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n° 16 - sabato 17 aprile 2004
A.A.A. Identità vendesi, di Giuseppe Romano
Post-porno, dove lo sguardo si fa oggetto, di Massimiliano Parente
Controllare nella rete, di Stefania Garassini
Videogames: gioco al massacro


A.A.A. Identità vendesi

Esiste un nuovo tipo di reato: il furto di identità. Gente a cui pervengono multe, bollette, ricevute a suo nome ma non sue. Qualcun altro si è appropriato dell’identità e guida, telefona, acquista. In USA,  nel 2003, questo guaio ha colpito ben sette milioni di cittadini; le statistiche segnano un incremento del 40% rispetto al 2002. Il territorio privilegiato, ovvio, è Internet. Se già in qualsiasi community della Rete è facile presentarsi per quelli che non si è, spacciarsi per un’altra persona, attribuirsi connotati e situazioni non propri, il passo in più  non è né impensabile né impossibile per chi sappia come muoversi: intercettare codici fiscali e carte di credito, codici d’accesso a sistemi di pagamento e a conti correnti in Rete. Perché in Internet “siamo” i segnali che lasciamo, la nostra scia ci individua e si sostituisce a noi.
Le banche e le aziende dedite al commercio elettronico reputano l’identity theft il male del nuovo secolo. Il 2 febbraio, in seno alla Commissione Europea, il Forum on the prevention of organised crime ha preso atto del fenomeno e comincia ad affrontarlo seriamente, per formalizzare il nuovo reato sotto il profilo penale.

Frattanto, per un tragicomico paradosso, lo stesso Occidente che a livello geopolitico viene aggredito sotto il profilo identitario da un terrorismo irriducibile e globalizzato, applaude come nuovo spettacolo popolare del decennio quella reality-tv che genera un modello di divo improntato alla celebrevity, “celebrevità”. È di questo genere l’identità dei Tariconi e degli Ascanii, dei Grandifratelli, delle Talpe e delle Fattorie in cui si diventa famosi senza essere nessuno, semplicemente sfondando la soglia del privato altrui con l’esibizione televisiva del privato proprio. Le star tradizionali (attori, sportivi) erano celebri per quello che sapevano fare bene. I divi della reality-tv sono celebri perché li rende celebri il mezzo televisivo. “Sono” coincide con “sono visti”.
Identità: in gioco come un qualsiasi bene di consumo. Possiamo perfino concepire di affittarla o di venderla. Un giapponese l’ha fatto davvero: ha messo all’asta la propria identità su Yahoo Japan. In effetti si trattava di una protesta contro il suo provider Internet che, ammesso un “furto di identità” ai danni dei propri abbonati, voleva rimborsarli con un pugno di yen.
Vendere l’identità? Sarebbe l’ultima libertà, la libertà di piazzare ad altri il proprio spazio esistenziale. Dopo di che tutti in tivù, il luogo del riscatto, dove chi s’è visto s’è visto.
Giuseppe Romano



Post-porno, dove lo sguardo si fa oggetto

Viaggio infernale nei mille rivoli della pornografia contemporanea. Abbandonata l’ipocrisia dell’erotico e annoiata dalla sessualità esibita, ha sposato l’assolutizzazione del particolare perché tutto in fin dei conti sta nell’occhio di chi guarda. E la Rete è il luogo dove ogni ossessione trova la propria esaltazione

