioetico, proprio a partire dal caso della coppia di donne sorde e dalla loro scelta procreativa, sono stati vari. Fondamentalmente si sono confrontate due posizioni. L’una sostiene che, una volta accettato il diritto dei genitori a “plasmare” i propri figli – diritto accettato nel momento in cui si accetta l’idea stessa di genitorialità – non vi sia possibilità di negare il diritto anche a scegliere caratteristiche che i genitori ritengono positive. In altre parole, se si accetta che un padre e una madre abbiano il diritto di far studiare il pianoforte al proprio figlio – se essi ritengono che sia per il bene del figlio –, allora bisogna accettare che essi procreino appositamente un figlio sordo, se ritengono che la sordità sia un carattere positivo.

La seconda posizione distingue tra caratteri patologici e caratteri normali. Mentre sarebbe un diritto dei genitori cercare di influenzare i caratteri normali, essi non avrebbero il diritto di imporre sul figlio il peso di un carattere patologico. Questa posizione, che sembra di buon senso e che probabilmente ognuno di noi di primo acchito sosterrebbe, è però di una debolezza logica assoluta. Infatti il problema è proprio quello della definizione di cosa sia patologico e cosa normale: è evidente che il concetto di “normalità” di una coppia di lesbiche sorde newyorkesi non coincide con quello di mia zia di novant’anni che vive in un’isoletta del Mediterraneo. Quello di cui non ci si rende conto è che il problema non sono la sordità o gli occhi azzurri, l’intelligenza o il ritardo mentale, l’altezza o la bellezza, ma il concetto che vi è alla base: cioè l’idea che i genitori possano scegliere il figlio a proprio piacimento. È un falso ragionamento equiparare la scelta del figlio all’educazione: è vero che i genitori cercano di plasmare il figlio tramite l’educazione, ma questo è un processo di una tale imperfezione e aleatorietà da lasciare ampi spazi di libertà alla “vittima”.
La distinzione, cioè, non dev’essere tra patologico e normale ma tra gradi di libertà: esistono alcuni interventi sul figlio che, pur cercando di influenzarlo, gli permettono di reagire e di rifiutare l’influenza; altri interventi, invece, hanno una tale forza da impedire ogni reazione. Così come la legge proibisce i maltrattamenti – anche praticati a fin di bene da legittimi genitori – sarebbe logico che la legge impedisse ogni intervento – a qualsiasi fine praticato – sul genoma del nascituro quando non fosse in gioco la vita stessa. È evidente, infatti, che soltanto il rischio di perdere il bene che fonda tutti gli altri, cioè l’essere vivo, giustifica una modificazione di un altro essere vivente così radicale a cui egli non può in alcun modo opporsi.

Playing God
Il sogno del “designer baby”, del bambino progettato, è quindi molto lontano dalle fantasie eugenetiche di stampo nazista, e anzi sembra essere il frutto di ideologie opposte. In un senso, però, può essere avvicinato alla mostruosità del nazismo: in entrambi i casi la fantasia che vi sottostà è quella di mettersi in grado d’esercitare un potere assoluto su altri esseri umani. In inglese c’è un’espressione che ricorre spesso quando si parla di questi temi: “playing God”. Si tratta di un’espressione particolarmente felice perché significa sia recitare il ruolo di Dio, sia fingere di essere Dio. Proprio in quest’ambiguità si cela il senso della questione.
La società occidentale – nelle sue due radici, greco-romana ed ebraico-cristiana – si è fondata sul mito del confronto tra uomo e Dio. L’uomo è la più alta delle creature, la più divina, ma non è Dio. Nella Genesi si vede bene questa tensione. Da un lato Dio crea l’uomo a sua immagine e somiglianza, dall’altra il tentatore fa cadere l’uomo proprio promettendogli di diventare “simile a Dio”. È chiaro che queste due promesse sono radicalmente diverse.
Anche la cultura greca, una cultura superba della propria “umanità” – basti pensare alle splendide statue di kouroi arcaici, nudi di fronte al dio – si è interrogata sull’idea di limite; e la hubris, la perdita di consapevolezza della propria finitudine umana, è la principale bestemmia di cui si può macchiare l’uomo greco.

