L’autore di Demetrio Pianelli
(1890) chiude il secolo, nel 1899, offrendo la testimonianza di una
letteratura che vive nel proprio presente, e che di quel presente sa
cogliere il dramma e l’azione sincera. Quel maledetto coltello…
è un pamphlet per il largo pubblico, un racconto educativo che fa
appello alla situazione di un’Italia che tarda a nascere, e a un
tessuto sociale che si rispecchia quindi nelle sole regioni. Una
società per cui la nazione (quella con la lettera maiuscola) è una
creazione pubblicitaria d’altri tempi. Il coltello è così misura dei
rapporti umani. La tragedia di Teresa, vedova di un delitto di vie
cittadine, tace di fronte alla legge della violenza, che non conosce
deroghe. Né potrebbe conoscerne, su un palcoscenico dove l’unica
possibilità di redenzione è affidata alla parola: parola di fede e
parola di letteratura, in un mondo nel quale l’analfabetismo fa però da
padrone. De Marchi svolge un sondaggio sul brigantaggio e sul bullismo,
sulle aggressioni che stravolgono l’intera penisola: va in Romagna,
nelle Marche, sino ad affermare che «Genova e la Liguria danno il minor
numero di delitti di sangue». Quasi una periferia dei fatti di strada
o, al contrario, una meritata oasi, dove la capacità di dialogo
intravede un riscatto. Il coltello, daccapo, parente meno nobile delle
armi da duello: strumento di soluzione di un’Italia che cerca se
stessa, all’indomani dell’Unità, non meno che le proprie regole. Ma tra
le pagine ti capita anche di trovare, seguendo la trama, un’osteria di
Pescarenico, e poi, ancora: «un certo Menico, figlio di un mugnaio di
Olgiate». Risenti Manzoni, lontano: come lontani sono gli indizi di una
moralità, di una lealtà dei rapporti, che De Marchi non sa più vedere
all’orizzonte. Fosse pure l’orizzonte dei Promessi sposi, pare di
capire. Sta di fatto che queste statistiche narrative, felici
invenzioni che raccontano un degrado del vivere umano, dovevano
lavorare sulle coscienze: per cercare di soccorrere, in un certo senso,
una storia impetuosa, che aveva lasciato tutti a piedi. Legislatori e
legislati, letterati dell’amor patrio e schiere di popoli senza libri.
In questo documentario di coltelli, accuratamente compilato da tutta la
penisola, la ferita più profonda è quella che colpisce l’ideale. Alla
letteratura, come al solito, il ruolo di un cronista che preferirebbe
non sapere.
> Emilio De Marchi, Quel maledetto coltello…, Aretè, Milano 2005, pp.36, €5,00
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