Prima o poi nella vita si incappa sempre in una pia signorina che distingue i film erotici da quelli pornografici, dove gli erotici sono erotici perché “suggeriscono”, i porno sarebbero porno perché “si vede tutto”, e quindi non c’è niente da immaginare.
Distinzione troppo scontata. Perché gli spettatori cosa volete che s’immaginino, nell’erotismo, se non la pornografia che non c’è, e viceversa cosa credono di guardare, in un film porno, se non l’erotismo mancante? E il durante del porno, essendo tutto lì, non inscenato ma vero, non dobbiamo sforzarci neppure di immaginarlo. I veri film erotici sono quelli pornografici, mentre i cosiddetti erotici sono porno mancati. L’immaginazione di uno spettatore di un film porno, poiché onanistica, diventa intrinsecamente erotica: il porno induce a pensare l’osceno, che per l’appunto anche etimologicamente resta “fuori dalla scena”. Viceversa ogni film erotico riuscito rappresenta un film porno mancato, onanismo abortito. Non si scappa: il porno o è dentro, in chi guarda l’erotismo, o è fuori, in chi guarda la pornografia. Detta altrimenti: lo spettatore di un film porno è erotico, quello di un film erotico è pornografico.

Candy Candy desnuda
E poi, questo erotismo per sedicenti pornografi ce lo rifilano non soltanto nell’Espresso ma in ogni film, in ogni thriller, in ogni commedia, in ogni ammiccamento gluteale e perizomico di velina. Da anni ci si deve sorbire la copula canonica, e quelli che una volta erano i riempitivi di un porno (si veda Il secondo Diario minimo di Umberto Eco, Bompiani 2001, capitolo “Come riconoscere un film porno”), sono diventati telefilm di successo come Sex and the City. Così, di tanto in tanto, si sveglia il MaurizioCostanzoShow con una puntata su erotismo e pornografia, con Jessica Rizzo (almeno si fossero potuti permettere Silvia Saint, sebbene siano finiti i tempi di Moana e Ilona “Cicciolina” Staller, dove la pornostar era star anche fuori dal porno). Gli altri ospiti di Costanzo non hanno detto niente. Con una punta di moralismo introdotta da Costanzo medesimo, il quale, a un certo punto, vedendo su un monitor una specie di Candy Candy con le tettone, si è detto “indignato”. Bisognerebbe, ha detto, denunciare i manga giapponesi alla magistratura in quanto incitazioni alla pedofilia. Certo che anche lui, ha ben contribuito a fare di Melissa P. un caso nazionale: ragazzina pornografica col suo diarietto pornografico, in verità erotico nel senso sopracitato, dove le cose si fanno ma sono edulcorate e al lettore spetta la parte piò oscena, quella appunto di immaginarsi il resto.

Invece il Giappone, manga o non manga, ha capito tutto. I nipponici sono insetti strani, non intelligentissimi ma onnifaghi e pazzi e diabolicamente profetici, muniti di antennine sensibili, già virtualizzati da mezzo secolo, a modo loro. Avanguardia del capitalismo immaginifico. Soprattutto oggi che il discorso è più complesso e più immateriale, altro che pornografia da un lato e erotismo dall’altro, altro che omosessuali contro eterosessuali e turbe psichiche da vecchio millennio, altro che Love Line su MTV, per disadattati sessuali, dove c’è sempre un maschio in crisi di prestazioni o un gay che non riuscendo a fare l’outing non si sente abbastanza in. Non c’è paese più osceno del Giappone, dove la riproduzione, fotografica o disegnata, dei genitali, è vietata per legge, e non per erotismo, per carità, ma per coscienza pornografica.
Coprirsi è infatti porno, delimitazione dell’osceno, e quale pornografia sarà mai visibile, per esempio, in un campo di nudisti? Più ci si copre, più si nutre un’idea alta dell’osceno. Nel dominio nipponico, dominio geografico e dominio del www, vige la cultura giovanile degli Otaku, e si vendono boccette di orina femminile con tanto di foto della ragazza. Mutandine intraviste sotto le gonne di ragazze pon pon, colte all’insaputa o esibite (si dividono in due tipologie, pankira o panmoro), sporche o lindissime, smercio forsennato dei residui del sesso, intorno al sesso.

