Le campane dei critici suonano a
festa. Per salutare l’esordio nella narrativa di un giovane scrittore
(classe 1978), che si rivela come l’acquisto più felice dell’Italia
letteraria da un bel po’ di tempo a questa parte. Pietro Grossi si
segnala non tanto per quello che racconta ma per come lo racconta. Una
prosa fresca e incisiva, felicemente equidistante da riboboli
intellettualistici, dal citazionismo mal digerito e
dall’autobiografismo malinconico e pensoso. Confezionando un trittico
di racconti, accomunati dal fissare lo sguardo sul difficile
apprendistato all’età adulta, Grossi delinea, attraverso plot a loro
modo avventurosi, tre coppie di giovani alle prese con la fatica di
diventare uomini.
Si comincia (ed è il racconto migliore) con la sfida sul ring tra i
pugili il Ballerino e la Capra, per i quali la boxe è rispettivamente
la trasfigurazione esaltante di un Clark Kent che si sente Superman e
l’accanita rivincita di trovare un’identità da parte di un sordomuto.
Si continua con i fratelli Daniel e Natan, ai quali il padre regala una
coppia di cavalli come viatico per destini diversi, per concludere (ed
è il racconto più debole, ma tutt’altro che disprezzabile) con
l’abulico Nico che scopre che il suo amico d’infanzia Piero ha eluso
l’integrazione nel mondo dei grandi con una surreale forma di follia:
chiuso in casa, si limita a imitare una scimmia e a giocherellare con
gusci di pistacchio. Ognuno cerca un’occasione per trovare uno spazio
nel quale la vita possa rivelarsi più autentica e rimettere insieme i
pezzi di quel difficilissimo puzzle che è l’esistenza. Ma quei
brandelli di realtà diventano ghetti che li isolano dal mondo. Perché
«nella vita mancava sempre qualcosa» e «il bello delle storie era
proprio quello: c’era tutto quello che ci doveva essere».
> Pietro Grossi, Pugni, Sellerio, Palermo, pp.192, €12,00
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