Agostino chiamerà il demonio simia Dei, colui che scimmiotta Dio, la caricatura di Dio. In questo senso ogni tentativo di modificare violentemente il mondo – in base a un principio di potenza assoluto – è di per sé diabolico, proprio perché diventa solamente una parodia, una scimmiottatura della potenza creatrice. Difficile tracciare il confine tra scienza e magia, perché se la magia è sempre un tentativo di esercitare un potere simil-divino, la scienza sembra a volte prendere lo stesso indirizzo. Quello che dovrebbe contraddistinguere sempre la scienza è il comprendere, cioè non solo il saper fare ma anche il saper vedere. La vera scienza non cancella la consapevolezza del mistero, del fatto che sono infinitamente più le cose che ignoriamo, più le cose che sfuggono al nostro controllo, che quelle che la nostra povera capacità ci permette di afferrare e di modificare.
L’accecamento diabolico è quello che fa perdere questa consapevolezza. Pensare di poter plasmare un altro essere umano a proprio piacimento – sia il delirio di un sistema di potere, come i totalitarismi del secolo passato, o sia il privato delirio di un genitore o di una coppia – è sempre una forma di accecamento che non può che condurre a disastri, pubblici e privati. I totalitarismi hanno prodotto i gulag e i lager; ancora non sappiamo cosa produrranno i “designer baby” ma non c’è certo da ben sperare.
Emilio Mordini

Il genio in provetta, o come ti faccio il bimbo perfetto

Le follie di un miliardario americano, quelle che esse seminano nel mondo, quelle che esse alimentano nel proprio seno

Robert K. Graham era un tipo un po’ strano, miliardario e con una fissa. Era convinto che, quanto a popolazione, gli Stati Uniti d’America fossero a un passo dal disastro. No, non la solita tiritera sulla “Bomba P”, quella mai esplosa dell’eccesso demografico, o quella, assai più veritiera, dell’inverno demografico che da tempo funesta il mondo industrializzato. Ma quella della catastrofe genetica. Imminente, questione di ore. Il rischio, cioè, dell’impoverimento del corredo cromosomico degli statunitensi, tale per cui in un batter d’occhio tutto il loro genio, il loro talento, le loro capacità si sarebbero arrestate senza più futuro. Gli americani di domani mai più come quelli di ieri, di sempre.
Allarmato più dalle proprie paure che da oggettivi dati statistici (ammesso e non concesso che calcoli e addizioni possano dire qualcosa di serio sull’“impoverimento genetico”; ammesso e non concesso che l’“impoverimento genetico” sia una realtà, e che, se lo è, occorra porvi rimedio andando di selezione; ammesso e non concesso che gli uomini possano e debbano venire virtualmente vivisezionati da qualcuno con il pallino del tarlo ereditario da purgare o della sublime dote da potenziare), Graham decise dunque di mettere i propri concittadini al riparo di questo pericoloso fall-out da filamento immiserito di DNA e di costruire un rifugio sicuro a colpi di dollaroni. Creò cioè in California, nella California delle sperimentazioni sociali più bizzarre, il Repository for Germinal Choice. Ossia la banca del seme dei Nobel. Un posto dove anonimi donatori superdotati d’intelletto e bravure (Premi Nobel, prodigi della matematica, affermati professionisti e atleti fuori dal comune) mettessero il proprio sperma a disposizione di madri e di coppie desiderose di salvarsi dalla peste paventata da Graham e in realtà, molto più spesso, di crearsi in provetta il figlio perfetto, l’orgoglio della famiglia che risolve i problemi di casa e della cui foto su tutti i giornali si può andare fieri dal parrucchiere e in ufficio.

Era il 1980 e non è un film di fantascienza. Ma tutto finì nel 1999, quando Graham passò, speriamo per lui, a miglior vita. Nel frattempo, però, il suo Repository ha disseminato semenze d’intelligentoni in diverse famiglie americane, entusiaste di quel figlio non loro ma così irresistibile.
David Plotz, vicedirettore della rivista on line Slate, decise un giorno di saperne di più e incominciò a indagare. Su quella banca dello sperma, ma soprattutto su quale fine avessero fatto i genî che sono tra noi senza saperlo. Molte tra ricerche, navigazioni Internet e appelli dopo, la sua indagine dapprima consegnata a qualche articolo su Slate è divenuto un libro, oggi tradotto pure in italiano come La fabbrica dei genî. L’incredibile storia della banca del seme dei Nobel (Lindau, Torino, 2006).
Insolito, meraviglioso, stupefacente, addirittura commovente. Gli aggettivi spesi dai recensori di mezzo mondo per il libro sfruttano tutto il dizionario dei superlativi. Ma il punto è: in che razza di mondo stiamo vivendo?