WWW dove tutto è porno
Mentre l’erotismo di chi parla di erotismo sta ancora lì, come ciliegina di una torta che non c’è più, la pornografia, e non l’ha capito neppure Rocco Siffredi, neppure Michael Ninn, neppure John Buttman, figuriamoci Costanzo e i suoi ospiti, si è superata da sola, esplodendo nell’inconscio, grazie a Internet, l’infinitamente piccolo nell’infinitamente grande. Chi sta ancora a sottilizzare non si rende conto che tutto è pornografico, basta pensarlo tale.
Le identità reali della Rete sono molteplici, e in continua trasformazione e fusione. è sufficiente avere un’ossessione, collegarsi alla Rete, e trovare mille altri simili, collezioni di immagini come tasselli di interi immaginari in mutazione. Un alluce di donna smaltato di rosso è “vietato ai minori” se si entra in un sito feet fetish, ovviamente se il minore si presuppone feticista, altrimenti cosa mai vedrebbe se non un catalogo per podologi pedanti?

Tuttavia un feticista degli alluci spesso non ha niente in comune con un feticista delle piante dei piedi, dei talloni, dei collant, o addirittura di un gesto, come il dangling. Ciascuno, con la sua ossessione specifica, sta alle altrui ossessioni come un eterosessuale a un omosessuale, le sfumature delimitano barricate insormontabili, ecco la rivoluzione. Le dita sono toes fetish. Le piante sono soles fetish. I collant stockings fetish. Un piede femminile che schiaccia una banana, un wurstel, un insetto, è crushing, ma se scalzo barefeet crushing, se in sandali sandals crushing. Se schiaccia l’acceleratore di una macchina è pedal pumping. Tickling va bene come keyword per il solletico, ma poi, anche qui, a ciascuno il suo: se il corpo solleticato è legato sarà bondage tickling, se si tratta di una bionda e legata blonde bondage tickling, se incinta pregnant. C’è chi ama le unghie smaltate di rosso, red toenails fetish, magari lunghe, long nails, chi non smaltate, no polish nails fetish. Ma di quali piedi, e con quale forma? Forse un feticista del seno (perché feticista dovrà essere chiamato, da ora in poi) si accontenterà di big tits o small tits, per iniziare il suo viaggio, ma come dovrà definirsi la morfologia del giusto alluce?

Nuove tassonomie per nuove manie
Navigando basta sapere cosa si cerca, e chiunque lo sa, ciascuno ha una password dell’inconscio, e l’inconscio sta venendo a galla, sta esplodendo. Le ragazze magre, tiny, e le grasse, large woman fetish; le giovani, young e le vecchie, granny, nell’universo in espansione delle ossessioni saltano anche le categorie del bello e del brutto. Ogni categoria si ibrida con le altre e ne genera di nuove, generando nuovi generi, nuovi pungoli, nuove tassonomie dello strettamente personale, nuovi linguaggi. Ma perfino l’immaginario già esistente cambia alla velocità della luce, non è più lo stesso anche quando assomiglia al vecchio. Una mano di donna che masturba un uomo, si chiama Handjob fetish. Poco conta che la masturbazione fosse già inclusa nel discorso porno tradizionale, perché qui, circoscritta, separata dal resto, si fa altro, rituale autonomo, sessualità distinta. Compartimenti stagni che non ristagnano, in perpetua mutazione genetica. Non appena individuata, l’ossessione, cessa di essere quello che era, si fa genere a se stante, si fa handjob o feetjob o altro, con preferences e variazioni annesse e connesse. Ossia nuove identità. Perché poi, come dovranno essere le mani di lei? Dovrà essere vestita o no? Dovranno essere scene rubate, candid camera, dovrà essere una nurse col suo paziente o cosa? C’è chi vuole vederla incinta, e allora sarà Handjob pregnant fetish. Qualcuno la preferirà incinta, mora, e con le unghie smaltate di rosso, categoria Handjob pregnant brunette red nails fetish. Foto e video dove non si vede il volto sono Handjob no face fetish, dove si vede Handjob face fetish, dove le mani si aggirano nei dintorni, Handjob reach around fetish.

