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(65-8 a.C.),
Odi, III, 2, 13
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Che bella l’antichità se ce la spiega Andreotti
Un'antologia che sa di saggio
Che cos’è un Classico? Se lo chiese Thomas Stearn Eliot il 16 ottobre 1944 alla Virgil Society di Londra, rispondendosi con una memorabile conferenza su Virgilio, «perché in un particolare, irripetibile momento della Storia, l’età augustea, egli si era fatto interprete, misura e quindi canone di un’intera civiltà» (incisiva la zona finale: «nessuna lingua moderna può sperare di produrre un classico nel senso in cui ho chiamato tale Virgilio. E Virgilio è il nostro classico, il classico di tutta l’Europa». Qualche riserva in proposito Eliot avanzerà per il solo Dante, depositario di parecchie caratteristiche “virgiliane”, in un altro mirabile saggio, del 1950, Cosa significa Dante per me). Oggi, con l’indebolimento del nostro rapporto con gli antichi, l’emarginazione del latino e del greco dalla scuola e la banalizzazione del mondo classico nell’immaginario collettivo, la domanda è diventata “perché il Classico?”. Lo scrive, senza apocalissi e piagnistei, Roberto Andreotti, uno dei pochi in Italia ad aver dato aria alla letteratura antica sulle pagine culturali di un quotidiano. Per una decina d’anni il Manifesto ha ospitato una rubrica (prima intitolata “Evergreeen”, poi “Notti attiche”) nella quale Andreotti recensiva le nuove traduzioni dei classici latini e greci, senza sussiego o paludati accademismi. Anzi, con una freschezza e una vivacità rare anche nell’approccio con la letteratura odierna.
Essendone stati per anni fedeli e ammirati lettori, ci fa piacere che venga ora pubblicata una selezione di quei pezzi e che l’antologia componga nell’insieme un saggio di tutto rispetto, che innesta sul rigore del filologo le suggestioni contemporanee di uno studioso colto, curioso e onnivoro. Da qui l’elettricità del titolo, perché davvero grazie ad Andreotti «l’energia del moderno entra sistematicamente in frizione con le letterature classiche», sempre alieno dalla divulgazione furba e dalla complicità snob. E non ci sono solo Omero e Pindaro, i tragici e i comici, Cesare e Catullo, Cicerone e Seneca, Marco Aurelio e Sant’Agostino: c’è posto per Silio Italico e Caritone di Afrodisia, Aulo Gellio e Ausonio. Tutti messi a fuoco in brevi e fulminanti ritratti critici, serviti da una scrittura nitida e incisiva. E impacchettati da una lunga prefazione che è in realtà un’autobiografia intellettuale schietta e appassionata: dalla culla della biblioteca allo svezzamento dell’esegesi testuale, fino ai modelli dei maestri e al faticoso lavoro interpretativo. Che avventura fantastica il corto circuito tra il fascino dell’apparato critico e i problemi che ci pone “il nostro essere qui e ora”!

> Roberto Andreotti, Classici elettrici, Rizzoli, Milano, pp.224, €8,80
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