Plotz ha rintracciato alcuni di quei superdotati e ne ha ricostruito le vite. Chi sono, dunque, questi figli di NN, orfani per definizione secondo i canoni tradizionali di ciò che significa essere figlio di x e di y, i quali in eredità hanno semplicemente un po’ di chimica organica di uno che non sanno nemmeno chi è (né possono saperlo, questa è la regola), ma che per convenzione è un “genio” solo perché sa fare di conto più velocemente dei suoi compagni di banco? Chi sono questi mostri, secondo il senso autentico del termine, creati a tavolino dalle voglie represse di qualche “genitore”, dalle manie strampalate di un tale fantastiliardario, e dalle reti di operatori e addetti ai lavori che, se ne può stare certi, benedicono il tutto come l’ennesima soglia sfondata del tabù, il bene del progresso che irrefrenato avanza, il futuro dietro l’angolo?
Perché che Graham fosse un cialtrone pieno di soldi disposto a dispensare i propri beni in nome di un progetto allucinante è cosa evidente. Ma forse mica per tutti lo è che la strada da lui aperta covi nel seno potenziali scelleratezze pronte per il prossimo folle di turno il quale, con la scusa del benessere  e del miglioramento, si prenda la briga di costruirci tutti in laboratorio seguendo la lucida idea che egli e solo egli ha di essere umano.
La tecnica permette materialmente di creare esseri umani così, ma è del tutto evidente la superiorità di quella scienza che ci permette ancora di essere persone: la coscienza del limite, la sapienza del bene e del male.
Marco Respinti

...è mobile. La donna? No, la tivù

Mediaset s’è tuffata su infrastrutture e frequenze che fonderanno il nuovo reame della comunicazione digitale. Dopo il flop videofonini (nessuno videochiama, tranne forse la Marini), tutti stiamo per videoscrutare la nuova tivù da tasca

L’editore Silvio Berlusconi aveva visto lungo. A una domanda di Bruno Vespa su quale strada di sviluppo avrebbe consigliato ai suoi figli, il Cavaliere non lasciò spazio a dubbi: «Le nuove tecnologie. I telefonini diffondono ormai programmi televisivi…».
È ovvio che sei mesi fa, quando Berlusconi pronunciò queste parole, Mediaset aveva già intrapreso la strada della tv sui cellulari. Ma ora quell’obiettivo sta per essere concretamente centrato. L’Antitrust, infatti, ha dato il via libera all’acquisizione di Europa Tv da parte del gruppo di Cologno Monzese. Che cosa significa? Il progetto di Mediaset prevede il lancio di quella nuova tecnologia, detta DVBH – Digital Video Broadcasting Handled: è una combinazione del video digitale con l’IP (Internet Protocol) –, che consentirà di avviare entro la fine dell’anno la prima offerta commerciale di tv mobile.
Per far ciò l’azienda presieduta da Fedele Confalonieri ha acquisito infrastrutture e frequenze digitali da Europa Tv, società controllata da Holland Italia dell’imprenditore Tarak Ben Ammar e dall’emittente francese TF1. Quello dell’Antitrust era l’ultimo passaggio necessario prima dell’operatività. Il prodotto finale potrà essere venduto ai principali operatori della telefonia mobile, pienamente responsabili sulla gestione e l’offerta dei contenuti. È lo stesso progetto multimediale sul quale si sono già ben inseriti i cinesi di H3G, che della televisione sui videofonini hanno fatto un vero e proprio cavallo di battaglia.

L’Ansa e il calcio
Il tutto grazie anche a una forte partnership, consolidata da oltre un anno, con il gruppo Ansa, che fornisce sui telefonini Tre i suoi videonotiziari. La più grande agenzia di stampa italiana sui cellulari è già una realtà. Si chiama “Ansalive” ed è un tg da due minuti prodotto 365 giorni all’anno in sedici edizioni quotidiane. Il servizio è nato per il portale dell’agenzia (www.ansa.it) ma è divenuto presto un prodotto di punta diffuso su radio digitali, televisioni satellitari, portali internet e, appunto, sui videofonini. Ansa punta forte su questo servizio: basta osservarlo per capire quali modifiche e miglioramenti siano stati apportati nell’ultimo anno. Sugli attuali terminali, intanto, sono visibili anche le partite di calcio di Inter e Siena e presto il servizio potrebbe allagarsi ad altri club, diritti calcistici permettendo.
Ma H3G non si limita solo all’informazione. Due mesi fa la compagnia ha illustrato i dettagli della sua offerta televisiva, la prima proposta commerciale di questo tipo in Italia e tra le prime al mondo. Si partirà a giugno, in coincidenza con i mondiali di calcio di Germania che costituiranno l’evento trainante per il lancio dei «tvfonini». I nuovi terminali (quelli Umts non andranno bene) avranno uno schermo da 2,2 pollici, in grado di ruotare e di assumere la forma di un classico televisore. Il canale pensato da Tre si chiamerà «La 3», un nome che suona come qualcosa di più che una semplice sfida a Telecom e alla sua La 7. Si potranno vedere i tre canali Rai, il meglio di Mediaset (una sorta di “medley” di Canale 5, Rete 4 e Italia 1), quattro canali Sky, un canale di cartoon e uno di musica. E infine quattro spazi “autoprodotti”: «La 3 Sport», in accordo con Mediaset per le partite della Serie A e il MotoGp, «La 3 Show», dedicato a intrattenimento e concerti, e «La 3 Star». Insomma, un canale fatto da community, aperto anche ai cortometraggi ignorati dalla televisioni tradizionali.
Passi importanti in questa direzione sono stati compiuti anche dal gruppo Tim e da Vodafone che presenteranno presto le loro offerte. Insomma, sembra in atto una vera e propria rivoluzione. Tuttavia, l’Authority presieduta da Antonio Catricalà, che ha analizzato l’operazione Mediaset nella seduta dello scorso 10 aprile, ha annunciato che vigilerà sul rispetto degli impegni che il gruppo Rti (Reti Televisivi Italiane) ha preso in relazione alla raccolta pubblicitaria, che, di fatto, non potrà essere effettuata dall’azienda di Cologno ma dai soli operatori di telecomunicazioni. In altri termini, Europa Tv sarà esclusivamente dedicata alla tv sui cellulari.