La globalizzazione informatica ha globalizzato la sessualità, e non omologandola, ma dando a ciascuno secondo il suo bisogno, trasferendo ogni periferia immaginativa nel suo centro specifico, dilatando i pensieri dall’interno. E i bisogni della psiche, poiché individuali, superindividuali, sono diventati infiniti. Si è trascinati indietro, alla prima immagine. Freud è morto, con lui il castello di carte del simbolismo fallico, e da Costanzo stanno ancora a separare il reale dal virtuale, quasi fossimo ancora negli anni Novanta e non fossero intrinsecamente legati, quasi che, da sempre, il rischio a letto non sia che uno dei due, o entrambi, non pensino a qualcos’altro, e non a un altro, ma alla propria immagine archetipo. Il porno, divenuto implicito, affondando nel web, sempre più spesso superato dai contorni, mica come da noi psicoborghesi attardati ancora con il mito dell’identità sessuale. Ecco perché da Costanzo, a un decennio da questa rivoluzione, stanno ancora a discettare tra erotismo e pornografia, tra realtà e virtualità.

Intanto, da qualche parte, in questo emisfero di utopia e libero arbitrio, hanno inventato le fucking machines. E subito il genere si è diviso in decine di sottoclassificazioni. Belle ragazze, e anche meno belle (la bellezza non è più un valore indiscutibile nell’universo delle manie, le top model riscuotono tanto successo quanto trippe e pance cadenti, perfino la cellulite è fetish) amoreggiano con curiose macchine munite di fallo, stimolatori ad aria per capezzoli, vibratori collegati al clitoride. Ma Freud non c’entra, i falli ci sono per ricondurre altrove. Sedute su speciali Loving Chairs, oppure sospese in speciali imbracature, queste ragazze sono, nell’immaginario periferico che ci conduce a loro, donne emancipate, le quali hanno sostituito la macchina all’uomo, o donne schiave, costrette a un supplizio indesiderato, oppure donne che scendono nel sottoscala di una normale palestra per godere di un piacere solo loro, magari davanti a un professionalissimo “addetto ai lavori” costretto a reprimere uno sguardo malizioso, e quello sguardo è il fulcro di tutto? Nessuno vedrà nelle fucking machines la stessa storia, come nessuno ha mai visto la stessa immagine guardando un film porno, mentre è difficile scantonare dall’erotismo che ti dà a vedere ciò che vuole darti, aggirando la pornografia per partito preso. Un film porno può essere erotico, un film erotico non sarà mai porno per partito presto, pertanto mai neppure erotico.

La ripetizione del frammento
Nella Rete di siti gratuiti, daily updated con decine di mpeg e immagini suddivisi per categorie, ce ne sono a migliaia. Un mpeg può anche essere un file video di soli dieci secondi che, mandato in esecuzione continuata su Windows Media Player, riproduce il medesimo segmento a ciclo continuo. Se nel porno, evaporata la storia, contava l’interezza di una scena, qui, nel frammento, conta sia ciò che si vede sia ciò che, non vedendosi, è immaginabile in quanto feticcio invisibile. La storia che non c’è, immaginata, e una sequenza ripetuta ad libidum. Con buona pace di Umberto Eco. E anche di Baudrillard. Il reale è un simulacro del virtuale.
Mistress Chloe è una bella californiana. Bionda, oggetto di culto della Rete. Produce “costum video” su commissione, basta chiedere, lei risponde. Ha una clientela particolare. E una produzione vasta e morbosa di insetti schiacciati, pesci rossi divorati vivi, video dove cucina aragoste, video di semplici flatulenze (fart fetish), crushing di lumache (anche qui, si badi, trionfa la pornografia dell’invisibile, perché il feticista di una lumaca schiacciata distrattamente non ha nulla a che vedere con il feticista della lumaca schiacciata dall’intenzione di farlo), fino alla vendita per corrispondenza delle proprie unghie tagliate. Vende persino rutti e sputi. Non schifatevi, pensate che nella tivù generalista de La Talpa, su mamma Rai, si spalmano scarafaggi addosso e nessuno dice niente, agonizzano dentro teche di plexiglas e nessuno pensa a una simulazione di snuff movie. I piedi di Chloe, tra l’altro, sono merce prelibata quanto le immagini a fumetti di Franco Saudelli. Difficile risalire da Internet e non pensare, grazie anche a Chloe, alla simbologia implicita di una scarpa con il tacco a spillo, come se il piede femminile non potesse far altro che dominare, e qualcuno ne avesse tratto le naturali conseguenze. (E allora, nel discorso porno tradizionale, nella simbologia delle calzature erotiche comunemente accettate, l’immancabile tacco a spillo non sarà il simbolo di un potere ribaltato, sovvertito nel coito, o riaffermato nel sadomaso?).

Pure le macellaie sono fetish
Navigando nel porno non mancano, certo che no, siti di semplici ragazze in spiaggia, ragazze della porta accanto, strictly amateur. La pia signorina sostenitrice dell’erotismo non le prenderebbe neppure per foto erotiche, non vedrebbe niente. Immagini inviate dal mondo, reality show dell’impalpabile, ma non è questo che conta. Incredibilmente porno pur semplicemente adagiate su un lettino, a prendere il sole. O in cucina a fare un caffè, o sedute in macchina, a guidare. Pornografia della quotidianità rubata. Non vedere, per vedere di più. Nessuno vedrà mai la stessa immagine. Siamo vicinissimi al perturbante immaginato dai surrealisti, Internet è un’incarnazione del Document bataillano, profetica rivista che ha anticipato di un secolo il fascino viscerale del dettaglio. Ma neppure Bataille era arrivato a tanto. Qui ci sono addirittura macellaie, vale a dire slauthering mistress, ragazze che pescano, dragando nel fishing female fetish, o che cacciano, huntress mistress, e cartoni animati hard, anime fetish, e candid camera di esami ginecologici, gyno exam e rectal exam (il celebre Dottor Tushy), per non parlare di tutta la zona coprologica, scat e poop e pee, dove la domanda più comune posta a un uomo è «do you want to be my toilet?».

Non per niente nell’ultima generazione del porno tradizionale, quello a noleggio, che accusa i colpi e mostra la corda, trionfano i backstage. Non c’è dvd che ne sia privo. Il prima e il dopo del porno, più porno del porno. Per chi non si accontentasse della parte esplicita, il film, due ore di sesso non stop senza più parvenza di storia, ci sono interviste, preparativi, scene tagliate, fuori onda, fuori film, scampoli di oscenità senza sesso, ancora più osceni. Oppure menù interattivi per selezionare la scena, e perfino inquadrature variabili, opzionabili. Resta il sospetto che il film stia lì solo come un teatro al contrario, da guardare da dietro le quinte. Dietro il sesso c’è l’ipersessuale immaginifico del non sesso. L’oscenità del dettaglio. La ricerca fatale di un invisibile più evidente. Nessuna immagine sarà più la stessa. E nessuna immagine sarà quella ultima, fatale. Ce ne sarà sempre una migliore, più vicina all’archetipo, da cercare. E anche qui, la solita pia signorina dice che visto un porno visti tutti. Sembra sottile, e invece mancano molte sottigliezze. Ed è lei a essere troppo porno per poterle coglierle.       
Massimiliano Parente



Chi, cosa, come controllare nella Rete

In Gran Bretagna un nuovo codice di autoregolamentazione ha ridotto all’1% i siti Web pedofili e violenti. Tuttavia Internet varca qualsiasi confine geografico: la risposta non è dunque solo tecnologica