Il progetto appare come un percorso obbligato per i grandi gruppi editoriali. Una recente ricerca dell’Ansa ha disegnato uno scenario innovativo: entro il 2010 internet supererà la carta stampata e raggiungerà l’importanza della televisione. Non solo: le notizie brevi guadagneranno terreno rispetto ai testi più articolati. I media tradizionali dovranno puntare sul multimediale per poter resistere a quest’avanzata: e la televisione sui telefonini rappresenta uno dei tasselli di questo futuro. Del resto, più di qualsiasi altro media, è sempre stata la televisione ad accelerare il fenomeno di nazionalizzazione delle masse italiane. Grazie alla tv e alla sua rapida diffusione i contenuti culturali hanno coinvolto quelle fasce della popolazione che non si avvicinavano ai giornali stampati. Gli italiani sono riusciti per la prima volta a riconoscersi nella stessa lingua proprio grazie al mezzo televisivo. Il linguista Tullio De Mauro nei primi anni Sessanta osservava, con  una riflessione divenuta quasi proverbiale, come l’unificazione della lingua fosse avvenuta in proporzione alla crescita delle antenne televisive. Sono passati quarant’anni, ma nel corso di questi decenni il protagonismo dei media nelle vicende della nostra società è diventato sempre più evidente.

Tutti alle nozze tv-cellulare
Ora gli scenari sono cambiati così come il ruolo della televisione, meno educativa e più improntata al business. È difficile, però, pensare alla tv sui cellulari come portatrice di cambiamenti epocali simili a quelli descritti. Ma non si può nemmeno immaginare un servizio per pochi, non foss’altro per la concorrenza spietata che gli operatori della telefonia si fanno a suon di tariffe. Come ogni innovazione tecnologica, occorrerà del tempo prima che iniziative come queste possano diffondersi tra la maggior parte degli utenti della telefonia mobile.
Tuttavia quest’ultimo campo dei cellulari insegna qualcosa, se pensiamo che ormai quasi il 90 per cento degli italiani possiede un apparecchio, nuovo o vecchio che sia. Ecco una chiave di lettura plausibile sull’operazione condotta da un gruppo editoriale che, come Mediaset, guarda con fiducia a quest’orizzonte. Lo dimostrano più di ogni altra cosa i 60 milioni di euro investiti per l’acquisizione di Europa Tv. D’altra parte, televisione e cellulari sono i due mezzi di comunicazione più diffusi nel nostro Paese.
La sfida è pensarli come un binomio vincente. Restano comunque delle difficoltà, come i costi per l’Umts segnalati dagli operatori delle telecomunicazioni al congresso mondiale di Barcellona, nel febbraio scorso. La gente, al momento e malgrado una pubblicità martellante, si “videochiama” ancora poco. C’è di più: sembra che le imprese temano il calo dei margini da traffico vocale e, soprattutto, la concorrenza di tecnologie concorrenti meno costose e più potenti (vedi i sistemi Skype per le chiamate da computer).
In questo quadro la tv sul cellulare è una frontiera capace di aprire nuove strade. Chi si è già mosso per tempo è qualche lungimirante imprenditore che ha messo in piedi aziende capaci di produrre service per questi prodotti. Un esempio su tutti è Real Life Television di Milano che ha fatto dei nuovi media la sua ragion d’essere, capace di realizzare e fornire supporti di alta qualità ai prodotti informativi multimediali. Il terreno è fertile.
Piermaurizio Di Rienzo

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