Poche sono le certezze riguardo a Internet, nonostante la molta letteratura in merito. Una di queste è che l’unico business acclarato sia il porno. Anche sul medium più nuovo valgono dunque le regole dei suoi tradizionali predecessori.
Il dilagare dei siti pornografici in Rete era citato qualche anno fa da uno dei padri di Internet, Robert Kahn, come uno dei tre elementi negativi dell’evoluzione della rete (gli altri erano lo spamming e lo scarso uso dei contenuti online per finalità didattiche). In realtà su Internet il problema principale non è tanto la quantità dei siti pornografici, quanto la loro raggiungibilità da parte di un pubblico vasto e indifferenziato. In genere le risorse pornografiche fanno di tutto per essere trovate e non sollevano troppi problemi anagrafici a chi le ha trovate anche solo per caso. Tra le strategie più utilizzate c’è l’acquisto di nomi di dominio simili a quelli dei siti più frequentati (per esempio “dinsey” al posto di “disney”), che consente di approfittare dei frequenti errori di digitazione dei navigatori, oppure tattiche aggressive per essere messi in risalto nelle risposte fornite dai motori di ricerca. Diventa determinante allora la questione del controllo di simili contenuti, perché siano raggiungibili soltanto da un pubblico adatto e non, in modo indiscriminato, dai minori che sempre più numerosi navigano in Rete ( in Italia un milione e settecentomila negli ultimi mesi del 2003, secondo i dati forniti dal ministero per l’Innovazione e le Tecnologie).

Una politica interventista
Pare ormai assodato che su Internet gli strumenti tradizionali di controllo non funzionino: è impossibile bloccare un contenuto, qualsiasi sito può essere replicato entro breve tempo su macchine diverse; il fornitore di accesso alla Rete non può conoscere tutti i contenuti messi online dai suoi utenti. Siamo sicuri però che l’unica strada, come si dice spesso, sia responsabilizzare gli utenti? Sembrerebbe di no, almeno a giudicare da un’esperienza che viene dall’Inghilterra, ben più avanzata di noi quanto a uso responsabile della Rete. I contenuti illegali, pedofili, razzisti o inneggianti alla violenza, sono calati dal 18% del 1997 all’1% dello scorso anno, grazie all’attività dell’Iwf (Internet Watch Foundation), un organismo di autoregolamentazione sponsorizzato dai principali fornitori di accesso alla Rete. Anche nell’ambito europeo si registra un sensibile calo della presenza di simili contenuti (dal 18 al 6%) che migrano sempre più spesso su macchine collocate negli Stati Uniti o in Russia. E qui torna in gioco la dimensione globale della Rete: le risorse restano comunque accessibili ai navigatori, ignari (e indifferenti) rispetto al luogo esatto in cui si trovano le macchine che ospitano un certo sito. Qualsiasi strategia dunque può funzionare soltanto se applicata su scala planetaria. Il successo della politica “interventista” sperimentata in Gran Bretagna prova però che l’autoregolamentazione funziona sia per ridurre i contenuti illegali, sia per garantire la collocazione di contenuti inadatti ai minori in contesti irraggiungibili per loro, come le medicine che in casa è buona norma collocare negli scaffali alti.

Proprio a questi principi era ispirato un documento del ministero dell’Interno inglese datato 2003 che si proponeva, per la prima volta, di istituire delle linee guida sul comportamento corretto dei gestori dei servizi in Rete (Good practice models and guidance for the Internet Industry). Si noti: non qualche ministero per le politiche sociali o la famiglia, ma quello dell’Interno firmò l’iniziativa, e non certo in un Paese autoritario o illiberale, a sottolineare che la questione ha direttamente a che fare con l’ordine pubblico e il codice penale, e che la responsabilità può anche essere insegnata d’autorità quando la materia è oggettivamente pericolosa. Insomma, una faccenda estremamente seria, da poliziotti prima che da psicologi, vista la piega che ha preso il fenomeno. Il pregio principale di quel testo era il tentativo di messa a fuoco dei vari ruoli che presiedono alla pubblicazione di contenuti in Rete e delle conseguenti responsabilità. Se è vero che i fornitori di accesso alla Rete non possono conoscere tutto quanto transita sulle loro macchine, è vero però che possono impegnarsi a ribadire ai propri clienti (gestori di siti, di servizi di chat, posta elettonica o forum) che esistono sanzioni per la messa online di un certo tipo di contenuti, mentre i content providers (chi confeziona i contenuti che vanno online) sono tenuti a descrivere chiaramente agli utenti le caratteristiche del proprio sito e ad avvisarli quando stanno per lasciarlo attraverso un link esterno.

Accesso solo al pubblico adatto
Brandelli di responsabilità vengono distribuiti ai vari componenti del mercato online e questo non può che giovare alla qualità di quanto si trova in Rete. Ne sono convinte anche alcune tra le principali associazioni attive nei settori dell’informatica e di Internet italiane, che, insieme con il ministero per l’Innovazione e le Tecnologie e quello delle Comunicazioni hanno messo a punto nel novembre scorso, un codice di autoregolamentazione. Con due finalità: abolire i contenuti illegali, rendere quelli legali, ma per adulti, accessibili solo al pubblico adatto. Nel secondo caso entra in gioco il complesso panorama dei filtri per la navigazione in Rete: ovvero quei software che consentono di limitare l’accesso a determinati siti, scelti in base a precisi criteri. Servizi di questo tipo sono già offerti dai principali provider italiani, ma esistono anche programmi da installare direttamente sul proprio pc. Simili software sono stati al centro di numerose polemiche fin dalla loro introduzione negli anni Novanta. Due le principali accuse: l’intento di censurare i contenuti su Internet, e la scarsa affidabilità della tecnologia che finisce inevitabilmente per includere negli elenchi di siti proibiti anche risorse assolutamente innocue senza invece bloccare siti inadatti. Questa è la natura della Rete: inafferrabile, sgusciante, in grado di riconfigurarsi di continuo e di aggirare qualsiasi barriera di tipo software.
Non è la tecnologia a risolvere il problema. È determinante l’elemento umano, come accade sempre più spesso oggi su Internet. Ciò che può cambiare la Rete è soltanto la volontà di tutti gli operatori di migliorarne la qualità. Anche filtrando, creando confini, delimitando, che sono poi le modalità in cui, da sempre, nascono e si sviluppano le civiltà.
Stefania Garassini



Videogames - Gioco al massacro

Paradosso: il “pacifico” Occidente riserva enorme passione alle simulazioni dell’antiterrorismo contro cui marcia nelle vie. Prendiamola come vogliamo: Half-Life ha venduto oltre cinque milioni di copie nel mondo, due e mezzo in Europa. È un turbine di battaglia dove ogni movimento, ogni passo, ogni millimetro fanno la differenza tra vivere o morire. Nel 1998 la prima avventura della serie sbalordì non soltanto per la qualità grafica e immaginifica dello scenario, ma anche perché riusciva a delineare una “storia” attraverso gli smozzicati resoconti di scienziati superstiti al misterioso massacro dell’avvio. Si trattava di capire per sopravvivere.
L’evoluzione odierna è un puzzle tattico: avvicinamento stealth (di soppiatto), fucilate di precisione, scansione dei tempi. Scortare un vip o conquistare una postazione, liberare ostaggi o danneggiare installazioni nemiche: non c’è che da mettersi al lavoro. Ampia scelta fra i corpi speciali, le armi, la qualità dell’addestramento proprio e degli avversari. Significativo lo spazio accordato sia al gioco in solitaria contro il computer – un’escalation di missioni sempre più impegnative – sia alle partite dagiocare in Internet,  confronto in tempo reale altri giocatori localizzati chissaddove. Interessante l’opzione “BOT mode”, scenari multigiocatore esplorabili in solitaria contro simulazioni di “avversari umani in Rete” gestite dal PC: la solitudine oltre la socializzazione.
Dunque i pacifici occidentali amano spiaccicare nemici negli universi della fiction elettronica. Ma forse fa parte di quella catarsi che dalla Bibbia a Shakespeare, da Omero a Dante sonda il cuore dell’uomo, di qua e di là del Mediterraneo.
Giuseppe Romano

Counter-Strike: Condition Zero,
Sierra-Vivendi Universal, 2004,
cd-rom per pc Windows



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